Garibaldi incontra San Patrizio

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Category : Eventi

Il 17 marzo è stata festa a sorpresa per l’Italia. Festa sì…festa no…se famo du spaghi…festa sì, festa no, la terra dei caki… Una festa anche per la birra artigianale italiana. Al Dickinson Pub di Scandiano (RE) Garibaldi ha incontrato San Patrizio. La sera di mercoledì 16 è stata grande festa con “E’ arrivato Garibaldi”, serata dedicata alle birre artigianali provenienti da tutta Italia. Il giorno dopo, festa dell’Unità d’Italia e festa di San Patrizio, un bis con particolare attenzione alle stout, le birre scure della tradizione irlandese.

Nella serata di Garibaldi sono state scelte birre da tutto lo stivale: San Paolo di Torino in rappresentanza del regno sabaudo, Birrone di Vicenza a rappresentare la Serenissima, Birrificio Rurale di Pavia, Orso Verde di Busto Arsizio, Brew Fist di Codogno per il Lombardo-Veneto, la zona d’Italia tradizionalmente più dinamica nel mondo della birra artigianale, Opperbacco di Teramo per il fu Stato Pontificio e Birranova dalla Puglia per il Regno borbonico.
Per ogni birrificio erano presenti più perle: particolarmente positivo è stato il giudizio di pubblico per le birre di Birranova. Molto apprezzata (seppur con qualche distinguo…) la Why Not, una birra delicatamente affumicata piuttosto originale e la Linfa, una simil kolsch decisamente fruttata e invitante.
Per Opperbacco erano presenti la Quattropuntosette, che ha spopolato per le sue caratteristiche di lagerina chiara non molto alcoolica, ma che personalmente ho trovato un po’ troppo watery, mentre molto positivo è il giudizio sulla Triplipa, una belgian ipa decisamente saporita e con un buon taglio amaro.
Anche San Paolo era una novità per le disperate lande reggiane: la Ipè è sempre una delle mie favorite nel panorama italiano, una ale luppolata all’americana molto gustosa. La Jatobà mi ha impressionato meno: è una altbier abbastanza classica, ma forse questo stile non è nelle mie corde.

Per Rurale di Pavia sono state presentate Milady, una bitter che ha incontrato il favore di molti clienti storici del Dickinson, e Black Out, una dry stout decisamente ben fatta che ha pure trovato numerosi estimatori.
Questo per parlare degli ospiti: presente anche Brew Fist, storico amico di Carboneria Reggiana, il braccio armato dei birrofili reggiani, che proponeva la per me sempre ottima Burocracy, una IPA da manuale che merita ben più che un assaggio, e la Fear, una stout morbida che rimane, al momento, la mia preferita nello stile tra le birre italiane.
Orso Verde e Birrone sono invece di casa al Dickinson: per il birrificio bustocco le classicissime Backdoor bitter e Nubia, cavalli di battaglia di Cesare e per il Birrone, San Lorenzo e Statale 63, quest’ultima una kellerbier, variante prodotta appositamente per il Dickinson della più classica Statale 46.
Il 16 sera è stata un delirio con il povero Maso preso a spinare mille boccali contemporanemente, il 17, una domenica pomeriggio più tranquilla finita con il concerto live dei Sixpence 66, in onore del protettore dell’Irlanda a bere le Stout italiane, Nubia, Fear, Black Out, in onore della verde isola del nord.
Anche nel nome della birra, abbiamo festeggiato l’Unità d’Italia!

rob

Italia Beer Festival Milano 2011 @ Palasharp – report

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Category : Birra, Festival

Vi avevamo dato per tempo le indicazioni più importanti sull’Italia Beer Festival di Milano, ora è il momento di raccontare com’è andata l’edizione 2011.

La location si è dimostrata molto più adatta di quelle precedenti alla gestione di un evento che per vocazione trascende la sola platea di appassionati e che ormai comincia ad attirare l’interesse dei media nazionali, tra un articolo del Corriere e un servizio del TG5. Metropolitana per chi viene con i mezzi, ampio parcheggio e raccordo autostradale per chi viene da fuori, sarà una bella sfida per l’Associazione Degustatori Birra trovare una struttura più adatta per le prossime edizioni. Qualche leggera difficoltà, a dire il vero, si è avuta sia nel trovare dei servizi accessibili (molto comodi per chi vede un concerto o una partita dalle tribune, meno adatti per chi dal basso deve andarseli a cercare, specie se non conosce la struttura) e nel lavaggio dei bicchieri, con una sola postazione decisamente inadeguata alle grandi folle viste al festival.

