Gingerman – Austin (TX), USA

Category : Locali

Gingerman è, come si può vedere dal sito ufficiale, una famiglia di pub americani in Texas. In realtà poi la famiglia si è allargata anche ad altri posti: sono al corrente di un Gingerman in New York City, e forse ce ne sono altri. Curiosamente, il pub di NYC ha un sito a parte, anche se ha lo stesso logo. Ma sto divagando, quindi ritorno sull’argomento principale: Gingerman in Texas, e per la precisione, ad Austin. Il logo, qua sotto, dice molto sul tipo di locale.

Austin non è una tipica città Texana, e anzi, il centro città è dinamico e pieno di locali, con molta musica dal vivo (Austin è conosciuta come la città dei concerti). C’è anche una certa attenzione alla birra artigianale, ma questo non sorprende: negli USA, sono moltissimi i pub che offrono, accanto alle marche più note, anche qualche birra di microbirrifici, spesso locali. Ma Gingerman fa delle birre artigianali il suo punto di forza, non soltanto un’offerta per soddisfare qualche palato. Per cui non potevo non farci almeno una visita.

Iniziamo con la informazioni tradizionali. Il pub si trova in downtown Austin, leggermente fuori dalle zone più frequentate, ma proprio leggermente (circa un blocco). L’arredamento è in legno, come nella maggior parte dei pub, e dietro il bancone una linea impressionante di spine fa bella mostra di sé. Tuttavia, non ho avuto modo di studiare con cura l’interno del locale, perché sono sempre stato nell beer garden sul retro. Infatti, a novembre le temperature di Austin sono tali da invogliarti a stare fuori quanto più possibile, e il beer garden, incastonato tra i grattacieli, è una piacevole sorpresa (non è così impressionante come la terrazza del Rock Bottom di Chicago, ma è comunque un bel posto).

E passiamo finalmente alle birre. Si vede subito che qui non scherzano. Tra le spine, ci sono birre tedesche (Spaten, Schneider), Belga (Chimay, Duvel/Moortgat, Bosteels), e qualcosa sparso di altri paesi (Pilsner Urquell, Boddington’s, Harp). Ma la parte del leone è ovviamente rappresentata dagli Stati Uniti, e ci sono più di 70 spine in totale. Molte le birre di birrifici texani, come: Live Oak, Independence, 512, Franconia, St. Arnold. Ottima la selezione e la sua varietà: ci sono birre di un po’ tutti gli stili, inclusi alcuni capolavori.

Nelle mie visite, ho avuto il piacere di assaggiare, tra le texane: 512 Pecan Porter, una porter molto solida e robusta di cui mi ha stupito la qualità dei malti (l’aroma di pecan, usate nella produzione, è quasi inesistente), 512 IPA, ben bilanciata ma non eccelsa, Live Oak Liberation, un discreto IPA con luppolatura a secco di Cascade, Independence Oatmeal Stout, una stout molto alcoolica con un’ottima texture vellutata, ma non pienamente convincente nel corpo.

Tra le birre non texane, non mi sono lasciato scappare la Stone Smoked Porter (così affumicata da sembrare una rauchbier, ma è una Stone, come si fa a non prenderla?), Victory Storm King (imperial stout di assoluta qualità – devastante come ci si può attendere, ma impeccabile sotto ogni punto di vista), Sierra Nevada Harvest, e una Schneider Aventinus, che non è americana ma che mi sentivo moralmente obbligato a godermi.

Finito qui? Assolutamente no. Infatti c’è anche una buona selezione di bottiglie di tutti i paesi, sebbene le bottiglie non siano così impressionanti come le spine, e vedo poche occasioni in cui in un posto del genere, possa venire voglia di una bottiglia (con tutto quello che c’è alla spina!). E la parte migliore è il prezzo: le pinte sono a 4.75 dollari, 4.25 durante l’happy hour! E’ quasi incredibile come possano permettersi un prezzo del genere (da notare che alcune birre sono un po’ più costose, ma la grande maggioranza è a 4.75 dollari). Non posso fare commenti sulla rotazione delle birre, ma da quello che ho visto, è piuttosto rapida. Infine, c’è anche qualcosa da mangiare, ma di certo non a livello di un ristorante – solo poche scelte tipiche da pub. Da segnalare l’importantissima presenza di una (1) birra analcoolica nel menu delle bottiglie: Clausthauler Amber, che si è fatta tutto il viaggio dalla Germania per essere bellamente ignorata dal popolo americano!

