Un Mare di Birra! (report)

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Category : Festival, Viaggi

Vi avevamo anticipato pochi giorni fa che un paio di noi (io e Andrea, nello specifico) si sarebbero imbarcati sulla crociera organizzata dal Ma Che Siete Venuti A Fa’ per festeggiare i primi 10 anni del pub romano.

L’occasione era di quelle davvero da non perdere: una festa organizzata da uno dei locali piA? apprezzati (giA� vincitore del titolo di miglior pub dell’anno secondo Ratebeer, come molti di voi giA� sapranno) del mondo birrario, con tantissimi nomi di prestigio coinvolti, un concorso di homebrewing (ambito premio, il rimborso totale della quota di partecipazione alla crociera stessa), degustazioni e un sacco di chiacchiere tra appassionati.

Partiamo dall’inizio. La paura di imprevisti e intoppi motivava chi partiva da lontano a prendere in considerazione ampi margini di tempo sulla partenza. Questo ha portato a un primissimo assembramento di appassionati giA� a inizio pomeriggio, nonostante la partenza ufficiale fosse fissata intorno alle 22. Per non farmi mancare niente, la fortuna ha voluto che finissi nella primissima macchina a presentarsi nel piazzale del porto di Civitavecchia. Ci si sposta subito per un panino o due al terminal, dove piano piano vediamo arrivare, nell’ordine, un gruppetto dal Veneto, un simpatico irlandese amico della comitiva di Almond ’22, un gruppo di danesi. Poi un momento di stanca, l’arrivo dei primi birrai (Almond 22, Bi-Du, Olmaia) e poi di tutti gli altri. La nave A? in ritardo, prima leggero poi piA? pronunciato, prolungando la lunga attesa e il sospirato primo sorso. Finalmente ci si imbarca, ricevendo braccialetto e bandana arancione e bicchiere e di ordinanza. Salto in camera a liberarsi dei bagagli, folla al ristorante, forsennato lavoro dello staff per aprire in tempi record le spine, e poi si parte (dal porto, e con le birre), con buona parte dei 500 partecipanti a Un Mare Di Birra che carichi di entusiasmo si recano a procurarsi i primi assaggi.

La lista delle birre e dei birrifici annunciati a bordo era qualcosa di impressionante e forse mai visto, almeno in Italia. Tutti i migliori nomi dell’Italia della birra, supportati da un nutritissimo gruppo di birrifici danesi e scandinavi, piA? chicche dal Belgio ad opera dello staff del Moeder Lambic di Bruxelles e tanto altro ancora.

La prima nottata si A? trascorsa nell’entusiasmo generale che ci ha portato ad assaggiare quante piA? cose nuove possibili tra quelle attaccate, piA? qualche classicone qui e lA� a cui A? difficile rinunciare. Abbiamo passato tutto il tempo possibile al pub nella sala principale, salutando vecchi e nuovi amici e lasciandoci coinvolgere nell’entusiasmo e nella follia che regnava su di noi. E poi, dato che non ci bastava e dato che c’era qualche mattone prestigioso, tutti a bordo piscina dove aveva nel frattempo aperto il “pub sotto le stelle”. Ancora birre, chiacchiere, casino, altre birre, fino alla splendida alba sulle bocche di Bonifacio, tra Corsica e Sardegna, giusto in tempo per cedere alla stanchezza e rifugiarci in cabina.

Qualche ora di sonno, un caffA? propizio per ritrovare le forze, e un giro al pub mattutino, sempre a bordo piscina (a dire la veritA�, piA? simile a un grosso bidet, ma non era per quello che ci eravamo imbarcati). Sole, sorrisi, facce stanche ma non disposte a cedere: si ricomincia, chi con la Biscotti, chi con la Not So Mild Ale (forse la miglior birra della crociera, anche se la concorrenza A? spietata e so che ognuno ha eletto le sue) di Shiga Kogen/NA?gne A?. Corsa a sfamarsi in mensa, riposino, e via di nuovo al pub principale, con qualche fusto nuovo e qualcuno giA� aperto la sera prima. I piA? attenti erano reduci da una degustazione sulle birre lavorate in botte di cui ho sentito dire (non mi ero iscritto, ahimA?) cose favolose, con il coinvolgimento di nomi noti e nobili come quelli di Lorenzo “Kuaska” Dabove, Jos Brouwer e Derek Walsh.

Sbarchiamo a Barcellona domenica sera, sorprendentemente puntuali: la nave aveva recuperato il ritardo alla partenza. Raggruppamento in direzione di un ristorante poi trovato chiuso, cena in un posto abbastanza turistico, dopocena in un brewpub barcellonese di cui mostro una foto. Delle birre non parlerA?, limitandomi a dire che non sono state trovate particolarmente gradevoli da nessuno dei presenti. Se passate da quelle parti, trovate altro a cui dedicarvi. E’ andata meglio a chi ha attraversato la cittA� per recarsi a un evento in un locale abbastanza valido, anche se l’accoglienza pare sia stata abbastanza fredda. Attendo testimonianze piA? specifiche da chi c’era.

La mattinata di lunedA� A? cominciata con la solita routine (colazione, raggruppamento, e poi via a trotterellare per un giro turistico – le due case di GaudA�, poi Sagrada Familia, poi un ristorante dove ci siamo trovati benissimo (la Cerveceria Catalana, raccomandatissima). Due passi nel barrio Gotico, vagando senza meta, per vedere il centro storico e per digerire l’impegnativo pranzo. Per puro caso ritroviamo un gruppo di crocieristi (Gennaro di Amiata, Bruno e Allo di Toccalmatto, Nino dello Sherwood Pub e altri ancora), il tempo di fare 20-30 metri a piedi e ci ritroviamo, senza averla cercata, alla Cerveteca. Locale promosso a pieni voti, piccolo e caotico (c’era mezza nave!), con buone spine e ottime bottiglie, e il piacere di ritrovare le Rogue, forse la birra americana importanta con piA? discontinuitA� in Italia. Anche la birra spagnola, stavolta, ne esce benone, con la Pura Pale (giA� provata mesi fa al Moeder Lambic Fontainas) fresca e beverina.

La festa prosegue in nave, dato che A? ormai sera e bisogna ripartire. Stavolta non ci sono imprevisti, e si parte senza contrattempi per un’altra lunga notte di bevute e risate in direzione Porto Torres. Stavolta perA? facciamo un pochino piA? i bravi, e rientriamo in cabina ben prima dell’alba. La notte pare sia durata molto a lungo, con scene che voi umani non potete immaginare. Nemmeno io, a dire il vero, e mi toccherA� vivere con la curiositA�.

La mattina il pub a bordo piscina gode della piscina finalmente aperta e di un sole battente (qualcuno commenterA� “sembra Rimini a Ferragosto”). Da buon vampiro, sopporto male cosA� tanta luce e lascio ad altri la tintarella e le sdraio. Mi dirigo verso la sala principale, dove si sta consumando il giudizio delle birre homebrewing. Numero abbastanza moderato (poco sotto le 20) ma qualitA� molto alta, con diverse birre davvero interessanti. Primi classificati due amici (uno A? Valentino Roccia, purtroppo mi sfugge il nome del secondo) che hanno fatto cotte a quattro mani. Bravi!

Dopo pranzo (e dopo la premiazione del concorso hb), degustazione su barley wine e dintorni. Si comincia con un raffinatissimo progetto del Birrificio del Ducato, vale a dire la Beersel Morning, che come il nome fa capire trattasi di una birra basata sul lambic 18 mesi di Armand Debelder della Drie Fonteinen e, come avrete intuito, sulla New Morning del birrificio di Roncole Verdi. La birra A? interessante ed equibrata, davvero una piacevole scoperta.

Si prosegue con due produzioni a cura degli statunitensi di Stillwater, vale a dire la Stateside Saison e la Existent. Due birre che partono dal Belgio per arrivare…boh? Devo dire la veritA�, non mi hanno conquistato. La prima A? una saison con sentori fruttati molto piacevoli, ma che scalda un po’ troppo il palato. La seconda A? scura, si sente del tostato(ne) e pare abbia passato del tempo in botti di bourbon. Forse la mia preferita tra le due, ma per nessuna mi sarei strappato i capelli.