Ottime invece la conferma dei prezzi per quanto riguarda l’accesso e l’acquisto dei gettoni-consumazione, come ottima è stata la presenza di espositori gastronomici che sono andati a sostituire il banco-bar. Prezzi abbastanza contenuti, ottimi salumi e insaccati (con commenti entusiastici del pubblico dell’IBF), e velocità di servizio che sicuramente ha reso più facile e piacevole la permanenza del pubblico alla manifestazione. Molto riuscita anche l’introduzione di un altro grande prodotto a base di malto, vale a dire il whisky: laboratori, assaggi, vendita di prodotti molto interessanti e molto graditi agli appassionati frequentatori del festival.

Ma veniamo al piatto forte della rassegna, la birra. Gli stand erano un buon mix tra birrifici ormai classici nelle passate edizioni dell’IBF Milano (Bidu, Orso Verde, Toccalmatto), birrifici di recente apertura già apprezzati a Rimini (Brewfist, Bad Attitude e Opperbacco), più un gruppetto di birrifici visti all’IBF Torino (Lungo Sorso, San Paolo).

Ad arricchire l’offerta, la presenza delle birre del Ducato (portate da Stefano Allera, valente distributore lombardo del birrificio di Roncole Verdi). Oltre alle celebrate produzioni “classiche”, qualche fusto della Machete Double IPA, un piccolo capolavoro che spero possa diventare una produzione regolare. Il successo di questa produzione all’IBF di Milano è stato sorprendente quanto inequivocabile. Per quanto riguarda le produzioni abituali, ennesima ottima prova per la Verdi Imperial Stout.

A proposito di scure di carattere: grandissima eccitazione tra gli appassionati per l’arrivo della Inverno Nucleare del BiDu, una Confine che si è allenata in palestra. Con risultati un po’ scarsini, purtroppo. Pur partendo da una favolosa base, la Inverno Nucleare non riesce nell’impresa riuscita (ad esempio) alla Imperial Ghisa del Lambrate, tanto per fare un esempio. Ottima invece la classica Confine, mentre ho trovato la Rodersch un po’ poco convincente.

Arrivo a Lampugnano venerdì sera con l’eccitazione di un bambino in gita, con l’intenzione di provare un po’ di tutto nel corso delle varie giornate. Avevo anche un mezzo programma di assaggi, ma programmarli mi riesce male, mi piace lasciarmi trascinare dai consigli raccolti in giro, o dalla curiosità per le nuove produzioni. In tutto questo, mi sono perso il compito di riassaggiare Opperbacco: lo faccio adesso, lo faccio dopo, lo farò la prossima volta (vedi fine articolo). Un amico birraio mi ha comunque detto la 10elode (provata pochi giorni prima a Rimini) fosse la miglior birra dell’IBF.

Tra i primi assaggi colpisce la Bitterland di Doppio Malto, con un interessante blend di cinque luppoli americani che dà un aroma veramente intrigante mantenendo la tipica beverinità dello stile. Assente dallo stand purtroppo la Zingibeer (aromatizzata allo zenzero), ripiego con qualche dubbio sulla India Pale Ale, che mi dicono essere nata come produzione natalizia.

Tra un riassaggio e l’altro di produzioni ormai classiche, vengo attirato con l’esca perfetta per un appassionato di luppoli: il randall. Si parte con una Valcavallina filtrata in luppolo neozelandese motueka: il profumo è intenso ed erbaceo, ma al palato l’erbaceo diventa quasi fieno. Le piacevoli chiacchiere con Renato lasciano capire i lavori in corso su due delle tre produzioni del birrificio, vale a dire la Valcavallina stessa e la Alba Rossa. Sarò curioso di poter testare i risultati di questa evoluzione tra qualche mese. Decisamente più proficuo il passaggio (ormai storico) in randall della Backdoor Bitter, uno dei grandi classici della produzione dell’Orso Verde. Ottima forma anche per la Nubia.

