Alfieri…

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Category : Birra, Notizie in breve

…dell’uomo del Giappone. Che, per quanto riguarda il nostro sito, è sempre stato il buon Gabriele, che già immagino commosso e abbracciato a una spina del Popeye di Tokyo (costantemente tra i migliori locali di birra al mondo su Ratebeer).

La notizia, in questo caso, è che il vulcanico Alex Liberati ha cominciato tramite la Impexbeer a distribuire per la prima volta in Italia due tra i birrifici giapponesi più amati dai rater, vale a dire la Baird Brewing Co. di Shizouka e le Hitachino Nest prodotte dalla Kiuchi Brewery di Ibaraki.

I più fortunati di voi (in qualche pub che ha già fatto scorta, in qualche beer shop, o anche in fiera a Rimini) avranno già avuto modo di assaggiare le novità del catalogo, vale a dire una selezione di bottiglie davvero interessanti. Ce ne siamo procurati una piccola scorta pure noi, anche perché eravamo curiosi di sentire se erano arrivate indenni dal viaggio, oltre che un po’ nostalgici.

Per quanto riguarda la Baird, si tratta senza dubbio di uno dei più interessanti produttori artigianali del Giappone. Fondata da Bryan Baird, un birraio americano residente nel paese del Sol Levante, ha due locali a Tokyo (uno visitato da Gabriele lo scorso anno) e uno di freschissima apertura a Yokohama, oltre all’ormai storico brewpub nel paesino di Numazu.

Al riassaggio in bottiglia quelle che abbiamo provato passano tutte a pieni voti, con la Rising Sun Pale Ale davvero sugli scudi. E dire che, trattandosi comunque di un birraio che fa di freschezza ed equilibrio i suoi punti di forza, l’imbottigliamento e il viaggio rappresentavano una bella incognita per noi che avevamo provato le sue creazioni solo alla spina e direttamente alla fonte. Prova invece brillantemente superata, e se magari su 6 birre provate ce n’erano un paio non proprio stellari, la maggior parte se le gioca alla grande con le migliori produzioni del nostro paese. Publican avvisato…

Per quanto riguarda le Hitachino Nest, invece, c’era qualche perplessità fin dalla scelta delle birre: la nostra scelta sarebbe ricaduta su altri nomi che ci hanno davvero entusiasmato nelle nostre bevute asiatiche (per fare un nome a caso, la Swan Lake). Le ottime valutazioni su ratebeer secondo noi sono figlie della leggermente più facile reperibilità negli States (Mattia e Giacomo han trovato qualcosa quest’estate al Local Option di Chicago) delle Hitachino rispetto ad altre birre giapponesi, anche perchè talvolta la superiorità di altre connazionali ci era sembrata davvero netta.

Perplessità non del tutto fugate dal riassaggio di qualche bottiglia: se la Espresso Stout passa agevolmente il test (con un vero trionfo di caffè), la Red Rice si arena miseramente sui palati rifiutandosi di scendere. D’altra parte, si tratta di una varietà di cereale che si dice porti fortuna, un po’ come le lenticchie a capodanno dalle nostre parti (mentre scrivo ho già il terrore che qualche birraio italiano trovi ispirazione da questa affermazione).

Insomma, da parte nostra massima soddisfazione nell’annunciare lo sbarco di alcuni microbirrifici che abbiamo davvero amato, sperando che ne possano seguire anche altri, magari grazie al probabile successo che potrebbero raccogliere nei prossimi mesi…

PS. da Gabriele:
da bravo uomo del Giappone, tra un mesetto sarò di nuovo nella terra del Sol Levante (sta cosa sta diventando patologica, me ne rendo conto…). Chissà, magari tornerò con l’anteprima di qualcosa che poi vedremo anche dalle nostre parti.
Per chi fosse da quelle parti durante le stagione dei ciliegi, passate a farmi un saluto! Mi troverete all’altro locale di Tokyo della Baird, oppure abbracciato a una spina del Popeye.