Arriva il momento di Valter Loverier, che presenta una birra che rappresenta l’inizio (A? stata brassata all’apertura del birrificio) e la fine (viene commercializzata ora) di Loverbeer, almeno fino a ora. La Dama Bruna basa la sua struttura su quella della Madamin, ma c’A? un percorso di riposo e maturazione aggiuntivo per arrivare a quello che A? un dichiarato omaggio alle oud bruin belghe. Il risultato A? soddisfacente ma direi perfezionabile, specie in prospettiva di un annunciato cambio di zuccheri che dovrebbe far giovare sia l’aspetto visivo (“scurendo” il prodotto finito) sia aggiungendo complessitA� organolettica.

Chiusura di degustazione con un birrificio che come pochi sa farsi amare o odiare. Personalmente, ci ho messo davvero tanto, spaventato a volte dai sentori acidi a volte dalla potenza alcolica di buona parte delle sue produzioni piA? celebrate. Una combinazione che raramente amo, ma che ultimamente mi sta cominciando ad affascinare. L’ultimo assurdo progetto parte da un’idea nata dopo una buona sbronza, protagonisti lo stesso Jerome RA�betez e il birraio di Terrapin (Athens, Georgia, USA). Trattasi di un birrone (barley wine?) carico di stranezze che ho apprezzato e non poco, e con un nome credo ancora provvisorio (qualcosa tipo “incredibile cuvA�e di Jerome e xxx”).

C’A? il tempo per un paio di birre, stiamo scegliendo cosa quando veniamo convogliati a un assaggio per pochi di perle della NA�rke Kulturbryggeri (Skvatt GALEn, BA�sta RA�kA�l, BA�ver). La prima A? erbale piA? che erbacea, se ho capito bene brassata con acqua in cui sono state bollite bacche di ginepro. La seconda A? affumicatona, la terza A? un’assurditA� che contiene estratto di ghiandole di castoro. Medicinale come uno sciroppo di altri tempi, ma non cattiva. Chiusura con la classicissima Kaggen Stormaktsporter 2005, un dannato capolavoro di cui non ci si stancherebbe mai.

Che dire? Un’esperienza fantastica, forse irripetibile. Chi c’A? stato sa cosa intendo, gli altri spero che potranno avere un’altra occasione.

Alessio

Natale in America 2010

Category : Birra

Il titolo potrebbe sembrare quello dell’ultimo film con Massimo Boldi o Christian de Sica, ma si tratta invece di una semplice opinione personale su alcune delle birre natalizie disponibili quest’anno al di lA� dell’oceano (per i lettori in Europa). Eh si, perchA� le natalizie sono una vera e propria tradizione da queste parti, e praticamente tutti i birrifici artigianali si inventano qualcosa per i mesi invernali, o in particolare proprio per il periodo delle vacanze natalizie. Ne escono fuori sia birre interessanti, sia banalitA�. Quello che A? piA? curioso A? che non ci siano stili ben definiti: in genere, vengono fuori birre natalizie piuttosto alcooliche e dai sapori forti, ma non manca chi ha voglia di sperimentare, per cui le offerte variano dalle witbier alle imperial stout, passando per imperial pils, brown IPA e quant’altro vi possa venire in mente.

Avevamo giA� parlato di birre natalizie americane l’anno scorso: tutte le birre ritornano anche quest’anno, e ho trovato molto in forma la Bells Winter White, decisamente bevibile e frizzante al punto giusto. GiA� A? strano che mi piaccia una birra in stile witbier; d’inverno poi, A? praticamente impossibile. Eppure l’ottima scelta dei lieviti A? lodevole, e lo stile inusuale merita un ulteriore plauso. Inutile dire che l’Expedition Stout della Bells mi ha fatto scendere lacrime di gioia anche quest’anno; e sono riuscito finalmente a trovare anche la Double Cream Stout, che non A? propriamente natalizia (si trova fin da Ottobre), ma merita sicuramente una menzione per il periodo invernale. Infatti A? cosA� cremosa e con un finale secco, che non si puA? non adorarla. Col suo colore molto scuro e un contenuto alcoolico piuttosto ridotto per quello che puA? sembrare al primo assaggio (6%), la Bells conferma la sua straordinaria abilitA� in tutto quello che A? Stout et similia.

Sierra Nevada si getta nella mischia con il suo Celebration Ale, descritto come un’IPA ma molto simile ad uno winter ale; bel colore ambrato/ramato, due dita di schiuma come da manuale, e un bilanciamento pressochA� perfetto. Ottima la scelta dei malti, che danno un corpo robusto fino all’arrivo dei luppoli che chiudono ogni sorso. Veramente ben fatta, per la contrapposizione tra i malti caramellati e l’acidulo luppolato. La Sierra Nevada A? in cima alla lista di quelli che per queste festivitA� non riceveranno carbone.

Per non essere da meno con le tradizioni, Southern Tier sfoggia il suo tradizionale Krampus. A quanto pare, Krampus A? la nemesi di Santa Claus: mentre Santa porta i regali ai bambini buoni, Krampus fa il giro delle case a punire i bambini cattivi. Ne esce fuori una Imperial Helles Lager (denominazione americana) rosso scuro, con poca schiuma ma persistente, e dei malti assolutamente imponenti (per essere una Lager). Il luppolo arriva solo nel finale, ma A? molto convincente. Con il suo contenuto alcoolico a 9% non ve la scorderete facilmente, ma onestamente, si sente subito che A? il fratello maggiore delle Pils europee, e non si puA? che apprezzarla.

Great Lakes si cimenta in un classico Christmas Ale: una birra molto robusta, anch’essa ambrata, speziata di aromi natalizi come cannella e zenzero. Apprezzabile la carbonazione; non ho notato molto i luppoli, ma ciA? che colpisce di piA? A? la gradazione: 7.5%, molto difficili da percepire. Visti gli aromi, un classico di Natale, che da queste parti viene consigliato per il pranzo natalizio stesso (in Europa, la birra al pranzo di Natale probabilmente ha poca presa).

Andando piA? sul locale, ho assaggiato una East End Snow Melt. East End A? un birrifico localissimo di Pittsburgh, con alcune birre piuttosto interessanti. La Snow Melt purtroppo arriva poco sopra alla sufficienza: A? uno winter ale bello carico di sapori, ma un po’ troppo denso e “confusionario” per i miei gusti. Bello il color rame molto, molto torbido, piacevole la scelta dei malti, con note tostate e di cioccolato, e azzeccati anche i luppoli per bilanciare il tutto, ma rimane una birra di cui si apprezza la prima metA� della pinta, e non viene voglia di prendere la seconda. Peccato. Sempre rimanendo sul locale o quasi, Stoudts propone uno Winter Ale, ma A? talmente mediocre che non ci spendo altre parole. Troppo alcoolico.

Tornando sulla scala nazionale, dalla California arriva la Anderson Valley Winter Solstice. Forte di un 92/96 su ratebeer, dovrebbe trattarsi di un’ottima birra speziata; e invece personalmente l’ho trovata solo il classico dolcione. Intendiamoci: un dolcione ben fatto, ma mi sembrava di bere una birra mescolata a sciroppo (di buona qualitA�). Apprezzabile l’aroma acidulo, il bel colore ramato e la potenza dei malti, ma decisamente troppo zuccherosa per i miei gusti.

