Baird Brewing Naka-Meguro Taproom (Tokyo, JP)

Category : Locali, Viaggi

Ormai giunto al mio sesto viaggio in Giappone, e il quarto in cui la birra gioca un ruolo importante, decido che bisogna provare qualcosa di nuovo. Negli ultimi viaggi infatti mi ero un po’ fermato sugli stessi luoghi che da soli garantivano una tale varietà di birre mai provate da non richiedere ulteriori sforzi di ricerca (ovvero il Popeye, che tra l’altro quest’anno si è beccato un meritato 5° posto al mondo nella classifica dei beer bars di Ratebeer).
Occhei, mi sono detto, non questa volta. Raccogliendo informazioni prima della partenza, viene fuori che il birrificio Baird, uno di quelli che mi avevano meglio impressionato nei viaggi scorsi, ha non uno ma ben due brewpub a Tokyo, uno aperto da poco ad Harajuku e uno leggermente più datato a Naka-Meguro. Decido che mi ispira di più il secondo, e mi ci dirigo in un freddo martedi sera.

Ma prima un po’ di storia: la Baird Brewing Co. nasce nel 2000 per mano di Bryan Baird, americano emigrato in Giappone, e di sua moglie Sayuri. La produzione, così come il primo storico locale di mescita, si trovano a Namazu, un paesino di pescatori non distante da Shizuoka, alle pendici del monte Fuji. Al momento, il birrificio ha 9 produzioni stabili, che variano dalla birra di frumento alla stout, dalla lager alla imperial IPA. A queste si affiancano innumerevoli produzioni “stagionali”, alcune delle quali sono in tutto e per tutto produzioni uniche.


Mi è difficile anche ricordare quante ne ho assaggiate effettivamente, ad occhio e croce direi una dozzina nei vari viaggi, ma quello che è certo è che lo stile del mastro birraio è presente in tutte. La caratteristica principale è l’equilibrio assoluto, perfino nelle single hop che ho provato il luppolo era ben evidente ma mai aggressivo. Equilibrio che però non appiattisce mai le birre, e che le rende tutte strabevibili. Per provare a trovare un difetto, diciamo che tendono ad essere un po’”giapponesi”, nel senso che non sempre il corpo e il finale mantengono le promesse dell’aroma, vero punto forte della maggior parte della linea.

La Naka-Meguro Taproom si trova in un edifico di pochi piani che contiene anche negozi ed uffici; non esattamente lo stabile più invitante del mondo. Il locale è un grande stanzone molto luminoso, con muri bianchi e arredamento interamente di legno chiaro, dal bancone ai tavoli alle sedie. Il banco occupa interamente il lato di fronte all’ingresso, mentre gli altri lati sono interamente presi dal classico “appoggino” con sgabelli alti. Al centro della sala ci sono un paio di tavoli lunghissimi, direi da una trentina di posti ciascuno, più qualche altro tavolo più intimo.


Alle pareti fanno bella mostra di sè dei quadri che riproducono le etichette delle birre Baird. Disegnate da tal Nishida Eiko, sono in assoluto tra le più belle etichette che mi sia mai capitato di vedere. Stessi disegni sono anche riportati sulle spine, poste in una lunga fila e divise in due gruppi, fisse da una parte, stagionali e ospiti dall’altra (in questo caso, una Great Divide Hibernation Ale e altre due americane che francamente non ricordo).

La scelta del cibo è molto varia, pur rimanendo nel tipico pub food giapponese (leggasi: molto fritto ma spesso con qualcosa di ricercato). I prezzi della birra sono standard per il Giappone, una pinta viaggia tranquillamente sui 7 euro, ma sono possibili vari menu di degustazione.Il cibo invece è abbastanza caro, e non so dire se sia buono o meno perchè mi ero già riempito a sufficienza in un ristorante economico lì davanti.
Tra le birre, da segnalare la sempre splendida Saison Sayuri (profumatissima saison primaverile), le single-hop Kiwi (con Nelson-sauvin) e Simcoe, e quella che secondo me è la vera ammiraglia del lotto, la Rising Sun Pale Ale, che davvero non smetterei mai di bere. Tra quelle più deludenti invece la Ganko Oyaji Barley Wine, ma è un problema che ho io coi barley wine giapponesi, che trovo sempre troppo monocorde per giustificare il tasso alcolico (e la spesa).

In conclusione, un ottimo brewpub che non sfigurerebbe assolutamente nel confronto con quelli europei, con birra buona e un impianto a regola d’arte. Consiglio assolutamente una visita in caso di viaggio a Tokyo (magari meglio il locale di Harajuku, che è in una zona più turistica). Ovviamente, se si ha poco tempo meglio dirigersi al Popeye per avere una panoramica completa della scena birraia artigianale in Giappone, di cui comunque Baird è uno degli esponenti più rappresentativi (e più buoni, che non guasta).

Birra Nostra 2010 – Padova

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Category : Fiere

Quest’anno Birra Nostra cambia location, scegliendo i padiglioni fieristici di Padova. Ad aspettarci un ampio spazio ben organizzato con una trentina di stand di birrifici, tra cui anche alcuni stranieri sotto l’ala di Interbrau.I prezzi sono buoni: tappo rosso da 1,50 € per la spina e tappo verde da 2€ per la degustazione da bottiglia, nessuna indicazione sulla quantità, che è stata lasciata a discrezione di ciascun birrificio (a parte qualche caso le mescite sono state generose, bicchiere pieno e bel cappello di schiuma).