Baird Brewing Naka-Meguro Taproom (Tokyo, JP)

Category : Locali, Viaggi

Ormai giunto al mio sesto viaggio in Giappone, e il quarto in cui la birra gioca un ruolo importante, decido che bisogna provare qualcosa di nuovo. Negli ultimi viaggi infatti mi ero un po’ fermato sugli stessi luoghi che da soli garantivano una tale varietà di birre mai provate da non richiedere ulteriori sforzi di ricerca (ovvero il Popeye, che tra l’altro quest’anno si è beccato un meritato 5° posto al mondo nella classifica dei beer bars di Ratebeer).
Occhei, mi sono detto, non questa volta. Raccogliendo informazioni prima della partenza, viene fuori che il birrificio Baird, uno di quelli che mi avevano meglio impressionato nei viaggi scorsi, ha non uno ma ben due brewpub a Tokyo, uno aperto da poco ad Harajuku e uno leggermente più datato a Naka-Meguro. Decido che mi ispira di più il secondo, e mi ci dirigo in un freddo martedi sera.

Ma prima un po’ di storia: la Baird Brewing Co. nasce nel 2000 per mano di Bryan Baird, americano emigrato in Giappone, e di sua moglie Sayuri. La produzione, così come il primo storico locale di mescita, si trovano a Namazu, un paesino di pescatori non distante da Shizuoka, alle pendici del monte Fuji. Al momento, il birrificio ha 9 produzioni stabili, che variano dalla birra di frumento alla stout, dalla lager alla imperial IPA. A queste si affiancano innumerevoli produzioni “stagionali”, alcune delle quali sono in tutto e per tutto produzioni uniche.


Mi è difficile anche ricordare quante ne ho assaggiate effettivamente, ad occhio e croce direi una dozzina nei vari viaggi, ma quello che è certo è che lo stile del mastro birraio è presente in tutte. La caratteristica principale è l’equilibrio assoluto, perfino nelle single hop che ho provato il luppolo era ben evidente ma mai aggressivo. Equilibrio che però non appiattisce mai le birre, e che le rende tutte strabevibili. Per provare a trovare un difetto, diciamo che tendono ad essere un po’”giapponesi”, nel senso che non sempre il corpo e il finale mantengono le promesse dell’aroma, vero punto forte della maggior parte della linea.

La Naka-Meguro Taproom si trova in un edifico di pochi piani che contiene anche negozi ed uffici; non esattamente lo stabile più invitante del mondo. Il locale è un grande stanzone molto luminoso, con muri bianchi e arredamento interamente di legno chiaro, dal bancone ai tavoli alle sedie. Il banco occupa interamente il lato di fronte all’ingresso, mentre gli altri lati sono interamente presi dal classico “appoggino” con sgabelli alti. Al centro della sala ci sono un paio di tavoli lunghissimi, direi da una trentina di posti ciascuno, più qualche altro tavolo più intimo.


Alle pareti fanno bella mostra di sè dei quadri che riproducono le etichette delle birre Baird. Disegnate da tal Nishida Eiko, sono in assoluto tra le più belle etichette che mi sia mai capitato di vedere. Stessi disegni sono anche riportati sulle spine, poste in una lunga fila e divise in due gruppi, fisse da una parte, stagionali e ospiti dall’altra (in questo caso, una Great Divide Hibernation Ale e altre due americane che francamente non ricordo).

