In De Wildeman – Amsterdam (NL)

Category : Locali, Viaggi

Questo è stato il primo posto “da birra” che ho scoperto ad Amsterdam, diversi anni fa, tramite conoscenze. E, proprio lì, scoprii tante cose che per me erano nuove: la Good Beer Guide di Tim Webb dedicata a Belgio e Olanda, l’esistenza della CAMRA e di altre importanti associazioni che promuovono la birra “di qualità”, insomma di una cultura della birra consolidata da pubblicazioni, associazioni di esperti e di appassionati. Tra cui la Alliantie van Bier Tapperijen, di cui il Wildeman è orgoglioso promotore, che raduna i migliori pub olandesi dove trovare birra di qualità.

Un po’ di storia: il Wildeman (o meglio: In De Wildeman, che si traduce come “Dal Cavernicolo”) esiste sotto l’attuale gestione da oltre 20 anni (1986). Da allora, è stato meta importante del turismo birrario mondiale e segnalato su ogni guida possibile dai migliori beer writer al mondo (Tim Webb, Michael Jackson e altri ancora). Allora i bar specializzati in birra erano ancora delle rarità, e per certi versi lo sono ancora.

Il locale, che si trova in un vicolo (Kolksteeg 3) a pochi passi da piazza Dam e 5 minuti di camminata dalla stazione centrale, è una  vera gemma. La passione qui è palpabile nei muri (che hanno visto passare ogni epoca giacché il locale serve liquori da centinaia di anni), nel personale preparatissimo, nei clienti. Non è cambiato molto da allora: qualche ritocco alla lista, il divieto di fumo introdotto dal governo olandese recentemente (prima solo in una delle due sale era vietato fumare), mentre sono rimaste invariate alcune caratteristiche specifiche, l’offerta limitata di cibo (qualche salsiccia fresca molto interessante, qualche formaggio trappista, qualche stuzzichino “da birreria”) e l’assenza totale di musica: silenzio, parla la birra, parlano le persone.

La lista delle 200 birre in bottiglia è dedicata in particolar modo a Belgio e Olanda, ed è suddivisa per tipologia (trappiste, abbazia, acide) o provenienza (il Belgio è diviso in birre fiamminghe e valloni, poi ci sono piccole sezioni dedicate a una selezione di americane, tedesche e via dicendo). Oltre a tutte queste, si trova sempre una selezione di birre fuori lista: per scoprirle bisogna tenere d’occhio le lavagnette al banco o vicino alla lavagna delle spine.

Il meglio, infatti, arriva con i fusti. Non si parla infatti del normale pub di provincia a cui siamo abituati, con le sue linee di spina rigidamente inchiodate ai contratti di fornitura, ma di un locale che fa del continuo rinnovarsi della proposta alla spina un vanto e una bandiera. Le spine sono circa 18, e in pratica l’unica fissa è la Guinness. Il resto delle proposte varia di settimana in settimana, e spesso è facile trovare novità e sostituzioni anche a distanza di pochissimi giorni. In generale, segue certi schemi per coprire le tipologie più richieste (Pils, Weizen, Bock, Tripel e via dicendo) senza disdegnare birre particolari o fuori dagli schemi. Mi limiterò a nominare alcune squisitezze trovate durante la mia ultima trasferta: Hel en Verdoemenis (De Molen, NL), 4 Granen Bock (Jopen, NL), Snake Dog I.P.A. (Flying Dog, U.S.A.) e la Fuller’s E.S.B (UK).

Il modo per conoscere le proposte in anticipo è visitare il pub o sito del Wildeman (in inglese), aggiornato con puntualità.

