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Una pinta a Cambridge

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Category : Locali, Viaggi

Cambridge è una cittadina piccola, ma con una fama che supera le sue dimensioni. E’ sede di una delle più prestigiose università inglesi, un nome che con Oxford è noto anche a chi ha poca confidenza con la geografia inglese.
Cittadina universitaria…cittadina di inglesi… esiste un connubio migliore per la birra? Nella cultura inglese la birra e il pub sono qualcosa che difficilmente riusciamo a tradurre nelle nostre abitudini. Cambridge è a circa 80 km da Londra, è facilmente raggiungibile da Londra via treno (ma attenti, i prezzi inglesi sono sensibilmente più alti degli italiani) in circa 40 minuti, oppure direttamente da Stansted (dove so benissimo che voi, come me, spiantati puntate per queste gite) sempre in treno senza cambi.
La cittadina è piccola, una modesta cittadina di provincia, ma ricca di cultura, di monumenti da visitare (affascinanti i college che afferiscono all’università) e in generale una piacevole atmosfera inglese in una città tutto sommato risparmiata da scempi post moderni di altre città inglesi.

Ma veniamo al bere.
Il pub è un’istituzione inglese quanto la Camera dei Lord: i pub sono ovunque e sono un punti di incontro intergenerazionale come in Italia può essere, forse, solo il bar di paese.
Quasi tutti i pub qui potrebbero essere esteticamente affascinanti ma vengono spesso rovinati dalla presenza scriteriata di “fruit machines” (le slot machines in UK) luminescenti.
I pub migliori di Cambridge sono soprattutto ai margini del centro storico, nella zona della stazione ferroviaria, ma anche in centro storico si trovano ottime opportunità. Una caratteristica gradevole è che a fianco di birre sempre presenti, la rotazione di real ale è notevole.
Il birrificio della zona è Milton Brewery, che consiglio per la varietà delle birre in perfetto stile inglese, mentre occorre stare attenti alle onnipresenti Greene King, di qualità buona per essere birre di massa, ma vi assicuro potete trovare emozioni migliori.
Con l’aiuto di un amico che abita a Cambridge da 3 anni, senza pretesa di completezza, posso segnalare i seguenti pub.


Visualizza Cambridge in una mappa di dimensioni maggiori

In pieno centro storico di sicuro valore:
The Mitre (17 Bridge Street) da 4 a 6 ales in rotazione;
The Maypole (2a Portugal Place) Piu’ nascosto e “locale”. Diventa di mese in mese sempre piu’ interessante per la real ale. Attualmente mi pare ci siano tra 4 e 6 pompe, di cui diverse con birre in rotazione; la Milton Brewery e’ ormai ospite quasi fissa. Vivamente consigliato;
The Pickerel (30 Magdalene Street) Dicono il pub piu’ vecchio di Cambridge, potrebbe essere il piu’ bello di tutti per ambiente e posizione: fruit machines e bancomat qui davvero rovinano tutto. Ma vale la pena farci almeno un giro dentro. 4 ales, alcune in rotazione;
Castle Inn (38 Castle Street), ottimo pub come ambientazione e birre presenti, con un buon numero di spine e real ale a rotazione. Ambiente leggermente più raffinato rispetto alla media inglese (dove si possono abbinare ottime birre ad ambienti da miniera).
The Regal (38 St. Andrews Street): un vecchio cinema adattato a pub, gli ambienti sono molto curati, ma se vi ricordano qualcosa che avete già visto altrove è normale. E’ un pub Wetherspoon, una catena inglese di pub onnipresente in tutto il Regno. Ciò è un male per certi versi, ma un passaggio per dare un’occhiata alle spine lo merita, se il tempo non vi è tiranno. Sono presenti anche real ale di valore come birre ospiti.
Sempre in zona centrale The Champions of the Thames (68 King Street) offre un’atmosfera da vero pub inglese, soffitto basso, clientela mista, e non troppo giovanile, e real ale davvero real. Io ci sono arrivato in una serata gelida, con camino acceso e signori di mezza età che disquisivano della Premier League. Esperienza tipica.
The Mill
(14 Mill Lane) In riva al fiume. 3-4 ales (ospite fissa la Hobgoblin). Bell’ambiente mai del tutto rinnovato, legno, tavolacci e spifferi d’inverno. Se si e’ in centro e si vuole mangiare in un pub, qui e’ sorprendentemente buono.
St Radegund
(127 King Street) Freehouse. Il pub piu’ piccolo di Cambridge, gestito da duri-e-puri che vietano l’uso di cellulare. Una sola stanza. Gran posto. Esclusivamente Milton beers, piu’ un sidro. Non ricordo se hanno una pompa con lager per gli sprovveduti, ma scommetterei di no.

Una pinta al St. Radegund

Ai limiti del centro storico, nella zona della multietnica e vivace Mill Road troviamo i pub migliori, di eccezionale valore sia birrario che estetico.
Se il visitatore per sventura ha tempo per un solo pub, DEVE essere uno di questi tre.
The Cambridge Blue (85-87 Gwydir Street) Freehouse (cioè gestito in modo totalmente indipendente da catene e distributori). Grande classico per studenti e accademici. Diverse ales a rotazione e scelta enorme (unico caso a Cambridge) di birre in bottiglia da tutto il mondo, belghe e americane in particolare. Nella bella stagione si va nel gigantesco beer garden sul retro, circondato da un muretto (nota: i “beer gardens” sono in genere squallidi, piazzati in minuscoli cortiletti o negli interstizi tra due case). Si mangia piuttosto bene.
The Kingston Arms (33 Kingston Street). Freehouse. Non serve lager. Altro grande classico: bel locale non grande, vivace, sempre affollato di sera, diverse ales a rotazione (non ricordo mai quante). Anche qui bel beer garden per l’estate. Anche qui si mangia bene.
Live and Let Live (40 Mawson Road) Freehouse. Camra Pub of the Year per non so quanti anni. Diverse ales (e ciders) a rotazione, ostenta un’ottima scelta di birre belghe in bottiglia. Ambiente piccolo e meraviglioso: qui non sono duri e puri, semplicemente “sono”. Non ricordo se danno da mangiare.

