OctobEUR Fest – Report

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Category : Festival

E’ finita ieri a Roma la prima edizione di OctobEUR Fest, svoltasi al Parco Rosati tra le giornate di mercoledì e domenica. Pianificato dalla “macchina organizzatrice” di Alex Liberati comprendente Brasserie 4:20, ImpexBeer, Revelation Cat e con il patrocinio del Comune di Roma, si può dire sia stato davvero un grande successo. Io son stato alla serata di venerdì, con arrivo molto presto (praticamente all’apertura delle 18.30) e con la mia partenza dieci minuti prima delle 3.

Nell’arco della serata, l’affluenza è stata elevata e anche negli ultimi istanti prima della chiusura, il posto (davvero bello) era praticamente pieno: alla punta di affluenza, verso le 23, in alcuni degli stand ci voleva più di mezz’ora per poter arrivare al banco-spina.
Come vi avevamo anticipato qua le spine erano davvero notevoli e tante, ed erano divise in stands-isola in base alla provenienza: Germania, Inghilterra, Belgio-Olanda, Danimarca, Stati Uniti e Italia, più lo stand della zona mangereccia e il beer shop per portarsi a casa qualche bottiglia.

L’ingresso era gratuito, ma il primo acquisto era “obbligato” a 15€, che venivano scambiati con il bicchiere (scelta tra pinta e mezza pinta), 10 gettoni e il programma con tutte le birre servite. A proposito del bicchiere, avendo lo scopo di gustare più birre possibili, la scelta è caduta sulla mezza pinta: per riempirla al banco ci volevano 2 gettoni (per la pinta, 5), e ogni “ricarica” di gettoni costava 1,20€, il che rendeva gli assaggi a buon prezzo (2,40€ la mezza, 6€ la pinta).

Dichiaro subito la mia birra preferita, perchè l’ho (l’abbiamo tutti, in realtà) trovata davvero eccezionale: la Op&Top di De Molen, una bitter ale stupendamente bilanciata. Nel corso della serata ho visitato almeno una volta tutti gli stands (tranne quello italiano perchè le birre presenti – le ottime ExtraOmnes di Schigi – le avevo già provate in altre occasioni), partendo con la Braustelle Kolsch, Moor Hoppiness e DarkStar American Pale, seguita dalla Mikkeller Ten (Ipa, 6.5% secondo me molto lontana dagli standard di eccellenza di Mikkeller), Revelation Cat Back to Basic West Coast Ipa (molto buona), Southern Tier Pale Ale e Gemini (era presente, tra le altre, anche la Choklat che avevo già sentito tempo fa al 4:20) e l’eccellente Uncommon Baltic Porter.

La vera sorpresa, però, si trovava ben nascosta e grazie ad un’anticipazione che avevamo avuto tempo fa siamo riusciti facilmente a scoprie il segreto che la celava. Proprio dietro allo stand mangereccio, tramite un piccolo (e pericolosissimo, ho sbattuto la testa in un paio di occasioni) passaggio tra le siepi, si arrivava ad un banco-spina nascosto, dove abbiam trovato delle vere chicche: io ho provato la BrewDog Paradox (ottima, ma purtroppo non so dire di quale batch si trattasse), la Pizza Port Welcome Back Wipeout e un’altra, sempre di Pizza Port, che mi son scordato, due Lambic (uno di Boon e uno con dry hopping) e la Hel & Verdoemenis 2009 di De Molen.

Inutile dire che dopo tutte queste fosse giunto il momento di andare verso qualcosa di morbido e orizzontale, anche perchè le ore di treno fatte al mattino non avevano certo aiutato ad accumulare energia. Alla fine erano poi quasi le 3 di mattina e dovendo tornare a Modena il sabato pomeriggio, farlo col mal di testa non sarebbe stata una grandissima idea. L’impressione definitiva è super-positiva: grandi pecche non ne ho viste, le lamentele sui prezzi (che ci erano giunte nei giorni precedenti) erano assolutamente ingiustificate, la qualità (e ricercatezza) delle birre era altissima. Forse, volendo fare un piccolo appunto, a volte si arrivava dopo un po’ di coda al banco e alcune birre risultavano esaurite, oppure alcuni dei cask nello stand inglese sono arrivati a temperatura ben oltre le 8.30: piccoli dettagli praticamente inutili nel valutare, nel complesso, una manifestazione di grande rilevanza che speriamo possa avere lunga vita.