La scelta del cibo è molto varia, pur rimanendo nel tipico pub food giapponese (leggasi: molto fritto ma spesso con qualcosa di ricercato). I prezzi della birra sono standard per il Giappone, una pinta viaggia tranquillamente sui 7 euro, ma sono possibili vari menu di degustazione.Il cibo invece è abbastanza caro, e non so dire se sia buono o meno perchè mi ero già riempito a sufficienza in un ristorante economico lì davanti.
Tra le birre, da segnalare la sempre splendida Saison Sayuri (profumatissima saison primaverile), le single-hop Kiwi (con Nelson-sauvin) e Simcoe, e quella che secondo me è la vera ammiraglia del lotto, la Rising Sun Pale Ale, che davvero non smetterei mai di bere. Tra quelle più deludenti invece la Ganko Oyaji Barley Wine, ma è un problema che ho io coi barley wine giapponesi, che trovo sempre troppo monocorde per giustificare il tasso alcolico (e la spesa).

In conclusione, un ottimo brewpub che non sfigurerebbe assolutamente nel confronto con quelli europei, con birra buona e un impianto a regola d’arte. Consiglio assolutamente una visita in caso di viaggio a Tokyo (magari meglio il locale di Harajuku, che è in una zona più turistica). Ovviamente, se si ha poco tempo meglio dirigersi al Popeye per avere una panoramica completa della scena birraia artigianale in Giappone, di cui comunque Baird è uno degli esponenti più rappresentativi (e più buoni, che non guasta).

‘t Arendsnest – Amsterdam (NL)

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Category : Locali, Viaggi

Amsterdam è una città stupenda e molto frequentata dai turisti italiani. Quello che non molti conoscono, però, sono i luoghi della birra di Amsterdam. Il Wildeman, un’autentica istituzione per gli appassionati di birra di tutto il mondo, l’abbiamo raccontato in precedenza.

Situato in Herengracht al 90, nel pieno centro di Amsterdam (per chi conosce la città è uno dei canali più famosi, più o meno a metà strada tra piazza Dam e il museo dedicato ad Anna Frank: per chi avesse meno dimestichezza con la geografia della capitale olandese, c’è sempre Google Maps ) l’Arendsnest è un posto più unico che raro.

Peter Van der Arend, competente appassionato di birra e whisky, ha aperto il suo locale diversi anni fa. L’intento era di creare qualcosa di diverso, vale a dire un locale che servisse birre prodotte nei Paesi Bassi: niente Belgio, niente Germania, ma solamente ciò che viene brassato all’interno dei confini nazionali, proprio in risposta ai tantissimi locali che servono birra belga (curiosità: proprio a fianco dell’Arendsnest c’è un ristorante di cucina belga).

Un locale fatto a misura del gestore fin dal nome (tradotto letteralmente, infatti, è “il nido dell’aquila”, un gioco di parole con il suo cognome), tutto in legno, confortevole e accogliente, che vanta di essere l’insolito “privilegio” di essere l’unico bar specializzato nel servire almeno una birra per ogni birrificio olandese, dai microbirrifici ai grossi marchio industriali. La traduzione in pratica del seminale “Nederlandse bierbrouwerijen”, scritto da Peter qualche anno fa e testo di riferimento per conoscere la scena birraria del paese nella sua interezza.

Per certi versi, ricorda il Popeye Beer Club di Tokyo (che serve quasi esclusivamente birra giapponese), di cui si era parlato qui.

Alla solita lavagna tocca il compito di illustrare l’offerta alla spina, che è di assoluto prestigio, con oltre 20 linee scelte a rappresentare il meglio della produzione nazionale. Una buona parte dell’attenzione è dedicata a La Trappe, l’unica birra trappista prodotta al di fuori del Belgio. La produzione della birra nell’abbazia di Onze Lieve Vrouw van Koningshoeven, come testimonia la fotografia qui sopra, è ampiamente rappresentata all’Arendsnest.

Non c’è luogo migliore al mondo per approfondire la scena microbirraria olandese dell’Arendsnest: per lo più si tratta di nomi che in Italia sono ancora quasi sconosciuti, ma che Tim Webb trattava già nell’edizione 2002 della Good Beer Guide to Belgium & Holland. A proposito di nomi famosi: da qualche parte nel pub c’è l’immancabile testimonianza fotografica del passaggio di Michael Jackson, che fu presente addirittura all’inaugurazione del pub, avvenuta nell’ormai lontano 12 luglio 2000.