Non tradisce invece la Rogue con la sua Yellow Snow: giA� vincente per la scelta del nome, questa IPA invernale (non strettamente natalizia – si trova per circa 3 meesi nel periodo invernale), con un bel carico di luppoli Amarillo, ha dalla sua tutta l’esperienza della Rogue. Senza toccare picchi di eccellenza in nessuna categoria, rimane comunque impossibile trovarle un difetto: bel colore dorato, un dito e mezzo di schiuma, carbonazione piacevole, solida scelta dei malti e una valanga di luppolo, ma mai troppo potente. Con solo 6.2% ABV, si beve benissimo. Come giA� detto l’anno scorso, la birra strettamente natalizia della Rogue A? e rimane la Santa’s Private Reserve – una variazione del loro red ale, con piA? luppoli (Chinook, Centennial, e un curioso Rudolph, come il nome della renna) e una differente scelta di malti. A me piace, sebbene sia assolutamente non convenzionale per essere una natalizia: non A? nA� speziata, nA� particolarmente alcoolica.

La Victory si presenta alla competizione con un peso massimo: Yakima Glory, un IPA scuro di tutto rispetto. Qui a farla da padrone sono decisamente i malti scuri tostati e il caramello, ma anche i luppoli non sono da meno e bilanciano perfettamente il finale. Una birra potente e carica di tutto: a partire dall’aroma fortemente luppolato, passando per i sapori molto decisi in ogni direzione, per finire con il contenuto alcoolico (quasi 9%). Decisamente una birra da sorseggiare davanti al camino; un plauso alla Victory.

Finisco la carrellata con la birra che mi ha piA? piacevolmente sorpreso: Boulder Obovoid Oak-aged Oatmeal Stout. Questa stout, disponibile soltanto tra ottobre e dicembre, non ha niente da invidiare a nessuno. Un bel colore nero, schiuma spessa, A? davvero molto vellutata. Si sentono i malti scuri, ma ci sono molti aromi ben bilanciati (cioccolato, vaniglia su tutti), dati probabilmente dalla stagionatura. Per certi versi credevo di bere una milk stout, ma meno dolce. Una birra molto ricca di sapori, con alcool 8% ma non pesante da bere. Per questo natale, il mio primo premio va a questa birra del Colorado.

Buone vacanze!

Giacomo
(foto: internet!)

Aggiunta “postuma”: rimanendo in tema aggiungo la mia ben piA? breve esperienza di birre natalizie americane provate quest’anno. Entrambe le birre provate hanno in comune il fatto di variare lievemente ogni anno gli ingredienti con cui vengono fatte ed, ovviamente, entrambe sono rintracciabili solo tra novembre e gennaio. La prima arriva da San Francisco ed A? l’Anchor Our Special Ale, che ogni anno ho avuto la fortuna di provare alla spina all’Evening Star, dal colore rosso rubino e con un’intensa schiuma beige, vede dominare al palato un intenso e natalizio gusto di noce moscata, caramello, cannella e (a mio modesto parere) BigBabol… ma non lasciatevi intimidire dalla descrizione, perchA� potrete tranquillamente berne due pinte senza che diventi stucchevole, rischio che molte natalizie incautamente corrono.


L’altra arriva dal freddo ventoso di Chicago ed A? la Goose Island Chrismas Ale (2009, per la cronaca), piA? chiara e meno viscosa della precedente, vince la mia personale palma di birra natalizia piA? beverina che abbia mai provato: infatti, ad un inizio simile alla Anchor, ma meno aggressivo, si aggiungono delle piacevolissime note di arancio e luppoli nel finale che sicuramente vi invoglieranno non ad un altro sorso, ma addirittura ad un altra bottiglia!

Buon Natale e buone vacanze anche da parte mia.

Lorenzo

Luppoli americani @ Brau Beviale Norimberga (DE)

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Category : Birra, Fiere

Ho avuto la fortuna, qualche settimana fa, di visitare uno degli appuntamenti birrari piA? importanti del continente, vale a dire la fiera Brau Beviale presso il centro fieristico di Norimberga. Intendiamoci: quando dico birrari, in questo caso, non parlo di festival con stand dei birrai che fanno provare i propri prodotti, ma di tutti gli altri aspetti che possono interessare a chi la birra la deve produrre o vendere.

Questo, quindi, vuol dire una fiera per operatori del settore beverage in senso lato, con espositori piA? disparati, dai produttori di sottobicchieri e bicchieri a quelli di impianti di produzione o imbottigliamento, passando per vestiario personalizzabile e un sacco di altra roba che perderei una giornata ad elencare.

Da raccontare, quindi, ci sarebbe davvero tanto, ma non so a quanti davvero potrebbe interessare tutto questo. Ai birrifici artigianali che conosciamo e apprezziamo, perA?, questa fiera interessa e non poco.

C’A? chi ci va per partecipare all’European Beer Star, premio internazionale di un certo rilievo che giA� nelle precedenti edizioni aveva visto trionfare diversi birrifici italiani (Birrificio Italiano, Birrificio del Ducato e Rienzbrau). Questa edizione si A? conclusa con un bel bottino di medaglie per l’Italia, con il trionfo del Birrificio del Ducato (oro con la Via Emilia in casa dei tedeschi, poi due argenti e un bronzo) e della Doppio Malto Brewing Company di Erba, che vince l’oro con la zenzerona Zingibeer (che giA� avevamo adorato all’IBF di Milano in primavera) e i piazzamenti del Birrificio Italiano (un argento e un bronzo).

C’A? chi ci va per parlare con i fornitori di materie prime, di impianti o di accessori vari. Tra i birrai italiani incrociati nei miei giorni a Norimberga con Bruno Carilli di Toccalmatto, c’erano quelli di Lambrate, di Croce di Malto e Claudio Cerullo di Amiata. E quelli di Bad Attitude, che non ho incontrato ma che hanno raccontato la loro Norimberga.

Fatta la digressione sul premio, sulla fiera e sugli italiani presenti, passiamo oltre. La degustazione era fissata il giorno 11 novembre nella tarda mattinata. Organizzava la Hop Growers of America (associazione dei coltivatori di luppolo americani) e gli anfitrioni erano il grande Charlie Papazian della Brewers Association con al suo fianco Matt Brynildson della californiana Firestone Walker ed Eric Toft della Private Landbrauerei SchA�nram, vale a dire un mastro birraio americano di un birrificio regionale bavarese, combinazione alquanto bizzarra. Al nostro fianco, una piccola truppa di scandinavi che comprendeva, tra gli altri, gli svedesi della NA�rke e della Dugges.

Una breve introduzione ci ha presentato i tre guru americani e la tradizione della coltivazione del luppolo in America, cominciata nel New England e poi spostatasi praticamente in massa verso una manciata di stati a Nord Ovest (Washington, Oregon e Idaho in particolare), con una tradizione di aziende familiari e una ricerca continua di nuove varietA�, spesso in modo mirato, a volte meno: a quanto pare il Cascade nacque dal Fuggle incrociato con una varietA� russa, incrocio nato per non meglio specificate ragioni ma che ha portato a una delle varietA� piA? usate e amate in tutto il mondo.

La degustazione, svoltasi di fronte a una platea piuttosto variegata (circa 50% di europei non tedeschi, 10% di tedeschi, 40% di extraeuropei con larga rappresentanza di statunitensi), aveva lo scopo di presentare le varietA� di luppolo e la raffinata arte di usare un elemento storicamente amaricante in un qualcosa di diverso, che arricchisca di aromi e sensazioni che ormai conosciamo bene.

Le birre presentate erano sei, vale a dire Sierra Nevada Porter, Caldera Pale Ale, Rogue Shakespeare Oatmeal Stout, Firestone Walker 31 California Pale Ale, Firestone Walker Union Jack, Moylan’s Hopsickle Imperial Ale. Allo stand dell’associazione, il giorno prima, avevamo avuto modo di testare anche Stone I.P.A. (ottima) e Rogue Kells Irish Style Lager (piatta da morire, e visto come viene valutata in rete viene da chiedersi cosa volessero produrre).

