Campionato nazionale homebrewing – sotto 50 OG – Nembro (BG)

Category : Birra, Eventi

Domenica scorsa, al The Dome di Nembro (BG), si è svolta la prima tappa del campionato nazionale homebrewing organizzato dal Movimento Birrario Italiano.

In cosa consiste tutto ciò? E’ presto detto: una serie di concorsi uniti dal filo rosso di una classifica finale, in cui l’homebrewer si deve misurare con stili e scuole diversi (es.: stili “tedeschi”, “belgi”, “natalizie”) sperando di totalizzare più punti possibili: solo uno sarà l’homebrewer italiano dell’anno!

Una bella iniziativa, che ha raccolto un sacco di iscrizioni, con oltre 60 birre iscritte alla tappa bergamasca dedicata alle birre “leggere” (sotto 50 OG). La consegna lasciava una certa libertà di stile, e gli homebrewer si sono sbizzarriti tra stili inglesi (bitter), americani (american pale ale), tedeschi, belgi e chi più ne ha più ne metta.

Scarsino il numero di birre a bassa fermentazione iscritte, che però si sono comportate dignitosamente, portando a casa la vittoria (una Schwarz tutt’altro che banale). Seconda classificata una blanche (ma non troppo), terza piazza per una Amber Ale.

Detto sommariamente dei risultati (che potete trovare qui), qualche considerazione da giurato e da appassionato. Alcune birre potrebbero aver sofferto il trasporto, però su una vagonata di bitter fatico a ricordarne una accettabile. Detto che mi risulta essere tutt’altro che facile da replicare in casa (ricordo dei tragici assaggi a un concorso HB dedicato a questo stile in quel di Lurago Marinone, un paio di anni fa), è anche vero che mi aspettavo qualcosina di più. Discrete la APA, anche se alla fine l’ha spuntata una Amber Ale poco Amber ma equilibrata e interessante. Molto bene le Dry Stout, con punteggi mediamente molto buoni e una quarta classificata che ha sfiorato il podio (qui la classifica completa con punteggi e ricette).

In generale, si è trattata di una esperienza piacevole (per i giurati, come per i concorrenti) e di una giornata sicuramente interessante. La varietà di stili e sfide nelle varie tappe promette assaggi interessanti e grande competizione. Vedremo chi la spunterà.

Alessio

Italia Beer Festival Milano 2011 @ Palasharp – report

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Category : Birra, Festival

Vi avevamo dato per tempo le indicazioni più importanti sull’Italia Beer Festival di Milano, ora è il momento di raccontare com’è andata l’edizione 2011.

La location si è dimostrata molto più adatta di quelle precedenti alla gestione di un evento che per vocazione trascende la sola platea di appassionati e che ormai comincia ad attirare l’interesse dei media nazionali, tra un articolo del Corriere e un servizio del TG5. Metropolitana per chi viene con i mezzi, ampio parcheggio e raccordo autostradale per chi viene da fuori, sarà una bella sfida per l’Associazione Degustatori Birra trovare una struttura più adatta per le prossime edizioni. Qualche leggera difficoltà, a dire il vero, si è avuta sia nel trovare dei servizi accessibili (molto comodi per chi vede un concerto o una partita dalle tribune, meno adatti per chi dal basso deve andarseli a cercare, specie se non conosce la struttura) e nel lavaggio dei bicchieri, con una sola postazione decisamente inadeguata alle grandi folle viste al festival.

Ottime invece la conferma dei prezzi per quanto riguarda l’accesso e l’acquisto dei gettoni-consumazione, come ottima è stata la presenza di espositori gastronomici che sono andati a sostituire il banco-bar. Prezzi abbastanza contenuti, ottimi salumi e insaccati (con commenti entusiastici del pubblico dell’IBF), e velocità di servizio che sicuramente ha reso più facile e piacevole la permanenza del pubblico alla manifestazione. Molto riuscita anche l’introduzione di un altro grande prodotto a base di malto, vale a dire il whisky: laboratori, assaggi, vendita di prodotti molto interessanti e molto graditi agli appassionati frequentatori del festival.

Ma veniamo al piatto forte della rassegna, la birra. Gli stand erano un buon mix tra birrifici ormai classici nelle passate edizioni dell’IBF Milano (Bidu, Orso Verde, Toccalmatto), birrifici di recente apertura già apprezzati a Rimini (Brewfist, Bad Attitude e Opperbacco), più un gruppetto di birrifici visti all’IBF Torino (Lungo Sorso, San Paolo).

Ad arricchire l’offerta, la presenza delle birre del Ducato (portate da Stefano Allera, valente distributore lombardo del birrificio di Roncole Verdi). Oltre alle celebrate produzioni “classiche”, qualche fusto della Machete Double IPA, un piccolo capolavoro che spero possa diventare una produzione regolare. Il successo di questa produzione all’IBF di Milano è stato sorprendente quanto inequivocabile. Per quanto riguarda le produzioni abituali, ennesima ottima prova per la Verdi Imperial Stout.

A proposito di scure di carattere: grandissima eccitazione tra gli appassionati per l’arrivo della Inverno Nucleare del BiDu, una Confine che si è allenata in palestra. Con risultati un po’ scarsini, purtroppo. Pur partendo da una favolosa base, la Inverno Nucleare non riesce nell’impresa riuscita (ad esempio) alla Imperial Ghisa del Lambrate, tanto per fare un esempio. Ottima invece la classica Confine, mentre ho trovato la Rodersch un po’ poco convincente.

Arrivo a Lampugnano venerdì sera con l’eccitazione di un bambino in gita, con l’intenzione di provare un po’ di tutto nel corso delle varie giornate. Avevo anche un mezzo programma di assaggi, ma programmarli mi riesce male, mi piace lasciarmi trascinare dai consigli raccolti in giro, o dalla curiosità per le nuove produzioni. In tutto questo, mi sono perso il compito di riassaggiare Opperbacco: lo faccio adesso, lo faccio dopo, lo farò la prossima volta (vedi fine articolo). Un amico birraio mi ha comunque detto la 10elode (provata pochi giorni prima a Rimini) fosse la miglior birra dell’IBF.