Qualche nome che merita considerazione? Volendam, ‘t Ij (il birrificio di Amsterdam: vi consiglio Struis, Plzen, Columbus e Vlo), Us Heit (il birrificio della Frisia), Jopen (favolosa la Extra Stout alla spina, ma anche Koyt e 4 Granen Bok non deludono) e ovviamente la “sensazione” De Molen (da provare: Amarillo, Amerikaans e Hel & Verdoemenis, sia alla spina che in bottiglia), un birrificio che anche in Italia comincia a riscuotere successo tra gli appassionati.

Curiosità: c’è anche una house beer (Herengracht 90, prodotta dalla de Schans), anche se non ho ancora avuto occasione di provarla. Poco male, sarò da quelle parti tra circa un mese e mezzo e vi saprò dire.

Report da Tokyo parte 3: birre artigianali giapponesi al Popeye

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Category : Locali, Viaggi

Per la terza e ultima parte del nostro racconto sulla birra di qualità a Tokyo abbiamo voluto tenere in serbo qualcosa di davvero speciale: il Popeye Beer Club, situato a Ryogoku, il quartiere di Tokyo famoso per la lotta sumo.

Ci sono luoghi dove la birra non si beve, si assapora. Ci sono posti al mondo dove la cultura birraria la si percepisce nel personale, nei clienti, nei muri stessi, e ti senti fortunato quando ci entri, li scopri, hai il privilegio di poter aver visto, provato, sentito. Il Popeye corrisponde a tutte queste caratteristiche, è di medie dimensioni e molto accogliente, con un classico arredamento “da pub” occidentale. Una lavagna sulla parete sinistra del locale illustra l’offerta alla spina, vantandosi (e ci mancherebbe altro!) di un numero di linee a dir poco impressionante (intorno alle 70!), probabilmente tra i più alti al mondo.

Ma andiamo con ordine. Che dire della scena dei microbirrifici giapponese? Intanto, che è quasi sconosciuta a chi non visita il Giappone. E’ una scena relativamente giovane: solo nel 1994 il governo varò una legge che concedeva una licenza di produzione di birra anche per birrifici di medio-piccole dimensioni (abbassando il limite minimo di produzione a 20 ettolitri l’anno). Il Popeye nacque proprio in quell’anno, e la scena crebbe molto rapidamente: già nel 1999 il Giappone aveva ben 310 microbirrifici (oggi scesi a circa 280). I generi più popolari sono le ale di ispirazione americana (pale e amber), ricche di luppoli e di gusto, ma c’è molta varietà anche di birre “bianche” alla belga, di barley wine e di stout. E, per ricollegarsi alle considerazioni del report precedente, mancano quasi del tutto le birre di ispirazione europea, e belga in particolare.

Al Popeye comunque si trova tutto questo e anche di più (non mancano mai delle birre americane alla spina: nel periodo in cui siamo stati noi, la parte del leone la faceva la Rogue, marchio ben noto anche in Italia, di cui abbiamo provato in particolare la Brutal Bitter e la Shakespeare Stout). La nostra prima visita è stata la sera di venerdì 17 ottobre. Il locale era affollato da appassionati di birra, giapponesi e non, e per trovare modo di sederci tutti insieme (ci siamo presentati in sei in un orario in cui il locale era già abbastanza pieno) c’è voluta un po’ di pazienza. Non c’è voluto molto, invece, per sentirsi subito a casa: personale competente, birre di assoluto livello che eclissano senza troppe difficoltà il grosso della produzione omologa italiana, atmosfera rilassata e clientela appassionata. Una lista bilingue (un semplice foglio A4 fronte/retro) illustra l’offerta in giapponese e inglese: tipologia, nome, gradazione e nella maggior parte dei casi pure indice di bitterness (che in italiano verrebbe amarezza, se non fosse che l’amarezza in una birra è gioia del palato). C’è per quasi tutte le birre la possibilità di scelta tra mezza pinta e pinta (i barley wine vengono serviti in tagli inferiori, di solito), e oltre a questo c’è la possibilità di effettuare degustazioni di prova.