Se siete ad Austin, non fatevi scappare questo posto. Da provare anche i pub gemelli, perché se sono tutti come questo, c’è da divertirsi.

Giacomo

Guida alla California (1/3): San Francisco

4

Category : Viaggi

Disclaimer: la West Coast Good Beer Guide è uno strumento più che affidabile per muoversi senza prendere (troppe) cantonate; ratebeer&co inoltre sono sicuramente più attendibili di me per valutare la bontà di una birra.  Detto questo nei prossimi 2-3 articoli vi racconterò in che locali e birre mi sono imbattuto in questi bei 20 giorni e 2500km alla scoperta della California, aggiungendo qualche commento personale ai suggerimenti della Good Beer Guide, che mi ha fatto da stella cometa.

Tutto ha inizio a San Francisco, arrivo alle 6 del pomeriggio circa con un jet lag e un sonno micidiale, decido che l’unico modo per arrivare a sera è quello di bere una buona birra nel posto relativamente più vicino al mio albergo. La scelta ricade sulla Rogue Ales Public House, memore dell’articolo di Giacomo dell’anno scorso. Non mi soffermo quindi sul locale, in cui sono anche tornato qualche sera dopo e Shakespeare Stout, Morimoto Black Obi Soba Ale e Mocha Porter non hanno bisogno di commenti: voglio però aggiungere che se vi capita di passare di lì e non sapete ancora dove mangiare, il sushi dall’altro lato della strada è molto buono e particolarmente economico, nonostante l’apparenza abbastanza posh!
Ma non voglio annoiarvi con i miei aneddoti e passo subito al sodo: a SF ci sono bar a migliaia, se capitate li per una conferenza molto probabilmente sarete al Moscone Center, di conseguenza una capatina al Thirsty Bear è d’obbligo: l’ambiente accogliente, un’ottima paella, la degustazione da $10 delle 9 principali birre da loro prodotte – spiccano Howard Street IPA, Meyer ESB e Brown Bear – e un’ottima cask conditioned ale a rotazione non vi lasceranno delusi. Ah, quasi dimenticavo, per chi come me fosse un first timer negli States, la mancia si lascia anche al pub (in linea di massima $1 a drink).

Degustazione al Thirsty Bear

Degustazione al Thirsty Bear

La palma di miglior posto di SF va a Toronado: pochi tavoli, musica alta, migliaia di adesivi, cimeli appesi ovunque e tante spine di ottima qualità lo portano a mio parere a un gradino sopra gli altri. Per soddisfare la fame prendete un’hot dog dal locale nexdoor e dite che lo mangiate dentro Toronado. Qui la selezione è di altissima qualità e non di certo a discapito della quantità. Sfortunatamente (e stupidamente) mi sono fermato per una Russian River Blind Pig IPA veloce – e farmi approcciare da una 40enne – convinto di tornarci nelle sere successive per approfondire la conoscenza (del locale!), ma purtroppo non sono potuto tornare. Una volta da quelle parti potete continuare lungo Haigh St. verso il Magnolia Pub!

Toronado, quella lista di cartellini bianchi nel centro-sinistra della foto è la lista delle spine!

Toronado, quella lista di cartellini bianchi nel centro-sinistra della foto è la lista delle spine!