Tra i primi assaggi colpisce la Bitterland di Doppio Malto, con un interessante blend di cinque luppoli americani che dà un aroma veramente intrigante mantenendo la tipica beverinità dello stile. Assente dallo stand purtroppo la Zingibeer (aromatizzata allo zenzero), ripiego con qualche dubbio sulla India Pale Ale, che mi dicono essere nata come produzione natalizia.

Tra un riassaggio e l’altro di produzioni ormai classiche, vengo attirato con l’esca perfetta per un appassionato di luppoli: il randall. Si parte con una Valcavallina filtrata in luppolo neozelandese motueka: il profumo è intenso ed erbaceo, ma al palato l’erbaceo diventa quasi fieno. Le piacevoli chiacchiere con Renato lasciano capire i lavori in corso su due delle tre produzioni del birrificio, vale a dire la Valcavallina stessa e la Alba Rossa. Sarò curioso di poter testare i risultati di questa evoluzione tra qualche mese. Decisamente più proficuo il passaggio (ormai storico) in randall della Backdoor Bitter, uno dei grandi classici della produzione dell’Orso Verde. Ottima forma anche per la Nubia.

Tra una chiacchiera e l’altra ho modo di ripassare da Brewfist e Bad Attitude (per entrambi confermo i giudizi positivi espressi dopo Rimini, e si conferma la bravura nell’allestire stand colorati e caratteristici: anche l’occhio vuole la sua parte) e da Rurale (anche qui tutto bene, e la Castigamatt l’ho trovata più gradevole che a Rimini: probabilmente mi sto abituando a una Black IPA un pochino fuori stile).

Come ogni anno, c’era anche una specie di concorso tra le birre del festival, con ogni birrificio che sceglieva la propria sfidante. Questo l’esito finale:

1) ZestExtraomnes
2) Two PennyBad Attitude
3) WeissManerba Brewery
4) CanizzaHenquet
5) BurocracyBrew Fist

Concludendo, l’Italia Beer Festival di Milano si conferma un festival molto riuscito, dove trovare (quasi) tutto il meglio della produzione brassicola artigianale del nord Italia. Appuntamento tra un mesetto circa a Roma, con una prima lista di birrifici presenti che comprende Bad Attitude, Borgo, Brewfist, Croce di Malto, Lambrate, Opperbacco, Toccalmatto

Alfieri…

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Category : Birra, Notizie in breve

…dell’uomo del Giappone. Che, per quanto riguarda il nostro sito, è sempre stato il buon Gabriele, che già immagino commosso e abbracciato a una spina del Popeye di Tokyo (costantemente tra i migliori locali di birra al mondo su Ratebeer).

La notizia, in questo caso, è che il vulcanico Alex Liberati ha cominciato tramite la Impexbeer a distribuire per la prima volta in Italia due tra i birrifici giapponesi più amati dai rater, vale a dire la Baird Brewing Co. di Shizouka e le Hitachino Nest prodotte dalla Kiuchi Brewery di Ibaraki.

I più fortunati di voi (in qualche pub che ha già fatto scorta, in qualche beer shop, o anche in fiera a Rimini) avranno già avuto modo di assaggiare le novità del catalogo, vale a dire una selezione di bottiglie davvero interessanti. Ce ne siamo procurati una piccola scorta pure noi, anche perché eravamo curiosi di sentire se erano arrivate indenni dal viaggio, oltre che un po’ nostalgici.

Per quanto riguarda la Baird, si tratta senza dubbio di uno dei più interessanti produttori artigianali del Giappone. Fondata da Bryan Baird, un birraio americano residente nel paese del Sol Levante, ha due locali a Tokyo (uno visitato da Gabriele lo scorso anno) e uno di freschissima apertura a Yokohama, oltre all’ormai storico brewpub nel paesino di Numazu.

Al riassaggio in bottiglia quelle che abbiamo provato passano tutte a pieni voti, con la Rising Sun Pale Ale davvero sugli scudi. E dire che, trattandosi comunque di un birraio che fa di freschezza ed equilibrio i suoi punti di forza, l’imbottigliamento e il viaggio rappresentavano una bella incognita per noi che avevamo provato le sue creazioni solo alla spina e direttamente alla fonte. Prova invece brillantemente superata, e se magari su 6 birre provate ce n’erano un paio non proprio stellari, la maggior parte se le gioca alla grande con le migliori produzioni del nostro paese. Publican avvisato…

Per quanto riguarda le Hitachino Nest, invece, c’era qualche perplessità fin dalla scelta delle birre: la nostra scelta sarebbe ricaduta su altri nomi che ci hanno davvero entusiasmato nelle nostre bevute asiatiche (per fare un nome a caso, la Swan Lake). Le ottime valutazioni su ratebeer secondo noi sono figlie della leggermente più facile reperibilità negli States (Mattia e Giacomo han trovato qualcosa quest’estate al Local Option di Chicago) delle Hitachino rispetto ad altre birre giapponesi, anche perchè talvolta la superiorità di altre connazionali ci era sembrata davvero netta.

Perplessità non del tutto fugate dal riassaggio di qualche bottiglia: se la Espresso Stout passa agevolmente il test (con un vero trionfo di caffè), la Red Rice si arena miseramente sui palati rifiutandosi di scendere. D’altra parte, si tratta di una varietà di cereale che si dice porti fortuna, un po’ come le lenticchie a capodanno dalle nostre parti (mentre scrivo ho già il terrore che qualche birraio italiano trovi ispirazione da questa affermazione).

Insomma, da parte nostra massima soddisfazione nell’annunciare lo sbarco di alcuni microbirrifici che abbiamo davvero amato, sperando che ne possano seguire anche altri, magari grazie al probabile successo che potrebbero raccogliere nei prossimi mesi…

PS. da Gabriele:
da bravo uomo del Giappone, tra un mesetto sarò di nuovo nella terra del Sol Levante (sta cosa sta diventando patologica, me ne rendo conto…). Chissà, magari tornerò con l’anteprima di qualcosa che poi vedremo anche dalle nostre parti.
Per chi fosse da quelle parti durante le stagione dei ciliegi, passate a farmi un saluto! Mi troverete all’altro locale di Tokyo della Baird, oppure abbracciato a una spina del Popeye.