Somewhen in the New Year Beer Festival – The Evening Star, Brighton, UK

Category : Eventi

L’importanza di un festival musicale è data in primo luogo dal line-up, tutto il resto viene dopo; lo stesso si puo dire per l’equivalente manifestazione riguardante le birre, dove è la beerlist a fare da ago della bilancia. Dallo stadio allo scantinato, dalla fiera al bancone, il luogo può risultare in fin dei conti un’inutile, ma indispensabile, scenografia o, nei casi più fortunati,  la ciliegina sulla torta. Ma andiamo per gradi, sicuramente non stiamo parlando di Glastonbury, e di conseguenza nemmeno del CAMRA Great British Beer Festival, bensì di un festival sicuramente più indie – prego i ragazzini con capelli alla Edward mani di forbice, Cheap Mondays e iPod con gli Arctic Monkeys negli auricolari di scusarmi, ma è al senso più letterale e nostalgico del termine a cui mi sto riferendo. Pubblicizzato unicamente da un foglio appeso dietro il bancone del mio pub di fiducia, l’Evening Star a Brighton, di cui vi parlerò il più presto possibile, il “Somewhen in the New Year Beer Festival” (anche il nome non è esattamente frutto di innumerevoli indagini di mercato, quanto più probabilmente di innumerevoli pinte) è l’emblema delle manifestazioni ad altissimo rapporto qualità/pubblico, un po’ come – per continuare il parallelismo tra birra e musica – un concerto dei Blur al Factory a Milano nel ’94, giusto per fare un esempio.

Passando ai fatti, il line-up affiancava, come ogni festival che si rispetti, importanti e sconosciute realtà nazionali ad affermate realtà mondial, per lo più made in USA.

Svolto nell’arco di un weekend, sfruttando 12 delle 14 spine disponibili, e con l’aggiunta di cinque barilotti da 15L da cui la birra veniva direttamente versata, il festival prevedeva la rotazione di 31 diverse birre:
Little Valley Red Dyke, Salopian Darkness, Leeds New Moon, Adur Velocity, Battledown Turncoat, Acorn Old Moor Porter, Bradfield Farmer’s Stout, Burton Bridge Top Dog Stout, Goachers Crown Imperial Stout, Harviestoun Old Engine Oil, Pictish Claymore, Saltaire Titus Black, Saltaire Texas Brown, Salopian Pick Pocket Porter, Ramsbury Deer Hunter, Hambleton Nightmare, Severn Vale Seven Sins, Elland Demon’s Eye, Ramsbury Rum Truffle, Hopdaemon Leviathan, Wickwar Station Porter, Elland 1872 Porter, Exmoor Beast, Dark Star Critical Mass 2007, Dark Star Imperial Stout, Stone (California) Smoked Porter, Stone (California) Arrogant Bastard, Schneider (Germany) Eisbock, He’Brew (New York) Genesis, He’Brew (New York) Jewbelation 12, Coney Island (New York) Albino Python.

Per vari motivi non sono riuscito a provarle tutte, ma la qualità media si è comunque rivelata estremamente alta. Mi permetto di stilare un podio con 3 vincitori ex aequo:
He’Brew (New York) Jewbelation 12: American strong ale prodotta per il dodicesimo anniversario del birrificio newyorkese, prodotta con 12 luppoli e 12 malti diversi, 12% vol. Birra ovviamente molto complicata, spiccano note di caffè, liquirizia e uvetta; mi permetto di consigliarne mezza pinta alla volta perchè di più potrebbe farla risultare stucchevole, a piccole dosi resta invece un capolavoro!
Stone Smoked Porter: il birrificio di casa a Escondido continua a stupire con questa porter resa speciale da un tocco di affumicatura, dato dal peat smoked malt, che emerge nel finale; soffice e cremosa al palato si fa apprezzare anche per una lieve ma piacevole luppolatura.
Dark Star Critical Mass 2007: natalizia della Dark Star, birrificio poco fuori Brighton gestito dai proprietari stessi del pub in cui questo festival è stato organizzato, è un’english strong ale con forti note di frutta tostata, frutti di bosco, cereali e cioccolato, con un lieve tocco amarognolo alla barley wine. L’invecchiamento di un anno ne ha ulteriormente esaltato corposità e malti, non compromettendone la bevibilità (potrebbe quasi esser una session beer), anzi rendendola ancora più desiderabile.