Delude invece la Jack’s Cannery, più di 100 spine ma molte commerciali o non di alta qualità o assenti, inoltre la saltuaria mancanza totale di cibo e la desolazione che presenta nel caso il locale – enorme – sia mezzo vuoto, sono dei motivi abbastanza validi per farvelo cancellare dalla wishlist e non farvi apprezzare una buona Bear Republic Racer 5 e una Mount Tam IPA tutt’altro che indimenticabile. Rimanendo in centro è da menzionare il Tunnel Top, che nonostante le poche spine con un paio di chicche (Speakeasy Big Daddy IPA ad esempio) e ottimi cocktail è sicuramente il posto giusto dove andare per una birra volante (o due), con dell’ottima musica di sottofondo e Paura e Delirio a Las Vegas proiettato sul muro. Il Tunnel Top diventa utile nel caso dobbiate aspettare un tavolo per un’ottima – e relativamente costosa – cena nel ristorante di fianco: l’ex Crudo Bar, ora The Swell (la gestione è la stessa, solo il nome è cambiato) dove potrete abbinare dell’ottimo pesce a una Hitachino Nest White Ale o alla Red Rice Ale (consiglio di gran lunga la prima, anche a chi, come me, non ama le birre bianche).

Per concludere la rassegna sulla Città sulla Baia, nel caso vi troviate dalle parti di The Mission, lo Zeitgeist è il tipico bar underground di San Francisco dove potete bere una Lagunitas IPA, una Stone IPA o una Russian River Damnation in uno spazioso beer garden decorato da murales con elefanti volanti da un lato e biciclette appese d’altro, o entrare e fare una partita a biliardo dopo aver selezionato una canzone da il Jukebox più punk (quello vero!) che io abbia mai visto, con l’aggiunta di un paio di band indie della SF Bay area. Se siete fortunati potreste anche vedere Quentin Tarantino entrare per una birretta!

A questo punto era arrivata l’ora di prendere la macchina noleggiata, una truzzissima Dodge Avenger blu metallizzato con tanto di spoiler (…) e dirigersi verso sud, rotta su LA via Big Sur…

Lorenzo

Nota1: la San Francisco Brewing Company e il 12 Galaxies hanno chiuso i battenti!

Nota2: ringrazio i rispettivi autori delle foto, dato che quelle fatte da me facevano schifo!

Somewhen in the New Year Beer Festival – The Evening Star, Brighton, UK

Category : Eventi

L’importanza di un festival musicale è data in primo luogo dal line-up, tutto il resto viene dopo; lo stesso si puo dire per l’equivalente manifestazione riguardante le birre, dove è la beerlist a fare da ago della bilancia. Dallo stadio allo scantinato, dalla fiera al bancone, il luogo può risultare in fin dei conti un’inutile, ma indispensabile, scenografia o, nei casi più fortunati,  la ciliegina sulla torta. Ma andiamo per gradi, sicuramente non stiamo parlando di Glastonbury, e di conseguenza nemmeno del CAMRA Great British Beer Festival, bensì di un festival sicuramente più indie – prego i ragazzini con capelli alla Edward mani di forbice, Cheap Mondays e iPod con gli Arctic Monkeys negli auricolari di scusarmi, ma è al senso più letterale e nostalgico del termine a cui mi sto riferendo. Pubblicizzato unicamente da un foglio appeso dietro il bancone del mio pub di fiducia, l’Evening Star a Brighton, di cui vi parlerò il più presto possibile, il “Somewhen in the New Year Beer Festival” (anche il nome non è esattamente frutto di innumerevoli indagini di mercato, quanto più probabilmente di innumerevoli pinte) è l’emblema delle manifestazioni ad altissimo rapporto qualità/pubblico, un po’ come – per continuare il parallelismo tra birra e musica – un concerto dei Blur al Factory a Milano nel ’94, giusto per fare un esempio.

Passando ai fatti, il line-up affiancava, come ogni festival che si rispetti, importanti e sconosciute realtà nazionali ad affermate realtà mondial, per lo più made in USA.