Selezione Birra Rimini 2011 – report

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Category : Birra, Fiere

Quella che si è conclusa martedì scorso è stata la mia prima volta alla fiera di Rimini, quindi questo report sarà per forza di cose un giudizio senza termini di paragone diretti con le edizioni precedenti. Detto questo, vi invito a rileggere i report di Mattia dedicati alle edizioni 2009 e 2010, giusto per darvi un termine di paragone almeno con il passato più recente.

Selezione Birra 2011 è stata soprattutto, per me, una buona occasione per provare i nuovi birrifici o quelli che provengono da regioni lontane, quelli che non trovo con facilità nei pub del nord, oltre che per chiacchierare e fare assaggi in compagnia di amici vecchi e nuovi.

Grandi cose mi hanno detto di Ducato e Borgo, ma, mea culpa, in fiera non ho assaggiato nulla. Per quanto riguarda i primi (a cui rivolgo i complimenti per la razzia di premi nel concorso Birra dell’Anno di Unionbirrai), l’occasione si presenterà già il prossimo weekend a Milano.

Parlerò pochissimo del concorso, non avendo provato almeno due terzi delle birre premiate, anche se lascia un po’ perplessi vedere come tanti nomi storici o affermati siano assenti tra i premiati. Non so, provo a ipotizzare una voglia di premiare chi si è appena presentato sul mercato con prodotti indubbiamente di ottimo livello, anche se forse è un po’ presto per definire le loro birre come tra le migliori prodotte a livello nazionale.

Del lanciatissimo birrificio Foglie d’Erba ho provato pochino, anche perché il loro stand era spesso inesorabilmente vuoto (fino al pomeriggio inoltrato) oppure preso d’assalto. C’è stato modo di fare un assaggio di Babèl, birra che sembra suscitare entusiasmi che ancora non capisco. Avevo avuto sottomano una bottiglia presa al Domus Birrae di Roma, era discreta ma non mi dava grandi sensazioni. Mi ero ripromesso, anche per i tanti elogi spesi da amici e conoscenti, di riprovarla. Speravo che in fusto potesse darmi quel qualcosa in più, ma non ho notato grandi differenze. Rimando alla prossima occasione, chiedendomi però che senso abbia che un birrificio sia certificato per la salvaguardia di aghi e resine di pino. Misteri delle birre di montagna (a proposito, il dominio del birrificio mi sembra un bel colpo di genio). Complimenti anche per lo stand, uno dei pochi facilmente riconoscibili.

Tra i tanti birrifici visitati, un plauso a Bad Attitude per l’attenzione dimostrata nei confronti dei blogger (prima il progetto Tasting Room, poi gli inviti alla fiera) e per lo stand, curatissimo come e più che all’Italia Beer Festival di  Torino. Per me è stata la prima occasione per provare le loro produzioni in fusto e per testare, sia dalla lattina che dalla spina, l’ultima nata Kurt, una pale ale beverina e paracula quanto basta.

Molto attesa era anche la Working Class Mild di Toccalmatto, alla primissima cotta. Il risultato è una mild molto piacevole e molto inglese ma che manca di quella caratterizzazione tanto tipica delle produzioni del birrificio fidentino: chiacchierando con Allo e Bruno l’intenzione sembra proprio quella di intervenire in tal senso. Le altre produzioni, a partire da birre ormai classiche come Zona Cesarini e Stray Dog Bitter, si confermano invece di altissimo livello.

Sempre sulla linea dei birrifici “amici”, non potevo non esimermi da un salto dai brianzoli di Menaresta: un po’ la voglia di provare la Bevera, birra originariamente destinata al Bardo di Carate Brianza e arrivata nientemeno che a Roma, vera Hollywood della scena birraria italiana, un po’ la voglia di provare la nuova Verguenza, che nella sua versione iniziale (estate 2010) avevo trovato un po’ troppo ruvida e con una nota un po’ alcolica. La nuova versione corregge gli eccessi di gioventù diventando una luppolata di valore assoluto. Sempre restando in Brianza, ottima anche la Tripè di Lariano, tripla belga senza gli eccessi da dolcione.

Luci e ombre nei miei assaggi di Opperbacco: bene TriplIpa, un po’ anonima Eipiei, un po’ un dolcione la 10elode. Meglio, forse anche perché meno impegnative, le produzioni di Brewfist, senza tanti fronzoli ma assolutamente godibili. Promossa in particolare la Burocracy, ma buone sensazioni anche dalle altre produzioni. Ripasserò da entrambi a Milano.

Sono rimasto un po’ deluso, invece, dalla Castigamatt di Rurale, che però vince il primo premio nella sua categoria. Forse me l’aspettavo diversa, chissà. Ad ogni modo, le altre birre (Blackout e Terzo Miglio) si confermano su livelli altissimi. Resta la perplessità qualche dubbio, tornando al concorso, per una categoria-calderone che racchiude birre scure che vanno dalla Confine del Bidu (sei gradi, non starebbe meglio a far la gara con le altre stout o porter?) fino alle più impegnative Imperial Stout e Double IPA…

In conclusione: Pianeta Birra (questo il nome storico della fiera) è stato per tanti anni un colossale carrozzone della birra e del beverage che fa i grandi numeri, con tutti i più grandi nomi delle multinazionali del settore presi ad allestire stand faraonici con cui conquistare il favore di piccoli e grandi clienti. Negli ultimi anni, tutto questo è andato scomparendo, trasformando quella che era la fiera nazionale del settore birra in quello che è un lussuoso (a giudicare dal prezzo dell’ingresso) appuntamento destinato a replicare vagamente gli stilemi del Salone del Gusto, con un solo padiglione dedicato alla birra, e neanche per intero (un padiglione per intero, invece, era dedicato all’olio extravergine di oliva), con stand più disparati che arrivavano a includere il Consolato (o era l’Ambasciata? o la camera di Commercio? boh) della Namibia. Tutte queste riflessioni ho cercato di farle con amici appassionati e con qualche birraio, oltre che con Simone Monetti di Unionbirrai, che però invitava (giustamente) a guardare il bicchiere mezzo pieno del settore artigianale che rappresenta. Un po’ le stesse riflessioni le ha fatte con un post una persona ben più autorevole di me, che esprime un po’ lo stesso spaesamento. Insomma, solo il futuro saprà rispondere agli interrogativi sulle prossime edizioni di questa manifestazione.