La serata è così passata piacevolmente di birra in birra, assaporando e gustando il meglio della produzione locale, tra qualche scelta sicura (la Yona Yona Real Ale, di cui Gabriele diffonde il vangelo fin dal suo primo assaggio) e tante “a sensazione”. Da menzionare assolutamente anche i prodotti del birrificio Swan Lake (davvero ottima la Amber Ale)  e quelli del Baird (su tutte la Rising Sun e, fosse anche solo per il nome, la Big Red Machine Fall Classic Ale). Nella parte finale della serata, abbiamo chiesto il permesso di fare qualche foto per il sito, e grazie alla nostra amica Akiko (che si è prestata a fare da interprete) abbiamo avuto modo di parlare con Aoki-san, gestore del Popeye fin dall’apertura, che si è dimostrato molto gentile e disponibile, nonchè interessato ad avere informazioni sulla situazione birraia in Italia.

Pur nel nostro forsennato giro di Tokyo, tra un quartiere e l’altro, tra un pub e l’altro, tra una cena e un negozio particolare, siamo riusciti a organizzare una seconda visita al Popeye nella nostra ultima serata a Tokyo. Siamo entrati e lo staff ci ha salutato calorosamente, ricordandosi della nostra precedente visita (più tardi ci hanno anche mostrato di aver messo una foto della nostra combriccola su di una parete del locale….eravamo commossi). Ci siamo presentati abbastanza presto e non abbiamo avuto difficoltà a sederci, anzi ne abbiamo approfittato per piazzarci sotto la mitica lavagnetta.La lista era già sensibilmente cambiata, segno che la rotazione è abbastanza alta, e in effetti il menù viene davvero stampato ogni giorno. Pur cercando di variare e di provare sempre nuove birre non siamo proprio riusciti a trovarne di cattive, anzi.

L’atmosfera amichevole, la competenza del personale e la passione sincera di Aoki-san, unite a un’offerta di birre artigianali giapponesi stupefacente per quantità e qualità, fanno del Popeye Beer Club un pub unico al mondo, un posto da non perdere nella vostra prossima visita a Tokyo.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)

Report da Tokyo: parte 2, birra belga dall’altra parte del mondo

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Category : Viaggi

Nel primo report abbiamo parlato dell’amore dei giapponesi per la propria birra “industriale” e dei grandi marchi internazionali molto diffusi. In questo secondo ci dedichiamo alla birra belga e a dove berla a Tokyo. Innanzitutto, a Tokyo i cafè in stile europeo dove poter bere birra belga sono relativamente pochi rispetto ad altri generi di locale. Ma “relativamente pochi” in una città enorme e densa di cose come Tokyo significa comunque un numero decisamente sufficiente. Nella nostra breve permanenza abbiamo avuto modo di visitarne diversi in diverse zone della città, tutti facilmente raggiungibili con metropolitana o con i treni urbani della JR.

Il prototipo di cafè belga è un pub di dimensioni contenute, con arredamento in legno e frigo delle bottiglie in bella vista al centro del locale. Il numero delle spine è di solito limitato (da 3 a 5 circa), mentre il numero di bottiglie è di tutto rispetto (da 80 a 100 e oltre). La temperatura è sempre impeccabile (come la spillatura), mentre le bottiglie vengono spesso versate tutte in un colpo, come se il lievito in sospensione non esistesse, purtroppo. I locali tendono a somigliarsi davvero tanto, dall’arredamento alla scelta delle birre ai prezzi. Abbiamo scoperto che alcuni di essi sono in effetti parte di 2 distinte catene, che però si riforniscono probabilmente dal medesimo importatore, che ci pare di capire sia l’unico presente a Tokyo.

