Le migliori 25 birre al mondo?

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Category : Notizie in breve, Varie

E’ uscito da poco un articolo interessante su Men’s Journal in cui si tratta del mondo birraio, e già il titolo dell’articolo parte da un presupposto un po’ pretenzioso: catalogare le 25 migliori birre al mondo. “Pretenzioso” perchè criteri davvero oggettivi non ne potrà mai avere nessuno, tutti noi siamo condizionati dal gusto, dalle abitudini e dalla conoscenza (ampissima o limitata) solo di una parte delle produzioni brassicole mondiali. Anche il più grande esperto birraio non potrà mai conoscere (gustativamente parlando) tutte le birre sulla Terra.

photo drinfoftheweek.com

E’ per questo che siamo rimasti un po’ perplessi nel leggere la lista che, bisgna dirlo, non è fatta male e non compilata da un bevitore seriale di Tennent’s Super, ma ha le sue pecche. Intanto per i tipi di birra (possibile che non ci sia nemmeno una birra Ceca nella lista? Anche a mo’ di rappresentanza), che paiono essere scelti molto a caso, senza un vero filo logico, e quasi come “capostipiti” di un genere. La stessa Saison De Ranke, eccellente birra, non può però essere messa in una lista senza aver allora compreso anche altre Saison di caratura superiore, o birre superiori dello stesso birrificio (XX Bitter, Guldenbegr, Noir eccetera). Tantissime le birre americane presenti, ma rimangono fuori anche tanti nomi importanti… in ogni caso delle vere schifezze non ce ne sono, e questo è un buon segnale. Anche un aggiornamento del Bier Koning di Amsterdam su Facebook fa notare come il criterio di scelta sembri assolutamente casuale.

La lista non si limita alle 25 birre, ma include anche  miglior brewpub, miglior meta birraia e miglior locale. La scelta di quest’ultimo (che è a Londra, da dove curiosamente non solo non proviene nemmeno una delle birre segnalate nella lista, ma da quel che si legge non ne viene servita nemmeno una) è bizzarra se si legge bene la motivazione, che tratta di “passaggi di personaggi storici” e di “caminetto”. Per carità, l’atmosfera fa la sua parte… ma se questo locale è il numero uno, allora il Kulminator, il Moeder Lambic, il Toronado, il Popeye, il White Horse dove li mettiamo?

Infine la scelta della città di Bruxelles come meta birraia principe è la ciliegina sulla torta: intanto perchè, a meno di saper cercare bene, a Bruxelles si beve tendenzialmente male (e Sam Calagione – che viene citato nella scelta della città – non crediamo finisca nel primo bar che trova tra Grand Place e il Manneken Pis) e poi soprattutto perchè nessuno di noi, dopo rapido consulto, metterebbe mai Bruxelles in cima ad una lista dei luoghi birrai indimenticabili. La città vale una visita, per carità, i locali ci sono, ma senza sapere come muoversi, il rischio di doversi tracannare litri di Stella Artois o Leffe, a prezzo italiano, è altissimo.

mattia

Carver Brewing Co., Durango (Colorado, USA)

Category : Locali, Viaggi

Di passaggio durante il mio tragitto da Las Vegas a Denver, progammo la sosta nella graziosa cittadina di Durango. Oddio, “cittadina” è forse un termine eccessivo, diciamo paesone. Durango è a poca distanza dai parchi naturali dell’Ovest, a poco più di un’ora di auto da Mesa Verde e i Four Corners e a poco più di tre ore dalla magnifica Monument Valley.

Il paesone si trova ai piedi delle Montagne Rocciose, e nel corso degli anni, dopo essere stato un crocevia di cercatori d’oro e minatori, si è trasformato in un centro turistico “all-year”: in inverno non mancano di certo le possibilità sciistiche, in estate le mille escursioni (rafting, per esempio, o il famoso treno a vapore Durango-Silverton) allietano grandi e piccini. Guardandomi in giro prima di lasciare l’Italia, scopro che a Durango ci sono ben tre birrifici, per cui mi segno gli indirizzi e una volta giunto là, si parte col primo (che è il tema dell’articolo di oggi): la Carver Brewing Co. (sito ufficiale).

Situato sulla strada principale (Main Street) all’altezza del civico 1022, il locale è poco visibile dalla strada e pare essere un normalissimo pub, tanto che è molto facile confondersi con un vero pub situato a poca distanza. Una volta entrati, non resterete sicuramente colpiti dallo splendore del luogo, anzi: la sala principale è divisa in due, da una parte i tavoli in cui mangiare e dall’altra (molto più piccola) solo 4-5 sgabelli al bancone e due tavolini-trespolo. Non avendo molta scelta e non dovendo (ancora) mangiare, ci appollaiamo sui trespoli vicino all’ingresso: pur essendo pieno giorno, è abbastanza buio e tutto quanto sembra lasciato un pò al caso.