(solito ringraziamento a Moreno e Simona per le foto dell’articolo)

Arriva l’IBF Milano – siete pronti?

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Category : Eventi, Notizie in breve

Quest’anno l’Italia Beer Festival di Milano si terrà, come già anticipato qualche settimana fa, al Palasharp di via Sant’Elia 33.

Lo storica e ormai un po’ vetusta tensostruttura di Lampugnano, molto comodamente raggiungibile sia in auto (uscita viale Certosa della A4) che con i mezzi pubblici (Metropolitana rossa, fermata Lampugnano) è infatti quasi giunta al capolinea della sua lunga storia, dato che ne è previsto lo smantellamento poco prima dell’estate 2011. Dagli anni ’80 a oggi ha cambiato mille sponsor e denominazioni (memorabile, per chi ha almeno 30 anni, la prima: Palatrussardi) e ospitato qualche migliaio di concerti, eventi sportivi e manifestazioni di ogni tipo.

Quest’anno tocca alla birra, con la formula ormai collaudata dell’Associazione Degustatori Birra. Dal sito dell’associazione giunge infatti una anticipazione dei birrifici confermati, degli orari e di altre utili informazioni.

Cominciamo dai birrifici confermati e presenti con birraio:

Amiata – Italia
Bacherotti – Italia
Bad Attitude – Svizzera
Bauscia – Italia
Bi-Du - Italia
BrewFist – Italia
Civale – Italia
Croce di Malto – Italia
Doppio Malto – Italia
Geco – Italia
Henquet – Italia
L’Inconsueto – Italia
Orso Verde – Italia
Manerba Brewery – Italia
Rurale – Italia
San Paolo – Italia
Sguaraunda – Italia
Toccalmatto – Italia
Un Terzo – Italia
Valcavallina – Italia

L’elenco, come specificato sul sito dell’associazione, è provvisorio. La lista è abbastanza corposa e presenta per lo più nomi già visti in precedenti edizioni dell’Italia Beer Festival (Milano e Torino). C’è anche spazio per qualche novità: il debutto in società di Brewfist e (almeno per quanto riguarda Milano) di Bad Attitude.

Questi invece gli orari:
Ven 4/3 dalle 17.00 alle 02.00
Sab 5/3 dalle 12.00 alle 02.00
Dom 6/3 dalle 12.00 alle 24.00

Per quanto riguarda il cibo, c’è un primo elenco di espositori  che comprende due produttori di prosciutti e un salumificio.

Se volete rivivere le nostre esperienze all’Italia Beer Festival, invece, ecco qualche link utile:

Italia Beer Festival Milano 2009
Italia Beer Festival Roma 2009
Italia Beer Festival Bologna 2009

Italia Beer Festival Milano 2010
Italia Beer Festival Torino 2010

alessio

IBF Milano 2011

Italia Beer Festival Milano (ex Salone della Birra Artigianale e di Qualità), 4-6 Marzo 2011

Luogo e orari della manifestazione

Palasharp,
Palasharp, via Sant’Elia 33
20148 Milano

www.palasharp.it/

Orari:

Ven 4/3 dalle 17.00 alle 02.00
Sab 5/3 dalle 12.00 alle 02.00
Dom 6/3 dalle 12.00 alle 24.00

Come raggiungere il Palasharp

Auto
Tangenziale est/ovest, uscita viale Certosa. Parcheggio auto multipiano ATM di Lampugnano, di fronte al Palasharp, aperto tutti i giorni dalle 6.00 all’1.00. Vi consigliamo di munirvi di monete, poiché il pagamento è gestito automaticamente. Navigatore, inserire: Parcheggio Lampugnano N 454900016 E 9.1288160
Disponibilità di parcheggio nelle vicinanze della manifestazione utilizzando anche il col parcheggio di interscambio Lampugnano o utilizzando MM con parcheggi di Cascina Gobba, Famagosta, Bisceglie, Lampugnano, San Donato e Molino Dorino.

Mezzi pubblici
Metropolitana Linea Rossa (MM1) direzione Rho Fiera. Fermata Lampugnano. 100 metri.

Treno
Stazione Centrale. Prendete la Metro Linea Verde (MM2) direzione Abbiategrasso, fermata Cadorna, poi prendete Linea Rossa (MM1) direzione Rho Fiera. Fermata Lampugnano. 100 metri.

Aereo
Linate aeroporto: pullman 73 fino a San Babila, poi metropolitana Linea Rossa (MM1) direzione Rho Fiera. Fermata Lampugnano. 100 metri. Malpensa aeroporto: treno MalpensaExpress fino Stazione Cadorna, poi metropolitana Linea Rossa (MM1) direzione Rho Fiera. Fermata Lampugnano. 100 metri.
Visita Roadsharing.com e trova un modo alternativo per raggiungere il festival

Espositori

Elenco Espositori (Provvisorio)

Food
Dok Dall’Ava – prosciuttificio
San Marino – prosciutti
Thogan Porri – salumificio
Birrifici (con un proprio stand e con presenza del birraio) – Elenco Provvisorio
Amiata – Italia
Bacherotti – Italia
Bad Attitude – Svizzera
Bauscia – Italia
Bi-Du – Italia
BrewFist – Italia
Civale – Italia
Croce di Malto – Italia
Doppio Malto - Italia
Geco – Italia
Henquet – Italia
L’Inconsueto – Italia
L’Orso Verde – Italia
Manerba Brewery – Italia
Rurale – Italia
San Paolo – Italia
Sguaraunda – Italia
Toccalmatto – Italia
Un Terzo – Italia
Valcavallina – Italia

Pernottamento

Per gli espositori è disponibile una convenzione all’Hotel Poliziano Fiera. Vista la concomitanza con altre attività fieristiche i posti sono limitati.

Periodo:4-6 Marzo 2011;
Trattamento: B&B
Tariffa, per camera a notte, inclusiva di una ricca colazione dal buffet all’americana,
servizio, tasse ed IVA:
92 € singola/doppia

HOTEL POLIZIANO FIERA
Via Poliziano, 11 – 20154 Milano
Tel. +39 02.31.91.91.61 – Fax +39 02.31.91.931
groups.hotelpolizianofiera@adihotels.com
www.adihotels.com

Coppa Lombardia di Freccette 2009

Dopo il successo delle precedenti edizioni si sarà nuovamente la Coppa Lombardia di Freccette, gara valida per le qualificazioni alla Coppa Italia Nazionale
Domenica 22 marzo 2009
Inizio gare ore 13,00
Per ulteriori informazioni scarica il volantino.

