Troegs è un microbirrificio della Pennsylvania dell’est con una produzione piuttosto limitata, e tuttavia molto conosciuto in Pennsylvania e stati limitrofi. Infatti, per motivi di distribuzione e freschezza della birra è quasi impossibile trovare produzioni Troegs al di fuori di una ristretta cerchia di stati nel nord-est degli USA, ma si sono fatti un buon nome tra appassionati e non: anche in bar non specializzati in birra, non è raro trovare una o due spine delle loro. Questo supporto ai microbirrifici locali (o “relativamente locali”) è tipico di tutto il Nord America, e io non manco mai di approfittarne, quando posso.
Ma veniamo al tema principale di questo post. In data 20 gennaio 2011, è stata organizzata una degustazione delle produzioni Troegs all’interno di un giardino botanico. Per quanto il posto fosse inusuale, il prezzo era assolutamente allettante (10 dollari per birra + cibo illimitati, e bicchiere in regalo; quasi incredibile), e non potevo farmi scappare l’occasione. Il fato ha comunque cercato in vari modi di mettermi i bastoni tra le ruote. Per prima cosa, il biglietto si doveva comprare in loco almeno una settimana prima della degustazione, e io mi trovavo da altre parti per lavoro; ma a questo si è rimediato facilmente grazie ad amici. In più, ero da poco rientrato su questo lato dell’oceano, ed avevo ancora un bel po’ di jet lag addosso: una degustazione serale di birra non è esattamente il modo migliore per tenersi sveglio. Ma a questo si è facilmente posto rimedio grazie all’ulteriore ostacolo che mi è stato messo davanti: una simpatica nevicata degna dell ’85, con annesse temperature antartiche, che mi ha tenuto bloccato a lavoro per un bel po’. Senza farmi prendere dallo sgomento, e favorito dalla vicinanza della location, ho atteso l’ora giusta e mi sono recato a piedi, inzuppandomi i pantaloni come consigliato dal medico di famiglia. A quel punto c’era decisamente bisogno di una buona bevuta per riscaldarsi.
Una volta preso il bicchiere all’ingresso, inizio a fare il giro per vedere che cosa mi offriva il giardino botanico. Nascosti tra la verzura c’erano vari stand che offrivano 5 tipi diversi di birra (pompata dal barile nelle caraffe, e poi servita dalle caraffe); nel frattempo, vari/e camerieri/e si aggiravano con vassoi contenti cibo di qualità tutto sommato decente: spiedini con verdure e mozzarella, mini-hamburger, formaggio fritto, tortine varie. Ma siccome del cibo non interessa a nessuno, veniamo alla birra.
Iniziamo con una hefeweizen, la Dream Weaver Wheat. Colore ambrato opacissimo per una birra di frumento molto solida. Poco alcool, ma corpo robusto e aromi erbacei e di banana. Come aperitivo andava più che bene: non la definirei una session beer, perché già al secondo bicchiere tendeva a stuccare un po’, ma comunque ben riuscita. Quello che più mi ha stupito è la sua corposità: altro che birre evanescenti o inconsistenti, questa è una birra molto decisa, nel bene e nel male.
Continuo con una Troegenator, una double bock che avevo già assaggiato in bottiglia e non mi era piaciuta. Questo secondo tentativo conferma le impressioni iniziali: non è affatto il mio genere. Carica di malto e di alcool, bel colore ambrato, poca carbonazione, non riesce a convincere nel gusto. Siamo ben lontani da, ad esempio, una Augustiner Maximator. Nonostante tutto, agli americani questa birra piace: impressione confermata sia da persone presenti alla degustazione, sia dai voti su ratebeer. Dal mio punto di vista, bocciata.
La birra successiva è la Troegs Pale Ale. Trattasi di un APA decisamente ben fatto: aroma luppolato di luppoli Cascade, colore ambrato limpido, ottimo bilanciamento tra il malto e i luppoli. Non troppo frizzante e molto beverina, avrei potuto andare avanti a berne per tutta la sera. Non il miglior APA che abbia mai bevuto, ma comunque un’ottima birra.
La penultima birra offerta è la Hopback Amber Ale, che avevo già bevuto in bottiglia varie volte; questa è una delle punte di diamante del birrificio, la loro idea di un Amber Ale: poco tradizionale (quasi un APA), ma molto buona. La Hopback è una birra in cui a farla da padrone è il malto, leggermente caramellato, ma in produzione la birra viene fatta circolare in un recipiente pieno di luppolo, per conferire un’acidulo molto piacevole. Difficile assegnarle una categoria, ma il risultato finale è di tutto rispetto. Forse la mia birra Troegs preferita.
Per finire, l’imponente JavaHead Stout. Questa stout è basata sulla ricetta della Oatmeal Stout che Troegs produceva qualche tempo fa, con la differenza che la cotta viene fatta passare in un contenitore con luppolo e chicchi di caffè. L’arome di caffè risulta infatti fortissimo e domina il sapore della birra. Sembra di bere un espresso (o meglio, la versione allungata di un’espresso – diciamo un’espresso francese o americano, per capirsi). La mia impressione è che abbiano esagerato col caffè. Intendiamoci: la birra è buona, vellutata e piacevole, ma credo ci sia davvero troppo caffè. Ammetto che il caffè non mi piace più di tanto, quindi sono di parte.
In conclusione, alcune birre molto interessanti (Pale Ale e Hopback Amber su tutte), mentre altre non troppo riuscite, dal mio punto di vista. Troegs rimane comunque un birrificio da tenere d’occhio, e se vi capita, non fatevi scappare la serie Scratch, che è la serie sperimentale (ogni cotta è unica e diversa dalle precedenti) utilizzata per testare nuove birre o soltanto fare qualcosa fuori dall’ordinario. Come ci si può attendere, la serie Scratch può variare dall’eccellente al disgustoso, ma in genere propone ottime birre.
Giacomo







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