Le birre infatti tendono a essere più o meno sempre le stesse. Alla spina fa bella mostra di sè la Chimay “bianca” (leggermente più morbida della controparte in bottiglia, ottima) fiancheggiata da una o due bianche (Hoegaarden della Inbev e la nuova Vedett della Moortgat). In bottiglia la scelta è decisamente più ampia, con buona attenzione ad alcuni birrifici da noi molto amati (tipo Dupont, Het Anker, De Dolle, StFeuillien e più o meno tutte le trappiste), la totale assenza di altri, e una spesso sorprendentemente ampia lista di birre a fermentazione spontanea (Cantillon, Boon, Girardin e altre ancora). Le (poche) ragazze viste in questi locali invece erano sempre dedite a kriek o framboise.

Quasi tutti i pub di birra belga da noi visitati a Tokyo appartengono a questa categoria standard: Belgo (Shibuya), Favori (Ginza), Hemel (Shibuya). [NDGabriele: Anche i pub visitati nei miei viaggi precedenti (Les Hydropates, che però sembra non esistere più, Brussels e Frigo) non si discostavano affatto]. Solo uno fa davvero eccezione, per la passione messa dal gestore e per la sua particolare storia personale: il Bois Cereste, gestito da Masaharu Yamada nel quartiere di Akasaka.

Linterno del Bois Cereste

Yamada-san ha vissuto diversi anni in Belgio come pianista jazz, e al suo ritorno in patria aprì quello che è probabilmente il pub belga più longevo del paese. La lista comprende oltre 140 birre in bottiglia, l’atmosfera è piacevole e rilassata e, di tanto in tanto, Yamada-san interromperà la musica diffusa per sedersi al piano (integrato al bancone!) e allietare la vostra serata. Una persona che sa trasmettere la sua passione per la birra, coltivata continuando a visitare il Belgio ogni anno per dedicarsi a tour di birrificio in birrificio.

Durante la nostra serata al Bois Cereste abbiamo avuto modo di conoscerlo e parlarci, condividendo la passione comune per la birra e le esperienze di viaggio (compresi gli album fotografici dei suoi viaggi in Belgio), il tutto mentre sorseggiavamo una Cervesia (Dupont) invecchiata in modo fantastico. [NDGabriele: il frigo di Yamada-san riserva sempre ottime sorprese, lo scorso aprile fu la volta di una Westmalle Tripel invecchiata che era davvero la fine del mondo]

Per concludere, l’impressione è che l’amore che i giapponesi hanno per la birra non li spinga comunque più di tanto verso cose più “esotiche”. I pub che abbiamo visitato, seppur sempre in giorni lavorativi, erano ben lontani dall’essere pieni, nonostante le piccole dimensioni. I più sono forse scoraggiati dai prezzi: alcune bottiglie da 33cl possono costare anche cifre vicine ai 10 euro, quelle da 75cl superano abbondantemente i 15. Probabilmente anche il fatto che esista un fornitore unico fa sì che la scelta delle birre rimanga sempre uguale a se stessa, non invogliando i clienti più curiosi. Di fatto, tra le birre proposte non se ne trovano di relativamente recenti (un birrificio su tutti, Rulles) e la moda del luppolo a tutti i costi non sembra essere mai arrivata in Giappone. Tutte cose dovute sicuramente a motivi geografici che rendono difficili i contatti diretti e lo scambio di informazioni tra pub e fornitori. Ma a parte questo sembra che davvero lo stile belga non sia esattamente nelle corde dei bevitori del Sol Levante. Questo si riflette perfettamente nella direzione che sta prendendo la scena dei microbirrifici in Giappone, di cui parleremo in maniera estesa nel prossimo post.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)

Report da Tokyo: parte 1, introduzione

Category : Viaggi

La reazione più comune riscontrata dalle nostre parti è un misto di stupore e incredulità, quando si parla di birra e Giappone.