Ordinario venerdì sera inglese al Live and Let Live

Altri pub consigliati in zona sono il Salisbury Arms (76 Tenison Road) e The Empress (72 Thoday Street), un bel local pub, circa 4 ales, assolutamente consigliabile se uno ha voglia di inoltrarsi nella seconda meta’ di Mill Road – in ogni caso un’esperienza.
Devonshire Arms (1 Devonshire Road), di recente apertura, è davvero interessante, rustico, con una bella scelta di birre soprattutto di Milton e buon cibo. In alcuni pub inglesi si mangia e i piatti sono spesso adeguati a soddisfare l’appetito sia a pranzo che a cena.
Sempre in zona stazione ho gustato un Sunday lunch al The Emperor (Hills Road) , anche qui keg di Milton Brewery più altra scelta di real ale, e , purtroppo, di ben più dozzinali birre del continente. Posto molto gradevole, cibo abbondante e curato (per quanto inglese).
Nel complesso la cittadina offre esperienze birrarie interessanti. La galassia dei birrifici inglesi è molto vasta e il panorama che si trova a Cambridge è completo da questo punto di vista. Consiglio caldamente una visita, sia turistica che birraria della città, anche per la relativa vicinanza a Londra che consente una scampagnata all’interno di una vacanza più lunga.

rob

Great British Beer Festival – il nostro report

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Category : Festival, Fiere

Vorrei incominciare l’articolo parlando delle enormi pressioni che i membri più in vista della redazione hanno esercitato su di me per convincermi a scrivere. Anzi, io ero già convinto di buttar giù due righe, ma ho i miei tempi, e penso che il pezzo sul GBBF 2010 sarebbe arrivato a fine luglio 2011, dimodoché i lettori del sito avrebbero potuto tranquillamente convincersi di partecipare all’edizione in programma pochi giorni dopo. Non capisco la follia di scrivere dopo solo un mese, ma mi adatto

Aeroporto di Bergamo Orio Al Serio, volo per Stansted (Londra) del mattino di un caldo martedì di agosto. Pronti con armi, bagagli e una sete improponibile per salpare verso il Great Beer British Festival 2010.

Cos’è: il festival della birra più interessante del Regno Unito, organizzato dal CAMRA (Campaign for Real Ale), un’associazione volontaria con oltre 100 mila membri iscritti.

Dov’è: nel centro fieristico di Earl’s Court, Londra. Un gigantesco padiglione pieno di stand interessantissimi, raggiungibile con la metro verde (la stessa che poi vi porta a Parsons Green, al White Horse di cui abbiamo parlato qui).

Quando è: solitamente la prima settimana del mese di agosto. Quest’anno è iniziato martedì 3 per concludersi sabato 7.

Com’è: enorme.

L’ENTRATA

Evito il perché e il chi, che sarebbero le altre due domande che un giornalista dovrebbe soddisfare in un articolo perché ne ho già dato risposta nei punti precedenti. In ogni caso, il polo fieristico di Earl’s Court è veramente gigantesco e a un passo dalla fermata della “Underground”. E’ possibile scegliere il giorno in cui entrare a visitare la fiera (prezzo singolo di otto sterline) oppure fare il pass per tutte e cinque le giornate a prezzo decisamente più modico (23 sterline). Ovviamente, se l’intenzione è quella di andare lì per fare un giretto è conveniente il single pass, in generale io consiglierei sempre il seasonal anche perché una volta entrati non vorrete più uscire.

LA SCELTA DEL BICCHIERE

Entrando si trova subito il balcone dei “bicchieri”. Cauzione di tre sterline, tripla misura: c’è la pinta normale, la mezza e il terzo. Consiglio di uno stupido: prendete la mezza pinta. E’ vero, il bicchiere enorme fa “figo”, però non è sempre facile farsi capire dagli addetti alla consegna delle birre e vista la varietà – e la quantità – di spine presenti è meglio non bere una pinta a birra, altrimenti non avrete modo di provare tutto il resto.  Ovvio che una IPA sia più beverina e magari ne vorrete di più del semplice assaggino, per questo la mezza è una buona scelta fra la dose da fiera e la bevuta da pub. Poi fate come vi pare, quando vi serviranno una pinta di Tsarina Esra e voi dovrete berla, bruciandovi tutte le papille gustative, allora mi darete ragione. E succederà, ve lo assicuro (colpa di Alex alla botte, e considerando che parlavamo in italiano…).

LE BIRRE

Destra o sinistra, destra o sinistra? E’ la prima cosa che penserete dopo avere ritirato la vostra arma di battaglia, il Sacro Graal che vi accompagnerà fino a fine giornata. Procedendo verso destra vi ritroverete immersi nelle Real Ale, con i vari padiglioni con un’infinità di spine: qualcuno ha il proprio stand dove degustare le birre (Fuller’s, Greene King, Thornbridge etc). E’ difficile provare tutto quanto, quindi il mio consiglio è semplice: farsi un minimo di prospetto per capire quali sono le birre davvero imperdibili, perché è davvero difficile conoscere ogni singolo produttore: certo, qualche volta bisogna anche provare per capire qual è il livello.

In generale, è difficile competere, per le Real Ale, con quello che si trova sul lato mancino dello stand dei bicchieri: ovvero le birre dal mondo, tra ceche e olandesi, dalle americane (sempre strepitose) alle italiane – pochine, a dire la verità, e quasi nulle alla spina -, finendo con le solite birre belghe. Impossibile, anche lì, provare tutto: le birre sono a “rotazione”, quindi non tutti i fusti alla spina sono aperti il primo giorno. Ho provato a non uccidermi lasciando la Older Viscosity della Port Brewing per il secondo giorno.

Indovinate un po’? Non c’era più… Nell’angolo dedicato alle birre dal mondo non ci sono solamente spine, ma anche una dose nutrita di bottiglie. Ovviamente sono presenti delle chicche interessantissime, però – a meno di non riuscire a dividere con gli amici – tendenzialmente ho privilegiato la spina. Così come per le Real Ale, visto che anche per loro c’è lo spazio apposito per le bottiglie. Davanti allo stand delle birre mondiali si trova una selezione di vari “Cider”. Non ho avuto il cuore di provarne nemmeno uno, ma per gli amanti del genere può essere un motivo in più per visitare la fiera.

I PREZZI

Concorrenziali, davvero. Soprattutto sulle bottiglie, che variano dalle 2-3 sterline per le 33cl, alle 6-9 sterline per le 75cl. Ovviamente ci sono cose che in Italia non arrivano, o che se arrivano costano cifrone. Con la sterlina così bassa, poi, è davvero una pacchia. Come dicevo precedentemente, per le spine si può scegliere la “dose” di liquido: terzo di pinta, metà pinta o pinta intera. I prezzi sono calcolati scientificamente, la mezza costa esattamente metà rispetto all’intera, quindi non si ha nemmeno lo scrupolo di scegliere una dose più larga per risparmiare qualche soldo. I prezzi vanno – parlo del terzo di bicchiere – dagli 80 pences di alcune real ale, alle oltre due sterline per alcune chicche (stile la Tsarina Esra sopracitata), comunque cifre facilmente accessibili per chiunque. Ovviamente ho speso una cifra clamorosa, perché con tutto il ben di Dio che c’era era un peccato lasciare indietro qualcosa.