La degustazione A? cominciata con la ben nota Sierra Nevada Porter, forse la meno celebrata tra le birre della Sierra distribuite in Italia. Assaggiata con gusto ma senza troppo interesse, visto che era l’unica tra quelle proposte facilmente reperibile dalle nostre parti. L’unica birra non presentata in bottiglia era la Caldera Pale Ale, lattina da 33 cl. con una freschezza aromatica invidiabile. Da bere a secchiate, piA? che da degustare, con una luppolatura non aggressiva ma molto presente: davvero una bella rivelazione. Back in black con la Shakespeare Oatmeal Stout della Rogue, trovata alla spina a Tokyo un paio di anni fa, o anche (non io, purtroppo) a San Francisco: si conferma eccezionale, e restano interrogativi sui misteri della distribuzione e importazione in Italia: pochi anni fa si trovavano le Rogue con una certa facilitA� (anche in pub non troppo specializzati), poi sono praticamente sparite, nonostante il mercato delle birre americane in Italia sia in netta crescita. Boh?

Giunge cosA� il momento della doppietta del mastro birraio presente, vale a dire le due Firestone Walker: 31 California Pale Ale e Firestone Walker Union Jack, due birre da luppolature importanti e freschissime, da bere giovani. La prima A? leggera alcolicamente (4,6%) ma tutt’altro che banale, con una ricchezza di gusto che lascia senza fiato (e non voglio immaginare alla spina). La seconda A? una India Pale Ale con luppoli americani e retrogusto con note abbastanza dolcine, ricorda un po’ alcune interpretazioni americane dello “stile scozzese”. Promosse a piene voti, con la speranza di berne ancora presto. Ma mi sa che dovrA? organizzare un viaggio nella west coast per riuscirci…

Chiusura di spessore con la Moylans Hopsickle Imperial India Pale Ale, che giA� a pronunciarla tutta ci vuole pazienza. Birrificio mai visto nA� sentito nominare, il risultato A? una Imperial I.P.A. imponente, con luppoli freschi ben bilanciati, aggressiva ma non fastidiosa, ricca ma non banale. Durante la degustazione A? partito un buffo dibattito tra le due filosofie su come e soprattutto quando bere questo tipo di birre: secondo Charlie Papazian e forse anche Eric Toft, qualche mese in piA? aggiungerebbe complessitA� e maturazione, secondo il buon Matt Brynildson, queste sono birre da bere piA? fresche possibili, meglio se brassate da un paio di settimane appena….

Great British Beer Festival – il nostro report

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Category : Festival, Fiere

Vorrei incominciare l’articolo parlando delle enormi pressioni che i membri piA? in vista della redazione hanno esercitato su di me per convincermi a scrivere. Anzi, io ero giA� convinto di buttar giA? due righe, ma ho i miei tempi, e penso che il pezzo sul GBBF 2010 sarebbe arrivato a fine luglio 2011, dimodochA� i lettori del sito avrebbero potuto tranquillamente convincersi di partecipare all’edizione in programma pochi giorni dopo. Non capisco la follia di scrivere dopo solo un mese, ma mi adatto

Aeroporto di Bergamo Orio Al Serio, volo per Stansted (Londra) del mattino di un caldo martedA� di agosto. Pronti con armi, bagagli e una sete improponibile per salpare verso il Great Beer British Festival 2010.

Cos’A?: il festival della birra piA? interessante del Regno Unito, organizzato dal CAMRA (Campaign for Real Ale), un’associazione volontaria con oltre 100 mila membri iscritti.

Dov’A?: nel centro fieristico di Earl’s Court, Londra. Un gigantesco padiglione pieno di stand interessantissimi, raggiungibile con la metro verde (la stessa che poi vi porta a Parsons Green, al White Horse di cui abbiamo parlato qui).

Quando A?: solitamente la prima settimana del mese di agosto. Quest’anno A? iniziato martedA� 3 per concludersi sabato 7.

Com’A?: enorme.

L’ENTRATA

Evito il perchA� e il chi, che sarebbero le altre due domande che un giornalista dovrebbe soddisfare in un articolo perchA� ne ho giA� dato risposta nei punti precedenti. In ogni caso, il polo fieristico di Earl’s Court A? veramente gigantesco e a un passo dalla fermata della “Underground”. E’ possibile scegliere il giorno in cui entrare a visitare la fiera (prezzo singolo di otto sterline) oppure fare il pass per tutte e cinque le giornate a prezzo decisamente piA? modico (23 sterline). Ovviamente, se l’intenzione A? quella di andare lA� per fare un giretto A? conveniente il single pass, in generale io consiglierei sempre il seasonal anche perchA� una volta entrati non vorrete piA? uscire.

LA SCELTA DEL BICCHIERE

Entrando si trova subito il balcone dei “bicchieri”. Cauzione di tre sterline, tripla misura: c’A? la pinta normale, la mezza e il terzo. Consiglio di uno stupido: prendete la mezza pinta. E’ vero, il bicchiere enorme fa “figo”, perA? non A? sempre facile farsi capire dagli addetti alla consegna delle birre e vista la varietA� – e la quantitA� – di spine presenti A? meglio non bere una pinta a birra, altrimenti non avrete modo di provare tutto il resto. A�Ovvio che una IPA sia piA? beverina e magari ne vorrete di piA? del semplice assaggino, per questo la mezza A? una buona scelta fra la dose da fiera e la bevuta da pub. Poi fate come vi pare, quando vi serviranno una pinta di Tsarina Esra e voi dovrete berla, bruciandovi tutte le papille gustative, allora mi darete ragione. E succederA�, ve lo assicuro (colpa di Alex alla botte, e considerando che parlavamo in italiano…).

LE BIRRE

Destra o sinistra, destra o sinistra? E’ la prima cosa che penserete dopo avere ritirato la vostra arma di battaglia, il Sacro Graal che vi accompagnerA� fino a fine giornata. Procedendo verso destra vi ritroverete immersi nelle Real Ale, con i vari padiglioni con un’infinitA� di spine: qualcuno ha il proprio stand dove degustare le birre (Fuller’s, Greene King, Thornbridge etc). E’ difficile provare tutto quanto, quindi il mio consiglio A? semplice: farsi un minimo di prospetto per capire quali sono le birre davvero imperdibili, perchA� A? davvero difficile conoscere ogni singolo produttore: certo, qualche volta bisogna anche provare per capire qual A? il livello.

In generale, A? difficile competere, per le Real Ale, con quello che si trova sul lato mancino dello stand dei bicchieri: ovvero le birre dal mondo, tra ceche e olandesi, dalle americane (sempre strepitose) alle italiane – pochine, a dire la veritA�, e quasi nulle alla spina -, finendo con le solite birre belghe. Impossibile, anche lA�, provare tutto: le birre sono a “rotazione”, quindi non tutti i fusti alla spina sono aperti il primo giorno. Ho provato a non uccidermi lasciando la Older Viscosity della Port Brewing per il secondo giorno.

Indovinate un po’? Non c’era piA?…A�Nell’angolo dedicato alle birre dal mondo non ci sono solamente spine, ma anche una dose nutrita di bottiglie. Ovviamente sono presenti delle chicche interessantissime, perA? – a meno di non riuscire a dividere con gli amici – tendenzialmente ho privilegiato la spina. CosA� come per le Real Ale, visto che anche per loro c’A? lo spazio apposito per le bottiglie. Davanti allo stand delle birre mondiali si trova una selezione di vari “Cider”. Non ho avuto il cuore di provarne nemmeno uno, ma per gli amanti del genere puA? essere un motivo in piA? per visitare la fiera.

I PREZZI

Concorrenziali, davvero. Soprattutto sulle bottiglie, che variano dalle 2-3 sterline per le 33cl, alle 6-9 sterline per le 75cl. Ovviamente ci sono cose che in Italia non arrivano, o che se arrivano costano cifrone. Con la sterlina cosA� bassa, poi, A? davvero una pacchia. Come dicevo precedentemente, per le spine si puA? scegliere la “dose” di liquido: terzo di pinta, metA� pinta o pinta intera. I prezzi sono calcolati scientificamente, la mezza costa esattamente metA� rispetto all’intera, quindi non si ha nemmeno lo scrupolo di scegliere una dose piA? larga per risparmiare qualche soldo. I prezzi vanno – parlo del terzo di bicchiere – dagli 80 pences di alcune real ale, alle oltre due sterline per alcune chicche (stile la Tsarina Esra sopracitata), comunque cifre facilmente accessibili per chiunque. Ovviamente ho speso una cifra clamorosa, perchA� con tutto il ben di Dio che c’era era un peccato lasciare indietro qualcosa.