Il servizio è buono come in quasi tutti i locali americani, e come ogni buon birrificio d’oltreoceano, anche qui son presenti i samplers, piccoli bicchierini da 0.1 con tovaglietta esplicativa. Non sapendo che scegliere, mi lancio e chiedo “tutte le birre”: troviamo un buon compromesso a 10 birrettine per 12 dollari. Il servizio è veloce e gli assaggi non si fanno attendere.

Partiamo con le cose positive (poche): l’ampia sufficienza la raccolgono la Ipa (anche se un pelo troppo dolce), la buona Colorado Trail Nut Brown Ale, una classica Hefeweizen anche se dal sapore troppo bananoso (?) e con pochissimo corpo (anche per una weizen). A parte queste, solo un’altra produzione può essere considerata più che accettabile: una Raspberry Wheat Ale di color rosa porcello, che pareva proprio essere la birra ufficiale di Hello Kitty… incredibile a dirsi ma non era niente male (e non sarà l’unica Raspberry con ampia sufficienza, come vedremo poi nell’articolo sulla visita alla Great Divide).

Il resto delle produzioni Carver viaggia tra il passabile (una Saison che sapeva solo di futti di bosco, la Jack Rabbit Pale Ale completamente fuori stile ma bevibile e la Corner Pocket Ale) e il fortemente mediocre (Old Yak Amber Ale, La Plata Pilsner e la Iron Horse Imperial Stout che non andava al di là del fortissimo sapore di alcol).

Non che avessi grandi speranze, per carità le mie info non davano la Carver come un posto da ricordare, ma forse la mancanza di birre di alta qualità (nemmeno una davvero degna), l’ospitalità non proprio da favola (il posto è davvero bruttino) e il servizio cortese ma sciatto (i samplers son stati portati su un vassoio plasticoso stile-McDonald) non aiutano a tenere un bel ricordo. Se siete in città, ops… paesone, e avete un’ora libera.

mattia

Visita (con cotta) alla Brasserie Vapeur

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Category : Viaggi

Ospitamo oggi il racconto di Martino, da tempo residente in Belgio, che ci ha raccontato la sua visita (con cotta) alla Brasserie Vapeur.

Brasserie Vapeur: una delle tappe che subito aveva catturato la mia attenzione tra quelle del capitolo “Beer Tourism” del libro The Good Beer Guide Belgium di TimWebb, uno dei primi acquisti fatti da quando mi son trasferito per lavoro a Bruxelles.
L’appuntamento è alle nove. Perlomeno, questo è quello che scrivono sul sito www.vapeur.com, nella sezione Brassin Public:
En arrivant à la brasserie à 9h du matin vous pouvez assister à toutes les étapes menant à l’élaboration d’une de ses bières ou à une partie seulement si vous arrivez plus tard.
Da bravi italiani, prendiamo alla lettera l’ultima parte, arrivando a mattinata inoltrata, adducendo come flebile scusa “the traffic in Brussels”. Arriviamo quando il malto è già stato preparato, mentre sta per esser immesso nella vasca al pianterreno tramite un getto potente di acqua calda. Il tutto alimentato, ovviamente, da una macchina a vapore di fine XIX secolo. Lentamente, l’acqua maltata esce dalla vasca, che viene anche fatta assaggiare ai presenti (l’unica cosa analcolica che berremo nel corso della giornata…), viene trasferita tramite una pompa al piano superiore, dove starà, per le ore successive, nella cuvèe d’ebullition, datata 1919.
Quindi, si passa ad una delle parti più interessanti della gita…il pranzo! Jean-Louis Dits, il mastro birraio che ha rilevato la brasserie Biset nel 1984 e la gestisce insieme alla compagna Sitelle, illustra le pietanze, ovviamente (quasi) tutte a base di (o cotte nella) birra! A cominciare dal Pain à la bière, dal saumon che viene affumicato e marinato 24 ore nella FOLIE, una delle loro birre. Stessa sorte è toccata ad un prosciutto arrosto, ovviamente alla Vapeur Cochonne. Ospite gradito, in quest’ultimo sabato di luglio, un prosciutto di san Daniele, stagionato un anno e mezzo, appena arrivato da una loro gita in Italia, durante la quale hanno fatto anche tappa nel paesino di Piozzo (CN), fermandosi, ovviamente, alla Baladin, da dove hanno portato del formaggio (“alla birra” devo aggiungerlo?). Il carrello dei formaggi, più di metà dei quali col sentore di/affumicati alla/aromatizzati con birra,  è un’altra parte del buffet che ha catturato molte delle nostre attenzioni.
Ovviamente, il tutto annaffiato con produzioni indigene, cominciando dalla SAISON DE PIPAIX alla spina, che son riuscito a bere nonostante il sentore di lambic (perdonate, sono un neofita ;) , alle caraffe abbondanti di Cochonne, decisamente la nostra preferita, ad una bottiglia di Saison d’etè, di cui francamente non ricordo molto (non so se sia giusto neanche il nome :P ).
Dopo un’ora di ebollizione, nel frattempo, al mosto (?) vengono aggiunte le spezie ed il luppolo. Ma non abbiamo la forza e la voglia di alzarci e andare a vedere Sitelle che svuota questo secchio al piano superiore.
Finale…lavorativo! Sitelle riemerge dalla zona produttiva e chiede se c’è qualcuno disposto a darle una mano a svuotare la vasca del malto. L’atmosfera quasi familiare e le birre bevute fin lì ci convincono, o ci inducono con l’inganno, a dire di sì e a tuffarci in… una bella sauna tutta naturale! Con gli astanti increduli a dire, “encroyable… des italiennes qui travaillent!!!“.
Finisce con un paio di acquisti, due Cochonne, una con l’etichetta col maiale maschio, l’altra con la femmina, una maglietta… e una bottiglia offerta da loro (Vapeur Bises, fatta per il loro 25 anno, se non ricordo male). Particolari la collezione di etichette, di cui potete trovare degli esempi qui.
Tutte le descrizioni in francese, inglese, con qualche parola di italiano per noi. Faticano col fiammingo…ma questa è un’altra storia belga ;)
Durante tutto il pomeriggio si susseguono visite di locali e stranieri (tra cui un paio di local brewer americani), anche se Jean-Louis non ama molto perdere tempo con questi “vacanzieri”, è tutto concentrato sul suo lavoro. Tuttavia, c’è qualche amico di vecchia data che gli dà una mano, specialmente col fiammingo.
Se troverete in commercio una Vapeur Cochonne datata luglio 2010, sappiate che “io c’ero”!
il nostro ospite/inviato Martino