Eppure, la storia della birra in Giappone non è poi tanto diversa da quella italiana: viene introdotta nel paese del Sol Levante dal 1850 circa e tra il 1869 e il 1899 nacquero i principali gruppi birrari che ancora oggi dominano il mercato locale (Asahi, Kirin, Sapporo, Suntory).

I primi tre sono marchi noti a chiunque abbia avuto occasione di cenare in un ristorante giapponese, mentre il quarto (almeno a livello di whisky) è ben noto a chi ha visto Lost In Translation.

Facendo un giro per le strade di Tokyo, e soprattutto all’interno dei mezzi pubblici, è impossibile non notare la quantità di manifesti pubblicitari dedicati alla birra, sicuramente molti più che da noi. Segno che il mercato interno è più che attivo e rivolto a diverse fasce di pubblico (facile trovare il manifesto della “Strong Seven”, la nuova forte della Kirin, accanto a quello della “Zero”, la birra dietetica della stessa marca). Sbaglia chi pensa che in Giappone si beva principalmente sake, shochu o altri liquori tipici. La verità è che ai giapponesi la birra piace, e ne consumano parecchia, sia a tavola che nei bar e nei locali.

Tant’è che la birra in Giappone può essere trovata più o meno ovunque, come del resto in Italia. Supermercati, bar, pub e persino distributori automatici agli angoli di strada. La parte del leone la fanno la Asahi e la Kirin che da sole raggiungono il 75% del mercato, soprattutto grazie ai loro prodotti di punta, rispettivamente Super Dry e Lager. Curiosità: se in Italia molti produttori industriali si dedicano a birre rosse e/o doppio malto come prodotto “alternativo” nella propria linea, in Giappone le linee sono decisamente più ampie e varie, e sono molto presenti le birre scure: i birrifici industriali propongono dark lager, i microbirrifici stout di vario genere.

Guarda dov’è il palazzo della Asahi a Tokyo!

<i>Il palazzo della Asahi ad Asakusa, giallo come la Super Dry, e con la “schiuma” in cima</i>

Per quanto riguarda le birre di importazione, esse hanno un mercato tutto sommato marginale e ristretto a pochi marchi di facile reperibilità: Guinness, Heineken e Bass si trovano senza grande sforzo, mentre tanti altri nomi molto noti a livello mondiale rimangono confinati al circuito dei pub inglesi o irlandesi.

E’ presente anche una scena molto vivace di microbirrifici, di cui parleremo tra qualche giorno in un post pieno di sorprese.

Se i prodotti più diffusi e noti anche da noi sono tutto sommato trascurabili per un amante della birra di qualità, c’è chi ha deciso di riservare una linea “speciale” per chi ama la buona birra.

Stiamo parlando della Sapporo e della linea Yebisu, e per approfondire (ma soprattutto degustare) ci siamo recati al Beer Museum Yebisu a Ebisu.

Un museo piccolo piccolo, essenziale, che illustra con pannelli in giapponese e inglese la storia della birra in Giappone, la storia della Sapporo, i manifesti pubblicitari storici. Le cose classiche, insomma. L’ingresso è gratuito, la struttura facilmente raggiungibile con treno/metro (fermata di Ebisu, ovviamente), e si può così avere accesso alla “tasting lounge”, luogo deputato all’assaggio dei prodotti “di qualità” della Sapporo.

Guarda dov’è il Beer Museum Yebisu

I vassoietti di assaggio nella tasting lounge

Si ha la scelta tra prendere il vassoietto “di assaggio” (4 bicchieri da 0,1L) oppure una pinta di una delle birre presenti (circa 6-7). Oltre alle Yebisu (premium e black) troviamo anche una weiss e un paio di ale niente male.

E prima di uscire, un piccolo gift shop in cui trovare merchandising di vario genere della Sapporo a prezzi più che abbordabili.

(foto di Gabriele, testo di Alessio e Gabriele)