I VINCITORI

Champion Beer of Britain – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
Second – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
Third – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
MILD
ORO – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
ARGENTO- Greene King, XX Mild (3% ABV, Bury St Edmunds, Suffolk)
BRONZO PARIMERITO – Golcar, Dark Mild (3.4% ABV, Huddersfield, West Yorkshire)
BRONZO PARIMERITO – Nottingham, Rock Ale Mild (3.8% ABV, Nottingham, Notts)

BITTER
ORO -RCH, PG Steam (3.9% ABV, Weston-Super-Mare, Somerset)
ARGENTO – Moor, Revival (3.8% ABV, Pitney, Somerset)
BRONZO PARIMERITO -A�Orkney, Raven (3.8% ABV, Stromness, Orkney)
BRONZO PARIMERITO -A�Purple Moose, Snowdonia Ale (3.6% ABV, Portmadog, Gwynedd)

BEST BITTER
ORO – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
ARGENTO – St Austell, Tribute (4.2% ABV, St Austell, Cornwall)
BRONZO PARIMERITO -A�Evan Evans, Cwrw (4.2% ABV, Llandeilo, Carmarthenshire)
BRONZO PARIMERITO -A�Great Oakley, Gobble (4.5% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

GOLDEN ALE
ORO – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
ARGENTO – Marble, Manchester Bitter (4.2%, Manchester, Gtr Manchester)
BRONZO – St Austell, Proper Job (4.5% ABV, St Austell, Cornwall)

STRONG BITTER

ORO – Thornbridge, Jaipur IPA (5.9% ABV, Bakewell, Derbyshire)
ARGENTO – Fuller’s, Gales HSB (4.8% ABV, Chiswick, Gtr London)
BRONZO – Beckstones, Rev Rob (4.6% ABV, Millom, Cumbria)

BIRRE SPECIALI
ORO – Amber, Chocolate Orange Stout (4% ABV, Ripley, Derbyshire)
ARGENTO – O’Hanlon’s, Port Stout (4.8% ABV, Whimple, Devon)
BRONZO – Breconshire, Ysbrid y Ddraig (6.5% ABV, Brecon, Powys)

BIRRE IN BOTTIGLIA
ORO – St Austell, Admiral’s Ale (5% ABV, St Austell, Cornwall)
ARGENTO – Pitfield, 1850 London Porter (5% ABV, Epping, Essex)
BRONZO – Great Oakley, Delapre Dark (4.6% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

GA�teborg parte 3: Tre SmA? Rum, Rover, A�lrepubliken

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Category : Locali, Viaggi

Per questa terza e (per ora) ultima parte del report sulla scena birraria della seconda cittA� svedese ho deciso di concentrare quelli che sono i locali piA? interessanti. Interessanti perchA� la personalitA� di chi gestisce ha un ruolo importante, interessanti perchA� la birra artigianale locale trova ampio spazio, interessanti perchA� propongono qualcosa di davvero particolare.

Due parole sulle birre artigianali svedesi, forse giA� scritte in occasione di uno degli articoli precedenti. Gli stili che vanno per la maggiore, oltre alle India Pale Ale (vero e proprio trend internazionale degli ultimi anni), prevedono ottime bitter, stout e porter, con una gradazione che, salvo qualche prodotto speciale, si mantiene solitamente tra i 4,5 e i 6,5 gradi. I birrifici provati sono tutti di ottimo livello, per un giudizio complessivo che a mio avviso puA? portare la Svezia al livello di altri ben piA? celebrati paesi birrari. Un segreto ben custodito, se A? vero che fuori dalla Svezia sono praticamente impossibili le possibilitA� di reperire birra artigianale svedese.

I locali di questo articolo rappresentano a mio avviso l’eccellenza cittadina (assieme ai Bishops Arms, di cui avevo parlato in precedenza). Quello da cui voglio cominciare si chiama Tre SmA? Rum. Il pub A? situato in una zona con un discreto numero di locali e (se ho capito bene) non lontano dall’universitA�. Lo gestisce un curioso personaggio mediorientale con due baffi da antologia, sul bancone c’A? un simpatico cartello che vieta anche solo di chiedere birra di scarsa qualitA�.

16 linee di spina, con ampio spazio per le produzioni artigianali svedesi (OppigA?rds, NA�rke, NynA�shamns, Dugges e Ocean), atmosfera tranquilla e rilassata, grande competenza del personaggione (raramente ho visto tanta identitA� tra il gestore e il locale che gestisce, e chi lo conosce dice che ha pure una memoria da elefante). Avrei voluto passarci piA? tempo, ma alla fine abbiamo potuto passare solo un pomeriggio. Dell’esperienza mi ha colpito la competenza del gestore, l’offerta di spine praticamente impeccabile, e l’impressionante vetrina con le bottiglie “dal resto del mondo”, con ottima scelta di prodotti britannici e americani. E i tappeti persiani che adornano le sale del locale, mai visti prima d’ora in una birreria.


The Rover A? il locale birrario di GA�teborg per eccellenza. Due soci a dirigere il tutto, un gruppetto di ragazzi e ragazze di competenza estrema a far la spola tra tavoli e bancone, A? la meta preferita di chi vuole una birra di qualitA� in cittA�. Si viaggia a birra alla spina (oltre 20 linee, tutte scelte tra il meglio della produzione nazionale e non), con qualche piccolo frigo dietro il banco con una selezione di birre in bottiglia (le americane Hoppin’ Frog, o le trappiste belghe, per fare un paio di esempi).

Si mangia bene, ed A? facilmente affollato. Un consiglio A? di andare presto, se volete essere sicuri di trovare posto. Per chi ama le classifiche, il Rover si A? classificato al trentaquattresimo posto della classifica dei migliori beer bar di ratebeer. Una volta al mese aprono un cask sul banco, e noi abbiamo avuto la fortuna di essere presenti (la prima sera che eravamo in cittA�, fortuna sfacciata) per gustare dell’ottima NynA�shamns BrA�nnskA�r Brown Ale, mentre la birra che ha riscosso maggiore successo al nostro tavolo A? stata la OppigA?rds Amarillo Spring Ale.

Cosa fate se siete due soci con estrema competenza, un locale favoloso (il Rover, appunto) e sempre pieno? Semplice, ne aprite un secondo dall’altra parte del centro. CosA� A? nato l’A�lrepubliken, o Repubblica della Birra. Una trentina di spina (a raccontarli insieme sembra quasi una cosa normale, trovare trenta linee di spina in un locale) con maggiore spazio per le produzioni non svedesi (Belgio, Danimarca) e una lista di bottiglie che supera agilmente le 300 unitA�. Il cibo A? simile a quello del Rover (pub food preparato con la massima cura, gustoso e saporito), l’atmosfera piA? moderna.

Concludendo, insomma, GA�teborg si rivela una cittA� di assoluta eccellenza birraria, con due birrifici cittadini e ampia offerta cittadina di birrerie di altissimo livello, in cui A? facile trovare il modo di soddisfare la propria sete. Con l’inglese si viaggia bene ovunque, come in tutte le cittA� scandinave, il costo della trasferta A? simile a quello di una qualsiasi grossa cittA� europea. Ah, e ci si arriva in aereo con una nota compagnia low-cost.

Goteborg vista da vicino, parte 2: i(l) Bishops Arms

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Category : Locali, Viaggi

Riassunto: chi si fosse perso le puntate precedenti puA? ripartire dall’inizio, ovvero dall’introduzione di Andrea C. o andarsi a guardare le meraviglie della fiera dell’homebrewing.