Rattle n Hum – New York City (NY), USA

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Category : Locali

Mentre dal lato europeo dell’oceano è periodo di vacanze, da questo lato dell’oceano le vacanze non sanno nemmeno cosa vogliano dire. Niente vacanze vuol dire lavoro; ma come al solito, se vado da qualche parte,  che sia in vacanza o no, mi sento moralmente obbligato a cercare qualche locale nuovo. Per cui, rieccomi qui a darvi qualche dritta sui pub sbevazzoni di lusso della grande mela.

Situato all’inizio della 33rd Street East (chi conosce un po’ la topologia di Manhattan dovrebbe aver presente la zona: è a circa un blocco di distanza dall’Empire State Building, e molto vicino anche a Penn Station), Rattle n Hum si colloca in una zona piuttosto chic: difficile trovare qualcosa a basso costo, da queste parti. Però è uno dei locali di NYC con più alto punteggio su Ratebeer, per cui non mi faccio intimidire e decido di andare a dare un’occhiata. Costi quel che costi (in tutti i sensi).

Prima impressione: l’ambiente. Classico pub in legno, molto pulito e scintillante, schermi televisivi giganti un po’ ovunque, poster e lavagne che segnalano quali eventi sportivi verrano trasmessi in diretta. Pieno stile americano da pub “sportivo”, non il mio preferito. Passa qualche secondo, e purtroppo faccio caso alla musica. Brivido, terrore, raccapriccio: country e bluegrass, intervallati da blues vecchio stile, di quello brutto. Non esattamente quello che vorrei trovarmi ad affrontare. Ok, mi siedo lo stesso.

Appena vista la lista delle birre mi tiro su di morale, perché è di tutto rispetto (per usare un eufemismo). Conto ben 38 spine differenti, più 2 on cask. Come se non bastasse, il menu delle birre è organizzato alla perfezione : diviso per stile – circa 18 stili diversi sul menu che ho sotto mano -, e per ogni birra sono indicati la dimensione del bicchiere in cui viene servita, il voto su Beer Advocate, la gradazione alcoolica, lo stato di provenienza, e il prezzo. Da notare che quando dico “stato” intendo “negli USA”: eh si, perché una delle particolarità di questo locale è che serve quasi solamente birre artigianali americane. Non si può che apprezzare l’impegno, oppure condannare il campanilismo: a scelta vostra, ma personalmente lodo l’iniziativa. Il menu è stampato in bianco e nero su semplici fogli di carta, perché è lecito aspettarsi che cambi molto, molto frequentemente; un punto a favore. Da notare che sul sito internet si trova la lista aggiornata delle birre alla spina.