Tra una chiacchiera e l’altra ho modo di ripassare da Brewfist e Bad Attitude (per entrambi confermo i giudizi positivi espressi dopo Rimini, e si conferma la bravura nell’allestire stand colorati e caratteristici: anche l’occhio vuole la sua parte) e da Rurale (anche qui tutto bene, e la Castigamatt l’ho trovata più gradevole che a Rimini: probabilmente mi sto abituando a una Black IPA un pochino fuori stile).

Come ogni anno, c’era anche una specie di concorso tra le birre del festival, con ogni birrificio che sceglieva la propria sfidante. Questo l’esito finale:

1) ZestExtraomnes
2) Two PennyBad Attitude
3) WeissManerba Brewery
4) CanizzaHenquet
5) BurocracyBrew Fist

Concludendo, l’Italia Beer Festival di Milano si conferma un festival molto riuscito, dove trovare (quasi) tutto il meglio della produzione brassicola artigianale del nord Italia. Appuntamento tra un mesetto circa a Roma, con una prima lista di birrifici presenti che comprende Bad Attitude, Borgo, Brewfist, Croce di Malto, Lambrate, Opperbacco, Toccalmatto

Selezione Birra Rimini 2011 – report

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Category : Birra, Fiere

Quella che si è conclusa martedì scorso è stata la mia prima volta alla fiera di Rimini, quindi questo report sarà per forza di cose un giudizio senza termini di paragone diretti con le edizioni precedenti. Detto questo, vi invito a rileggere i report di Mattia dedicati alle edizioni 2009 e 2010, giusto per darvi un termine di paragone almeno con il passato più recente.

Selezione Birra 2011 è stata soprattutto, per me, una buona occasione per provare i nuovi birrifici o quelli che provengono da regioni lontane, quelli che non trovo con facilità nei pub del nord, oltre che per chiacchierare e fare assaggi in compagnia di amici vecchi e nuovi.

Grandi cose mi hanno detto di Ducato e Borgo, ma, mea culpa, in fiera non ho assaggiato nulla. Per quanto riguarda i primi (a cui rivolgo i complimenti per la razzia di premi nel concorso Birra dell’Anno di Unionbirrai), l’occasione si presenterà già il prossimo weekend a Milano.

Parlerò pochissimo del concorso, non avendo provato almeno due terzi delle birre premiate, anche se lascia un po’ perplessi vedere come tanti nomi storici o affermati siano assenti tra i premiati. Non so, provo a ipotizzare una voglia di premiare chi si è appena presentato sul mercato con prodotti indubbiamente di ottimo livello, anche se forse è un po’ presto per definire le loro birre come tra le migliori prodotte a livello nazionale.

Del lanciatissimo birrificio Foglie d’Erba ho provato pochino, anche perché il loro stand era spesso inesorabilmente vuoto (fino al pomeriggio inoltrato) oppure preso d’assalto. C’è stato modo di fare un assaggio di Babèl, birra che sembra suscitare entusiasmi che ancora non capisco. Avevo avuto sottomano una bottiglia presa al Domus Birrae di Roma, era discreta ma non mi dava grandi sensazioni. Mi ero ripromesso, anche per i tanti elogi spesi da amici e conoscenti, di riprovarla. Speravo che in fusto potesse darmi quel qualcosa in più, ma non ho notato grandi differenze. Rimando alla prossima occasione, chiedendomi però che senso abbia che un birrificio sia certificato per la salvaguardia di aghi e resine di pino. Misteri delle birre di montagna (a proposito, il dominio del birrificio mi sembra un bel colpo di genio). Complimenti anche per lo stand, uno dei pochi facilmente riconoscibili.

Tra i tanti birrifici visitati, un plauso a Bad Attitude per l’attenzione dimostrata nei confronti dei blogger (prima il progetto Tasting Room, poi gli inviti alla fiera) e per lo stand, curatissimo come e più che all’Italia Beer Festival di  Torino. Per me è stata la prima occasione per provare le loro produzioni in fusto e per testare, sia dalla lattina che dalla spina, l’ultima nata Kurt, una pale ale beverina e paracula quanto basta.