I VINCITORI

Champion Beer of Britain – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
Second – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
Third – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
MILD
ORO – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
ARGENTO- Greene King, XX Mild (3% ABV, Bury St Edmunds, Suffolk)
BRONZO PARIMERITO – Golcar, Dark Mild (3.4% ABV, Huddersfield, West Yorkshire)
BRONZO PARIMERITO – Nottingham, Rock Ale Mild (3.8% ABV, Nottingham, Notts)

BITTER
ORO -RCH, PG Steam (3.9% ABV, Weston-Super-Mare, Somerset)
ARGENTO – Moor, Revival (3.8% ABV, Pitney, Somerset)
BRONZO PARIMERITO - Orkney, Raven (3.8% ABV, Stromness, Orkney)
BRONZO PARIMERITO - Purple Moose, Snowdonia Ale (3.6% ABV, Portmadog, Gwynedd)

BEST BITTER
ORO – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
ARGENTO – St Austell, Tribute (4.2% ABV, St Austell, Cornwall)
BRONZO PARIMERITO - Evan Evans, Cwrw (4.2% ABV, Llandeilo, Carmarthenshire)
BRONZO PARIMERITO - Great Oakley, Gobble (4.5% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

GOLDEN ALE
ORO – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
ARGENTO – Marble, Manchester Bitter (4.2%, Manchester, Gtr Manchester)
BRONZO – St Austell, Proper Job (4.5% ABV, St Austell, Cornwall)

STRONG BITTER

ORO – Thornbridge, Jaipur IPA (5.9% ABV, Bakewell, Derbyshire)
ARGENTO – Fuller’s, Gales HSB (4.8% ABV, Chiswick, Gtr London)
BRONZO – Beckstones, Rev Rob (4.6% ABV, Millom, Cumbria)

BIRRE SPECIALI
ORO – Amber, Chocolate Orange Stout (4% ABV, Ripley, Derbyshire)
ARGENTO – O’Hanlon’s, Port Stout (4.8% ABV, Whimple, Devon)
BRONZO – Breconshire, Ysbrid y Ddraig (6.5% ABV, Brecon, Powys)

BIRRE IN BOTTIGLIA
ORO – St Austell, Admiral’s Ale (5% ABV, St Austell, Cornwall)
ARGENTO – Pitfield, 1850 London Porter (5% ABV, Epping, Essex)
BRONZO – Great Oakley, Delapre Dark (4.6% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

OctobEUR Fest a Roma

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Category : Eventi, Festival

Dalla viva voce di Alex Liberati, incontrato pochi giorni fa in occasione del Borefts Festival 2010 alla De Molen di Bodegraven (NL) siamo venuti a sapere pochi giorni fa della festa in programma tra pochissimi giorni a Roma: la OctobEUR fest, che si svolgerà a Roma in zona EUR (appunto) dal 6 al 10 ottobre 2010.

Previste poco più o poco meno di 60 birre diverse alla spina, un “banco ombra” per appassionati con chicche vintage e altre rarità, insomma tutto il meglio che la Impex, società di Alex che si occupa di importazione e distribuzione di birre di qualità, ha da offrire.

La lista delle golosità prevede Mikkeller (DK), De Molen (NL), Southern Tier (USA), Dark Star (UK), Struise (BE) e una selezione di italiane tra cui la ExtraOmnes di Schigi, White Dog (Real Ale dall’appennino emiliano) e ovviamente la Revelation Cat.

Questa la lista completa delle spine presenti al festival:

Maxlrainer Zwickl Max
Maxlrainer Leo Weisse
Maxlrainer Pils
Braustelle Helios Kolsh
Braustelle Helios Weisse
Braustelle Ehernfelder Alt
Braustelle Summer Ale
Revelation Cat Kolsh IPA
Revelation Cat Back to Basic West Coast IPA
Revelation Cat Back to Basic West Coast IIPA
Revelation Cat Cream Ale
Revelation Cat Big Black Poochie
Revelation Cat Fly by Night
Revelation Cat Milk Mild
Darkstar American Pale (Cask)
Darkstar HopHead (Cask)
Darkstar Festival (Cask)
Moor JJJ IPA (Cask)
Moor Hoppiness (Cask)
Moor Sumerland Gold (Cask)
Mikkeller Single Hop East Kent Goldings
Mikkeller Single Hop Warrior
Mikkeller Single Hop Ten
Mikkeller Single Hop Cascade
Mikkeller Y Pale Ale
Mikkeller Green Gold
Mikkeller Triple
Southern Tier Gemini
Southern Tier Pale Ale
Southern Tier Choklat
Southern Tier Unearthly
Uncommon Baltic Porter
SmuttyNose IPA
White Dog IPA
White Dog Yellow Fever
ExtraOmnes Tripel
ExtraOmnes Blond Ale
ExtraOmnes Saison
Real Beer Notte Celtica
Struise Black Albert
Struise Mocha Bomb
Struise Pannepot
De Molen Vuur & Vlaam
De Molen Op & Top
De Molen Black Tovarishch
De Molen Hel & Verdoemenis 2009

Prevista musica dal vivo, set dj, cucina e un angolo beer shop dove poter prendere qualcosa da portare a casa. Ingresso previsto a 15€ comprensivo di 8 gettoni-degustazione e il bicchiere.

Se volete conoscere meglio Alex e le sue birre vi rimandiamo all’intervista effettuata da Gabriele qualche settimana fa, e già che ci siamo vi ricordiamo anche l’intervista realizzata a Luigi “Schigi” D’Amelio in occasione del Villaggio della Birra 2010.

Già che siamo in vena di piccole anticipazioni, abbiamo avuto conferma dell’assenza di Alex Liberati alla seconda edizione dell’Isola Che Non C’è a Suisio (BG), per impegni di lavoro all’estero. La seconda edizione sarà quindi dedicata esclusivamente a birrifici italiani, con il molto probabile ritorno di nomi ormai classici come Bi.Du. e Orso Verde. Ma non disperate: è allo studio un nuovo evento con Alex nei mesi successivi…incrociate le dita, perché potrebbe essere qualcosa di davvero interessante…

[Update] Pare che per OctobEUR sia cambiata la regola d’ingresso. Non più 15€ con 8 gettoni, ma ingresso gratuito, con però il primo “acquisto” fisso a 15€ che verranno scambiati in 10 gettoni, 1 bicchiere e il programma dell’evento.