Che cosa mi offriva il menu del giorno? C’era solo l’imbarazzo della scelta. Ovviamente molti Pale Ale e IPA, inclusi alcuni “classici” molto popolari (Green Flash West Coast IPA, Stone Ruination, Dogfish Head 90 minutes, Sierra Nevada Wet Hop Harvest, Smuttynose IPA e PA, Bear Republic Racer 5, Lagunitas IPA e PA): non si può prescindere da questi, perché sono quelli che fanno una buona parte delle vendite. Ma c’erano anche alcune birre più difficili da reperire, come Smuttynose Really Old Brown Dog, Rogue Morimoto Black Soba Ale, Lagunitas Gnarleywine ’08,  il devastante Goose Island Bourbon County Imperial Stout. Ecco, spendo una parola di più su questo: è più vicino al bourbon che alla birra – sul serio, è qualcosa di smisurata potenza; un concentrato densissimo di malti, con un aroma di vaniglia, caramello e quercia (dovuto all’invecchiamento, 150 giorni in botte di bourbon) così intenso da lasciare senza fiato. A chi piacciono le bombe liquorose (io alzo la mano: non ne bevo tante, ma una a fine serata ci sta sempre bene), consigliatissimo.

Apprezzabile anche l’idea di avere varie versioni della stessa birra alla spina ( in questo caso, la Stone Double Bastard e la versione invecchiata Oaked Double Bastard – e anche la versione standard Arrogant Bastard, per chi non la conoscesse). In più, le birre on cask che ho trovato sono una vera chicca: Moylans Dragoons Irish Stout e Kilt Lifter Scotch Ale. Non sono un fan degli scotch ale, ma ho aprezzato molto la stout, secca, “arrostita” e senza fronzoli, davvero ben fatta; soprattutto, è la prima volta che trovo delle Moylans sulla costa est.

Tutto rose e fiori? La scelta delle birre è impeccabile, c’è poco da dire. Però il prezzo è un po’ elevato, anche se siamo in piena Manhattan: almeno 7 dollari per una pinta (tranne pochissime eccezioni a 6 dollari), con almeno un quarto del menu a 8 dollari. Se ci aggiungete tasse e mancia, si arriva a 9 dollari circa per pinta, che non è poco, anche perchè alcune birre vengono giustamente servite in bicchieri più piccoli della pinta standard (tulip, snifter). E devo dire che l’ambiente e la musica non mi sono piaciuti per niente, troppo rappresentativi di quella parte della cultura statunitense che non mi piace; giudizio assolutamente personale, ma tutto conta alla fine, e il Rattle n Hum, nonostante la selezione di prima qualità di birre americane, non rimarrà tra i miei locali preferiti in NYC.

Giacomo
(foto: parte mie, parte sito ufficiale)

Three Floyds Brewing – Munster (IN), USA

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Category : Locali, Viaggi

Leggenda vuole che nel 1996, stanchi delle birre sciapite che si trovavano nei dintorni, i tre Floyds (i fratelli Nick e Simon, e loro padre Mike) decidettero di iniziare a produrre birra per conto loro, puntando su (uso le loro stesse parole) unconventional ales and lagers.

All’inizio, tutto veniva fatto con materiale “d’emergenza” e senza troppe pretese nella ridente cittadina di Hammond (IN); ma, visto il successo che le loro birre stavano ottenendo nell’area di Chicago, bisogni di produzione spinsero le tre fatine a spostarsi in un nuovo castello (leggasi: capannone industriale) nell’ancora più ridente borgo di Munster (IN). Finalmente dotati di uno spazio e di materiale adatto, il numero e la quantità delle birre prodotte iniziò a crescere, sempre cercando di mantenere lo spirito iniziale di creare qualcosa di atipico.

Passarono gli anni. Tanti principi sui loro cavalli bianchi (ovvero: motociclisti in Harley) e visitatori da tutte le parti del mondo si fermavano sempre più spesso a visitare il regno incantato della Three Floyds Brewing, per scambiare due chiacchiere e ubriacarsi fino allo svenimento. Gli intraprendenti fratelli Floyd, forse stanchi di avere quella massa di alcoolizzati sempre fra i maroni, decidettero allora di trasformare parte della loro magione in un brewpub, direttamente connesso al birrificio e ad un grande giardino incantato (cioè un orto) in cui coltivare in armonia con Madre Natura. Così nacque il brewpub.


Che bel quadretto idilliaco, non trovate? In mezzo a tutta questa tenerezza non richiesta, vediamo di passare finalmente agli argomenti più interessanti. Una buona notizia: la Three Floyds Brewing, con pub annesso, è relativamente vicina a Chicago – circa mezz’ora di macchina, traffico permettendo. Una cattiva notizia: se non avete la macchina, scordatevi pure di andarci. Sul serio – meglio che rinunciate. Tuttavia, è molto facile trovare birre della Three Floyds nei bar di Chicago (almeno le 3-4 più famose), quindi potete continuare a leggere. Se siete fra gli automuniti e volete andare di persona al brewpub, seguite le indicazioni indicate sul sito ufficiale: la zona è un po’ sperduta, ma non troppo difficile da trovare.