Oggi, invece, si parla del Bishops Arms, o dei Bishops Arms. PerchA� questa ambiguitA� tra singolare e plurale? E’ presto detto: si tratta di una catena di pub in stile inglese presente nelle principali cittA� svedesi, e che nella sola GA�teborg ha ben tre locali. Personalmente, perA?, ne ho visitato solo uno, quello presente in JA�rntorget 6 (piazza del ferro, dalla fontana al centro della piazza).


Personalmente, non amo molto le catene. Idealmente, mi vengono in mente i freddi franchising di abbigliamento che trovi a ogni longitudine e latitudine oppure, peggio ancora (forse), le catene di fast food.

E ritengo che in un pub la differenza la faccia sempre chi gestisce e il personale, oltre alla qualitA� delle birre (e delle vivande) proposte, la passione e la competenza. Dato che abbiamo trovato, oltre a dell’ottima birra, passione e competenza in abbondanza, direi che vale la pena raccontarvelo.

Gli orari di apertura variano di giorno in giorno, ma in generale si puA? dire che apra nel pomeriggio (16) tranne che nel weekend (12). L’orario di chiusura A? anch’esso variabile, con il venerdA� e sabato notte a fare ovviamente da serate regine per i tiratardi. Il tutto con la differenza di orari e ritmi del resto d’Europa, vale a dire che in generale si cena prima e si va a casa prima, e anche i locali chiudono prima (fuori dal weekend, intorno a mezzanotte).

All’esterno c’A? qualche tavolino, per svedesi e temerari. Essendo a un centinaio di metri o forse meno dal porto, A? un po’ esposto al freddo vento proveniente dall’artico, e quindi poco consigliato a un italiano, a meno che non incappi in una fortunata giornata estiva con vento proveniente da sud. Ad ogni modo, come A? tradizione in Svezia nei posti che hanno tavolini all’aperto, c’A? ricca dotazione di pesanti coperte (viste con i miei occhi) per stare all’aperto senza rischiare un ricovero per assideramento.

All’interno, il “solito” arredamento da pub inglese che si puA? bene o male trovare anche da noi (mi vengono in mente un paio di pub di Milano, ad esempio). Oltre alla sala principale e ai tavolini esterni, c’A? una saletta molto carina e abbastanza piccola che fa molta atmosfera, e che pare essere molto amata dai clienti di mezza etA�.

L’impianto di spillatura fa un bel colpo d’occhio e occupa piA? o meno tutto il banco, con ai lati esterni le birre industriali, al centro invece le linee (una decina o poco piA?, se ricordo bene) dedicate a birrifici artigianali e di fianco tre linee di ale inglese (non Real Ale, purtroppo). Sono presenti birrifici innanzitutto svedesi, con nomi di assoluta qualitA� come NA�rke, SlottskA�llans (di cui ho provato la favolosa BRP) e Ocean. I prezzi sono in linea con quelli visti nelle altre birrerie specializzate della cittA�, con la birra da 0,4L oppure da 0,5L che viagga tra i 6 e 6,50 euro, mentre i piatti di cibo (piatto unico e abbondante, come usa da queste parti) sono gustosi e costano in media tra i 12 e i 14 euro. La scelta, in questo caso, svaria tra piatti classici di un pub inglese (hamburger, fish & chips) e una selezione di piatti svedesi. Il menA? A? bilingue (come in tutto il nord Europa comunque tutti parlano inglese in cittA�).

Le birre in bottiglia seguono piA? o meno la linea tenuta sulle spine artigianali, con una estesa scelta di birra americana e scandinava. Tra le cose da ricordare, questa Wild Dog della Flying DogA� e l’assortimento completo delle Brewdog, comprensivo delle due birre piA? forti del mondo (1 e 2) prodotte dal birrificio scozzese. A proposito di Scandinavia e di Brewdog, c’A? un interessante articolo dedicato a una visita di James Watt in terra norvegese.

Belgio e Germania trovano poco spazio, dell’Italia nessuna traccia. Mentre per quanto riguarda la spina la differenza di prezzo rispetto all’Italia A? tutto sommato risibile, le bottiglie in generale costano (molto) piA? che da noi, per cui vale la pena prendere cose che siamo sicuri di non trovare in Italia.

Notevole il banco di whisky, con una selezione impressionante per quantitA� e qualitA� (Islay e non solo) e dove ho potuto notare qualcosa che non sapevo nemmeno esistesse.

In conclusione, insomma, il Bishops Arms A? un posto molto piacevole con un’offerta di birra e whisky davvero impressionante, con personale serio e competente. Nel panorama cittadino non svetta come altri locali di cui parlerA? nei prossimi giorni, ma quasi in qualsiasi cittA� d’Italia sarebbe il posto di eccellenza assoluta sia per quanto riguarda la birra che per il whisky.

Questo il sito ufficiale della catena (in svedese).

La nostra idea sulle Birre di Natale 2009

Category : Birra, PintaPerfetta, Varie

Quello che avete iniziato a leggere A? un articolo sulle Birre di Natale. Partiamo con una sorta di spiegazione-base.
Cosa sono le “Birre di Natale”? Sono produzioni speciali che i birrifici commercializzano circa tra metA� Novembre e metA� Gennaio. Alcune di queste produzioni hanno una storia e si sono evolute nel tempo, altre sono solo operazioni commerciali per vendere un prodotto in piA?, altre sono semplicemente troppo “nuove” per poterne dire granchA?. Alcune Birre di Natale cambiano poi ricetta ogni anno, in minima parte o completamente, rendendo cosA� un’annata completamente diversa da quella precedente o quella successiva. Tendenzialmente, anche se A? una generalizzazione piuttosto forzata che perA? rende bene l’idea, le Birre di Natale sono principalmente ambrate o scure, dolciastre e speziate e un pA? inflazionate per quello che riguarda il tasso alcolico.

