Taco Mac Metropolis – Atlanta (GA), USA

Category : Locali, Viaggi

Atlanta. Città famosa non soltanto per l’importantissimo aeroporto e per essere sede della The Coca Cola Company, ma anche per il caldo e l’umidità opprimente che la caratterizzano nei mesi caldi (dove “mesi caldi” qui va inteso come “qualsiasi mese che non sia invernale”). Una camminata di mezz’ora in un pomeriggio di luglio potrebbe disidratare qualsiasi forma di vita basata sul carbonio. Mi sembra naturale che in queste condizioni mi venga sete.

Su ratebeer vengono segnalati molti locali interessanti ad Atlanta, ma la città è piuttosto grande, e come spesso succede in ogni parte del mondo, alcuni dei pub che più mi attiravano erano molto fuori mano. Tralasciando quindi i posti dove non sono potuto andare, e quelli che non si sono rivelati degni di essere menzionati, rimaniamo con l’esagerato Taco Mac Metropolis, nell’area universitaria/midtown (facilmente raggiungibile direttamente dall’aeroporto con la linea rossa della metropolitana).

Perché esagerato? Mi spiego subito. Agli americani piace fare le cose in grande; lo si vede anche dal numero di macchine non utilitarie che viaggiano per le strade. Questo posto è l’incarnazione dell’esagerazione. Ho contato almeno 38 schermi televisivi piatti, di varie dimensioni, posizionati in ogni angolo libero e non libero del locale (che è piuttosto grande). Credo che trasmettano qualsiasi evento sportivo immaginabile: con tutte quelle televisioni, non manca certo lo spazio. Ma quello che più conta è che hanno 140 (centoquaranta) linee di spina, e circa 200 bottiglie. Le 200 bottiglie sono comprensibili; le 140 spine, un po’ meno. La parete dietro al bancone è interamente occupata dalle spine, su più file parallele.

Mi aspettavo di trovare una bella lista di birre inutili; e in effetti, circa 20 birre su 140 sono le classiche Miller, Miller Lite, High Life, Coors, eccetera eccetera. Rimangono però le altre 120, che sono di tutto rispetto, e includono molte birre particolari o uniche. Ovviamente non si può prescindere dai classici USA: le varie IPA di Lagunitas e Stone, e pale ale a profusione. Tra quello che ho assaggiato, un’ottima selezione di Southern Tier (Unearthly, Oak Aged Unearthly,  il “liquore” Creme Brulée, Porter – che non è male ma non fa nemmeno parte della stessa categoria delle migliori porter USA, ad esempio la Founders), Great Divide (16th Anniversary Oak Aged IPA, ottima), Smuttynose (Old Brown Dog – un brown ale piuttosto luppolato, non male ma non così convincente), Terrapin (Hopsecutioner). Eccellente la selezione delle stout: Young’s Double Chocolate, Weyerbacher 15 (Weyerbacher è un microbirrificio della Pennsylvania dell’est – da tenere d’occhio, l’imperial stout “affumicato” che ho assaggiato era sicuramente ben fatto), Nogne O – quest’ultima è stata una mia debolezza, visto che l’ho pagata ben 9 dollari per una pinta, ma d’altra parte oltreoceano è così difficile da trovare! In più, alcune birre uniche o quasi: Harpoon 100 Barrel Series Single Hop ESB (una bitter luppolata – versione americanizzata dello stile inglese, ma beverina e ben fatta), alcuni fusti di Stone Arrogant Bastard con extra luppolatura a secco.

Come ci si può attendere, con una lista così lunga (e che cambia velocemente), si trova sempre qualcosa che soddisfi il palato e eviti al fegato di riposare. Ho apprezzato anche la scelta delle birre importate: a fianco di alcune belga classiche (selezione Moortgat/Duvel, Leffe) e birre del popolo (Peroni e Moretti!), si trovano Mikkeller, Nogne O, e credo di aver visto anche qualcosa di Het Anker. Poche le birre tedesche e le inglesi; una sola birra dall’oriente – la Lion Stout (che io e Mattia abbiam bevuto allo Small Bar di Chicago). Non ho guardato molto la lista delle bottiglie; ricordo che c’erano alcune trappiste, ma con così tante spine, non ho mai sentito il bisogno di una bottiglia.

Per riassumere, un posto sicuramente interessante: l’ambiente e lo stile sono quello che sono – americani al massimo -, però non avevo mai visto così tante spine in un posto solo. Concludo dicendo che i prezzi sono molto variabili (da 5 dollari a 9-10 dollari per una pinta), e che la qualità del cibo è media/mediocre: nulla per cui impazzire sul versante mangereccio; ma le birre dovrebbero tenervi occupati per un bel po’ (c’è anche un “programma fedeltà per bevitori frequenti”!).

Giacomo

Yeast series: la Mikkeller si dà ai lieviti (e non solo)

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Category : Birra, Notizie in breve

Sono arrivate anche in Italia le nuove produzioni Mikkeller, che vanno a completare il percorso “didattico” tanto amato da degustatori e publican.

Di cosa sa il luppolo Centennial? Toh, beviti questa Mikkeller e sei sistemato. Ideali per corsi di degustazione birraria, tanto amate dai feticisti dei luppoli, le birre della serie single hop della Mikkeller non mi hanno mai entusiasmato, pur trovandomi d’accordo con chi ne afferma l’indubbia utilità e direi anche necessarietà. Come spiegava un amico che conduce corsi, prima si faceva arrivare il luppolo apposta per la lezione del corso, con costi maggiori e benefici meno evidenti (un conto è dare a un corsista una birra, un conto fargli annusare un luppolo).