Molto attesa era anche la Working Class Mild di Toccalmatto, alla primissima cotta. Il risultato è una mild molto piacevole e molto inglese ma che manca di quella caratterizzazione tanto tipica delle produzioni del birrificio fidentino: chiacchierando con Allo e Bruno l’intenzione sembra proprio quella di intervenire in tal senso. Le altre produzioni, a partire da birre ormai classiche come Zona Cesarini e Stray Dog Bitter, si confermano invece di altissimo livello.

Sempre sulla linea dei birrifici “amici”, non potevo non esimermi da un salto dai brianzoli di Menaresta: un po’ la voglia di provare la Bevera, birra originariamente destinata al Bardo di Carate Brianza e arrivata nientemeno che a Roma, vera Hollywood della scena birraria italiana, un po’ la voglia di provare la nuova Verguenza, che nella sua versione iniziale (estate 2010) avevo trovato un po’ troppo ruvida e con una nota un po’ alcolica. La nuova versione corregge gli eccessi di gioventù diventando una luppolata di valore assoluto. Sempre restando in Brianza, ottima anche la Tripè di Lariano, tripla belga senza gli eccessi da dolcione.

Luci e ombre nei miei assaggi di Opperbacco: bene TriplIpa, un po’ anonima Eipiei, un po’ un dolcione la 10elode. Meglio, forse anche perché meno impegnative, le produzioni di Brewfist, senza tanti fronzoli ma assolutamente godibili. Promossa in particolare la Burocracy, ma buone sensazioni anche dalle altre produzioni. Ripasserò da entrambi a Milano.

Sono rimasto un po’ deluso, invece, dalla Castigamatt di Rurale, che però vince il primo premio nella sua categoria. Forse me l’aspettavo diversa, chissà. Ad ogni modo, le altre birre (Blackout e Terzo Miglio) si confermano su livelli altissimi. Resta la perplessità qualche dubbio, tornando al concorso, per una categoria-calderone che racchiude birre scure che vanno dalla Confine del Bidu (sei gradi, non starebbe meglio a far la gara con le altre stout o porter?) fino alle più impegnative Imperial Stout e Double IPA…

In conclusione: Pianeta Birra (questo il nome storico della fiera) è stato per tanti anni un colossale carrozzone della birra e del beverage che fa i grandi numeri, con tutti i più grandi nomi delle multinazionali del settore presi ad allestire stand faraonici con cui conquistare il favore di piccoli e grandi clienti. Negli ultimi anni, tutto questo è andato scomparendo, trasformando quella che era la fiera nazionale del settore birra in quello che è un lussuoso (a giudicare dal prezzo dell’ingresso) appuntamento destinato a replicare vagamente gli stilemi del Salone del Gusto, con un solo padiglione dedicato alla birra, e neanche per intero (un padiglione per intero, invece, era dedicato all’olio extravergine di oliva), con stand più disparati che arrivavano a includere il Consolato (o era l’Ambasciata? o la camera di Commercio? boh) della Namibia. Tutte queste riflessioni ho cercato di farle con amici appassionati e con qualche birraio, oltre che con Simone Monetti di Unionbirrai, che però invitava (giustamente) a guardare il bicchiere mezzo pieno del settore artigianale che rappresenta. Un po’ le stesse riflessioni le ha fatte con un post una persona ben più autorevole di me, che esprime un po’ lo stesso spaesamento. Insomma, solo il futuro saprà rispondere agli interrogativi sulle prossime edizioni di questa manifestazione.

(solito ringraziamento a Moreno e Simona per le foto dell’articolo)

Guida Alle Birre d’Italia 2011 – Slow Food

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Category : Birra, Varie

E’ uscita la Guida Alle Birre d’Italia 2011 di Slow Food, pubblicazione abbastanza attesa fosse anche solo per cancellare il triste ricordo dell’edizione precedente, un libro con ottime promesse (il primo a voler fotografare nei dettagli il crescente movimento birrario italiano) ma con numerose pecche. Doveva essere la nostra prima recensione, quella dell’edizione precedente, ma decidemmo di soprassedere, non sapendo bene da che parte affrontare quel curioso volumetto. Già la presenza di pagine pubblicitarie in un libro (specie in una guida) mi risulta strana, ma almeno era un po’ meno fuorviante dell’insertino di una nota multinazionale presente sulla Guida Alle Birre del Mondo del compianto Michael Jackson, edita anch’essa da Slow Food.

