Luppoli americani @ Brau Beviale Norimberga (DE)

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Category : Birra, Fiere

Ho avuto la fortuna, qualche settimana fa, di visitare uno degli appuntamenti birrari più importanti del continente, vale a dire la fiera Brau Beviale presso il centro fieristico di Norimberga. Intendiamoci: quando dico birrari, in questo caso, non parlo di festival con stand dei birrai che fanno provare i propri prodotti, ma di tutti gli altri aspetti che possono interessare a chi la birra la deve produrre o vendere.

Questo, quindi, vuol dire una fiera per operatori del settore beverage in senso lato, con espositori più disparati, dai produttori di sottobicchieri e bicchieri a quelli di impianti di produzione o imbottigliamento, passando per vestiario personalizzabile e un sacco di altra roba che perderei una giornata ad elencare.

Da raccontare, quindi, ci sarebbe davvero tanto, ma non so a quanti davvero potrebbe interessare tutto questo. Ai birrifici artigianali che conosciamo e apprezziamo, però, questa fiera interessa e non poco.

C’è chi ci va per partecipare all’European Beer Star, premio internazionale di un certo rilievo che già nelle precedenti edizioni aveva visto trionfare diversi birrifici italiani (Birrificio Italiano, Birrificio del Ducato e Rienzbrau). Questa edizione si è conclusa con un bel bottino di medaglie per l’Italia, con il trionfo del Birrificio del Ducato (oro con la Via Emilia in casa dei tedeschi, poi due argenti e un bronzo) e della Doppio Malto Brewing Company di Erba, che vince l’oro con la zenzerona Zingibeer (che già avevamo adorato all’IBF di Milano in primavera) e i piazzamenti del Birrificio Italiano (un argento e un bronzo).

C’è chi ci va per parlare con i fornitori di materie prime, di impianti o di accessori vari. Tra i birrai italiani incrociati nei miei giorni a Norimberga con Bruno Carilli di Toccalmatto, c’erano quelli di Lambrate, di Croce di Malto e Claudio Cerullo di Amiata. E quelli di Bad Attitude, che non ho incontrato ma che hanno raccontato la loro Norimberga.

Fatta la digressione sul premio, sulla fiera e sugli italiani presenti, passiamo oltre. La degustazione era fissata il giorno 11 novembre nella tarda mattinata. Organizzava la Hop Growers of America (associazione dei coltivatori di luppolo americani) e gli anfitrioni erano il grande Charlie Papazian della Brewers Association con al suo fianco Matt Brynildson della californiana Firestone Walker ed Eric Toft della Private Landbrauerei Schönram, vale a dire un mastro birraio americano di un birrificio regionale bavarese, combinazione alquanto bizzarra. Al nostro fianco, una piccola truppa di scandinavi che comprendeva, tra gli altri, gli svedesi della Närke e della Dugges.

Una breve introduzione ci ha presentato i tre guru americani e la tradizione della coltivazione del luppolo in America, cominciata nel New England e poi spostatasi praticamente in massa verso una manciata di stati a Nord Ovest (Washington, Oregon e Idaho in particolare), con una tradizione di aziende familiari e una ricerca continua di nuove varietà, spesso in modo mirato, a volte meno: a quanto pare il Cascade nacque dal Fuggle incrociato con una varietà russa, incrocio nato per non meglio specificate ragioni ma che ha portato a una delle varietà più usate e amate in tutto il mondo.

La degustazione, svoltasi di fronte a una platea piuttosto variegata (circa 50% di europei non tedeschi, 10% di tedeschi, 40% di extraeuropei con larga rappresentanza di statunitensi), aveva lo scopo di presentare le varietà di luppolo e la raffinata arte di usare un elemento storicamente amaricante in un qualcosa di diverso, che arricchisca di aromi e sensazioni che ormai conosciamo bene.

Le birre presentate erano sei, vale a dire Sierra Nevada Porter, Caldera Pale Ale, Rogue Shakespeare Oatmeal Stout, Firestone Walker 31 California Pale Ale, Firestone Walker Union Jack, Moylan’s Hopsickle Imperial Ale. Allo stand dell’associazione, il giorno prima, avevamo avuto modo di testare anche Stone I.P.A. (ottima) e Rogue Kells Irish Style Lager (piatta da morire, e visto come viene valutata in rete viene da chiedersi cosa volessero produrre).

La degustazione è cominciata con la ben nota Sierra Nevada Porter, forse la meno celebrata tra le birre della Sierra distribuite in Italia. Assaggiata con gusto ma senza troppo interesse, visto che era l’unica tra quelle proposte facilmente reperibile dalle nostre parti. L’unica birra non presentata in bottiglia era la Caldera Pale Ale, lattina da 33 cl. con una freschezza aromatica invidiabile. Da bere a secchiate, più che da degustare, con una luppolatura non aggressiva ma molto presente: davvero una bella rivelazione. Back in black con la Shakespeare Oatmeal Stout della Rogue, trovata alla spina a Tokyo un paio di anni fa, o anche (non io, purtroppo) a San Francisco: si conferma eccezionale, e restano interrogativi sui misteri della distribuzione e importazione in Italia: pochi anni fa si trovavano le Rogue con una certa facilità (anche in pub non troppo specializzati), poi sono praticamente sparite, nonostante il mercato delle birre americane in Italia sia in netta crescita. Boh?

Giunge così il momento della doppietta del mastro birraio presente, vale a dire le due Firestone Walker: 31 California Pale Ale e Firestone Walker Union Jack, due birre da luppolature importanti e freschissime, da bere giovani. La prima è leggera alcolicamente (4,6%) ma tutt’altro che banale, con una ricchezza di gusto che lascia senza fiato (e non voglio immaginare alla spina). La seconda è una India Pale Ale con luppoli americani e retrogusto con note abbastanza dolcine, ricorda un po’ alcune interpretazioni americane dello “stile scozzese”. Promosse a piene voti, con la speranza di berne ancora presto. Ma mi sa che dovrò organizzare un viaggio nella west coast per riuscirci…

Chiusura di spessore con la Moylans Hopsickle Imperial India Pale Ale, che già a pronunciarla tutta ci vuole pazienza. Birrificio mai visto né sentito nominare, il risultato è una Imperial I.P.A. imponente, con luppoli freschi ben bilanciati, aggressiva ma non fastidiosa, ricca ma non banale. Durante la degustazione è partito un buffo dibattito tra le due filosofie su come e soprattutto quando bere questo tipo di birre: secondo Charlie Papazian e forse anche Eric Toft, qualche mese in più aggiungerebbe complessità e maturazione, secondo il buon Matt Brynildson, queste sono birre da bere più fresche possibili, meglio se brassate da un paio di settimane appena….

Baird Brewing Naka-Meguro Taproom (Tokyo, JP)

Category : Locali, Viaggi

Ormai giunto al mio sesto viaggio in Giappone, e il quarto in cui la birra gioca un ruolo importante, decido che bisogna provare qualcosa di nuovo. Negli ultimi viaggi infatti mi ero un po’ fermato sugli stessi luoghi che da soli garantivano una tale varietà di birre mai provate da non richiedere ulteriori sforzi di ricerca (ovvero il Popeye, che tra l’altro quest’anno si è beccato un meritato 5° posto al mondo nella classifica dei beer bars di Ratebeer).
Occhei, mi sono detto, non questa volta. Raccogliendo informazioni prima della partenza, viene fuori che il birrificio Baird, uno di quelli che mi avevano meglio impressionato nei viaggi scorsi, ha non uno ma ben due brewpub a Tokyo, uno aperto da poco ad Harajuku e uno leggermente più datato a Naka-Meguro. Decido che mi ispira di più il secondo, e mi ci dirigo in un freddo martedi sera.

Ma prima un po’ di storia: la Baird Brewing Co. nasce nel 2000 per mano di Bryan Baird, americano emigrato in Giappone, e di sua moglie Sayuri. La produzione, così come il primo storico locale di mescita, si trovano a Namazu, un paesino di pescatori non distante da Shizuoka, alle pendici del monte Fuji. Al momento, il birrificio ha 9 produzioni stabili, che variano dalla birra di frumento alla stout, dalla lager alla imperial IPA. A queste si affiancano innumerevoli produzioni “stagionali”, alcune delle quali sono in tutto e per tutto produzioni uniche.


Mi è difficile anche ricordare quante ne ho assaggiate effettivamente, ad occhio e croce direi una dozzina nei vari viaggi, ma quello che è certo è che lo stile del mastro birraio è presente in tutte. La caratteristica principale è l’equilibrio assoluto, perfino nelle single hop che ho provato il luppolo era ben evidente ma mai aggressivo. Equilibrio che però non appiattisce mai le birre, e che le rende tutte strabevibili. Per provare a trovare un difetto, diciamo che tendono ad essere un po’”giapponesi”, nel senso che non sempre il corpo e il finale mantengono le promesse dell’aroma, vero punto forte della maggior parte della linea.

La Naka-Meguro Taproom si trova in un edifico di pochi piani che contiene anche negozi ed uffici; non esattamente lo stabile più invitante del mondo. Il locale è un grande stanzone molto luminoso, con muri bianchi e arredamento interamente di legno chiaro, dal bancone ai tavoli alle sedie. Il banco occupa interamente il lato di fronte all’ingresso, mentre gli altri lati sono interamente presi dal classico “appoggino” con sgabelli alti. Al centro della sala ci sono un paio di tavoli lunghissimi, direi da una trentina di posti ciascuno, più qualche altro tavolo più intimo.


Alle pareti fanno bella mostra di sè dei quadri che riproducono le etichette delle birre Baird. Disegnate da tal Nishida Eiko, sono in assoluto tra le più belle etichette che mi sia mai capitato di vedere. Stessi disegni sono anche riportati sulle spine, poste in una lunga fila e divise in due gruppi, fisse da una parte, stagionali e ospiti dall’altra (in questo caso, una Great Divide Hibernation Ale e altre due americane che francamente non ricordo).

La scelta del cibo è molto varia, pur rimanendo nel tipico pub food giapponese (leggasi: molto fritto ma spesso con qualcosa di ricercato). I prezzi della birra sono standard per il Giappone, una pinta viaggia tranquillamente sui 7 euro, ma sono possibili vari menu di degustazione.Il cibo invece è abbastanza caro, e non so dire se sia buono o meno perchè mi ero già riempito a sufficienza in un ristorante economico lì davanti.
Tra le birre, da segnalare la sempre splendida Saison Sayuri (profumatissima saison primaverile), le single-hop Kiwi (con Nelson-sauvin) e Simcoe, e quella che secondo me è la vera ammiraglia del lotto, la Rising Sun Pale Ale, che davvero non smetterei mai di bere. Tra quelle più deludenti invece la Ganko Oyaji Barley Wine, ma è un problema che ho io coi barley wine giapponesi, che trovo sempre troppo monocorde per giustificare il tasso alcolico (e la spesa).

In conclusione, un ottimo brewpub che non sfigurerebbe assolutamente nel confronto con quelli europei, con birra buona e un impianto a regola d’arte. Consiglio assolutamente una visita in caso di viaggio a Tokyo (magari meglio il locale di Harajuku, che è in una zona più turistica). Ovviamente, se si ha poco tempo meglio dirigersi al Popeye per avere una panoramica completa della scena birraia artigianale in Giappone, di cui comunque Baird è uno degli esponenti più rappresentativi (e più buoni, che non guasta).

‘t Arendsnest – Amsterdam (NL)

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Category : Locali, Viaggi

Amsterdam è una città stupenda e molto frequentata dai turisti italiani. Quello che non molti conoscono, però, sono i luoghi della birra di Amsterdam. Il Wildeman, un’autentica istituzione per gli appassionati di birra di tutto il mondo, l’abbiamo raccontato in precedenza.

Situato in Herengracht al 90, nel pieno centro di Amsterdam (per chi conosce la città è uno dei canali più famosi, più o meno a metà strada tra piazza Dam e il museo dedicato ad Anna Frank: per chi avesse meno dimestichezza con la geografia della capitale olandese, c’è sempre Google Maps ) l’Arendsnest è un posto più unico che raro.