White Horse, London (UK)

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Category : Locali, Viaggi

A Londra, come potete ben immaginare e forse sapete meglio di me, i pub dove bere non mancano, e certamente non manca la cultura birraia che pero non è distribuita in maniera uniforme. Come da noi ci sono locali e persone che preferiscono la quantità alla qualità: ecco perché è buona cosa prepararsi qualche indirizzo prima di partire per la perfida Albione.

Uno, se non IL, locale  immancabile è il White Horse (sito ufficiale), situato a pochi metri dalla stazione di metropolitana di Parsons Green (district line direzione Wimbledon). E’ qui che il compianto Michael Jackson veniva a cercare qualcosa di speciale, e dopo la mia visita non mi resta che inchinarmi alla scelta del beerhunter più famoso di tutti.

Più di trenta spine, alcune doppie, fanno bella mostra sul bancone di legno a pianta quadrata. Il locale è ampio, con spazio anche all’esterno e al piano superiore. Noi arriviamo in una serata fortunata e troviamo posto abbastanza in fretta nel locale affollato anche da persone reduci dal GBBF (che recensiremo a breve), che si svolge e poca distanza. Serata fortunata perché è in corso un festival di birre americane, che affiancano le cask ales fisse. Insomma, altro da fare non c’è che mettersi sotto: parto con una leggera e eccellente Harvey’s Best Bitter mentre scorro con l’occhio il bancone per l’ispirazione. Impossibile per me bere troppo, poche ore dopo ho il volo per San Francisco e non riuscendo a prendere sonno in aereo, meglio star svegli senza mal di testa: opto quindi per delle mezze pinte.

La prima è una 90 Shilling della Odell Brewing, una ale ambrata, equilibrata e fresca, davvero niente male. Riesco ad assaggiare una Tommyknocker Maple Nut Brown Ale che però è troppo dolce per i miei gusti (anche se il sapore di nocciola era invitante): mi butto a sorpresa su una Mikkeller SpontanAle, che risulta piacevole anche se mi aspettavo tutt’altro. Questo perché la pecca del locale è che i ragazzi dietro al bancone non sono particolarmente esperti e non sanno spiegare le birre, preferendo dare un mezzo dito di assaggio.

Per l’ultima birra sono stato indeciso tra una De Molen Zomer Hop IPA e la Great Divide Yeti… alla fine decido per la seconda perché una delle mie preferite e le volte che si trova non si può certo mancare. Quello che rimane al bancone con mio sommo rammarico sono fiumi di eccellenti birre come la Ruination Stone, 4-5 Real Ales, Schneider Weisse, la Revelation Cat di Alex Liberati, un paio di americane sconosciute da 12% e le più commerciali come Veltins.

Il cibo è il classico da pub inglese, presentato e cucinato un po’ meglio del solito, e a prezzi decisamente più sostenuti. Spiace aver fatto una visita poco approfondita ma la stanchezza preventiva chiamava. Ci saranno mille altre occasioni per tornare a bere una pinta, perfetta, allo splendido White Horse.

mattia

Note di Andrea – Torno a scrivere in un’occasione speciale, per un locale altrettanto speciale. Il White Horse di Parsons Green mi ha rubato il cuore, vista la presenza di spine assolutamente interessantissime, ma anche l’atmosfera decisamente interessante. Sono stato in questo pub sia giovedì 5 agosto (dopo una giornata al GBBF), la sera, che venerdì 6: nella prima occasione ho bevuto pochino, giusto una Stone IPA e una Southern Tier 2xIPA. Ero cotto dall’intera giornata nella fiera londinese, quindi mi sono presentato l’indomani, verso mezzogiorno, munito del mio fegato di riserva per non mancare all’appuntamento: il nome della giornata è assolutamente indicativo “American Beer Celebration“.

Vent’otto spine, tutte americane, che vi riporto di seguito: Sky High Rye e Whitsun (Arcadia Ales); Amber Ale e Big Eye IPA (Ballast Point); Porkslap e Moo Thunder (Butternuts); Midas Touch (Dogfish); Hoss Rye Lager, 16th anniversary IPA e Yeti (Great Divide); Double Stout (Green Flash); Milk e Imperial Stout (Left Hand); IPA e 90 Shilling (Odell); Dale’s Pale Ale e Ten Fidy (Oskar Blue); Baltic Porter (Smutty Nose); 2xIPA e Mokah (Southern Tier); IPA e Old Guardian Barley Wine (Stone); Black Rye IPA e Maple Nut Brown Ale (Tommyknocker); Siamese Twin e Bacon Brown (Uncommon Brewery); Hopdevil e Golden Monkey (Victory). Nei prossimi giorni vedrò di scannerizzare i fogli e postarne qui le immagini. Potete solamente immaginare quanto il mio fegato sia stato contento di trovarsi lì.

andrea

Guida Alle Birre d’Italia 2011 – Slow Food

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Category : Birra, Varie

E’ uscita la Guida Alle Birre d’Italia 2011 di Slow Food, pubblicazione abbastanza attesa fosse anche solo per cancellare il triste ricordo dell’edizione precedente, un libro con ottime promesse (il primo a voler fotografare nei dettagli il crescente movimento birrario italiano) ma con numerose pecche. Doveva essere la nostra prima recensione, quella dell’edizione precedente, ma decidemmo di soprassedere, non sapendo bene da che parte affrontare quel curioso volumetto. Già la presenza di pagine pubblicitarie in un libro (specie in una guida) mi risulta strana, ma almeno era un po’ meno fuorviante dell’insertino di una nota multinazionale presente sulla Guida Alle Birre del Mondo del compianto Michael Jackson, edita anch’essa da Slow Food.

Tra le tante perle, ricordo la totale assenza del Mosto Dolce (storico brewpub di Prato con almeno un paio di produzioni di tutto rispetto) e la presenza di nomi improbabili come il brianzolo Novecento. Difetti prontamente corretti nella nuova edizione della guida, che si concede il lusso di giocare d’anticipo inserendo birrifici in via di apertura come Extraomnes (di Luigi “Schigi” D’Amelio, letteralmente atteso al varco da un bel po’ di gente con cui ha avuto vivaci confronti in rete) ed Endorama (dell’amico Simone Casiraghi).