Lorenzo

Report da Tokyo parte 3: birre artigianali giapponesi al Popeye

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Category : Locali, Viaggi

Per la terza e ultima parte del nostro racconto sulla birra di qualità a Tokyo abbiamo voluto tenere in serbo qualcosa di davvero speciale: il Popeye Beer Club, situato a Ryogoku, il quartiere di Tokyo famoso per la lotta sumo.

Ci sono luoghi dove la birra non si beve, si assapora. Ci sono posti al mondo dove la cultura birraria la si percepisce nel personale, nei clienti, nei muri stessi, e ti senti fortunato quando ci entri, li scopri, hai il privilegio di poter aver visto, provato, sentito. Il Popeye corrisponde a tutte queste caratteristiche, è di medie dimensioni e molto accogliente, con un classico arredamento “da pub” occidentale. Una lavagna sulla parete sinistra del locale illustra l’offerta alla spina, vantandosi (e ci mancherebbe altro!) di un numero di linee a dir poco impressionante (intorno alle 70!), probabilmente tra i più alti al mondo.

Ma andiamo con ordine. Che dire della scena dei microbirrifici giapponese? Intanto, che è quasi sconosciuta a chi non visita il Giappone. E’ una scena relativamente giovane: solo nel 1994 il governo varò una legge che concedeva una licenza di produzione di birra anche per birrifici di medio-piccole dimensioni (abbassando il limite minimo di produzione a 20 ettolitri l’anno). Il Popeye nacque proprio in quell’anno, e la scena crebbe molto rapidamente: già nel 1999 il Giappone aveva ben 310 microbirrifici (oggi scesi a circa 280). I generi più popolari sono le ale di ispirazione americana (pale e amber), ricche di luppoli e di gusto, ma c’è molta varietà anche di birre “bianche” alla belga, di barley wine e di stout. E, per ricollegarsi alle considerazioni del report precedente, mancano quasi del tutto le birre di ispirazione europea, e belga in particolare.

Al Popeye comunque si trova tutto questo e anche di più (non mancano mai delle birre americane alla spina: nel periodo in cui siamo stati noi, la parte del leone la faceva la Rogue, marchio ben noto anche in Italia, di cui abbiamo provato in particolare la Brutal Bitter e la Shakespeare Stout). La nostra prima visita è stata la sera di venerdì 17 ottobre. Il locale era affollato da appassionati di birra, giapponesi e non, e per trovare modo di sederci tutti insieme (ci siamo presentati in sei in un orario in cui il locale era già abbastanza pieno) c’è voluta un po’ di pazienza. Non c’è voluto molto, invece, per sentirsi subito a casa: personale competente, birre di assoluto livello che eclissano senza troppe difficoltà il grosso della produzione omologa italiana, atmosfera rilassata e clientela appassionata. Una lista bilingue (un semplice foglio A4 fronte/retro) illustra l’offerta in giapponese e inglese: tipologia, nome, gradazione e nella maggior parte dei casi pure indice di bitterness (che in italiano verrebbe amarezza, se non fosse che l’amarezza in una birra è gioia del palato). C’è per quasi tutte le birre la possibilità di scelta tra mezza pinta e pinta (i barley wine vengono serviti in tagli inferiori, di solito), e oltre a questo c’è la possibilità di effettuare degustazioni di prova.

La serata è così passata piacevolmente di birra in birra, assaporando e gustando il meglio della produzione locale, tra qualche scelta sicura (la Yona Yona Real Ale, di cui Gabriele diffonde il vangelo fin dal suo primo assaggio) e tante “a sensazione”. Da menzionare assolutamente anche i prodotti del birrificio Swan Lake (davvero ottima la Amber Ale)  e quelli del Baird (su tutte la Rising Sun e, fosse anche solo per il nome, la Big Red Machine Fall Classic Ale). Nella parte finale della serata, abbiamo chiesto il permesso di fare qualche foto per il sito, e grazie alla nostra amica Akiko (che si è prestata a fare da interprete) abbiamo avuto modo di parlare con Aoki-san, gestore del Popeye fin dall’apertura, che si è dimostrato molto gentile e disponibile, nonchè interessato ad avere informazioni sulla situazione birraia in Italia.