Carrom

Il Carrom è un antico gioco di origine Indiana, molto simile al biliardo. Lo scopo del gioco è quello di imbucare le proprie pedine prima dell’avversario colpendo lo striker (pedina battente) con un dito.

La Federazione Italiana Carrom (www.carromitaly.com) sarà presente all’Italia Beer Festival di Milano con uno spazio dimostrativo dove chiunque potrà provare gratuitamente il gioco ed avere la possibilità di sfidare alcuni dei migliori giocatori Italiani.

Edizioni Precedenti

In costruzione

2006: Salone della Birra Artigianale e di qualità, Italia Beer Festival
2007: Salone della Birra Artigianale e di qualità, Italia Beer Festival
2008: Salone della Birra Artigianale e di qualità, Italia Beer Festival
2009: Italia Beer Festival

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Edizioni Precedenti

Italia Beer Festival 2009
Italia Beer Festival 2010

Degustazione birrificio Troegs

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Category : Eventi

Troegs è un microbirrificio della Pennsylvania dell’est con una produzione piuttosto limitata, e tuttavia molto conosciuto in Pennsylvania e stati limitrofi. Infatti, per motivi di distribuzione e freschezza della birra è quasi impossibile trovare produzioni Troegs al di fuori di una ristretta cerchia di stati nel nord-est degli USA, ma si sono fatti un buon nome tra appassionati e non: anche in bar non specializzati in birra, non è raro trovare una o due spine delle loro. Questo supporto ai microbirrifici locali (o “relativamente locali”) è tipico di tutto il Nord America, e io non manco mai di approfittarne, quando posso.

Ma veniamo al tema principale di questo post. In data 20 gennaio 2011, è stata organizzata una degustazione delle produzioni Troegs all’interno di un giardino botanico. Per quanto il posto fosse inusuale, il prezzo era assolutamente allettante (10 dollari per birra + cibo illimitati, e bicchiere in regalo; quasi incredibile), e non potevo farmi scappare l’occasione. Il fato ha comunque cercato in vari modi di mettermi i bastoni tra le ruote. Per prima cosa, il biglietto si doveva comprare in loco almeno una settimana prima della degustazione, e io mi trovavo da altre parti per lavoro; ma a questo si è rimediato facilmente grazie ad amici. In più, ero da poco rientrato su questo lato dell’oceano, ed avevo ancora un bel po’ di jet lag addosso: una degustazione serale di birra non è esattamente il modo migliore per tenersi sveglio. Ma a questo si è facilmente posto rimedio grazie all’ulteriore ostacolo che mi è stato messo davanti: una simpatica nevicata degna dell ’85, con annesse temperature antartiche, che mi ha tenuto bloccato a lavoro per un bel po’. Senza farmi prendere dallo sgomento, e favorito dalla vicinanza della location, ho atteso l’ora giusta e mi sono recato a piedi, inzuppandomi i pantaloni come consigliato dal medico di famiglia. A quel punto c’era decisamente bisogno di una buona bevuta per riscaldarsi.

Una volta preso il bicchiere all’ingresso, inizio a fare il giro per vedere che cosa mi offriva il giardino botanico. Nascosti tra la verzura c’erano vari stand che offrivano 5 tipi diversi di birra (pompata dal barile nelle caraffe, e poi servita dalle caraffe); nel frattempo, vari/e camerieri/e si aggiravano con vassoi contenti cibo di qualità tutto sommato decente: spiedini con verdure e mozzarella, mini-hamburger, formaggio fritto, tortine varie. Ma siccome del cibo non interessa a nessuno, veniamo alla birra.

Iniziamo con una hefeweizen, la Dream Weaver Wheat. Colore ambrato opacissimo per una birra di frumento molto solida. Poco alcool, ma corpo robusto e aromi erbacei e di banana. Come aperitivo andava più che bene: non la definirei una session beer, perché già al secondo bicchiere tendeva a stuccare un po’, ma comunque ben riuscita. Quello che più mi ha stupito è la sua corposità: altro che birre evanescenti o inconsistenti, questa è una birra molto decisa, nel bene e nel male.

Continuo con una Troegenator, una double bock che avevo già assaggiato in bottiglia e non mi era piaciuta. Questo secondo tentativo conferma le impressioni iniziali: non è affatto il mio genere. Carica di malto e di alcool, bel colore ambrato, poca carbonazione,  non riesce a convincere nel gusto. Siamo ben lontani da, ad esempio, una Augustiner Maximator. Nonostante tutto, agli americani questa birra piace: impressione confermata sia da persone presenti alla degustazione, sia dai voti su ratebeer. Dal mio punto di vista, bocciata.

La birra successiva è la Troegs Pale Ale. Trattasi di un APA decisamente ben fatto: aroma luppolato di luppoli Cascade, colore ambrato limpido, ottimo bilanciamento tra il malto e i luppoli. Non troppo frizzante e molto beverina, avrei potuto andare avanti a berne per tutta la sera. Non il miglior APA che abbia mai bevuto, ma comunque un’ottima birra.

La penultima birra offerta è la Hopback Amber Ale, che avevo già bevuto in bottiglia varie volte; questa è una delle punte di diamante del birrificio, la loro idea di un Amber Ale: poco tradizionale (quasi un APA), ma molto buona. La Hopback è una birra in cui a farla da padrone è il malto, leggermente caramellato, ma in produzione la birra viene fatta circolare in un recipiente pieno di luppolo, per conferire un’acidulo molto piacevole. Difficile assegnarle una categoria, ma il risultato finale è di tutto rispetto. Forse la mia birra Troegs preferita.

Per finire, l’imponente JavaHead Stout. Questa stout è basata sulla ricetta della Oatmeal Stout che Troegs produceva qualche tempo fa, con la differenza che la cotta viene fatta passare in un contenitore con luppolo e chicchi di caffè. L’arome di caffè risulta infatti fortissimo e domina il sapore della birra. Sembra di bere un espresso (o meglio, la versione allungata di un’espresso – diciamo un’espresso francese o americano, per capirsi). La mia impressione è che abbiano esagerato col caffè. Intendiamoci: la birra è buona, vellutata e piacevole, ma credo ci sia davvero troppo caffè. Ammetto che il caffè non mi piace più di tanto, quindi sono di parte.