Tra le tante perle, ricordo la totale assenza del Mosto Dolce (storico brewpub di Prato con almeno un paio di produzioni di tutto rispetto) e la presenza di nomi improbabili come il brianzolo Novecento. Difetti prontamente corretti nella nuova edizione della guida, che si concede il lusso di giocare d’anticipo inserendo birrifici in via di apertura come Extraomnes (di Luigi “Schigi” D’Amelio, letteralmente atteso al varco da un bel po’ di gente con cui ha avuto vivaci confronti in rete) ed Endorama (dell’amico Simone Casiraghi).

La vecchia guida ci diceva che le birre alla spina non meritavano giudizio né, quindi, apprezzamento. Criterio un po’ surreale, anche perché ci sono stili birrari che in bottiglia perdono tanto, se non tutto. Inoltre, ci sembrava un modo un po’ pigro e snob di liquidare i brewpub e le loro produzioni: difetto non ancora superato. Il giudizio sulle bottiglie invece vedeva un profluvio di capolavori da quattro e cinque stelle, e anche i grandi nomi dell’industria (trattati a parte nel finale) non avevano grosse difficoltà a raggiungere le due-tre stelle.

Questo, in passato. Guardiamo avanti, guardiamo al futuro, affidandoci alle stelle, appunto. Sembra esserci stata una discreta revisione in basso, con un generale abbassamento del voto che ha colpito quasi tutti.

Sul web, si è partiti dall’anteprima dell’ottimo Andrea Turco (che ha curato la parte dedicata alla birra in rete, e che ci ha segnalato: grazie) che anticipa la lista delle birre-capolavoro, quelle birre talmente buone da meritare il massimo punteggio possibile. Lista che ha destato polemiche fin dai primi commenti, con diversi lettori che contestavano l’una o l’altra birra, o facevano ironia sulle (legittime) perplessità di Paolo Polli. Ve la copiamo pari pari, per chi non avesse ancora avuto occasione di poterla apprezzare:

Chocarrubica – Grado Plato
Draco – Montegioco
Elixir – Baladin
Erika – Baladin
Filo Forte Oro – Birra Pasturana
Frakè – San Paolo
Ipè – San Paolo
Isaac – Baladin
Mama Kriek – Baladin
Martina – Pausa Cafè
Mummia – Montegioco
Nora – Baladin
Panada – Troll
Quarta Runa – Montegioco
Sticher – Grado Plato
Strada San Felice – Grado Plato
Tibir – Montegioco
Tosta – Pausa Cafè
Tosta Cuvée Acida – Pausa Cafè
Xyauyù – Baladin
Amber Shock – Birrificio Italiano
ArtigianAle – BI-DU
Ghisa – Lambrate
Nubia – Orso Verde
Porpora – Lambrate
Rodersch – BI-DU
Scires – Birrificio Italiano
Tipopils – Birrificio Italiano
Wabi – Orso Verde
Admiral – 32 Via dei Birrai
Extra Brune – Maltus Faber
Triple – Maltus Faber
BIA Golden Ale – Ducato
Divinatale – Torrechiara
Panil Enhanced Final – Torrechiara
Re Hop – Toccalmatto
Skizoid – Toccalmatto
Via Emilia – Ducato
Winterlude – Ducato
Contessa – Amiata
La 9 – L’Olmaia
Duchessa – Birra del Borgo
Enkyr – Birra del Borgo
Genziana – Birra del Borgo
Re Ale – Birra del Borgo
Reale Extra – Birra del Borgo
Re Porter – Birra del Borgo
Bianca Piperita – Opperbacco
Blanche du Valerie – Almond ‘22
10 e Lode – Opperbacco
Maxima – Almond ‘22
Noscia – Maltovivo
BB10 – Barley
BB Evò – Barley
Toccadibò – Barley

Questi dunque i capolavori dell’arte birraria italiana, curiosamente concentrati in pochissime regioni di produzione, tanto che uno potrebbe pensare che l’autore si sia lasciato un po’ trasportare dall’entusiasmo, o, come temiamo, dalle simpatie.