Una volta arrivati, cosa aspettarsi? Il pub è abbastanza piccolo, si vede che l’ambiente è ricavato da vecchi uffici del birrificio: grazie ad una vetrata, gli impianti sono in bella vista. La parte visiva è comunque ben curata: ci sono poster di vecchie fiction (sci-fi, in particolare), gigantografie delle etichette delle birre, manici di spina appesi ovunque. Personalmente apprezzo la veste grafica delle loro birre, e di conseguenza ho apprezzato anche l’arredamento del pub. Una nota folkloristica: in questo posto ho visto (o meglio, Mattia mi ha fatto notare) l’unica bandiera della vecchia USSR che abbia trovato negli USA.

Il pub fa orari da bar di provincia, e chiude a mezzanotte, ma è aperto anche a pranzo. C’è anche una cucina, e i proprietari dicono di avere ingredienti di prima qualità. Il poco che ho assaggiato era piuttosto buono; non c’è moltissima scelta, anche perché buona parte del menu è costituita da pasta e pizza, che tendenzialmente non sono la prima scelta di un italiano all’estero (nemmeno per gli emigranti come me) a causa degli ingredienti bizzarri. Bisogna dire però che le pizze, almeno all’aspetto e dal profumo, sembravano delle vere pizze, quindi forse potrebbe valere la pena assaggiarle.

Mi sono lasciato per un ultimo la parte più importante: le birre. Bisogna dire che qui, di birre, ne fanno tante, e molto varie. Ci sono alcune fisse, e alcune stagionali, ma non mancano nemmeno le cotte speciali che si vedono una volta sola. Quindi, siccome passarle tutte in rassegna sarebbe troppo lungo, mi soffermo su quelle più facili da trovare e su quelle che più mi hanno colpito.

Iniziamo con un classico: Alpha King Pale Ale. Il perfetto esempio di APA: colore ramato, poca schiuma, non troppo frizzante, aroma leggermente acido e luppolato. Ottimamente bilanciato, con un bel corpo di malto dove si sente l’acido che prelude ad un tripudio di luppoli (Centennial, Cascade, Warrior). Yum.
Impeccabile anche la Gumballhead: uno wheat ale con una bella carica di luppoli in più. Consigliato anche a chi non ama il genere, si rivela un’ottima session beer, specie per l’estate (5% ABV e ottima bevibilità).
Cercate qualcosa di più corposo? Se vi piacciono gli Scottish Ale, eccovi accontati: Robert the Bruce, con l’arroganza del malto tostato che lo rende una birra pienissima. Ben scelti i luppoli per bilanciare il finale, ma a farla da padrone è indubbiamente il malto con note di cioccolato.
Volevate qualcosa di più facile da bere? Pride & Joy Mild Ale è la risposta. La versione “Three Floyds” di un american mild ale, con un corpo leggero e beverino, che, insieme ad una buona dose di luppoli, nasconde l’insidia principale di questa session beer: l’alcool, addirittura 6.5% ABV molto difficile da percepire.
Preferite passare ad una birra scura? Topless Wych, una baltic porter molto piena, dove a dominare sono il caffè e il cioccolato. Non la più riuscita del gruppo, ma comunque buona.
Ancora non vi basta? Ci sono altre sorprese in serbo. Infatti, se vi piacciono le birre arroganti, alla Three Floyds c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ad esempio Dreadnaught IPA, un imperial IPA che non mancherà di devastarvi il palato e regalarvi un po’ di felicità. Oppure il Behemoth Barleywine, con un corpo denso di malti caramellati, capace di stendere un bisonte ma non per questo spiacevole – anzi (consigliato a fine pasto). Purtroppo non ho mai assaggiato nessuna delle loro stout (in genere sono disponibili in inverno, ma sono stato in quella zona solo d’estate), ma pare che se la cavino molto bene anche su quelle.

Infine, ci sono anche delle birre ospiti. Circa 8 linee di spina a rotazione, sia americane (Sierra Nevada, Victory) che europee (Murphy’s, Kasteel, Brugge), ma anche bottiglie: Dogfish Head, Stone, Jolly Pumpkin, Hair of the Dog così come Rochefort, Nogne O, De Dolle. Incluse alcune bottiglie invecchiate o comunque molto ricercate. C’è davvero molta varietà, anche se per le bottiglie i prezzi possono salire un bel po’ (fino ai 200 dollari per una Stone Vertical Epic ’03!). Noi non ci siamo lasciati scappare l’occasione e abbiamo tirato il collo ad una Dogfish Head Squall Ipa, una Imperial Ipa davvero eccellente.

Chiudiamo con un commento in breve. Quello che stupisce di questo piccolo birrificio è la maturità delle proposte. Nonostante la produzione sia ancora limitata, le birre hanno tutte un livello di cura per il dettaglio che lascia sorpresi. Difficile trovare delle imperfezioni: alcune produzioni sono davvero ben riuscite, altre un po’ meno, ma non ci sono mai difetti evidenti, o almeno noi non ne abbiamo trovate. Rimangono alcuni capolavori, come la Dreadnaught IPA e l’Alpha King. Buona ricerca!

Giacomo (alle tastiere)
Mattia (agli effetti visivi)

Birreggio 2010

Category : Festival

Anche quest’anno è giunto il momento di parlare di Birreggio (www.birreggio.tk), la festa delle birre artigianali che si svolge nei pressi dello Stadio Giglio di Reggio Emilia. Giunta alla terza edizione (qui la nostra recensione del 2009), Birreggio ha sia lo scopo di far conoscere la birra artigianale anche al pubblico meno avvezzo, che ricoprire un importante vetrina per nuovi birrifici, locali della zona o nomi eccellenti.

Rispetto all’anno scorso l’organizzazione e la logistica son rimaste le stesse, probabilmente proprio perchè nel 2009 tutto era funzionato a dovere. Gli stand birrai sono fondamentalmente quattro, più due di nuovi birrifici (Dada e Zimella (solo asporto e niente mescita), che nelle tre volte in cui son passato io non avevano nessuno dietro al banco), lo stand di MoBi e l’angolo gastronomico (ottimo gnocco fritto e salumi come se piovesse).
Un palco allestito poco distante offriva poi chiassosa e coinvolgente musica dal vivo.

Veniamo quindi alla parte birraia: detto di Dada e Zimella – che spero di ritrovare presto per vedere come se la cavano – i quattro stand erano quello del Dickinson Pub (co-organizzatore) che ha portato come sol solito le specialità belghe: Taras Boulba (Brasserie de la Senne), Dulle Teve (De Dolle), Saison IV (Jandrain de Jandrenouille), Tripel Klok più le birre del birrificio BirrOne di Vicenza. A fianco, il gazebo riservato all’associazione Carboneria Reggiana offriva BIA Ipa del Ducato, ArtigianAle di Bi-Du, White Dog Ipa, Statale 46 e a fine serata anche Cantillon Lambic: davvero niente male.

Scalando ancora di una posizione, troviamo Cesare dell’Orso Verde con le sue ormai famose birre, di cui abbiamo parlato in lungo e in largo (fin dal primo Salone della Birra Artigianale e di Qualità di Milano nel 2005): arruolate e in forma Edenblanche, Wabi, Nubia e Ruis. Abbiamo invece avuto l’impressione cha la Rebelde, seppur buona, fosse un pelo “giovane”.

Ultima “tappa” è il banchetto del Pigal, il circolo Arci che ospitava la serata: anche del duo Sierra Nevada Pale Ale e Brooklyn Lager – anche se sul cartello c’era segnata la Pale Ale – abbiam già parlato in più occasioni, e questa volta venivano accompagnate dalla Biere du Grand Monarque Lager (Birrificio Trevigiano) che purtroppo non abbiamo avuto occasion di assaggiare.

La serata, che ha visto anche le degustazioni, tenute da MoBi, di alcune birre – comprese quelle dell’Orso Verde – e la presentazione di EurHop!, è stata assolutamente piacevole e in linea con le aspettative createsi l’anno scorso: sicuramente un evento ben riuscito, ben organizzato. L’unico appunto, se vogliamo proprio farlo, è che rispetto all’anno scorso son cambiate poco le birre offerte: i birrifici presenti erano i medesimi e per chi, come me, frequenta assiduamente il Dickinson (cioè chi alla fine ha portato le cose più interessanti), le novità erano pochissime: su questo secondo me ci si può lavorare.

mattia

p.s. mi son dimenticato di fare le foto, uso quella dell’anno scorso, se qualcuno di voi lettori ne ha una e la vuole mandare, ci farebbe piacere e ovviamente verrà citato come autore della foto stessa.

Rock Bottom Brewery – Chicago (IL), USA

Category : Locali, Viaggi

Per una volta, contrariamente alla mia tradizione, parleremo di un posto che non fa della birra il suo punto di forza. O, meglio, parleremo di un locale che vorrebbe fare della birra il suo punto di forza, ma che ci riesce un po’ poco; e nonostante tutto, merita una menzione speciale. Capirete presto perché.