Peter Van der Arend, competente appassionato di birra e whisky, ha aperto il suo locale diversi anni fa. L’intento era di creare qualcosa di diverso, vale a dire un locale che servisse birre prodotte nei Paesi Bassi: niente Belgio, niente Germania, ma solamente ciò che viene brassato all’interno dei confini nazionali, proprio in risposta ai tantissimi locali che servono birra belga (curiosità: proprio a fianco dell’Arendsnest c’è un ristorante di cucina belga).

Un locale fatto a misura del gestore fin dal nome (tradotto letteralmente, infatti, è “il nido dell’aquila”, un gioco di parole con il suo cognome), tutto in legno, confortevole e accogliente, che vanta di essere l’insolito “privilegio” di essere l’unico bar specializzato nel servire almeno una birra per ogni birrificio olandese, dai microbirrifici ai grossi marchio industriali. La traduzione in pratica del seminale “Nederlandse bierbrouwerijen”, scritto da Peter qualche anno fa e testo di riferimento per conoscere la scena birraria del paese nella sua interezza.

Per certi versi, ricorda il Popeye Beer Club di Tokyo (che serve quasi esclusivamente birra giapponese), di cui si era parlato qui.

Alla solita lavagna tocca il compito di illustrare l’offerta alla spina, che è di assoluto prestigio, con oltre 20 linee scelte a rappresentare il meglio della produzione nazionale. Una buona parte dell’attenzione è dedicata a La Trappe, l’unica birra trappista prodotta al di fuori del Belgio. La produzione della birra nell’abbazia di Onze Lieve Vrouw van Koningshoeven, come testimonia la fotografia qui sopra, è ampiamente rappresentata all’Arendsnest.

Non c’è luogo migliore al mondo per approfondire la scena microbirraria olandese dell’Arendsnest: per lo più si tratta di nomi che in Italia sono ancora quasi sconosciuti, ma che Tim Webb trattava già nell’edizione 2002 della Good Beer Guide to Belgium & Holland. A proposito di nomi famosi: da qualche parte nel pub c’è l’immancabile testimonianza fotografica del passaggio di Michael Jackson, che fu presente addirittura all’inaugurazione del pub, avvenuta nell’ormai lontano 12 luglio 2000.

Qualche nome che merita considerazione? Volendam, ‘t Ij (il birrificio di Amsterdam: vi consiglio Struis, Plzen, Columbus e Vlo), Us Heit (il birrificio della Frisia), Jopen (favolosa la Extra Stout alla spina, ma anche Koyt e 4 Granen Bok non deludono) e ovviamente la “sensazione” De Molen (da provare: Amarillo, Amerikaans e Hel & Verdoemenis, sia alla spina che in bottiglia), un birrificio che anche in Italia comincia a riscuotere successo tra gli appassionati.

Curiosità: c’è anche una house beer (Herengracht 90, prodotta dalla de Schans), anche se non ho ancora avuto occasione di provarla. Poco male, sarò da quelle parti tra circa un mese e mezzo e vi saprò dire.

Report da Tokyo parte 3: birre artigianali giapponesi al Popeye

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Category : Locali, Viaggi

Per la terza e ultima parte del nostro racconto sulla birra di qualità a Tokyo abbiamo voluto tenere in serbo qualcosa di davvero speciale: il Popeye Beer Club, situato a Ryogoku, il quartiere di Tokyo famoso per la lotta sumo.

Ci sono luoghi dove la birra non si beve, si assapora. Ci sono posti al mondo dove la cultura birraria la si percepisce nel personale, nei clienti, nei muri stessi, e ti senti fortunato quando ci entri, li scopri, hai il privilegio di poter aver visto, provato, sentito. Il Popeye corrisponde a tutte queste caratteristiche, è di medie dimensioni e molto accogliente, con un classico arredamento “da pub” occidentale. Una lavagna sulla parete sinistra del locale illustra l’offerta alla spina, vantandosi (e ci mancherebbe altro!) di un numero di linee a dir poco impressionante (intorno alle 70!), probabilmente tra i più alti al mondo.

Ma andiamo con ordine. Che dire della scena dei microbirrifici giapponese? Intanto, che è quasi sconosciuta a chi non visita il Giappone. E’ una scena relativamente giovane: solo nel 1994 il governo varò una legge che concedeva una licenza di produzione di birra anche per birrifici di medio-piccole dimensioni (abbassando il limite minimo di produzione a 20 ettolitri l’anno). Il Popeye nacque proprio in quell’anno, e la scena crebbe molto rapidamente: già nel 1999 il Giappone aveva ben 310 microbirrifici (oggi scesi a circa 280). I generi più popolari sono le ale di ispirazione americana (pale e amber), ricche di luppoli e di gusto, ma c’è molta varietà anche di birre “bianche” alla belga, di barley wine e di stout. E, per ricollegarsi alle considerazioni del report precedente, mancano quasi del tutto le birre di ispirazione europea, e belga in particolare.

Al Popeye comunque si trova tutto questo e anche di più (non mancano mai delle birre americane alla spina: nel periodo in cui siamo stati noi, la parte del leone la faceva la Rogue, marchio ben noto anche in Italia, di cui abbiamo provato in particolare la Brutal Bitter e la Shakespeare Stout). La nostra prima visita è stata la sera di venerdì 17 ottobre. Il locale era affollato da appassionati di birra, giapponesi e non, e per trovare modo di sederci tutti insieme (ci siamo presentati in sei in un orario in cui il locale era già abbastanza pieno) c’è voluta un po’ di pazienza. Non c’è voluto molto, invece, per sentirsi subito a casa: personale competente, birre di assoluto livello che eclissano senza troppe difficoltà il grosso della produzione omologa italiana, atmosfera rilassata e clientela appassionata. Una lista bilingue (un semplice foglio A4 fronte/retro) illustra l’offerta in giapponese e inglese: tipologia, nome, gradazione e nella maggior parte dei casi pure indice di bitterness (che in italiano verrebbe amarezza, se non fosse che l’amarezza in una birra è gioia del palato). C’è per quasi tutte le birre la possibilità di scelta tra mezza pinta e pinta (i barley wine vengono serviti in tagli inferiori, di solito), e oltre a questo c’è la possibilità di effettuare degustazioni di prova.

La serata è così passata piacevolmente di birra in birra, assaporando e gustando il meglio della produzione locale, tra qualche scelta sicura (la Yona Yona Real Ale, di cui Gabriele diffonde il vangelo fin dal suo primo assaggio) e tante “a sensazione”. Da menzionare assolutamente anche i prodotti del birrificio Swan Lake (davvero ottima la Amber Ale)  e quelli del Baird (su tutte la Rising Sun e, fosse anche solo per il nome, la Big Red Machine Fall Classic Ale). Nella parte finale della serata, abbiamo chiesto il permesso di fare qualche foto per il sito, e grazie alla nostra amica Akiko (che si è prestata a fare da interprete) abbiamo avuto modo di parlare con Aoki-san, gestore del Popeye fin dall’apertura, che si è dimostrato molto gentile e disponibile, nonchè interessato ad avere informazioni sulla situazione birraia in Italia.

Pur nel nostro forsennato giro di Tokyo, tra un quartiere e l’altro, tra un pub e l’altro, tra una cena e un negozio particolare, siamo riusciti a organizzare una seconda visita al Popeye nella nostra ultima serata a Tokyo. Siamo entrati e lo staff ci ha salutato calorosamente, ricordandosi della nostra precedente visita (più tardi ci hanno anche mostrato di aver messo una foto della nostra combriccola su di una parete del locale….eravamo commossi). Ci siamo presentati abbastanza presto e non abbiamo avuto difficoltà a sederci, anzi ne abbiamo approfittato per piazzarci sotto la mitica lavagnetta.La lista era già sensibilmente cambiata, segno che la rotazione è abbastanza alta, e in effetti il menù viene davvero stampato ogni giorno. Pur cercando di variare e di provare sempre nuove birre non siamo proprio riusciti a trovarne di cattive, anzi.

L’atmosfera amichevole, la competenza del personale e la passione sincera di Aoki-san, unite a un’offerta di birre artigianali giapponesi stupefacente per quantità e qualità, fanno del Popeye Beer Club un pub unico al mondo, un posto da non perdere nella vostra prossima visita a Tokyo.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)