La vecchia guida ci diceva che le birre alla spina non meritavano giudizio né, quindi, apprezzamento. Criterio un po’ surreale, anche perché ci sono stili birrari che in bottiglia perdono tanto, se non tutto. Inoltre, ci sembrava un modo un po’ pigro e snob di liquidare i brewpub e le loro produzioni: difetto non ancora superato. Il giudizio sulle bottiglie invece vedeva un profluvio di capolavori da quattro e cinque stelle, e anche i grandi nomi dell’industria (trattati a parte nel finale) non avevano grosse difficoltà a raggiungere le due-tre stelle.

Questo, in passato. Guardiamo avanti, guardiamo al futuro, affidandoci alle stelle, appunto. Sembra esserci stata una discreta revisione in basso, con un generale abbassamento del voto che ha colpito quasi tutti.

Sul web, si è partiti dall’anteprima dell’ottimo Andrea Turco (che ha curato la parte dedicata alla birra in rete, e che ci ha segnalato: grazie) che anticipa la lista delle birre-capolavoro, quelle birre talmente buone da meritare il massimo punteggio possibile. Lista che ha destato polemiche fin dai primi commenti, con diversi lettori che contestavano l’una o l’altra birra, o facevano ironia sulle (legittime) perplessità di Paolo Polli. Ve la copiamo pari pari, per chi non avesse ancora avuto occasione di poterla apprezzare:

Chocarrubica - Grado Plato
Draco - Montegioco
Elixir - Baladin
Erika - Baladin
Filo Forte Oro – Birra Pasturana
Frakè - San Paolo
Ipè - San Paolo
Isaac - Baladin
Mama Kriek – Baladin
Martina - Pausa Cafè
Mummia - Montegioco
Nora - Baladin
Panada - Troll
Quarta Runa – Montegioco
Sticher - Grado Plato
Strada San Felice – Grado Plato
Tibir - Montegioco
Tosta - Pausa Cafè
Tosta Cuvée Acida – Pausa Cafè
Xyauyù - Baladin
Amber Shock – Birrificio Italiano
ArtigianAle - BI-DU
Ghisa - Lambrate
Nubia - Orso Verde
Porpora - Lambrate
Rodersch - BI-DU
Scires - Birrificio Italiano
Tipopils - Birrificio Italiano
Wabi - Orso Verde
Admiral - 32 Via dei Birrai
Extra Brune – Maltus Faber
Triple - Maltus Faber
BIA Golden Ale – Ducato
Divinatale - Torrechiara
Panil Enhanced Final – Torrechiara
Re Hop - Toccalmatto
Skizoid - Toccalmatto
Via Emilia – Ducato
Winterlude - Ducato
Contessa - Amiata
La 9 – L’Olmaia
Duchessa - Birra del Borgo
Enkyr - Birra del Borgo
Genziana - Birra del Borgo
Re Ale – Birra del Borgo
Reale Extra – Birra del Borgo
Re Porter – Birra del Borgo
Bianca Piperita – Opperbacco
Blanche du Valerie – Almond ‘22
10 e Lode – Opperbacco
Maxima - Almond ‘22
Noscia - Maltovivo
BB10 - Barley
BB Evò – Barley
Toccadibò - Barley

Questi dunque i capolavori dell’arte birraria italiana, curiosamente concentrati in pochissime regioni di produzione, tanto che uno potrebbe pensare che l’autore si sia lasciato un po’ trasportare dall’entusiasmo, o, come temiamo, dalle simpatie.

Altrove, invece, il neo-mastro birraio Schigi (vedi sopra) in veste di maestrina dalla penna rossa offre le sue cinque stelle e tira la riga su alcune produzioni e ne aggiunge altre, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di aumentare le Baladin in lista, che assieme a Birra del Borgo occupano mezza lista delle eccellenze. Intendiamoci: a me, le birre del Borgo piacciono, specie alla spina. Della Genziana, provata in bottiglia un paio di volte, mi ha colpito la totale assenza dell’aromatizzazione promessa. Ma ammetto che un paio di assaggi non sono sufficienti a giudicare la complessità di una birra, e magari mi è capitata la bottiglia sfortunata. Lo stesso riesame me lo riservo per la collaborazione di lusso (con Sam Calagione della Dogfish Head) My Antonia, che almeno ha il pregio di spaccare gli appassionati tra chi la adora e chi no.

Da parte nostra, quello che notiamo è un grosso livellamento: una volta deciso che un birrificio fa roba buona, si sprecano le quattro stelle, con punte di cinque per le eccellenze e con un bel tre per le birre che a chi ha curato la guida non sono piaciute. Raramente (mai?) un birrificio “cinque stelle” si prende le due stelle per una produzione sballata, piuttosto si fa finta di nulla e si mette solo la schedina in breve senza valutazione, forse per non sporcare la scheda di qualche produttore più o meno intoccabile. A sentire i curatori, ogni birra valutata è stata assaggiata almeno tre volte. Io ho forti dubbi, specie per qualche “produzione speciale” che si è rivelata di difficile reperibilità pure nelle zone di produzione (un nome su tutti, per chi come me abita in Lombardia, può essere quello della Birra Madre di Menaresta, un frullato di lieviti impazziti di difficile valutazione: tre stelle).

A proposito di birre tre stelle: la mia più grande perplessità è proprio sulla presenza di moltissime birre liquidate con una breve scheda che riprende quasi calligraficamente la scheda del produttore e vengono liquidate con un giudizio medio senza troppi approfondimenti. Alcuni birrifici hanno una fila di stelle praticamente uguali per ogni birra prodotta, con una variabilità quasi assente. La sensazione è che le birre non siano state provate con la dovuta attenzione, perché la maggior parte dei birrifici ha un paio di prodotti di punta e un prodotto o due ai limiti della potabilità. Qui invece tutto è livellato sulla norma, come se al birrificio fosse stato assegnato un determinato punteggio e in base ad esso poi si fanno gli aggiustamenti del caso. Non si sa quindi se sarebbe utile pensare a un nuovo sistema di valutazione o se cancellare il sistema di stelle in tutto e per tutto.

Inoltre, quando leggo una guida birraria mi piace una certa personalità nelle scelte e anche nelle schede. Certo, c’è il rischio di sbagliare, di dire qualche fesseria, ma almeno si giustifica in qualche modo il proprio lavoro, o almeno si fa vedere che c’è un lavoro dietro. Fare il verso alla scheda del produttore, per quanto dettagliata possa essere, mi fa chiedere cosa una guida del genere aggiunga rispetto alla semplice lettura delle etichette, comodamente possibile sia nel proprio pub-beer shop di fiducia che, ancora più facilmente, sulle pagine web dei produttori stessi.