Altrove, invece, il neo-mastro birraio Schigi (vedi sopra) in veste di maestrina dalla penna rossa offre le sue cinque stelle e tira la riga su alcune produzioni e ne aggiunge altre, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di aumentare le Baladin in lista, che assieme a Birra del Borgo occupano mezza lista delle eccellenze. Intendiamoci: a me, le birre del Borgo piacciono, specie alla spina. Della Genziana, provata in bottiglia un paio di volte, mi ha colpito la totale assenza dell’aromatizzazione promessa. Ma ammetto che un paio di assaggi non sono sufficienti a giudicare la complessità di una birra, e magari mi è capitata la bottiglia sfortunata. Lo stesso riesame me lo riservo per la collaborazione di lusso (con Sam Calagione della Dogfish Head) My Antonia, che almeno ha il pregio di spaccare gli appassionati tra chi la adora e chi no.

Da parte nostra, quello che notiamo è un grosso livellamento: una volta deciso che un birrificio fa roba buona, si sprecano le quattro stelle, con punte di cinque per le eccellenze e con un bel tre per le birre che a chi ha curato la guida non sono piaciute. Raramente (mai?) un birrificio “cinque stelle” si prende le due stelle per una produzione sballata, piuttosto si fa finta di nulla e si mette solo la schedina in breve senza valutazione, forse per non sporcare la scheda di qualche produttore più o meno intoccabile. A sentire i curatori, ogni birra valutata è stata assaggiata almeno tre volte. Io ho forti dubbi, specie per qualche “produzione speciale” che si è rivelata di difficile reperibilità pure nelle zone di produzione (un nome su tutti, per chi come me abita in Lombardia, può essere quello della Birra Madre di Menaresta, un frullato di lieviti impazziti di difficile valutazione: tre stelle).

A proposito di birre tre stelle: la mia più grande perplessità è proprio sulla presenza di moltissime birre liquidate con una breve scheda che riprende quasi calligraficamente la scheda del produttore e vengono liquidate con un giudizio medio senza troppi approfondimenti. Alcuni birrifici hanno una fila di stelle praticamente uguali per ogni birra prodotta, con una variabilità quasi assente. La sensazione è che le birre non siano state provate con la dovuta attenzione, perché la maggior parte dei birrifici ha un paio di prodotti di punta e un prodotto o due ai limiti della potabilità. Qui invece tutto è livellato sulla norma, come se al birrificio fosse stato assegnato un determinato punteggio e in base ad esso poi si fanno gli aggiustamenti del caso. Non si sa quindi se sarebbe utile pensare a un nuovo sistema di valutazione o se cancellare il sistema di stelle in tutto e per tutto.

Inoltre, quando leggo una guida birraria mi piace una certa personalità nelle scelte e anche nelle schede. Certo, c’è il rischio di sbagliare, di dire qualche fesseria, ma almeno si giustifica in qualche modo il proprio lavoro, o almeno si fa vedere che c’è un lavoro dietro. Fare il verso alla scheda del produttore, per quanto dettagliata possa essere, mi fa chiedere cosa una guida del genere aggiunga rispetto alla semplice lettura delle etichette, comodamente possibile sia nel proprio pub-beer shop di fiducia che, ancora più facilmente, sulle pagine web dei produttori stessi.

15 (quindici) euro sono tanti, per un libro con le inserzioni pubblicitarie. Inserzioni di prestigio, da un noto distributore di birra alla maggiore banca italiana, passando per il marchio più noto di caffè del Belpaese e il consorzio di una nota specialità casearia. Gente con i soldi, insomma, mica parliamo di una paginetta di qualche oscura associazione locale di appassionati.

Le cose più carine sono la breve scheda introduttiva al birrificio e la tabellina che in pochi simboli riassume le birre. Velo pietoso sulla chiocciolona Slow Food.

Giudizio finale? Compratelo se vi serve una sorta di elenco del telefono della birra italiana, con due linee guida su quello che va assolutamente evitato (birre da 1-2 stelle) e quello che andrebbe provato almeno una volta (birre dalle 3 stelle in su). A proposito, tra le birre da due stelle ci sono la Grigna, pils del Lariano, e la Dreher, che “colpisce per facilità di beva” (sic). Prosit?