Rock Bottom Brewery è in realtà una catena di microbirrifici – non un locale singolo -, accomunati da uno stile comune. In ogni Rock Bottom (ce ne sono vari, sparsi per tutti gli Stati Uniti) troverete lo stesso stile grafico, un menu simile, e alcune tipologie di birre comuni. Ma  le similitudini finiscono qui: ogni Rock Bottom ha il suo mastro birraio e il suo chef, per cui non ci saranno mai esattamente le stesse cose. Gli stili della birra presenti includono: una lager (light lager, secondo loro), una birra di frumento, un ale rosso o ambrato, un brown ale, un pale ale, e una birra “scura” (in genere, una stout o una porter). Detto così, non parrebbe niente male: bisogna però accertarsi che la qualità sia quella a cui ci hanno abituati i microbirrifici americani.

Ahimé, purtroppo non è così: in tutti i Rock Bottom in cui siamo stati (n.d.a.: sono stato a quello di Chicago sia da solo che con Mattia, in altri esclusivamente per conto mio), le birre non sono mai state eccelse. Alcune sono passabili: l’IPA di Chicago non è affatto male – ma è una stagionale, non la troverete tutto l’anno -, acidulo e pungente; l’Erik the Red Ale è sufficiente sebbene con poca personalità (bello il colore, buono il corpo di malto, ma un po’ evanescente nel finale); l’Oatmeal Stout è discretamente riuscita. Un po’ insulse le altre birre offerte: Chicago Gold, Walleye Wheat, Line Drive Light.

In compenso, il cibo è di qualità più che sufficiente: anzi, mi sbilancio a dire che alcuni piatti offerti sono addirittura buoni. Nonostante le pietanze siano, in genere, quelle tipiche americani (burger, sandwich, pollo, manzo, pizze, insalatone), si trovano pure cibi più esotici (edamame, piatti di pesce un po’ “asiatici”), e tutto quello che ho assaggiato ha sempre fatto la sua dignitosa figura. I prezzi in linea con la città concludono il quadro.

Dopo tutto questo discorso, vi chiederete: si, ok, ma che cosa ha questo posto di speciale, tanto da meritare una visita? Me lo sono lasciato per ultimo, perché è forse la cosa più importante: la terrazza. Il Rock Bottom di Chicago si trova nel bel mezzo del Magnificent Mile, fra grattacieli imponenti, ed ha una terrazza sul tetto che lascia assolutamente basiti. Praticamente invisibile dalla strada, nonché isolata acusticamente a causa del trambusto cittadino, la terrazza in legno si trova in una locazione da videoclip musicale, tanto è surreale: isolata dal resto nel mondo, ma in mezzo a bellissimi palazzi – nessuno dei passanti vi noterà, ma voi potrete vedere tutti. Vi assicuro che l’atmosfera era talmente surreale, che ha lasciato di stucco sia me che Mattia, al punto da farci dimenticare per un attimo che le birre non erano niente di speciale. E siccome non c’è solo l’alcool nella vita (si, ho scritto questa frase apposta per farmi insultare nei commenti sottostanti), se capitate da quelle parti quando c’è bel tempo, regalatevi una bevuta per una volta con vista.

Testi: Giacomo
Musica: Mattia

Blind Tiger – New York City (NY), USA

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Category : Locali

Nell’area di New York City ci sono molti birrifici, microbirrerie e brewpub (mi vengono in mente Sixpoint, Brooklyn Brewery, Chelsea Brewing Company, Heartland, e la lista continua), tra i quali non ho mai mancato di trovare qualcosa che mi piacesse; ma immagino capiti anche a voi di voler andare in un posto, senza dover scegliere prima che cosa bere. Perché limitarsi ad un solo birrificio, se posso andare in un pub che tiene un’ottima selezione delle migliori birre che si possano trovare? Ed ecco che in nostro soccorso arriva la Blind Tiger Ale House, senza dubbio il mio pub “birraio” preferito a Manhattan. Ma andiamo con ordine.

Nel cuore dello West Village (Google Maps), non lontano da Washington Square, e facilmente raggiungibile in metropolitana (linea rossa 1-2, oppure A-C-E), Blind Tiger si trova in una zona di ristorazione: i blocchi lì intorno sono pieni di bar e ristoranti. A mio parere, non è certo una delle zone più affascinanti della città, e anzi, se non ci fosse Blind Tiger avrei pochi altri motivi per andarci (anche se magari mi sono perso una miriade di locali fantastici – chi ha il tempo per provarli tutti?). In realtà, anche il pub inizialmente era da un’altra parte (Hudson Street, al limite sud dello West Village), ma dopo essere stato spodestato da Star Bucks, ha deciso di spostarsi più a nord, in un piccolo locale costruito con legno proveniente da una fattoria del XIX secolo. Sarebbe stato un gran peccato perdere un’istituzione della scena delle birre artigianali newyorkese. Una nota piacevole: il locale è privo di televisioni. Se a voi questo sembrerà normale, sappiate che negli Stati Uniti non è raro imbattersi in locali con più schermi televisivi che metri quadri, e la cosa mi da un fastidio incredibile (mia opinione personale, ma dal momento che mi state leggendo, ve la beccate tutta). I pub in particolare tendono ad essere afflitti da questa piaga. Ma a Blind Tiger potrete riposare gli occhi in santa pace, coccolati dall’innocuo baccano di una massa di potenziali ubriaconi, senza essere obbligati a sorbirsi l’ultima, noiosissima partita degli Yankees.

Passiamo a discorsi più interessanti. L’idea dietro al locale è semplice: solo birre di qualità. Lì dentro si può scegliere ad occhi chiusi, e quello che vi verrà portato non vi deluderà.  Circa 30 linee di spina (il numero di quelle disponibili può variare leggermente), a rotazione, selezionate tra le migliori birre artigianali di tutto il mondo. La maggior parte delle produzioni è nordamericana, ma si trova sempre qualcosa anche di belga. Non ci sono limitazioni di stile o birrificio: la rotazione consente di avere un po’ di tutto, dalle imperial stout alle pilsner, passando per barley wine, ma con un occhio di riguardo per i pale ale, che vanno per la maggiore negli USA. Un’occhiata al sito ufficiale consente di farsi rapidamente un’idea di cosa sia disponibile.

Nella mia ultima visita (è un po’ come scartare i regali di Natale), siccome sono stato bravo, la tigre cieca mi ha portato Left Hand Milk Stout (cream stout, molto delicato, ben bilanciato e vellutato), Rogue Brutal Bitter (una bitter preparata con così tanto luppolo Crystal, forte ed aromatico, che si avvicina ad una IPA), Goose Island IPA (ne ho già parlato qua, anche i muri sanno quanto mi piace), Green Flash West Coast IPA (ottimo esempio di IPA, con un corpo di malto di media robustezza, e un trionfo di luppoli con finale acido), per finire con Dick’s Barley Wine (buona carbonatura, dolce ma non in maniera eccessiva – un barley wine non devastante come altri suoi compagni, e per questo più facile da bere). La lista è lunga, e quello che più apprezzo di questo locale è che la selezione è sempre molto, molto varia. In genere ci sono una ventina di birrifici diversi rappresentati, e anch’essi ruotano, per cui si può trovare veramente di tutto. Alcuni classici della East Coast e dintorni sono comunque quasi sempre presenti: Smuttynose, Brooklyn Brewery, ma anche Goose Island, Sly Fox. Tra le belga, Cantillon è un classico.

Oltre alle spine, c’è anche una selezione di bottiglie. Ammetto di non aver mai guardato in dettaglio la lista delle bottiglie, perché mi fermo sempre alle spine. So che ci sono numerose bottiglie invecchiate: ho visto Chimay blu con vari anni di stagionatura, barley wine, lambic.

Le birre sono sempre servite in un bicchiere appropriato, e con una buona spillatura, per quanto mi è capitato di vedere. Nonostante la calca che c’è spesso al bancone, si riesce a farsi servire in un tempo decente, visto che nelle ore di punta ci sono almeno 3-4 persone addette alla spine.

In più, vari eventi birrai sono organizzati praticamente tutte le settimane: il mercoledì è dedicato ad un birrificio artigianale, sempre diverso, del quale troverete sul posto il mastro birraio per bere assieme una pinta e scambiare due chiacchiere. Naturalmente questo implica che le spine del locale si adeguino al birrificio ospite, proponendo a volte decine di birre prodotte dal mastro birraio in questione. Leggenda vuole che, per una di queste serate, siano arrivati a dedicare l’intero impianto ad un solo birrificio, includendo 28 birre alla spina, 2 a pompa, e 1 a caduta.

I prezzi sono assolutamente in linea con la media statunitense. Quando andate in un pub che fa della qualità delle birre il suo forte, dovete aspettarvi di pagare tra i 6 e gli 8 dollari per una pinta, e Blind Tiger non fa eccezione. Siccome questi prezzi sono praticati anche in città molto meno costose di NYC, trovo che sia perfettamente accettabile. E’ possibile anche mangiare qualcosa, sebbene la lista di piatti non sia lunghissima. Non ho mai testato la qualità del cibo, quindi non so dare consigli; però la zona pullula di ristoranti, e se la cena non vi soddisfa, non avrete problemi a trovare qualcos’altro.

Cos’altro aggiungere? Adoro questo posto. Non è solo la lista delle birre che conta, ma anche l’ambiente: e questo piccolo e affollato locale, ripieno di autoctoni ma anche amanti della birra in viaggio, ha stoffa da vendere. Andateci appena possibile. Un’ultima cosa: siccome il pub è davvero piccolo, e ci va davvero tanta gente, conviene andare presto (intorno l’ora di cena, 7PM), specialmente di venerdì e sabato.

Giacomo
(P.S: le foto che avevo fatto, siccome sono un’idiota, le ho perse e me ne scuso;
ringrazio i rispettivi autori)