Detto questo, iniziamo una breve carrellata-antologia delle produzioni migliori, curiose, piA? trovabili tra quelle che abbiamo assaggiato.
Cominciamo con una delle piA? famose “natalizie”, piA? per il nome che per la qualitA�: stiamo parlando della natalizia di casa Achouffe, la N’Ice Chouffe (provata alla spina), che si lascia bere se non avete troppe pretese di gusto, una rossa da 8%, con la pecca di non aver un gusto particolarmente persistente e risultare un pA? annacquata. La sua versiona invecchiata di un anno (provata alla spina) risulta tuttavia eccessivamente alcolica, e sebbene il gusto ne possa appena guadagnare, la bevibilitA� cala notevolmente. Per quanto riguarda la bottiglia, il tasso alcolico A? maggiore (ben 10%) e risulta facilmente stucchevole.
Restando in Belgio, una tra le nuove produzioni A? la Kapittel Christmas, nel formato da 75cl. Il 2009 pare essere solo il secondo anno di produzione. Nel 2008 l’avevo trovata abbastanza scialba, senza particolari note positive nA? carattere. Avendola potuta riprovare poche sere fa (bottiglia, 75cl), devo dire che non arriva all’eccellenza ma una sorta di sufficienza la conquista senza grossi problemi… probabilmente meglio della N’Ice.
Tra i marchi che stanno guadagnando popolaritA� in Italia in questi ultimi tempi, ho avuto un buon incontro gustativo con la Corsendonk Christmas (8.5%, bottiglia da 75cl), che rispetto alle due appena citate risulta essere decisamente piA? corposa ed equilibrata, e si lascia bere in modo piacevole. Una vera sorpresa – forse LA sorpresa dell’anno – riguarda la produzione natalizia della Trappe, la Isid’or (provata alla spina), che si distacca notevolmente dalle succitate invernali, piuttosto classiche. Il colore leggermente ambrato, la schiuma non troppo persistente anche se molto densa, e i mille profumi di spezie la rendono particolarmente beverina, e i suoi 7.5% non risultano essere esagerati – almeno per quanto riguarda le sensazioni delle mie papille gustative.
Attraversiamo per un attimo l’Oceano Atlantico e spostiamoci in California: A? qui che viene prodotta un’eccellente Anchor Christmas (bottiglia 33cl), che come tutte le sue “sorelle” prodotte a San Francisco, A? un’eccezione per quel che riguarda il tasso alcolico: con i suoi “soli” 5.5% A? una delle invernali piA? leggere. Preparatevi perA? all’esplosione di gusto quando la sentirete: spezie, liquerizia, profumo di malto tostato per un’eccellente ambrata scura. Questa birra in linea di massima cambia piA? o meno radicalmente ricetta ogni anno, per cui probabilmente servirA� un assaggio per produzione… mi sacrificherA? volentieri 🙂
Niente di speciale invece la K9 di Flying Dog (spina) che ai suoi 7% abbina un gusto non troppo forte, e si lascia dimenticare abbastanza in fretta.
Tornando in Belgio, ho assaggiato con piacere per l’ennesima volta la St. Feuillien, che di rado sbaglia una birra, e la loro CuvA?e de Noel (33cl, bottiglia) A? semplicemente fantastica nonchA? una delle piA? impegnative per quel che concerne tasso alcolico e gusto. Scrussima a prima vista, in realtA� se messa controluce rivela un bellissimo colore rosso-rubino, ha una schiuma ben persistente e molto molto densa. La bevuta, come detto, A? molto piacevole ma non facile: la birra, corposa ed equilibrata, ha i sentori della liquerizia e i suoi 9% si fanno sentire.
Tra le natalizie piA? acoliche, ricordiamo la produzione della De Dolle, la Stille Nacht (33cl, bottiglia) che con i suoi 12% risulta essere eccellente ma anche di difficilissima degustazione, non disconstandosi troppo dalle altre produzioni del birrificio di Esen (la piccola “punta” di acidulo A? sempre presente). Particolarmente adatta all’invecchiamento, quest’estate al Kulminator di Anversa ne ho assaggiata una del 1999: il suo tasso alcolico era accentuato dai 10 anni trascorsi in bottiglia e faceva assomigliare la Stille Nacht ad un liquore.
Una delle birre che piA? escono dal contesto A? la PA?re Noel della De Ranke (33cl, bottiglia) che, come le altre produzioni della casamadre, non solo non ha nulla di dolce, ma anzi A? amara, molto luppolata e, gradazione di 7% a parte, per certi versi assomiglia molto alla sua sorella XX Bitter. Non male, anzi, ma niente di clamoroso, soprattutto se vi aspettate qualcosa di dolciastro.

Un vero classico del periodo natalizio, da ormai tanti anni, A? la Gouden Carolus Christmas, dolce e fortemente speziata, straordinariamente piacevole e adatta ad accompagnarsi alle specialitA� natalizie di casa nostra, panettone in primis. Una birra che invece (fin dal nome) nasce come natalizia A? la Avec Le Bons Voeux (letteralmente: con i migliori auguri) della Dupont, un birrificio belga che ci ha sempre conquistato. Tasso alcolico importante (9,5%), bilanciatissima ed estremamente piacevole, A? perA? diventata da diversi anni una birra prodotta e venduta durante tutto l’anno.

Tra le meno interessanti (ma non sempre terribili) possiamo citare Gordon Xmas (che quest’anno ci A? sembrata, almeno alla spina, in discreta ripresa) e Delirium Noel. Entrambe sono discreti prodotti che perA? non ci sentiamo di consigliare come “speciali”.

Il discorso cambia (relativamente), quando ci troviamo a parlare di birre natalizie nella nostra giovane (maltosamente parlando) Italia. Se A? pur vero che la categoria “Birra di Natale” indica tutto e nulla, nel contesto locale questa variabilitA� aumenta in modo ancora piA? netto sia tra birra e birra, sia nella stessa birra tra un anno e il successivo.
Quest’anno nel mio personale taccuino del 2009 qualche assaggio da raccontare c’A? pure, ovviamente senza avere la pretesa di citare le birre piA? buone o piA? rappresentative del nostro scenario, quindi introduciamo qualche nome per mettere un pA? di ciccia al fuoco.
Il primo personale assaggio natalizio A? stato la Babbo Bastardo prodotta dal lombardo birrificio Geco, birra dal nome clamoroso e caratterizzata da una speziatura con bacche di ginepro e pepe rosa. Purtroppo al palato la speziatura A? difficilmente percettibile e il tutto affonda in un alcool fin troppo invadente. Discorso opposto per la natalizia del birrificio Inconsueto. Sgraziata e con un tenore alcolico veramente poco natalizio.

Ma non tutto A? male, pur ammettendo che in Italia le natalizie realmente commoventi mancano ancora all’appello. Buona e ribevibile volentieri la Noel Du Sanglier , con piacevoli sapori di candito, dolce e un amaro ben bilanciato. Una spanna leggermente sotto la Natalizia di Maltus Faber, una “tripel” secca ma equilibrata e scorrevole al palato. In ultimo, l’assaggio piA? recente (A? in questo momento nel mio bicchiere 🙂 ), la Natale 2009 del Orso Verde. Assaggio che conferma come il mio Orso preferito sia tornato nuovamente in sella dopo una natalizia 2008 finita nel lavandino (e qualche cotta sfortunata nel nuovo impianto). Birra robusta (l’alcool batte il suo conto), di colore ambrato carico e con sentori di anice. Promossa, pur senza essere clamorosa. Un pA? come i miei italici assaggi 2009.

Dall’altra parte dell’oceano, ecco che cosa A? arrivato sulla slitta quest’anno:

Decisamente inconsueta, visto lo stile, tutti gli anni fa la sua comparsa la Bells Winter White: una bianca sullo stile belga, con frumento americano e lieviti Hefe mescolati con lieviti belga. Nonostante non sia un fan delle witbier, devo ammettere che questa A? piuttosto ben fatta, molto beverina; quantomeno rappresenta una variazione alle alcooliche birre invernali che si trovano di solito.
Infatti, per non smentirsi la Bells propone anche, nel periodo invernale, il devastante Expedition Stout: un concentrato di malti e luppoli per un Imperial Stout di prima qualitA�. Il malto tostato la fa da padrone, con un potente aroma di caffA?, frutti scuri, cioccolato e un sentore di spezie (vaniglia). Denso, densissimo, cremoso e poco carbonato, A? in assoluto un piacevole colpo di grazia. Consigliato a fine serata.
Sempre nel periodo invernale, poco prima di Natale, arriva, attesa come i dolci della befana dai bambini che sanno di essere stati buoni, la Brooklyn Black Chocolate Stout. Un’esplosione di gusto che non mancherA� di invadere il vostro palato, se avrete occasione di bere questo capolavoro: colore intenso, corpo potente di malto con un deciso sapore di cioccolato, non troppo dolce, finale ben bilanciato dal luppolo. Ottimo candidato anche per l’invecchiamento – da non perdere.
Ci offre qualcosa di natalizio anche la Rogue: la sua Santa’s Private Reserve A? un amber ale prodotto con molti luppoli, carbonazione vivace, malti leggermente aromatici, un tocco di spezie, e amaro luppolato finale. Non una delle mie preferite, ma ben fatta.
Smuttynose produce un ben piA? modesto Winter Ale, disponibile di solito da fine Ottobre a Gennaio. Corposo, sullo stile di una Dubbel belga, ma mi convince poco – come molte delle produzione americane fatte sullo stile europeo. Leggermente speziato, non troppo alcoolico, passa piuttosto inosservato.
Great Divide si getta invece su un old ale, con il suo ormai tradizionale Hibernation Ale natalizio: invecchiato almeno tre mesi prima di essere distribuito, inizia con malto prepotente, noci, abbastanza dolce; finisce piA? acidulo, con alcool ben presente, adatto a riscaldare le notti invernali. PuA? essere ulteriormente lasciato in cantina per intensificare il giA� complesso profilo.
Infine, personalmente considero natalizia anche la Stone Double Bastard: disponibile per poco tutti gli anni a partire da Novembre, A? in tutto e per tutto una versione “incattivita” dell’Arrogant Bastard ale, con tutto ciA? che questo comporta. Un Ale americano potente, opaca, con un corpo deciso di malto che viene presto annichilito dal luppolo. Estrema sotto ogni punto di vista, eppure piacevole. Un bel regalo di Natale.