In conclusione, alcune birre molto interessanti (Pale Ale e Hopback Amber su tutte), mentre altre non troppo riuscite, dal mio punto di vista. Troegs rimane comunque un birrificio da tenere d’occhio, e se vi capita, non fatevi scappare la serie Scratch, che è la serie sperimentale (ogni cotta è unica e diversa dalle precedenti) utilizzata per testare nuove birre o soltanto fare qualcosa fuori dall’ordinario. Come ci si può attendere, la serie Scratch può variare dall’eccellente al disgustoso, ma in genere propone ottime birre.

Giacomo

Gingerman – Austin (TX), USA

Category : Locali

Gingerman è, come si può vedere dal sito ufficiale, una famiglia di pub americani in Texas. In realtà poi la famiglia si è allargata anche ad altri posti: sono al corrente di un Gingerman in New York City, e forse ce ne sono altri. Curiosamente, il pub di NYC ha un sito a parte, anche se ha lo stesso logo. Ma sto divagando, quindi ritorno sull’argomento principale: Gingerman in Texas, e per la precisione, ad Austin. Il logo, qua sotto, dice molto sul tipo di locale.

Austin non è una tipica città Texana, e anzi, il centro città è dinamico e pieno di locali, con molta musica dal vivo (Austin è conosciuta come la città dei concerti). C’è anche una certa attenzione alla birra artigianale, ma questo non sorprende: negli USA, sono moltissimi i pub che offrono, accanto alle marche più note, anche qualche birra di microbirrifici, spesso locali. Ma Gingerman fa delle birre artigianali il suo punto di forza, non soltanto un’offerta per soddisfare qualche palato. Per cui non potevo non farci almeno una visita.

Iniziamo con la informazioni tradizionali. Il pub si trova in downtown Austin, leggermente fuori dalle zone più frequentate, ma proprio leggermente (circa un blocco). L’arredamento è in legno, come nella maggior parte dei pub, e dietro il bancone una linea impressionante di spine fa bella mostra di sé. Tuttavia, non ho avuto modo di studiare con cura l’interno del locale, perché sono sempre stato nell beer garden sul retro. Infatti, a novembre le temperature di Austin sono tali da invogliarti a stare fuori quanto più possibile, e il beer garden, incastonato tra i grattacieli, è una piacevole sorpresa (non è così impressionante come la terrazza del Rock Bottom di Chicago, ma è comunque un bel posto).

E passiamo finalmente alle birre. Si vede subito che qui non scherzano. Tra le spine, ci sono birre tedesche (Spaten, Schneider), Belga (Chimay, Duvel/Moortgat, Bosteels), e qualcosa sparso di altri paesi (Pilsner Urquell, Boddington’s, Harp). Ma la parte del leone è ovviamente rappresentata dagli Stati Uniti, e ci sono più di 70 spine in totale. Molte le birre di birrifici texani, come: Live Oak, Independence, 512, Franconia, St. Arnold. Ottima la selezione e la sua varietà: ci sono birre di un po’ tutti gli stili, inclusi alcuni capolavori.

Nelle mie visite, ho avuto il piacere di assaggiare, tra le texane: 512 Pecan Porter, una porter molto solida e robusta di cui mi ha stupito la qualità dei malti (l’aroma di pecan, usate nella produzione, è quasi inesistente), 512 IPA, ben bilanciata ma non eccelsa, Live Oak Liberation, un discreto IPA con luppolatura a secco di Cascade, Independence Oatmeal Stout, una stout molto alcoolica con un’ottima texture vellutata, ma non pienamente convincente nel corpo.

Tra le birre non texane, non mi sono lasciato scappare la Stone Smoked Porter (così affumicata da sembrare una rauchbier, ma è una Stone, come si fa a non prenderla?), Victory Storm King (imperial stout di assoluta qualità – devastante come ci si può attendere, ma impeccabile sotto ogni punto di vista), Sierra Nevada Harvest, e una Schneider Aventinus, che non è americana ma che mi sentivo moralmente obbligato a godermi.

Finito qui? Assolutamente no. Infatti c’è anche una buona selezione di bottiglie di tutti i paesi, sebbene le bottiglie non siano così impressionanti come le spine, e vedo poche occasioni in cui in un posto del genere, possa venire voglia di una bottiglia (con tutto quello che c’è alla spina!). E la parte migliore è il prezzo: le pinte sono a 4.75 dollari, 4.25 durante l’happy hour! E’ quasi incredibile come possano permettersi un prezzo del genere (da notare che alcune birre sono un po’ più costose, ma la grande maggioranza è a 4.75 dollari). Non posso fare commenti sulla rotazione delle birre, ma da quello che ho visto, è piuttosto rapida. Infine, c’è anche qualcosa da mangiare, ma di certo non a livello di un ristorante – solo poche scelte tipiche da pub. Da segnalare l’importantissima presenza di una (1) birra analcoolica nel menu delle bottiglie: Clausthauler Amber, che si è fatta tutto il viaggio dalla Germania per essere bellamente ignorata dal popolo americano!

Se siete ad Austin, non fatevi scappare questo posto. Da provare anche i pub gemelli, perché se sono tutti come questo, c’è da divertirsi.

Giacomo

Founders Brewing Company – Grand Rapids (MI), USA

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Category : Locali, Viaggi

Probabilmente pochi di voi saranno stati a Grand Rapids, in pieno Michigan. Non lo definirei un luogo turistico, ed è difficile trovare buone ragioni per andare da quelle parti. Eppure, per gli appassionati di birra, il Michigan può dare tante soddisfazioni. Ci sono molti birrifici di ottima qualità: mi vengono in mente Bells, New Holland, Dark Horse solo per citarne alcuni; e stimolati dalle eccellenti produzioni, anche i pub di buon livello non mancano.

Grand Rapids, in particolare, brilla grazie a due perle assolute. Dell’Hop Cat, un signor pub, parleremo in seguito; oggi ci concentriamo sulla Founders Brewing Company, uno dei miei birrifici preferiti. Vi avverto subito: sarò di parte; ma le birre Founders rappresentano almeno un quinto delle mie bevute abituali, per cui, non posso che dire che le adoro.