mattia

Local Option, Chicago (IL, USA)

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Category : Locali, Viaggi

Nella zona universitaria di Chicago, vicinissimo alla De Paul University e non lontano nemmeno dallo Small Bar (di cui abbiam parlato qua), si trova il Local Option, piccolo locale votato alla birra di qualità. Curioso il fatto che si trovi in una zona frequentata da giovani universitari, che in linea di massima non sono proprio i migliori clienti possibili per le birre ricercate.

Il locale è, come detto, piccolino e, se non fosse per la marea di neon colorati appesi in vetrina o all’interno, dalla strada (1102 West Webster, mappa) sarebbe poco visibile. In realtà, come in quasi tutte le città americane, una volta fatta pratica con gli indirizzi, capirete che è quasi impossibile perdersi. Noi siamo capitati lì un pò per caso, dopo aver chiuso la serata alla Goose Island, Giacomo s’è ricordato di aver avuto un suggerimento da un amico, e così siamo passati al volo per dare un’occhiata: fatto sta che nelle tre sere che abbiamo passato a Chicago, ci siamo poi sempre stati.

Subito un appunto, prima di iniziare: ricordatevi il passaporto. Nè carta di identità, nè patente (che non sia quella americana, ovviamente) sono accettate come documento che provi la maggiore età (21): senza passaporto non vi faranno nemmeno entrare dalla porta. Una volta entrati, con documento vero o falso che sia, troverete la sala di ingresso con bancone a sinistra e tavolini-trespolo a destra. Poco più avanti un’apertura vi porterà ai pochi tavolini presenti nel locale. Nella terza sera abbiamo davvero fatto fatica a trovare posto anche per via della Finale di NHL che vedeva protagonista i Chicago BlackHawks.

Seduti al bacone, ci si presenta davanti l’impianto spine, con ben 25 diversi “manici” e prelibatezze da ogni parte del mondo. Sì, perchè al Local Option non troverete soltanto le (ottime) produzioni statunitensi, ma anche nomi europei di grande importanza. Vero è che a noi questi nomi non fanno più un grande effetto, ma la faccia di Giacomo quando ha (ri)trovato certe perle, è davvero stata un programma. Nella mega-lavagna a fianco del bancone son segnate tutte le spine disponibili in quel momento: noi abbiam trovato – e bevuto – birre di Three Floyds (che abbiam poi anche visitato), Great Divide (il devastante barley wine Old Ruffian), Left Hand (con la Milk Stout non si sbaglia), Sierra Nevada, Lost Abbey, Jolly Pumpkin, Flying Dog, Founders. Molti altri i birrifici americani presenti, ad esempio Dark Horse e Lagunitas.

Le “straniere” però non mancano: alla spina c’erano Cantillon (Lambic e Rosé de Gambrinus), Spezial (Bamberg), Mikkeller (Single Hop Centennial e Simcoe), Schneider. Ovviamente queste birre, per noi europei facilmente trovabili, per un americano sono ricercatissime, ed è per questo che i prezzi non erano troppo a buon mercato… la Mikkeller ea a 9$ per una piccola da (circa) 0.3.  Tutto il resto viaggiava sui prezzi medi americani per prodotti di buona/alta qualità, cioè circa 5-6 $ la pinta. Da segnalare anche una giapponese: l’ottima Hitachino Nest White Ale, una witbier molto aromatica e rinfrescante. Molto positivo il fatto che le spine ruotassero rapidamente: da un giorno all’altro, una o due birre cambiavano sempre.

In più, ogni tanto organizzano serate a tema o educative, dedicando più spine ad uno stesso birrificio. Si possono avere informazioni sullo scarno sito ufficiale. Ad esempio, c’è stata la serata Mikkeller Yeast Series, ed una con le birre più  “ricercate” della Three Floyds. Non si può che apprezzare l’impegno.

Ultimo paragrafo per l’elogio al servizio: probabilmente ci avevano preso in simpatia e, a parte la seconda serata in cui eravamo davvero stanchi, l’hanno dimostrato regalandoci qualche bottiglia da asporto, tra cui la Brooklyner-Schneider Hopfen-Weisse (una weizen bock nata dalla collaborazione tra Brooklyn Brewery e Schneider – brassata a New York con lievito tedesco e luppoli americani) e il Barleywine della Lagunitas. Se siete a Chicago, il Local Option è un posto assolutamente da non perdere. Ma ricordatevi il passaporto.

mattia e giacomo

Guida alla California (3/3): San Diego e dintorni

Category : Viaggi

Ripartiamo dal mastodontico agglomerato urbano che risponde al nome di Los Angeles e continuiamo verso sud. Andando verso San Diego le mete di pellegrinaggio brassicolo fioccano, ma la nostra scelta ricade sul Pizza Port (di) Carlsbad, delizioso surf pub che, come suggerisce il nome, abbina ottime birre a una buona pizzeria – ricordando sempre che non siamo a Sorrento, quindi aspettatevi una pesantissima, ma oggettivamente buona, pizza in stile americano. La scelta delle birre non si limita ad un’eccellente offerta locale, ma offre anche una serie di birre europee a rotazione di tutto rispetto: al mio passaggio c’erano, giusto per la cronaca, De Molen Hel & Verdoemenis e 3 Fonteinen Oude Geuze. Ciliegina sulla torta una serie di videogiochi dei tempi che furono possono intrattenervi nell’attesa della pizza. Io, però, ho deciso di colmare l’attesa del mio pranzo con una pinta di Port Wipeout IPA e bagnare la pizza con l’altrettanto deliziosa Pizza Port Sharkbite Red Ale. Scelte di per sé ottime, certo è che queste due signorine unite alla non frugale pizza non sono certamente consigliabili se in programma non avete una pennichella.

Sta di fatto che con un macigno navigante nell’alcol in pancia, torniamo in macchina per giungere a destinazione. San Diego è relativamente piccola e se avete l’hotel nel quartiere Gaslamp (cosa che consiglio) potete dimenticare la macchina e girare la sera a piedi in quella che potrebbe sembrare – porto militare escluso – una comune località marittima italiana. Il locale migliore della zona come offerta di birre è quasi certamente The Local dove però il manager ha deciso di non accettare la patente come documento di riconoscimento (unico posto in cui ci sia successo), ma la curiosità mi ha comunque portato a tornare il giorno dopo per bere una fantastica, e sottolineo fantastica AleSmith IPA che di certo non ha bisogno di presentazioni. Girando la zona testiamo inizialmente la Rock Bottom Brewery (Point Break Pale Ale, tutto tranne che indimenticabile) e successivamente ci facciamo attirare da un duetto acustico che risuona in tutto l’isolato dalla Gaslamp Tavern ,dove la bevuta di una Firestone Union Jack IPA (slurp!) viene accompagnata da una memorabile rivisitazione di Because – The Beatles e dall’evergreen Hotel California. La serata vede la sua fine con una Stone Oaked Arrogant Bastard Ale servita a una temperatura molto prossima al congelamento in un locale completamente anonimo di cui, mi scuso, non ricordo assolutamente il nome.

In programma c’era ovviamente la visita dell’AleSmith Brewery, ma il caso ha voluto che la mattina precedente alla visita corrispondesse con la scoperta di una spiaggetta a La Jolla dove la sabbia bianca e un’ondoso mare azzurro si univano alla più alta concentrazione di apprezzabilissime giovani donzelle mai registrata sul pianeta; il rilevamento fuori scala ha chiaramente sfasato il mio orologio biologico e tra una cosa e l’altra quando ho guardato l’orologio erano già le 5 del pomeriggio: id est bye bye visita all’AleSmith. Sono conscio della perdita, ma spero che voi lettori siate comprensivi; per rimediare ho comunque inserito in cima alla lista una visita in occasione del mio prossimo ulteriore viaggio nel Golden State a fine agosto. Di ritorno da La Jolla obbligatorio è l’aperitivo al tramonto alla Pacific Beach Brewery dove la rinfrescante e degna di nota Pacific Beach Crystal Pier Pale Ale verrà offuscata dal panorama che si gode dalla terrazza al primo piano (la foto è lievemente mossa, ma rende comunque l’idea).