Su prenotazione (15€)si partecipa ai laboratori di degustazione guidati da Kuaska (Lorenzo Dabove). Noi abbiamo assistito a quello di domenica pomeriggio, a cui hanno preso parte anche i rappresentanti dei birrifici delle selezionate per l’incontro, che hanno affiancato Kuaska durante ciascuna presentazione. Si inizia con la Bianca di Brùton, per cui ha parlato Andrea Riccio, una blanche ancora in evoluzione, che utilizza arance curaçao e una parte di farro, che dà alla birra un chè di nocciola. La seconda è una hefe-weizen bavarese, una Ruppaner scovata da E’tis e per ora la più buona hefe-weizen che io abbia mai assaggiato, dai fortissimi sentori di banana e dai gustosi lieviti. Terzo assaggio è riservato al Birrificio del Ducato, con la sua New Morning (piacevole ritrovarla), ottima saison con la sua misteriosa miscela di 8 spezie e il forte sentore di camomilla. A seguire una merzen per niente teutonica, presentata dal campano birrificio Saint John’s, buon caramello, schiuma e colore, anche se ammetto di essere ignorante nel genere. Penultimo assaggio è la Felina di Menaresta, che ancora non riesco ad apprezzare, forse un po’ anche per la sua aggiunta di cannella alla ricetta. Infine, ultima degustazione è riservata alla Haka di La Gastaldia. Per questa birra è stato utilizzato un luppolo neozelandese, il Nelson Sauvin, che ci regala una birra a mio modesto parere sorprendente, una ipa con ibu 30/40 e con una assoluto sentore di ribes nero.
Direi alla fine un laboratorio ben riuscito, anche se mi aspettavo qualcosa di un po’ più tecnico e definito, in sintesi è stata una chiacchierata sulla birra, la possibilità di sentir parlare i birrai delle loro creature e il piacevole ascolto di storia e aneddoti sugli stili birrai.

A zonzo tra gli stand, difficile scegliere cosa assaggiare, quasi tutte le birre sono alla spina e diventa difficile trovare qualcosa da consumare utilizzando il tappo per la degustazione da bottiglia.

Se proprio bisogna scegliere, meglio buttarsi su chi probabilmente non si incontrerà in altre manifestazioni, così noi abbiamo optato per un’interessante chiacchierata con Vito del birrificio Svevo (Bari). Con lui abbiamo assaggiato e discusso delle due spine di Germana e Barbarossa, per finire con la barley wine Stupor Mundi e la sour ale barriquè Claudette. Iniziamo con la Barbarossa spinata a pompa, di un ambrato intenso e con una schiuma davvero persistente che mi ha accompagnato fino all’ultimo sorso. I promessi sentori di malto, caramello e frutti rossi arrivano chiari al naso, successivamente ci arriva conferma da parte del birraio dell’utilizzo di luppolo Cascade. La barley wine convince poco, con una leggera nota acidula, il tutto forse si spiega con la giovinezza della bottiglia, di soli 4 mesi, così da classificare l’assaggio come una promessa di barley wine, su cui si potrebbe anche scommettere. Chicca finale, per chi apprezza lo stile geuze, è la Claudette, che ci viene proposta sul finale, quasi una volta conquistata la fiducia del birraio, che non vuole mandar sprecato quel prodotto che fa solo in piccolissime quantità.  Un sour ale barricato frutto di una miscela di una parte a fermentazione spontanea invecchiata 15 mesi  e una  di 4 mesi che danno un prodotto molto bevibile e morbido, con sentori legnosi particolarmente piacevoli (ringrazio Davide per averla assaggiata).

Fra gli altri assaggi passiamo da SorA’laMA’, che propone praticamente tutte le sue birre alla spina. Assaggiamo la Gulp!, una birra leggera da poco più di 4% a base di mele, colore chiaro, schiuma poco persistente, ricorda il sidro e buono è il profumo delle mele, anche se non convince del tutto ha un’ottima bevibilità bilanciata tra un leggero acidulo e un dolce delicato. Altra sosta è allo stand della statunitense Sierra Nevada (Interbrau naturalmente), da cui prendiamo alla spina una Pale Ale e una Harvest. Ben ritrovata la Pale Ale, novità per noi è la Harvest, una ipa fatta con luppoli freschi che regalano all’olfatto tutti i loro aromi.
Come da copione, alcune considerazioni finali sull’evento. Anzitutto buona la scelta degli spazi, con stand ben individuabili, corridoi spaziosi e posti a sedere per una sosta mentre si sorseggia la propria birra. Buona anche la ristorazione, non eccelsa, ma che ha almeno provato a non essere banale proponendo anche piatti come la tagliata di manzo, pollo e porchetta. I prezzi giusti, possibilità di acquistare bottiglie a reale prezzo fiera. Buoni anche i laboratori, per i quali abbiamo molto apprezzato la scelta delle birre e che, per la modalità di conduzione, sembrano azzeccati per introdurre e, perché no, affascinare chi ancora si sente un po’ profano di questo mondo.
Buona anche la rappresentanza italiana, da nord a sud, mancava solo una rappresentanza delle isole; si sarebbe potuto chiamare tranquillamente IBF, ma in sincerità crediamo che sia stata una buona scelta anche quella di differenziare la manifestazione con un nome nuovo. Insomma, niente a che vedere con la versione di Rovigo, si può sempre migliorare :-) .

Ultimo appunto sulla stampa generalista. Se cercate qualche articolo su Birra Nostra, ecco che spuntano articoletti in cui vengono citati solo alcuni birrifici trevigiani (il solito localismo), non citando nemmeno alcuni dei nomi più importanti del panorama birraio artigianale italiano che pure erano presenti, ma piuttosto scegliendo di citare la Mary Jo giusto per fare la notizia di colore su una birra fatta con la “scandalosa” cannabis. Benvengano quindi tutte le manifestazioni sulla birra di qualità, c’è ancora tanto lavoro da fare… :-)