Mattia (Belgio&Usa)
Davide (Italia)
Giacomo (Usa)

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Rogue Ales Public House – San Francisco (CA)

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Category : Birra, Locali

Ovvero il Paese dei Balocchi in California. A due passi da Washington Square Park, vicino al quartiere cinese e a quello italiano, nonchA� al quartiere a luci rosse per chi non sapesse come finire la serata, l’unico pub californiano della Rogue Ales A? una tappa obbligata, se passate a San Francisco.

La Rogue Ales ha sede a Newport, nell’Oregon, e ha prodotto circa una sessantina di birre diverse, non pastorizzate e senza conservanti. La qualitA� degli ingredienti fa parte della loro filosofia, e quindi, nonostante la produzione sia elevata e si riescano a trovare le loro birre in varie parte del mondo (prevalentemente bottiglia perchA� trasportare i fusti A? un problema, ma negli USA anche le spine sono sufficientemente facili da reperire), nella maggior parte dei casi non rimarrete delusi da quello che berrete.

Il brewpub con sede a San Francisco offre 40 linee di spina: una ventina di queste sono dedicate alla Rogue, mentre le altre ospitano birrerie artigianali locali (spesso a rotazione) o prodotti piA? noti, come la Guinness. L’impianto di spinatura A? molto decorato, e ogni linea A? immediatamente riconoscibile dal disegno o “statuetta” che si trova sopra (come il cadavere per la Dead Guy Ale, ad esempio); ci sono anche le informazioni sulla gradazione alcoolica. Un’esempio da seguire per l’utilitA� e il piacere alla vista. PoichA� la Rogue A? molto attenta agli abbinamenti col cibo, nel brewpub A? anche possibile mangiare, e la qualitA� del cibo A? piA? che discreta; i piatti sono comunque quelli tipici nordamericani, quindi panini/burger di vario tipo, insalate o chili, ma si lasciano mangiare volentieri.

L’interesse principale A? ovviamente per le bevute: se non sapete cosa scegliere, potrete chiedere consigli o delucidazioni allo staff, molto cordiale e sempre disponibile a suggerire qualcosa o a dare piA? informazioni su una particolare birra. Ma c’A? di meglio: se avete delle indecisioni, in genere non ci sono problemi a farsi dare due/tre bicchierini da assaggio, per poter scegliere con cognizione di causa. E’ bene approfittarne! Il prezzo delle pinte A? poi assolutamente accettabile: 6 dollari, niente di cui lamentarsi da questo punto di vista. Quando il tempo atmosferico lo permette, sul retro del locale A? stato creato un beer garden piuttosto rudimentale, ma efficace: si trova in una corte interna nel mezzo ad alcuni edifici, ma nel pomeriggio il sole A? ben presente, quindi potete approfittarne per bere qualcosa sui tavoli di legno al sole o sotto gli ombrelloni. Segnalo anche alcune iniziative piacevoli, come il Meet the brewer del martedA�, in cui mastri birrai di birrifici locali (uno alla settimana) sono presenti per rispondere ad eventuali domande o semplicemente bere una pinta in compagnia. PoichA� la scena di San Francisco A? ricca di microbirrifici, la materia prima certo non manca.

Se non avete mai bevuto qualcosa della Rogue, vi chiederete come sono le birre: beh, alcune sono dannatamente buone. Alla Rogue ci sanno fare, e nonostante la produzione molto variata (moltissimi gli stili disponibili), raggiungono alcuni picchi di eccellenza notevoli. Personalmente apprezzo molto le loro bitter, porter e stout: mi sento di suggerire senza problemi Mocha Porter (si sente il malto tostato, caffA?, leggere note di cioccolato, ma A? soprattutto apprezzabile l’amaro finale che bilancia perfettamente il tutto), Shakespeare Stout (incarnazione perfetta dello stile stout, senza eccessi, ma senza il minimo difetto: prevedete 5-10 minuti per avere una pinta spillata, in quanto deve riposare molto dopo la spinatura), Imperial Stout (devastante, aroma e gusto fortissimi che vi lasceranno senza fiato). Menzione speciale per l’Old Crustacean Barley Wine, medaglia d’oro 2008 allo World Beer Championship, davvero eccellente: denso, corposo, con un finale secco e decisamente luppolato per essere un barley wine. Ci sono perA? buoni esempi anche su birre meno scure e piA? tradizionali: American Amber, Dead Guy Ale. E’ sorprendente soprattutto la bevibilitA� delle loro produzioni, grazie al sapiente uso dei luppoli e dei malti per creare birre molto ben bilanciate. Se avete una serata libera davanti, potrete bere numerose pinte senza stancarvi mai, e sarA� un’esperienza molto piacevole.

Jack Joyce, proprietario della Rogue Ales, nel brewpub a Newport.

Qui sopra: Jack Joyce, proprietario della Rogue Ales, nel brewpub a Newport.

Da notare che praticamente tutte le loro birre sono disponibili anche in bottiglia (che potrete acquistare al pub); a mia conoscenza, perA?, nessuna delle birre prevede rifermentazione in bottiglia, e quindi mi sento di consigliare la spina, quando possibile, in modo da apprezzare in pieno la freschezza e la vivacitA� delle produzioni. Pochissime le eccezioni: il barley wine sicuramente gioverebbe dall’invecchiamento, ma nella maggior parte dei casi si tratta di birre che danno il meglio se gustate fresche.

Piccola curiositA�: la maggior parte degli autoctoni adora alla follia la Kells Lager; una pilsner dallo stile europeo, onesta ma che non mi ha colpito particolarmente. E ad un certo punto della serata, A? entrato un tizio che ha avuto il coraggio di chiedere una Millers Lite in bottiglia… Da non crederci! Ma in generale, se siete amanti della buona birra in questo pub vi troverete in ottima compagnia! Da non perdere.

Giacomo
(P.S: non mi piace prendere in giro nessuno e le foto non le ho fatte io, poichA� non avevo la macchina fotografica disponibile. Ringrazio i rispettivi autori delle foto)

Bierkoning – Amsterdam (NL)

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Category : Beershop

Il Bierkoning (Re della Birra, perfettamente raffigurato nell’insegna-logo nell’atto di bere da un boccale grande quanto lui) A? un beer shop di Amsterdam, situato nelle immediate vicinanze di piazza Dam, a non piA? di un centinaio di metri dalla piazza. Non ricordo di preciso come lo scoprii, anni fa, ma il colpo d’occhio fu impressionante appena entrato.

Con 23 anni di storia e una posizione a dir poco invidiabile nel pieno centro della cittA� il Bierkoning rappresenta una gioia sia per l’appassionato di birra che abita in cittA�, che per il turista di passaggio.

Oltre 950 bottiglie diverse, scelte con cura e tra il meglio della produzione mondiale (U.S.A., Belgio e Olanda, ma anche U.K. e Germania, piA? qualche curiositA� anche da altri paesi: nel 2007 trovai la Panil BarriquA�e a tenere alto il nome della birra artigianale italiana), piA? una parete impressionante di bicchieri (oltre 300, pare) sono le cifre con cui si presenta questo beer shop che a ragione potremmo definire “ideale”. Personale competente e amichevole, una selezione di libri a tema birrario, magliette altrove introvabili, un reparto dedicato alle acide, e poi birre trappiste invecchiate (Rochefort e Westvleteren) e a prezzi interessantissimi, un paio di piccoli frigo per le esigenze piA? immediate, confezioni regalo e tanto altro ancora.

Impressionante la quantitA� di birre di difficile reperibilitA� viste sugli scaffali, roba da far impallidire anche il consumatore piA? esigente, e prezzi onestissimi. Affittano anche spine mobili, se per caso aveste voglia di organizzare una festicciola da quelle parti.

Bierkoning
Paleisstraat 125
Amsterdam

Sito del Bierkoning.