Come molti birrifici, la Founders ha iniziato come una azienda a conduzione familiare, e dopo aver passato brutti periodi (quasi in bancarotta), si è ritrovata ad essere uno dei più famosi birrifici artigianali mondiali. Il motivo è molto semplice: passione e qualità. Non ho mai bevuto una sola birra della Founders che non fosse almeno sufficiente nel suo stile. E di birre ne fanno tante, un numero davvero enorme, a seconda delle annate e delle stagioni. Il mondo migliore per assaggiarne in quantità è proprio quello di recarsi al brewpub (Google Maps): un enorme capannone industriale, riadattato a spazio per le bevute, con un grande bancone in zona centrale, tavoli e sedie in quantità, sia al chiuso che all’aperto. Dotato anche di cucina e di un palco che ospita vari spettacoli musicali (di tutti i generi, dal jazz all’indie rock), inclusi mini-festival, è impressionante vedere come questo luogo sia un punto di ritrovo per molte persone della città: la domenica pomeriggio, subito dopo pranzo, era già pieno di persone di tutte le età (moltissimi gli over 50), ed è andato riempiendosi ancora di più col passare della serata, fino a scoppiare verso le 6 del pomeriggio. Dopo averci passato tutto il pomeriggio, io e Mattia abbiamo a quel punto deciso di spostarsi, ma non prima di aver assaggiato tutte le birre disponibili.

Il motivo del successo è che, oltre all’intrattenimento della musica, qui si beve birra ottima a prezzi irrisori: circa 3.50 dollari per una pinta, un po’ di più nel caso di produzioni speciali. Ci sono una quindicina di spine, che ruotano a seconda della stagione; per i più accaniti frequentatori, è possibile comprare la tessera annuale di “socio” (50$), che prevede sconti il mercoledì sera, serate speciali, nonchè un bellissimo bicchiere personalizzato (numero, nome e logo), conservato sugli scaffali in legno che occupano una enorme parete dietro il bancone (più di 1200 quelliovenduti per il 2010).

Tra le birre, la varietà degli stili è encomiabile. Ci sono pale ales, stout, porter, barleywines – veramente di tutto. Alcune raggiungono vette di eccellenza: ad esempio la nerissima Porter, ricca di sapori scuri (cioccolato, malto tostato, liquerizia), completati dal luppolo e da un bilanciamento amaro/dolce praticamente perfetto; ha un sapore così ricco e una bevibilità così alta che si colloca probabilmente nel gradino più alto della mia classifica personale sulle porter. Un capolavoro. Altrettanto buona la Oatmeal Stout: questa si trova solo alla spina, e nonostante non abbia su ratebeer un punteggio così alto come la Porter, l’ho trovata assolutamente perfetta nella sua cremosità. Naturalmente non mancano i pale ales luppolati: a partire dal tradizionale Pale Ale con luppoli Cascade, alla (relativamente semplice da reperire anche in Italia) Centennial IPA, impeccabile. Ad entrambe, però, preferisco la Reds Rye, una birra color del rame aromaticissima, con malti caramellati belga e un sapiente mix di luppoli che conferiscono il profumo floreale e l’amaro finale. Meravigliosa anche in bottiglia: se bevuta in tempi rapidi, conserva perfettamente il suo aroma. Spettacolare anche la Devil Dancer: un imperial IPA carico di luppoli e arroganza (26 giorni di luppolatura a secco!), con un corpo prepotente di malto, un contenuto alcoolico elevato (12%), e un sapore davvero intenso. Voti positivi anche per la Solid Gold; nonostante su ratebeer sia considerata la peggiore del lotto, a me e Mattia è piaciuta: beverina, rinfrescante, un’ottima session beer, specie durante l’estate. Forse avevamo solo bisogno di una birra un po’ più leggera per riposarsi un attimo; ad ogni modo, l’abbiamo promossa.

Altri stili birrai, invece, incontrano un po’ meno i miei gusti: ad esempio la Dirty Bastard Scotch Ale è molto ben fatta e mette in risalto un ottimo malto caramellato, ma non mi ha mai convinto in pieno. Oppure la Cerise: birra rinfrescante e acidula alla frutta, uno stile che piace molto alle americane, ma che a me che sono cresciuto con le Cantillon, pare solo un esperimento mal riuscito. Non troppo convincenti nemmeno la Honey Wheat, Weiss e simili.

Al bancone, l’accoglienza è stata molto calorosa: scambiare due chiacchiere era molto facile, e alla fine ci hanno offerto anche un “cocktail” di Porter e Cerise (il pensiero è apprezzabile, la riuscita del cocktail… un po’ meno), nonché l’onore di bere una Devil Dancer di saluto dal bicchiere personalizzato di uno dei ragazzi che lavorano dietro al bancone.

Cos’altro dire? Le birre Founders sono spettacolari, il loro pub ufficiale non poteva essere da meno.

Giacomo (ai testi)
Mattia (alle foto)

Taco Mac Metropolis – Atlanta (GA), USA

Category : Locali, Viaggi

Atlanta. Città famosa non soltanto per l’importantissimo aeroporto e per essere sede della The Coca Cola Company, ma anche per il caldo e l’umidità opprimente che la caratterizzano nei mesi caldi (dove “mesi caldi” qui va inteso come “qualsiasi mese che non sia invernale”). Una camminata di mezz’ora in un pomeriggio di luglio potrebbe disidratare qualsiasi forma di vita basata sul carbonio. Mi sembra naturale che in queste condizioni mi venga sete.

Su ratebeer vengono segnalati molti locali interessanti ad Atlanta, ma la città è piuttosto grande, e come spesso succede in ogni parte del mondo, alcuni dei pub che più mi attiravano erano molto fuori mano. Tralasciando quindi i posti dove non sono potuto andare, e quelli che non si sono rivelati degni di essere menzionati, rimaniamo con l’esagerato Taco Mac Metropolis, nell’area universitaria/midtown (facilmente raggiungibile direttamente dall’aeroporto con la linea rossa della metropolitana).