Pur nel nostro forsennato giro di Tokyo, tra un quartiere e l’altro, tra un pub e l’altro, tra una cena e un negozio particolare, siamo riusciti a organizzare una seconda visita al Popeye nella nostra ultima serata a Tokyo. Siamo entrati e lo staff ci ha salutato calorosamente, ricordandosi della nostra precedente visita (più tardi ci hanno anche mostrato di aver messo una foto della nostra combriccola su di una parete del locale….eravamo commossi). Ci siamo presentati abbastanza presto e non abbiamo avuto difficoltà a sederci, anzi ne abbiamo approfittato per piazzarci sotto la mitica lavagnetta.La lista era già sensibilmente cambiata, segno che la rotazione è abbastanza alta, e in effetti il menù viene davvero stampato ogni giorno. Pur cercando di variare e di provare sempre nuove birre non siamo proprio riusciti a trovarne di cattive, anzi.

L’atmosfera amichevole, la competenza del personale e la passione sincera di Aoki-san, unite a un’offerta di birre artigianali giapponesi stupefacente per quantità e qualità, fanno del Popeye Beer Club un pub unico al mondo, un posto da non perdere nella vostra prossima visita a Tokyo.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)

Thomas Hardy’s Ale

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Category : Birra

Thomas Hardy’s Ale

O’Hanlon’s (UK)

Stile: Barley Wine

Imbottigliata: Gennaio 2007 (N° Q44948)

Prima di ogni commento, una breve nota storica nel caso di questa birra è necessaria. Originariamente era prodotta dalla Eldridge Pope in un paesino del Dorset, patria dello scrittore e poeta da cui questa ale prende il nome, è passata di mano nel 2003, dopo quattro anni dalla interruzione della sua produzione, alla O’Hanlon’s nel vicino ed elegante Devon.

Più che di una birra, si tratta di un’autentica prova di resistenza. Nata per invecchiare, è l’anello mancante tra la birra e il cognac. Il produttore stesso consiglia – quasi obbliga – a un’attesa di almeno 9 mesi prima della stappatura, anche se è caldamente consigliato aspettare di più; questa Real Ale infatti raggiunge l’apice dopo una decina d’anni, anche se chi ha avuto la fortuna e l’immane pazienza di aspettare 25 anni si è dichiarato estasiato del risultato raggiunto. Una sofferenza che viene ampiamente ripagata quindi.

Perché quindi recensire un’esemplare invecchiato “appena” 19 mesi? Beh, la curiosità era tanta e un termine di paragone per apprezzare un giorno il frutto di un’invecchiamento decennale era necessario. La prima cosa che si nota è l’incredibilile viscosità mentre la si versa nel bicchiere (che per la cronaca deve essere uno “snifter”, che purtroppo non possedevo a casa); il colore rosso ambrato opaco è proprio quello che mi potevo aspettare. Carbonazione e cappello pressoché assenti. Al primo sorso è la ciliegia a far da padrone, seguito da un imponente malto accompagnato da spezie dal gusto molto caldo e lieve alcool, con un finale felicemente luppolato e secco che invogliano a un successivo sorso; voglia che deve esser controllata dato che questa ale si presenta in bottiglie da 250mL. Bevibilità straordinaria, specialmente come dopocena.

Sono rimasto genuinamente impressionato, e ora l’attesa per provare il risultato dell’invecchiamento so che sarà ancora più difficile da sopportare, ma allo stesso tempo sono certo che non potrò esser deluso dal risultato.

Lorenzo