15 (quindici) euro sono tanti, per un libro con le inserzioni pubblicitarie. Inserzioni di prestigio, da un noto distributore di birra alla maggiore banca italiana, passando per il marchio più noto di caffè del Belpaese e il consorzio di una nota specialità casearia. Gente con i soldi, insomma, mica parliamo di una paginetta di qualche oscura associazione locale di appassionati.

Le cose più carine sono la breve scheda introduttiva al birrificio e la tabellina che in pochi simboli riassume le birre. Velo pietoso sulla chiocciolona Slow Food.

Giudizio finale? Compratelo se vi serve una sorta di elenco del telefono della birra italiana, con due linee guida su quello che va assolutamente evitato (birre da 1-2 stelle) e quello che andrebbe provato almeno una volta (birre dalle 3 stelle in su). A proposito, tra le birre da due stelle ci sono la Grigna, pils del Lariano, e la Dreher, che “colpisce per facilità di beva” (sic). Prosit?

Un uomo e i suoi viaggi: Stuart Ashby

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Category : Notizie in breve, Viaggi

Mentre Mattia e Giacomo si dedicano a scolare (maledetti) un’infinità di pinte favolose dalle parti di Chicago, vi aggiorno con una notizia curiosa trovata in rete.

La Good Beer Guide è la prima, storica guida pubblicata dagli inglesi della Campaign For Real Ale. Viene pubblicata da un sacco di tempo (1974) e ogni anno viene aggiornata. La cura Roger Protz, che come anticipavamo poco tempo fa quest’anno sarà ospite al Villaggio della Birra.

Sulla Guida ci si trovano tutti i pub più interessanti della Gran Bretagna (no Irlanda, se ricordo bene: ho fatto l’errore di prestare la mia copia di qualche anno fa), e ogni anno viene aggiornata. Ci si trovano informazioni basilari (orari, giorni di chiusura), se e quali Real Ale si trovano alla spina, magari l’offerta di cibo e una breve descrizione su cosa aspettarsi. Per certi versi, è un po’ l’ispirazione al nostro blog, che oltre a raccontare qualche avvenimento, degustazione, viaggio, si propone soprattutto di segnalare e consigliare posti dove bere bene e passare delle serate piacevoli.

C’è anche qualche scheda sui birrifici, purtroppo meno godibile di quelle fatte in altre guide sempre a cura della CAMRA, tipo quella del Belgio curata da molti anni da Tim Webb.

Perché ve ne parliamo oggi? Perché nella vita è importante darsi degli obiettivi, e fare il possibile per raggiungerli. E’ il caso di Stuart Ashby, pensionato delle ferrovie britanniche di 60 anni, che si era riproposto, molti anni fa, di bere almeno una birra in ognuno dei 700 pub listati nella Guida (edizione 1990, per la precisione). L’ultimo locale scelto per chiudere il lungo viaggio è stato un pub a poche miglia da casa sua. Se l’impresa vi sembra tutto sommato facile, ad aggiungere difficoltà è il fatto che quest’uomo non guidi. Quindi, dove non riusciva ad arrivare con il trasporto pubblico si affidava al buon vecchio autostop. O al traghetto: sulla guida ci sono pure i pub delle isole inglesi, e così il buon Stuart ha dovuto farsi quattro ore di traghetto per potersi bere una birra sull’isola di Lundy, al largo del Devon.

Ne parla il Daily Mail, spiegando come nel corso della ricerca per la pinta perfetta (appunto) abbia visitato, dal 1984 a oggi, qualcosa come 17.000 pub. Se sapete l’inglese, merita una lettura.

Ah, e non crediate che quest’uomo intenda fermarsi: a fine mese farà un giro nel nord del Galles, e in otto giorni pensa di riuscire a visitare un centinaio di pub. Che dire? Buon viaggio…

Guida Rapida di Cardiff

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Category : Locali, Viaggi

Non che Cardiff sia una località particolarmente turistica, anzi, ma se mai foste di passaggio, o in città per questioni prettamente rugbystiche (come me), ecco un breve decalogo dei pochi luoghi da visitare e dei tanti luoghi da ignorare.
Comincio col dire che non c’è nulla che mi abbia entusiasmato: molti, moltissimi pub sono in realtà delle catene, e la stragrande maggioranza è di proprietà della Brains, che ha la sede proprio nella capitale gallese, e la fa ovviamente da padrone.

Di pub in linea di massima ne salvo tre, uno sulla via principale e due vicinissimi al centro. Poi ne vengono due in linea di massima decenti, e concludono la serie migliaia di posti che non meritano visita alcuna.

Il trio delle (piccolissime) meraviglie
The Goat Major, High St. praticamente di fronte al ponte levatoio del castello è la miglior proposta in città. Non enorme, ha una qualità eccezionale, che è il “numero chiuso”: non ci sarà mai affollamento all’interno perchè il buttafuori all’ingresso farà entrare le persone in maniera proporzionata a quante ne usciranno. Cinque-sei birre commerciali trovabili ovunque e 10 birre a pompa, di cui tre Real Ales e le restanti sette della Brains (ecco, mi chiedo come sia possibile sentire la differenza tra sette Ale di stile inglese di una sola marca). Il Goat Major è un pub storico di Cardiff ed è situato in una delle pochissime case ancora a tralicci.

Il The Cayo, Cathedral Rd, è segnalato dal 2006 ad oggi sulla Good Beer Guide versione UK. Rispetto al Goat Major è appena fuori dal centro, ma raggiungibile a piedi in 5 minuti dal Millennium Stadium. Abbastanza spazioso, anche se diviso in svariate sale che lo rendono un pò “labirintico” e con un bel giardino estivo fronte-strada, presenta le solite commerciali e 6 Real Ales a pompa. Io ero di particolare fretta e ho notato (e bevuto) con piacere una Wychwood Paddy’s Tout, bella corposa e cioccolatosa. Simpatica anche l’iniziativa con cui è il cliente a scegliere, attraverso un questionario, quali saranno le birre ospiti in futuro.

Y Mochyn Du, che in gallese significa Il Maiale Nero (non chiedetemi quale sia la parola che identifica “maiale”), si trova a 50 metri dal The Cayo, all’interno del parco di Sophia Garden. La casetta in cui è ospitato appare cone un mix tra la casa degli gnomi a Gardaland e una vecchia stazione-casa cantoniera completamente ristrutturata. L’interno è enorme, il bancone a pianta quadrata prende la parte centrale e tutto intorno alle vetrate ci sono i tavoli (presente anche un ampio giardino). Anche qui, oltre alle commerciali che sono presenti in grande quantità (almeno una dozzina, compresa la Moretti!) ci son tre Real Ales a pompa. Provate tutte e tre e se non ricordo il nome, (nè ho avuto la voglia di scriverlo) vuol dire che non erano niente di particolare.

A questo punto, vi starete chiedendo… “orca ma se questo era il meglio, adesso che si scende a livelli infimi che ci aspetta?”
Domanda legittima, e risposta scontata: “il nulla”.

L’incognita
Ne segnalo due, di locali, così, velocemente, che a prima vista mi avevano semi-ispirato ma in cui non son riuscito ad entrare: il Cardiff Cottage, 25 St. Mary st., uno dei pub più antichi della città, segnalato sulla Good Beer Guide 2009, che però fa parte della catena Brains. Di fronte al castello, c’è invece la Rummers Tavern, Duke St., ospitata in un inconfondibile palazzo a tralicci. Questi due sono forse i soli locali che potrei consigliarvi di provare nel caso gli altri tre fossero pieni, chiusi o sprofondati.

I maxischermi
Prima di visitare Cardiff, nessuna città o locale inglese, diciamo britannico in questo caso, mi aveva mai lanciato il messaggio “meglio avere 50 televisori ultrapiatti e un dolby sproporzionato piuttosto che della buona birra”: nella capitale gallese invece succede il contrario. Sono tanti, tantissimi i pub che pubblicizzano gli ingressi con mega-cartelloni dove si sfidano a suon di pixel, HD e canali satellitari invece che malti e luppoli. Il mio consiglio è di stare alla larga da tutti questi locali, da catene tipo O’Neill eccetera.

E, per carità, non andata a mangiare da Wok to Walk alle 3 e mezza del mattino. Fatelo per il vostro bene.
Al contrario, High St. e St. Mary St. dopo le 23 sono una fucina di fenomeni da baraccone: armatevi di telecamera e farete serata.

Villaggio della Birra 2009 (Bibbiano, SI)

Category : Birra, Eventi, Viaggi

Il Villaggio della Birra si tiene ogni anno nello spazio antistante il TNT Pub a Bibbiano, frazione di Buonconvento (SI). L’edizione 2009 si è svolta sabato 5 e domenica 6 settembre, con la benedizione di un clima da favola (sole e caldo, ventilato specie nella giornata di domenica).

Attendavamo con molte aspettative questa edizione del Villaggio della Birra, per diversi motivi. Il primo è che né io né Gabriele ci eravamo ancora stati, pur avendo visitato il TNT Pub in più occasioni. Il secondo è che erano presenti tante birre e birrifici mai provati prima (Barley e Maltus Faber, per dirne un paio), e di cui avevamo sentito parlare parecchio bene da amici e conoscenti appassionati. Il terzo era la partecipazione dei mastri birrai e di una “leggenda” vivente come Tim Webb, autore della Good Beer Guide To Belgium (da parecchi anni testo di riferimento per tutti gli appassionati di birra belga) di cui recentemente è stata pubblicata la sesta edizione.

Ma andiamo con ordine. Siamo giunti al Villaggio nel primo pomeriggio di sabato 5 settembre, e dopo un’ampia scorta di gettoni-consumazione (con cui si pagava tutto: birra, cibo, e pure la maglietta del Villaggio) abbiamo cominciato il lungo e atteso giro di degustazione. Abbiamo trovato subito gli amici Piso e Michela della Birroteca di Greve, con cui abbiamo chiacchierato e passato buona parte del pomeriggio tra scambi di pareri e impressioni su ciò che provavamo. Su loro suggerimento siamo partiti dalla Zagara del birrificio Barley, fresca e invitante e con un piacevole retrogusto derivante dal miele di fiori d’arancio. Una vera scoperta, come del resto la loro Macca Meda, apprezzata tantissimo da molti dei presenti.

Il pomeriggio è passato tra sorsate di birre ben note, di quelle che almeno per noi erano vere novità , di molto relax e qualche snack. Nel tardo pomeriggio era previsto il talk show sul Belgio a cura di Lorenzo “Kuaska” Dabove (nella veste di conduttore e traduttore), con ospiti Tim Webb, il canadese Mike Tessier e Nino Bacelle della De Ranke (noti soprattutto per le adorabili XX Bitter e Guldenberg). Mentre il sole tramontava, si è chiacchierato tra aneddoti sul Belgio e altre amenità. La serata è proseguita con la musica dal vivo di una cover band tutto sommato apprezzabile e qualche altra birra.

La giornata di domenica è cominciata con estrema tranquillità: incontro tra homebrewer e mastri birrai organizzato da Mo.Bi., e in parallelo l’avvio della cotta pubblica con Laurent Agache della Cazeau (di cui, tra l’altro, abbiamo provato la interessante Saison, davvero particolare) e i ragazzi di Ars Birraria.

Particolarmente apprezzata tra gli assaggi pomeridiani la Kameleon Villaggio della Den Hoppert, prodotta e infustata per l’occasione: in pratica la loro Kameleon Tripel, microbirrificio belga totalmente dedito alla produzione di birre “bio”. In pratica si trattava della Kameleon Tripel “alleggerita” di qualche grado alcolico e con un gustoso dry hopping (Styrian Golding, se non vado errato).

Nel pomeriggio si è anche tenuta il laboratorio di degustazione con Kuaska e Tim Webb, dedicato come il resto del Villaggio a produzioni italiane e belghe. Tra le protagoniste la Rulles Estivale (piccola nota: davvero notevole la differenza tra la versione in bottiglia, provata in degustazione, e quella alla spina, con agrumi molto più in evidenza), la Hofblues (pregevole stout belga della ‘t Hofbrouwerijke), la favolosa e ormai diffusa XX Bitter della De Ranke, la curiosa e apprezzabile Maagd van Gottem (la vergine di Gottem, golden ale belga con un dry hopping in bottiglia – vedi foto – più unico che raro: luppolo galleggiante compreso) e la Macca Meda di Barley. Chiusura con la ottima Extra Brune del birrificio genovese Maltus Faber, di chiara ispirazione belga e destinata, oltre che alla degustazione immediata, all’invecchiamento in cantina. Ne è stata prova l’assaggio finale di un sorso delle produzione di un paio di anni fa, davvero eccellente.

Che dire dell’esperienza nel suo complesso? Le giornate sono state molto piacevoli, con una bella atmosfera e molta tranquillità. Un’esperienza da ripetere, per tantissimi motivi, a partire dalla passione con cui viene organizzato questo evento ormai storico e consolidato.

Sembra ci sia un po’ troppo scollamento invece tra appassionati e pubblico casuale, forse troppo, anche paragonando ad altri eventi simili in altre zone d’Italia. Sembra che nonostante tutti gli sforzi e l’ottima proposta che si rinnova di anno in anno, qualcosa ancora manchi per far decollare la passione nella gente della zona, giovani e meno giovani. A numeri ci siamo, perché l’affluenza è stata buona. Sembra un po’ mancare quel tipo di pubblico intermedio, anche non superesperto di birra, curioso e pronto a provare cose nuove e intriganti, capace di apprezzare al meglio le proposte più coraggiose dei mastri birrai che di anno in anno sono protagonisti di questo evento.

Una breve nota anche sui laboratori di degustazione: favolosa l’idea di farne due con Kuaska e Tim Webb, che sono andati ovviamente esauriti in prenotazioni prima dell’inizio del Villaggio. Qualche perplessità invece sul doppio laboratorio sigari e birra, per i quali ci sembra ci fossero posti liberi fino all’inizio del laboratorio stesso: forse uno era sufficiente, lasciando spazio libero a un terzo laboratorio dedicato a qualcosa di meno impegnativo dei sigari.

Alla fine si tratta comunque di un successo in tutto e per tutto per la manifestazione. E se è vero che molto del merito va alla qualità delle birre proposte, non possiamo fare a meno di citare l’ottima organizzazione di Gianni, Vanessa e tutto lo staff del TNT pub e di chi ha collaborato. Appuntamento quindi all’anno prossimo, dato che ora che finalmente abbiamo provato il Villaggio non credo che riusciremo a farne a meno.

Se volete vedere qualche altra foto scattata al Villaggio, potete cliccare qui.

’t Hofbrouwerijke

Addio pinta di vetro?

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Category : Notizie in breve, Varie

L’allarme, per fortuna di noi italiani, pare limitato ai cittadini di sua maestà Elisabetta II. Per farla breve, dato che gli inglesi al terzo gallone diventano nostalgici e ci può scappare la rissa (citazione obbligatoria), pare che si stia pensando di eliminare la classica pinta in vetro per sostituirla con materiali meno dannosi (magari il plasticone dell’Ikea e di alcune feste all’aperto, che può essere anche vagamente “stiloso”, ma in quanto a gusto….), come se i veri colpevoli delle risse fossero i bicchieri e non chi li ha in mano.

La notizia è rimbalzata sui principali siti italiani (Corriere e Repubblica, tra gli altri) e di bocca in bocca tra gli appassionati di birra. Noi avevamo in programma un sentito “J’accuse” in difesa della pinta perfetta, vale a dire quella in vetro, ma siamo stati preceduti dall’ottimo Andrea Turco sul suo sito Cronache Di Birra.

Le nostre perplessità su un’iniziativa di questo genere sono le stesse: puoi anche affidare lo studio alle migliori menti, ma se ti tocca scartare tutti i materiali più indicati (vetro, metalli, coccio) restano solo plastica e derivati. Con buona pace della tradizione, del gusto e di tutti i normali consumatori di pinta che verranno brutalizzati da questa decisione. Personalmente troviamo agghiacciante l’idea di bere una Real Ale (le birre simbolo del Regno Unito) in bicchiere di plastica.

La Birroteca di Greve – Greve In Chianti (FI)

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Category : Locali

C’è chi ad avere un locale “interessante” per gli appassionati di birra ci arriva per gradi, chi quasi per caso, e chi invece già all’apertura ha ben chiaro un progetto in testa. E’ sicuramente il caso di Piso e Michela, che hanno inaugurato la Birroteca di Greve un mesetto fa con le idee ben chiare: una lista di bottiglie molto particolare, un menù ricco di ingredienti autoctoni e biologici e pure qualche idea per incentivare la pratica tanto in disuso (in Italia) del cosiddetto “guidatore sobrio”.

Ma andiamo per gradi. Gabriele (vero e proprio “Uomo del Giappone” del nostro blog) durante l’evento “Slow Beer” a Prato conosce Piso e Michela e viene a sapere della prossima apertura della Birroteca. Non riesce a presentarsi all’inaugurazione, ma un amico conferma una buona impressione. Approfittando di una mia visita in terra toscana, ci rechiamo insieme a Greve (dopo uno scollinamento nel cuore del Chianti e in una delle zone più belle della Toscana). Dopo qualche breve giro per la cittadina, complice anche un navigatore satellitare bizzoso, riusciamo a individuare la Birroteca e  a trovare parcheggio. La Birroteca si trova in uno slargo di via Vittorio Veneto (al 100) che è una vera e propria piazzetta.

Il locale è piccolino e molto accogliente, con un paio di linee di spina (entrambe della Hofbräuhaus di Monaco di Baviera) e un buon numero di birre in bottiglia. Le italiane sono soprattutto toscane (Amiata, Brùton, Olmaia, Cajun), ma non solo (l’ottimo e ormai onnipresente Ducato, più Cittavecchia e Almond 22), e rappresentano una presenza abbastanza compatta nella lista.

Le inevitabili belghe sono presenti in numero tutto sommato limitato rispetto alla media, e molto legato ai gusti dei gestori: diverse Dupont, qualche trappista (Orval, Westmalle, Rochefort)  e altro ancora, per un totale di poco meno di 30 bottiglie diverse circa.

La parte del padrone, caso abbastanza strano (e apprezzato), spetta all’offerta proveniente dai paesi di lingua inglese. Cominciamo con le scozzesi: il celebratissimo Brewdog apre le danze, con ampia scelta tra le loro proposte (comprese le spettacolari Paradox), poi Harviestoun e Orkney (di cui non finirò mai di apprezzare abbastanza la Red McGregor).

Gli inglesi probabilmente sono in testa per numero di bottiglie: tra i birrifici più noti in Italia di cui trovare ampia selezione alla Birroteca, non possiamo non menzionare Meantime, Ridgeway e St. Peter’s, tutti presenti con un ampio assortimento dei propri prodotti. La lista si chiude con le americane: potrete scegliere tra la totalità (o poco ci manca) delle Flying Dog e delle Anchor (come la Liberty Ale, forse la più famosa ale americana) e un paio di ottime Sierra Nevada.

In un’area come la provincia di Firenze, in cui la situazione birraia è abbastanza indietro rispetto ad altre regioni, qualcosa sta finalmente iniziando a muoversi. La Birroteca è un locale che non sfigurerebbe neanche in ben altri contesti, che non si mette in concorrenza con altri pub della zona ma va ad integrarsi nel panorama con un’offerta ampia, originale e di assoluta qualità. Se poi ci mettiamo anche che Greve in Chianti è proprio un bel posto dove si mangia benissimo, ben vengano altre iniziative del genere!