Visto l’incredibile successo della Single Hop Series, la Mikkeller ha pensato bene di coprire quella che (in tempi di birre palestrate da quintali di luppoli, specie americani) era la parte più oscura per tanti appassionati di birra: i lieviti. Trattasi di birre identiche in tutto e per tutto (acqua, malto, luppoli), tranne che per la scelta, appunto, dei lieviti. Lo stile prescelto è quello della strong ale, l’alcool fissato a 8%, i lieviti prescelti invece sono US Ale, Hefeweizen, Belgian Ale, Lager. Come nel caso della Single Hop Series, sono brassate alla De Proef in Belgio.

Così come cercheremo l’altra nuova serie didattica Mikkeller: vale a dire quella dedicata agli invecchiamenti in botte. Birra completamente identica e dalla gradazione importante (Black Hole da 13,1%) invecchiata in quattro tipi di botte diverse (bourbon, whisky torbato, rum, vino rosso). Le cercheremo a breve nei nostri locali di fiducia, per sapervi dire di più.

Pianeta Birra 2010

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Category : Fiere

Come ogni anno, arriva Pianeta Birra, la rassegna birraia che presenta marchi, distributori e soprattutto piccole realtà artigianali al pubblico specializzato e alla massa. Come al solito la manifestazione si è svolta alla Fiera di Rimini, precisamente nei giorni 21-22-23 e 24 Febbraio. Ho avuto la possibilità di fare un’approfondita visita nella giornata conclusiva, che si è resa piacevole dalla modesta quantità di persone presenti.

Intanto bisogna dire che l’edizione 2010 si è svolta in tono minore rispetto a quella del 2009 (recensita qui): lo spazio dedicato alle birre era circa la metà di quello della scorsa annata. Poco male, in linea di massima, perchè ciò che doveva esserci, c’era.
Nella zona degli importatori, faceva da padrone il mega-stand di Interbrau, e da piccolo (ma valido) contraltare, Eurosaga. Poco più in là, una decina abbondante di stand più o meno minuscoli presentava materiali, impianti e anche qualche produzione a me cara: è il caso della Ganter di Freiburg im Breisgau, tappa obbligata nel mio annuale giro verso il Belgio, sia per la qualità delle birre che per la cura nel cibo.

Nell’area riservata alle produzioni artigianali italiane, erano molti gli stand validi, e per ovvi motivi non ho potuto assaggiare tutto (anche perchè un minimo di “lavoro” l’ho dovuto svolgere), per cui mi son buttato su qualcosa ad alto grado di “sicurezza” come Lambrate e Toccalmatto, qualcosa di nuovo (almeno per me) come Pausa Cafè, e qualcosa di imperdibile come lo stand di Alex Liberati e 4:20 di Roma.

Partiamo da Toccalmatto, che come al solito presenta in grandissima forma le sue Skizoid, Surfin’ Hop, Re Hop e Fumè de Sanglier. Passiamo da Lambrate con una sempre validissima Ligiera e una Ortiga che, quando sono arrivato, era un pò troppo calda per via di un malfunzionamento dell’impianto refrigerante… calda ma sempre buona :-)
Dopo una veloce Viaemilia e un assaggio della nuovissima Bia Ipa (davvero niente male) al Birrificio del Ducato, mi son lanciato verso lo stand di Pausa Cafè: il microbirrificio, situato nel carcere di Saluzzo, nasce da una cooperativa sociale che annovera fra gli altri progetti anche la torrefazione presente nel carcere di Torino. Il loro progetto, che sfonda le porte del sociale e dà una possibilità di riscatto lavorativo a chi ne ha bisogno e ne è meritevole, prevede la produzione di numerose tipologie birraie, dalla Pils lasciata maturare in botti di legno di Slavonia, alla notevole Chicca che usa il caffè Guatemalteco prodotto al carcere di Torino, alla DuleMes con fortissimi sentori di zafferano, alla Tosta che richiama fortissimo il sapore e l’odore di cacao.

Successivamente mi sposto dal 4:20, che non fa mai mancare il suo apporto in fatto di nomi eccellenti. Assaggio una splendida Mikkeller Single Hop Amarillo e una Mikkeller Single Hop Tomahawk. Eccellente anche la De Molen Amarillo e la Port Brewing Pizza Port. Non fa niente per “nascondersi” al palato nemmeno la Pannepot Wild.

A quel punto mi ricordo però che devo anche far finta di lavorare (diciamo dare una mano ad un amico negli assaggi). Così nello stand di Eurosaga provo una ottima Gonzo di Flying Dog e una normale Anchor Porter (in bottiglia me la ricordavo decisamengte meno dolce). Da Interbrau, assieme ad un importante dirigente di Brooklyn Brewery, assaggio con piacere tre Sierra Nevada: Pale Ale (meglio in bottiglia, stavolta: risultava decisamente scialba alla spina), Harvest (buona) e Torpedo (la migliore a parer mio). Andando avanti, Jaipur (Thornbridge, di cui ho letto recensioni negative su Mo.Bi e devo dire che hanno tutte le ragioni del mondo: fusto (fusti?) andato), Brooklyn Chocolate Stout (buonerrima) e altre cose non imperdibili.

Insomma, niente male davvero come fiera, tante cose buone, peccato non aver avuto un pò più di tempo per girare con calma e gustare meglio ogni bicchiere, ma essendo arrivato alle 9.40, alle 15 il mio fisico ha cominciato a cedere: il prossimo anno dovrò attrezzarmi meglio…