Svolto nell’arco di un weekend, sfruttando 12 delle 14 spine disponibili, e con l’aggiunta di cinque barilotti da 15L da cui la birra veniva direttamente versata, il festival prevedeva la rotazione di 31 diverse birre:
Little Valley Red Dyke, Salopian Darkness, Leeds New Moon, Adur Velocity, Battledown Turncoat, Acorn Old Moor Porter, Bradfield Farmer’s Stout, Burton Bridge Top Dog Stout, Goachers Crown Imperial Stout, Harviestoun Old Engine Oil, Pictish Claymore, Saltaire Titus Black, Saltaire Texas Brown, Salopian Pick Pocket Porter, Ramsbury Deer Hunter, Hambleton Nightmare, Severn Vale Seven Sins, Elland Demon’s Eye, Ramsbury Rum Truffle, Hopdaemon Leviathan, Wickwar Station Porter, Elland 1872 Porter, Exmoor Beast, Dark Star Critical Mass 2007, Dark Star Imperial Stout, Stone (California) Smoked Porter, Stone (California) Arrogant Bastard, Schneider (Germany) Eisbock, He’Brew (New York) Genesis, He’Brew (New York) Jewbelation 12, Coney Island (New York) Albino Python.

Per vari motivi non sono riuscito a provarle tutte, ma la qualità media si è comunque rivelata estremamente alta. Mi permetto di stilare un podio con 3 vincitori ex aequo:
He’Brew (New York) Jewbelation 12: American strong ale prodotta per il dodicesimo anniversario del birrificio newyorkese, prodotta con 12 luppoli e 12 malti diversi, 12% vol. Birra ovviamente molto complicata, spiccano note di caffè, liquirizia e uvetta; mi permetto di consigliarne mezza pinta alla volta perchè di più potrebbe farla risultare stucchevole, a piccole dosi resta invece un capolavoro!
Stone Smoked Porter: il birrificio di casa a Escondido continua a stupire con questa porter resa speciale da un tocco di affumicatura, dato dal peat smoked malt, che emerge nel finale; soffice e cremosa al palato si fa apprezzare anche per una lieve ma piacevole luppolatura.
Dark Star Critical Mass 2007: natalizia della Dark Star, birrificio poco fuori Brighton gestito dai proprietari stessi del pub in cui questo festival è stato organizzato, è un’english strong ale con forti note di frutta tostata, frutti di bosco, cereali e cioccolato, con un lieve tocco amarognolo alla barley wine. L’invecchiamento di un anno ne ha ulteriormente esaltato corposità e malti, non compromettendone la bevibilità (potrebbe quasi esser una session beer), anzi rendendola ancora più desiderabile.

Lorenzo

Stone Ruination IPA – Stone Brewery, California, USA

2

Category : Birra

18 Dicembre, Brighton, perfida albione. Domani si torna nel Belpaese, ma la voglia di concludere quest’anno con la tanto agognata Dark Star Critical Mass è tanta. Prima di tornare a casa e far la valigia una puntata al pub di fiducia è quindi d’obbligo… entro, la spina è finita! non faccio in tempo a imprecare che il mio sguardo volge lievemente a sinistra, dove sono generalmente le spine delle host ales. Grazie a dio mi sono convinto a portare le lenti a contatto e il cartellino con la sigla giallo-su-nero “STONE” illumina il mio sguardo. Il ricordo della Stone IPA di dieci giorni fa è ancora vivido nella mia mente e sul mio palato. Controllo meglio e il cartellino recita “Stone Ruination IPA”; non ho dubbi: “May I have a pint of Stone IPA?” – “Cheers!”

Colore giallo paglierino, lieve carbonazione e cappello classico di una IPA… promette bene penso. Bevo un sorso: stupro! il palato è violentato da una mandria di luppoli che con la loro amarezza instaurano una sorta di regime totalitario sul mio palato. Nonostante questo la birra è adorabile, non di certo una “session beer”, ma sicuramente una di quelle in cui non mi dispiacerebbe morir annegato. Il finale è infatti lievemente più mite, invogliando a un altro sorso, che sicuramente non si farà desiderare molto a lungo. Finisco la pinta, soddisfatto, accendo una sigaretta: ho aspettato ad accenderla per non rovinare il gusto. La sigaretta ha un sapore simile a quello che può avere dopo aver fatto sesso. Sono stato violentato, ma – lo ammetto – mi è piaciuto. Torno a casa, la mia saliva è ancora luppolata, lo adoro; è il ricordo di quella birra che durerà per un po’ e che gusterò quasi quanto la pinta stessa. Controllo l’IBU (International Bitterness Unit) e la conferma scientifica si palesa: 100+! Hail to the hop!

Lorenzo