Un po’ come già raccontato per il Village Idiot a Los Angeles la mia caldissima raccomandazione per una cenetta va ad un ristorante che da fuori di notte sembra una mezza bettola, ma dentro il look è sorprendentemente accogliente (consiglio la prenotazione perché il posto è veramente piccolo, a memoria direi 5-6 tavoli), e si tratta del Ritual Tavern: qui, la simpatica gestrice sarà il vostro Virgilio, necessario per uscire indenni dalla selva oscura dell’abbinamento del cibo (ottimo, sia la carne che il pesce) con una delle tantissime birre offerte (nel sito ufficiale non sono riportate tutte e mancano tutte le spine a rotazione). Non ricordo con esattezza cosa ho mangiato, ma la Alpine Nelson IPA spillata a pompa con l’antipasto, la Mad River Steelhead Scotch Porter con (se non sbaglio) un filetto e un gran finale con la North Coast Old Rasputin Russian Imperial Stout ad accompagnare il dolce, promuovono a pieni voti quello che è stato quasi sicuramente  il ristorante migliore delle 2 settimane.

Vicini alla fine della nostra avventura non ci restava che portare la nostra famigerata e truzzissima Dodge Avenger blu metallizzato con tanto di spoiler con il tragitto da Laguna Beach a Palm Springs via Highway 74, 79, 371 e di nuovo 74, per quella che si è rivelata un’altra strada incantevole. Dopo una leggera cena a Palm Springs nel carino (inteso come bellino e anche un po’ caro) Matchbox (Anderson Valley Barney Flats Oatmeal Stout) e una sana dormita no ci restava che attraversare il Joshua Tree National Park e la Mojave National Preserve per giungere alla nostra destinazione ultima, Las Vegas, riguardo cui non ho molti consigli da darvi se non di mangiare quello che per me (e anche per le mie compagne di viaggio) è stato l’hamburger più buono della vita al BLT nel Mirage Hotel, dove, come se non bastasse, potete gustare questa delizia con una Stone IPA, che magari non è la birra più buona della vita, ma ci va perlomeno vicina!

Per il resto, consigli su come divertirsi e apprezzare Las Vegas non servono, anche se ricordate che for a loser, Vegas is the meanest town on earth.  ~Hunter S. Thompson

Lorenzo
(ringrazio mia sorella Livia per le foto)

Three Floyds Brewing – Munster (IN), USA

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Category : Locali, Viaggi

Leggenda vuole che nel 1996, stanchi delle birre sciapite che si trovavano nei dintorni, i tre Floyds (i fratelli Nick e Simon, e loro padre Mike) decidettero di iniziare a produrre birra per conto loro, puntando su (uso le loro stesse parole) unconventional ales and lagers.

All’inizio, tutto veniva fatto con materiale “d’emergenza” e senza troppe pretese nella ridente cittadina di Hammond (IN); ma, visto il successo che le loro birre stavano ottenendo nell’area di Chicago, bisogni di produzione spinsero le tre fatine a spostarsi in un nuovo castello (leggasi: capannone industriale) nell’ancora più ridente borgo di Munster (IN). Finalmente dotati di uno spazio e di materiale adatto, il numero e la quantità delle birre prodotte iniziò a crescere, sempre cercando di mantenere lo spirito iniziale di creare qualcosa di atipico.

Passarono gli anni. Tanti principi sui loro cavalli bianchi (ovvero: motociclisti in Harley) e visitatori da tutte le parti del mondo si fermavano sempre più spesso a visitare il regno incantato della Three Floyds Brewing, per scambiare due chiacchiere e ubriacarsi fino allo svenimento. Gli intraprendenti fratelli Floyd, forse stanchi di avere quella massa di alcoolizzati sempre fra i maroni, decidettero allora di trasformare parte della loro magione in un brewpub, direttamente connesso al birrificio e ad un grande giardino incantato (cioè un orto) in cui coltivare in armonia con Madre Natura. Così nacque il brewpub.


Che bel quadretto idilliaco, non trovate? In mezzo a tutta questa tenerezza non richiesta, vediamo di passare finalmente agli argomenti più interessanti. Una buona notizia: la Three Floyds Brewing, con pub annesso, è relativamente vicina a Chicago – circa mezz’ora di macchina, traffico permettendo. Una cattiva notizia: se non avete la macchina, scordatevi pure di andarci. Sul serio – meglio che rinunciate. Tuttavia, è molto facile trovare birre della Three Floyds nei bar di Chicago (almeno le 3-4 più famose), quindi potete continuare a leggere. Se siete fra gli automuniti e volete andare di persona al brewpub, seguite le indicazioni indicate sul sito ufficiale: la zona è un po’ sperduta, ma non troppo difficile da trovare.

Una volta arrivati, cosa aspettarsi? Il pub è abbastanza piccolo, si vede che l’ambiente è ricavato da vecchi uffici del birrificio: grazie ad una vetrata, gli impianti sono in bella vista. La parte visiva è comunque ben curata: ci sono poster di vecchie fiction (sci-fi, in particolare), gigantografie delle etichette delle birre, manici di spina appesi ovunque. Personalmente apprezzo la veste grafica delle loro birre, e di conseguenza ho apprezzato anche l’arredamento del pub. Una nota folkloristica: in questo posto ho visto (o meglio, Mattia mi ha fatto notare) l’unica bandiera della vecchia USSR che abbia trovato negli USA.

Il pub fa orari da bar di provincia, e chiude a mezzanotte, ma è aperto anche a pranzo. C’è anche una cucina, e i proprietari dicono di avere ingredienti di prima qualità. Il poco che ho assaggiato era piuttosto buono; non c’è moltissima scelta, anche perché buona parte del menu è costituita da pasta e pizza, che tendenzialmente non sono la prima scelta di un italiano all’estero (nemmeno per gli emigranti come me) a causa degli ingredienti bizzarri. Bisogna dire però che le pizze, almeno all’aspetto e dal profumo, sembravano delle vere pizze, quindi forse potrebbe valere la pena assaggiarle.

Mi sono lasciato per un ultimo la parte più importante: le birre. Bisogna dire che qui, di birre, ne fanno tante, e molto varie. Ci sono alcune fisse, e alcune stagionali, ma non mancano nemmeno le cotte speciali che si vedono una volta sola. Quindi, siccome passarle tutte in rassegna sarebbe troppo lungo, mi soffermo su quelle più facili da trovare e su quelle che più mi hanno colpito.

Iniziamo con un classico: Alpha King Pale Ale. Il perfetto esempio di APA: colore ramato, poca schiuma, non troppo frizzante, aroma leggermente acido e luppolato. Ottimamente bilanciato, con un bel corpo di malto dove si sente l’acido che prelude ad un tripudio di luppoli (Centennial, Cascade, Warrior). Yum.
Impeccabile anche la Gumballhead: uno wheat ale con una bella carica di luppoli in più. Consigliato anche a chi non ama il genere, si rivela un’ottima session beer, specie per l’estate (5% ABV e ottima bevibilità).
Cercate qualcosa di più corposo? Se vi piacciono gli Scottish Ale, eccovi accontati: Robert the Bruce, con l’arroganza del malto tostato che lo rende una birra pienissima. Ben scelti i luppoli per bilanciare il finale, ma a farla da padrone è indubbiamente il malto con note di cioccolato.
Volevate qualcosa di più facile da bere? Pride & Joy Mild Ale è la risposta. La versione “Three Floyds” di un american mild ale, con un corpo leggero e beverino, che, insieme ad una buona dose di luppoli, nasconde l’insidia principale di questa session beer: l’alcool, addirittura 6.5% ABV molto difficile da percepire.
Preferite passare ad una birra scura? Topless Wych, una baltic porter molto piena, dove a dominare sono il caffè e il cioccolato. Non la più riuscita del gruppo, ma comunque buona.
Ancora non vi basta? Ci sono altre sorprese in serbo. Infatti, se vi piacciono le birre arroganti, alla Three Floyds c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ad esempio Dreadnaught IPA, un imperial IPA che non mancherà di devastarvi il palato e regalarvi un po’ di felicità. Oppure il Behemoth Barleywine, con un corpo denso di malti caramellati, capace di stendere un bisonte ma non per questo spiacevole – anzi (consigliato a fine pasto). Purtroppo non ho mai assaggiato nessuna delle loro stout (in genere sono disponibili in inverno, ma sono stato in quella zona solo d’estate), ma pare che se la cavino molto bene anche su quelle.

Infine, ci sono anche delle birre ospiti. Circa 8 linee di spina a rotazione, sia americane (Sierra Nevada, Victory) che europee (Murphy’s, Kasteel, Brugge), ma anche bottiglie: Dogfish Head, Stone, Jolly Pumpkin, Hair of the Dog così come Rochefort, Nogne O, De Dolle. Incluse alcune bottiglie invecchiate o comunque molto ricercate. C’è davvero molta varietà, anche se per le bottiglie i prezzi possono salire un bel po’ (fino ai 200 dollari per una Stone Vertical Epic ’03!). Noi non ci siamo lasciati scappare l’occasione e abbiamo tirato il collo ad una Dogfish Head Squall Ipa, una Imperial Ipa davvero eccellente.

Chiudiamo con un commento in breve. Quello che stupisce di questo piccolo birrificio è la maturità delle proposte. Nonostante la produzione sia ancora limitata, le birre hanno tutte un livello di cura per il dettaglio che lascia sorpresi. Difficile trovare delle imperfezioni: alcune produzioni sono davvero ben riuscite, altre un po’ meno, ma non ci sono mai difetti evidenti, o almeno noi non ne abbiamo trovate. Rimangono alcuni capolavori, come la Dreadnaught IPA e l’Alpha King. Buona ricerca!

Giacomo (alle tastiere)
Mattia (agli effetti visivi)

Guida alla California (2/3): Highway 1 & Los Angeles

Category : Viaggi

Vi avevo (colpevolmente) lasciato in una “una truzzissima Dodge Avenger blu metallizzato con tanto di spoiler” all’ombra del Golden Gate Bridge, ma sono certo che nessuno avrebbe il coraggio di lamentarsi per esser stato abbandonato a San Francisco…

Il viaggio verso sud con meta San Diego si svolge lungo la straordinaria, leggendaria e indescrivibile Highway 1: la strada e il paesaggio sono così belli che quasi ci si può dimenticare di malti e luppoli. Se passate da queste parti con il caldo e non disdegnate una giornata in spiaggia il mio consiglio è di saltare a piè pari Santa Cruz e dirigervi dritti dritti a Carmel-by-the-Sea dove una calma unica e una spiaggia bianchissima vi aspettano – per gli appassionati di golf, qui è dove si trova il Pebble Beach Golf Course. Appena entrati in paese fermatevi alla Bruno’s Grocery, fatevi fare un bel paninazzo e tirate giù qualche bottiglia dal frigo soprendentemente fornito: dirigetevi quindi in spiaggia e gustatevi qualche ora di paradiso condita, nel mio caso, da una Lagunitas Sonoma Farmhouse Hop Stoopid, assolutamente all’altezza della spiaggia bianca e il mare turchese.

Carmel-by-the-Sea: scusate se non cè nessuna birra in questa immagine, ma dovevo convincervi a non lasciarvi scappare questo posto incantevole!

Carmel-by-the-Sea: scusate se non c'è nessuna birra in questa immagine, ma dovevo convincervi a non lasciarvi scappare questo posto incantevole!

Proseguendo verso sud, dopo una notte passata in un motel a Big Sur (più o meno lo scenario ideale per un film horror in cui a un certo punto uno dei protagonisti sfodera l’evergreen: “OK, dividiamoci!”), condita da svariate birre in bottiglia collezionate per la strada (tra le varie non posso non citare New Belgium Ranger IPA e Sierra Nevada Torpedo Extra IPA), si riparte al mattino presto con destinazione Santa Barbara. Inevitabile, e consigliatissima, è la visita all’Hearst Castle (Mr. Hearst è il personaggio a cui Citizen Kane – Quarto Potere – è ispirato): si “perdono” 2-3 ore, ma valgono assolutamente la visita di questo posto incredibile e la guida vi farà apprezzare a fondo il personaggio che ha creato dal nulla un posto indescrivibile (io sono sempre stato contro le visite guidate, principalmente perchè eternamente noiose, ma questa, oltre a essere obbligatoria, è veramente straordinaria, nda). Ok, scusate la parentesi da Lonely Planet dei poveri e torno in carreggiata: la sosta di servizio per il pranzo è prevista a San Luis Obispo, per l’esattezza al Novo Restaurant, dove un’insalatina e un’ottima e fresca Firestone Walker 31 California Pale Ale, servite in un’accogliente giardino/patio mi offrono ristoro data la giornata esageratamente calda. Una volta giunti a Santa Barbara dopo un pomeriggio di spiaggia e una serata di shopping e cazzeggio ci troviamo alle 10 di sera passate con una buona dose di fame e sete: volendo evitare un ristorante optiamo per il Santa Barbara Brewing Company pub, dove un discreto cheesburger viene bagnato dalle beverine, ma non indimenticabili, XPA, IPA e Ocean IPA. La serata si conclude con una compagnia conosciuta all’ostello composta dal proprietario e altri locals che inizialmente mi portano in un club in cui si sta svolgendo una gay-night… non essendo molto propensi usciamo e ci dirigiamo verso un’altro club dove una buona Firestone Walker Double Barrel Ale (DBA) mi fa compagnia mentre vengo approcciato, questa volta, da un’avvenente 30enne – di sicuro un bel passo in avanti rispetto alla zia 40enne del Toronado (ma che bellissimo posto la California!!!).

Barneys Beanery, Los Angeles

Barney's Beanery, Los Angeles

L’ultimo paragrafo di questa puntata è dedicato a Los Angeles, volutamente non approfondita sotto l’aspetto brassicolo, destinato all’ampliamento dato il mio futuro soggiorno per 8 giorni ad Agosto. Ma gli spunti e i consigli certamente non mancano: per esempio la Barney’s Beanery, storica destinazione per i viaggiatori westbound lungo la storica route 66 e, come se non bastasse, si narra che Quentin Tarantino abbia scritto la sceneggiatura di Pulp Fiction proprio su questo bancone, che ha anche avuto tra i suoi abituali frequentatori Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplin, che proprio qui ha avuto il suo ultimo drink. Sono solo le 3 del pomeriggio, quindi non mi posso spaccare anche perchè sono l’unico over 25 della spedizione, quindi l’unico a poter guidare (sigh!): mi faccio quindi consigliare da una simpaticissima cameriera montenegrina, che mi delizia con un’ottima e rinfrescante Samuel Adams Imperial Pilsner. La sera un’ottima cena al Village Idiot, ristorante nel quartiere indie di Melrose Blv (non fatevi ingannare dall’aspetto esteriore, da fuori sembra una bettola, dentro è invitante e accogliente, riuscendo comunque a essere molto alla mano) accompagnata da una Bear Republic Hop Rod Rye Ale e dalla locale Craftsman Heavenly Hefe concludono quella che per il momento è la mia esperienza di LA per quanto riguarda malti, luppoli & co.

Non ci resta che risalire sulla macchina truzza e scendere verso la splendida San Diego, per poi finire a Sin City, Las Vegas… (…e prometto che non vi faccio aspettare altri 2 mesi per la terza parte!)

Lorenzo