Perché esagerato? Mi spiego subito. Agli americani piace fare le cose in grande; lo si vede anche dal numero di macchine non utilitarie che viaggiano per le strade. Questo posto è l’incarnazione dell’esagerazione. Ho contato almeno 38 schermi televisivi piatti, di varie dimensioni, posizionati in ogni angolo libero e non libero del locale (che è piuttosto grande). Credo che trasmettano qualsiasi evento sportivo immaginabile: con tutte quelle televisioni, non manca certo lo spazio. Ma quello che più conta è che hanno 140 (centoquaranta) linee di spina, e circa 200 bottiglie. Le 200 bottiglie sono comprensibili; le 140 spine, un po’ meno. La parete dietro al bancone è interamente occupata dalle spine, su più file parallele.

Mi aspettavo di trovare una bella lista di birre inutili; e in effetti, circa 20 birre su 140 sono le classiche Miller, Miller Lite, High Life, Coors, eccetera eccetera. Rimangono però le altre 120, che sono di tutto rispetto, e includono molte birre particolari o uniche. Ovviamente non si può prescindere dai classici USA: le varie IPA di Lagunitas e Stone, e pale ale a profusione. Tra quello che ho assaggiato, un’ottima selezione di Southern Tier (Unearthly, Oak Aged Unearthly,  il “liquore” Creme Brulée, Porter – che non è male ma non fa nemmeno parte della stessa categoria delle migliori porter USA, ad esempio la Founders), Great Divide (16th Anniversary Oak Aged IPA, ottima), Smuttynose (Old Brown Dog – un brown ale piuttosto luppolato, non male ma non così convincente), Terrapin (Hopsecutioner). Eccellente la selezione delle stout: Young’s Double Chocolate, Weyerbacher 15 (Weyerbacher è un microbirrificio della Pennsylvania dell’est – da tenere d’occhio, l’imperial stout “affumicato” che ho assaggiato era sicuramente ben fatto), Nogne O – quest’ultima è stata una mia debolezza, visto che l’ho pagata ben 9 dollari per una pinta, ma d’altra parte oltreoceano è così difficile da trovare! In più, alcune birre uniche o quasi: Harpoon 100 Barrel Series Single Hop ESB (una bitter luppolata – versione americanizzata dello stile inglese, ma beverina e ben fatta), alcuni fusti di Stone Arrogant Bastard con extra luppolatura a secco.

Come ci si può attendere, con una lista così lunga (e che cambia velocemente), si trova sempre qualcosa che soddisfi il palato e eviti al fegato di riposare. Ho apprezzato anche la scelta delle birre importate: a fianco di alcune belga classiche (selezione Moortgat/Duvel, Leffe) e birre del popolo (Peroni e Moretti!), si trovano Mikkeller, Nogne O, e credo di aver visto anche qualcosa di Het Anker. Poche le birre tedesche e le inglesi; una sola birra dall’oriente – la Lion Stout (che io e Mattia abbiam bevuto allo Small Bar di Chicago). Non ho guardato molto la lista delle bottiglie; ricordo che c’erano alcune trappiste, ma con così tante spine, non ho mai sentito il bisogno di una bottiglia.

Per riassumere, un posto sicuramente interessante: l’ambiente e lo stile sono quello che sono – americani al massimo -, però non avevo mai visto così tante spine in un posto solo. Concludo dicendo che i prezzi sono molto variabili (da 5 dollari a 9-10 dollari per una pinta), e che la qualità del cibo è media/mediocre: nulla per cui impazzire sul versante mangereccio; ma le birre dovrebbero tenervi occupati per un bel po’ (c’è anche un “programma fedeltà per bevitori frequenti”!).

Giacomo

Intervista esclusiva ad Alex Liberati

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Category : Eventi, Interviste, Varie

L’ultima cotta dell’estate“. Questo il nome dell’evento organizzato da Michela e Piso della Birroteca di Greve lo scorso fine settimana (28 e 29 agosto). Il programma della due-giorni non poteva essere migliore: cotta pubblica in piazza, porchetta e, ovviamente, buonissima birra a fiumi. Protagonista assoluto dell’evento è stato Alex Liberati, che tra i suoi mille viaggi birrai (dovremmo prenderlo a scrivere per PintaPerfetta!!) ha trovato il tempo per allietarci con le sue birre e la sua totale disponibilità.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla birra. Il sabato è stato all’insegna di Revelation Cat, il progetto più conosciuto e più apprezzato di Alex, con 4 diverse spine ataccate in contemporanea. In ordine rigorosamente alcoolico: Milk Mild, Cream Ale, Back to Basic IPA e Triple Hop Bock. Delle quattro, tutte assolutamente ottime e in forma, direi che quella che incontra meglio i miei gusti attuali è la Cream Ale, morbida, ben luppolata ma non aggressiva e assolutamente estiva. Tant’è che è stata la prima a finire, come da previsioni.
E piano piano i fusti terminati sono stati sostituiti da altri non esattamente estivissimi. Direttamente dalla Brouwerij de Molen, prima la Mout & Mocca (coffee stout da 9.5%, favolosa) poi la Bommen & Granaten (barley wine da oltre 15%, non il mio genere), che completavano il menu altrettanto estivo a base di porchetta.

La parte più interessante è stata comunque quella delle cotte pubbliche. I molti mastri birrai chiamati in causa (lo stesso Liberati e i suoi compari, più Fabio Giovannoni di Pinta Medicea) sono stati disponibilissimi con gli avventori di ogni genere, dagli homebrewers desiderosi di scambiare consigli ed opinioni, ai curiosi che si chiedevano come mai la polenta dentro il pentolone fosse così scura. E’ stata un’ottima occasione per rivedere molte facce note della scena birraia toscana, e per approfondire la conoscenza di Alex. Proprio quest’ultimo è stato così gentile da concedermi una breve intervista improvvisata, nella quale ci illustra un interessante progetto in rampa di lancio (parola d’ordine: lambic!) e ci dice la sua sulla situazione birraia in Italia (nonostante io non glielo avessi chiesto :) ).
Prima di concludere, permettetemi di menzionare ancora Michela e Piso, che con eventi come questo (ma non solo) stanno trasformando un locale giovanissimo come la Birroteca di Greve in uno dei must per gli appassionati di birra in Toscana e in Italia.

Basta indugiare, dunque. Ecco a voi Alex Liberati: