Birre maturate in botte, una nuova frontiera?

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Category : Varie

Negli ultimi anni, c’è stato un proliferare sempre più spinto di birre maturate in botte di legno, tanto che perfino i monaci trappisti di De Koeninshoeven hanno lanciato il loro prodotto di punta, la famosa La Trappe Quadrupel in versione Oak Aged (ovvero maturata in botte). Tutto questo è solo una moda del momento o può davvero contribuire a donare alla birra una complessità che non è possibile ottenere diversamente?

Innanzitutto, è bene chiarire che in questo articolo si vogliono prendere in considerazione solamente le birre che effettuano la maturazione nel legno, quindi non quelle birre che presentano note di Brett e affini. Birre fatte e finite, quindi, che tramite un ulteriore passaggio nelle botti acquistano nuove sfumature olfattive e gustative. Molto spesso le botti utilizzate sono usate, ovvero in precedenza hanno ospitato distillati, vino o vino fortificato. In questo modo, oltre all’apporto del legno, il distillato/vino presente in precedenza contribuisce a arricchire il gusto della birra.

Ma quanto dovrebbero essere presenti le note di legno/distillato in queste birre?Personalmente le divido in due categorie: birre dominate dalla botte e birre arricchite dalla botte.

Nel primo caso, rientrano sicuramente i prodotti della linea Paradox di Brew Dog. La base comune è sempre la stessa, la loro Riptide, una Imperial Stout. Successivamente subiscono una lunga maturazione in botte in cui precedentemente era stato ospitato del whisky, tale da conferirgli fortissime note derivanti dal distillato precedente. In queste birre il carattere del prodotto base molto spesso è molto coperto dalla botte, tale da renderlo diversissimo dall’originale.

Alla seconda categoria appartengono birre come La Trappe Quadrupel Oak Aged o la Cuveè Delphine di De Struise. La maturazione avviene lo stesso in botte (nel caso de La Trappe addirittura in diversi tipi di botte diversi), ma conservano ben distinto il carattere base della birra d’origine. Si sente che hanno qualcosa in più: normalmente sono più cupe e complesse, sia come aromi che come gusto, ma il carattere della birra originale non viene stravolto o coperto.

Personalmente preferisco il secondo tipo, in modo che il carattere originale non venga radicalmente modificato. Così come nel vino, dove dopo anni di vini particolarmente segnati dal legno si sta tornando a una visione più “gentile” dell’apporto di quest’ultimo, ritengo che la botte debba aggiungere un tocco di complessità alla birra, non diventare il carattere dominante della birra. Ciò non toglie che la prima categoria abbia un gran numero di estimatori, soprattutto quando vengono utilizzati disillati nobili come i whisky di Islay. Il loro carattere fortemente torbato e marino è senza alcun dubbio estremamente affascinante e la maggior bevibilità di una birra rispetto a un whisky dà la possibilità agli amanti dei nobili distillati scozzesi di goderne in modo più disinvolto.

E in Italia?

I birrai nostrani si sono tuffati in questa nuova dimensione, con risultati piuttosto interessanti. Un produttore che sta facendo prodotti molto interessanti in questo stile è il Birrificio del Ducato. La loro Black Jack Verdi Imperial Stout è una “normale” Verdi passata in botti di bourbon. Già il prodotto di base è molto interessante, questa versione è dotata di grande complessità e di un notevole carattere, tanto da fargli vincere il premio Birra dell’Anno 2010 nella categoria delle birre passate in botte. Un altro prodotto interessante del birrificio di Roncole Verdi di Busseto è l’Ultima Luna, un barley wine maturato in botti da vino. Non ha la stessa finezza della Black Jack,ma è sicuramente un prodotto dotato di un suo carattere.

Uno dei primi esprimenti a riguardo è stato fatto da Revelation Cat (non un vero e proprio birrificio, dato che non hanno un impianto proprio), con la linea Woodwork. L’idea di base era quella di avere una Double Ipa prodotta nell’impianto di  De Proef, offerta sia in versione “normale” che passata in quattro essenze diverse. La considero un esperimento, in quanto già il prodotto di base era un prodotto molto estremo (un solo malto, un solo luppolo e 12 gradi alcolici). Più interessanti da bere in batteria per capire l’apporto di ogni singola botte alla birra che come birre a sè stanti, ma l’idea di poter confrontare la stessa birra in differenti versioni è sicuramente innovativa e intrigante.

Anche a Toccalmatto, sempre attenti alle nuove tendenze birraie, non sono stati con le mani in mano. Hanno realizzato una Russian Imperial Stout maturata in botti di Marsala e una Italian Strong Ale maturata in botti di grappa. Ho purtroppo avuto la possibilità di assaggiare solo la seconda, che ricordo ricca, potente, dotata di un finale dolce dato appunto dalla grappa. Molto particolare, da bere davanti a un caminetto ruggente, ma indubbiamente dotata di un gran fascino.

Questi sono solo alcuni esempi, in quanto altri grandi produttori, come Birra del Borgo, Amiata e Montegioco (giusto per nominarne alcuni) hanno realizzato le loro personali versioni.

In conclusione, ritengo che il mondo delle birre maturate in legno abbia delle notevoli possibilità e che possa essere uno dei nuovi territori da esplorare, senza dimenticarsi comunque delle birre normali e tenendo sempre a mente il fattore più importante di una birra, la bevibilità.

Max

Natale in America 2010

Category : Birra

Il titolo potrebbe sembrare quello dell’ultimo film con Massimo Boldi o Christian de Sica, ma si tratta invece di una semplice opinione personale su alcune delle birre natalizie disponibili quest’anno al di là dell’oceano (per i lettori in Europa). Eh si, perché le natalizie sono una vera e propria tradizione da queste parti, e praticamente tutti i birrifici artigianali si inventano qualcosa per i mesi invernali, o in particolare proprio per il periodo delle vacanze natalizie. Ne escono fuori sia birre interessanti, sia banalità. Quello che è più curioso è che non ci siano stili ben definiti: in genere, vengono fuori birre natalizie piuttosto alcooliche e dai sapori forti, ma non manca chi ha voglia di sperimentare, per cui le offerte variano dalle witbier alle imperial stout, passando per imperial pils, brown IPA e quant’altro vi possa venire in mente.

Avevamo già parlato di birre natalizie americane l’anno scorso: tutte le birre ritornano anche quest’anno, e ho trovato molto in forma la Bells Winter White, decisamente bevibile e frizzante al punto giusto. Già è strano che mi piaccia una birra in stile witbier; d’inverno poi, è praticamente impossibile. Eppure l’ottima scelta dei lieviti è lodevole, e lo stile inusuale merita un ulteriore plauso. Inutile dire che l’Expedition Stout della Bells mi ha fatto scendere lacrime di gioia anche quest’anno; e sono riuscito finalmente a trovare anche la Double Cream Stout, che non è propriamente natalizia (si trova fin da Ottobre), ma merita sicuramente una menzione per il periodo invernale. Infatti è così cremosa e con un finale secco, che non si può non adorarla. Col suo colore molto scuro e un contenuto alcoolico piuttosto ridotto per quello che può sembrare al primo assaggio (6%), la Bells conferma la sua straordinaria abilità in tutto quello che è Stout et similia.

Sierra Nevada si getta nella mischia con il suo Celebration Ale, descritto come un’IPA ma molto simile ad uno winter ale; bel colore ambrato/ramato, due dita di schiuma come da manuale, e un bilanciamento pressoché perfetto. Ottima la scelta dei malti, che danno un corpo robusto fino all’arrivo dei luppoli che chiudono ogni sorso. Veramente ben fatta, per la contrapposizione tra i malti caramellati e l’acidulo luppolato. La Sierra Nevada è in cima alla lista di quelli che per queste festività non riceveranno carbone.

Per non essere da meno con le tradizioni, Southern Tier sfoggia il suo tradizionale Krampus. A quanto pare, Krampus è la nemesi di Santa Claus: mentre Santa porta i regali ai bambini buoni, Krampus fa il giro delle case a punire i bambini cattivi. Ne esce fuori una Imperial Helles Lager (denominazione americana) rosso scuro, con poca schiuma ma persistente, e dei malti assolutamente imponenti (per essere una Lager). Il luppolo arriva solo nel finale, ma è molto convincente. Con il suo contenuto alcoolico a 9% non ve la scorderete facilmente, ma onestamente, si sente subito che è il fratello maggiore delle Pils europee, e non si può che apprezzarla.

Great Lakes si cimenta in un classico Christmas Ale: una birra molto robusta, anch’essa ambrata, speziata di aromi natalizi come cannella e zenzero. Apprezzabile la carbonazione; non ho notato molto i luppoli, ma ciò che colpisce di più è la gradazione: 7.5%, molto difficili da percepire. Visti gli aromi, un classico di Natale, che da queste parti viene consigliato per il pranzo natalizio stesso (in Europa, la birra al pranzo di Natale probabilmente ha poca presa).

Andando più sul locale, ho assaggiato una East End Snow Melt. East End è un birrifico localissimo di Pittsburgh, con alcune birre piuttosto interessanti. La Snow Melt purtroppo arriva poco sopra alla sufficienza: è uno winter ale bello carico di sapori, ma un po’ troppo denso e “confusionario” per i miei gusti. Bello il color rame molto, molto torbido, piacevole la scelta dei malti, con note tostate e di cioccolato, e azzeccati anche i luppoli per bilanciare il tutto, ma rimane una birra di cui si apprezza la prima metà della pinta, e non viene voglia di prendere la seconda. Peccato. Sempre rimanendo sul locale o quasi, Stoudts propone uno Winter Ale, ma è talmente mediocre che non ci spendo altre parole. Troppo alcoolico.

Tornando sulla scala nazionale, dalla California arriva la Anderson Valley Winter Solstice. Forte di un 92/96 su ratebeer, dovrebbe trattarsi di un’ottima birra speziata; e invece personalmente l’ho trovata solo il classico dolcione. Intendiamoci: un dolcione ben fatto, ma mi sembrava di bere una birra mescolata a sciroppo (di buona qualità). Apprezzabile l’aroma acidulo, il bel colore ramato e la potenza dei malti, ma decisamente troppo zuccherosa per i miei gusti.

Non tradisce invece la Rogue con la sua Yellow Snow: già vincente per la scelta del nome, questa IPA invernale (non strettamente natalizia – si trova per circa 3 meesi nel periodo invernale), con un bel carico di luppoli Amarillo, ha dalla sua tutta l’esperienza della Rogue. Senza toccare picchi di eccellenza in nessuna categoria, rimane comunque impossibile trovarle un difetto: bel colore dorato, un dito e mezzo di schiuma, carbonazione piacevole, solida scelta dei malti e una valanga di luppolo, ma mai troppo potente. Con solo 6.2% ABV, si beve benissimo. Come già detto l’anno scorso, la birra strettamente natalizia della Rogue è e rimane la Santa’s Private Reserve – una variazione del loro red ale, con più luppoli (Chinook, Centennial, e un curioso Rudolph, come il nome della renna) e una differente scelta di malti. A me piace, sebbene sia assolutamente non convenzionale per essere una natalizia: non è né speziata, né particolarmente alcoolica.

La Victory si presenta alla competizione con un peso massimo: Yakima Glory, un IPA scuro di tutto rispetto. Qui a farla da padrone sono decisamente i malti scuri tostati e il caramello, ma anche i luppoli non sono da meno e bilanciano perfettamente il finale. Una birra potente e carica di tutto: a partire dall’aroma fortemente luppolato, passando per i sapori molto decisi in ogni direzione, per finire con il contenuto alcoolico (quasi 9%). Decisamente una birra da sorseggiare davanti al camino; un plauso alla Victory.

Finisco la carrellata con la birra che mi ha più piacevolmente sorpreso: Boulder Obovoid Oak-aged Oatmeal Stout. Questa stout, disponibile soltanto tra ottobre e dicembre, non ha niente da invidiare a nessuno. Un bel colore nero, schiuma spessa, è davvero molto vellutata. Si sentono i malti scuri, ma ci sono molti aromi ben bilanciati (cioccolato, vaniglia su tutti), dati probabilmente dalla stagionatura. Per certi versi credevo di bere una milk stout, ma meno dolce. Una birra molto ricca di sapori, con alcool 8% ma non pesante da bere. Per questo natale, il mio primo premio va a questa birra del Colorado.

Buone vacanze!

Giacomo
(foto: internet!)

Aggiunta “postuma”: rimanendo in tema aggiungo la mia ben più breve esperienza di birre natalizie americane provate quest’anno. Entrambe le birre provate hanno in comune il fatto di variare lievemente ogni anno gli ingredienti con cui vengono fatte ed, ovviamente, entrambe sono rintracciabili solo tra novembre e gennaio. La prima arriva da San Francisco ed è l’Anchor Our Special Ale, che ogni anno ho avuto la fortuna di provare alla spina all’Evening Star, dal colore rosso rubino e con un’intensa schiuma beige, vede dominare al palato un intenso e natalizio gusto di noce moscata, caramello, cannella e (a mio modesto parere) BigBabol… ma non lasciatevi intimidire dalla descrizione, perché potrete tranquillamente berne due pinte senza che diventi stucchevole, rischio che molte natalizie incautamente corrono.


L’altra arriva dal freddo ventoso di Chicago ed è la Goose Island Chrismas Ale (2009, per la cronaca), più chiara e meno viscosa della precedente, vince la mia personale palma di birra natalizia più beverina che abbia mai provato: infatti, ad un inizio simile alla Anchor, ma meno aggressivo, si aggiungono delle piacevolissime note di arancio e luppoli nel finale che sicuramente vi invoglieranno non ad un altro sorso, ma addirittura ad un altra bottiglia!

Buon Natale e buone vacanze anche da parte mia.

Lorenzo

Borefts Festival 2010 @ Brouwerij De Molen, Bodegraven (NL)

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Category : Festival, Viaggi

Avevo proprio voglia, di una gita in Olanda. Qualche giorno ad Amsterdam (con soste obbligate al Wildeman, dove vado da molti anni, e al Beer Temple, dove non ero ancora stato), una bella spesa da mettere in stiva al Bier Koning e poi, venerdì 24 e sabato 25 settembre, saltare sul treno per recarsi alla seconda edizione del Borefts Beer Festival presso la Brouwerij De Molen di Bodegraven, nel cuore verde dell’Olanda, vale a dire in una zona tutto sommato agreste nel triangolo formato da Amsterdam, Utrecht e Leiden. A causa della sua posizione, Bodegraven si raggiunge molto comodamente sia in treno (sulla linea Leiden-Utrecht) che in automobile.

Un festival dedicato a celebrare la nuova scena birraria europea, con birrifici di chiara ispirazione americana e molto propensi alla collaborazione reciproca. I nomi più noti del gruppo sono sicuramente quelli della Mikkeller e della De Molen, ormai molto ben conosciuti anche dagli appassionati di birra italiani. Con loro, una serie di birrifici nord europei accomunati dallo stesso spirito e dalla stessa creatività, con la sola Revelation Cat (birrificio più internazionale che italiano) a rappresentare l’area mediterranea.

Il festival si è svolto all’interno del mulino della De Molen e nell’area esterna subito a fianco. Gli stand erano principalmente nell’area coperta, con soli tre birrifici (Mikkeller, Marble e Alvinne) in gazebo situati all’esterno, dove c’era un piccolo tendone, un’altra area-gazebo destinata al pubblico e una serie di tavoloni e tavolini.

La giornata di venerdì è stata tutto sommato tranquilla, con un moderato ma significativo afflusso di gente e un tempo benevolo e per lo più soleggiato, che fino al tramonto ha riscaldato anche più delle birre del festival, per lo più molto corpose (con generi come double india pale ale e imperial stout a farla da padrone). Formatosi subito il gruppetto bergamasco più uno (io) ci siamo dedicati all’assaggio di tutto ciò che ci ispirava al momento o di ciò che ci eravamo prefissi di provare. Sedotti a volte dagli stili, a volte dai nomi, a volte – nel caso ad esempio della Black & Tan Bowmore Barrel Aged di Emelisse – dall’invecchiamento in botte, vero e proprio leit motiv del festival. L’angolo della curiosità invece era per il concorso per la migliore Vuur & Vlam, uno dei classici della produzione di casa, in questo caso proposta da quasi ogni birrificio presente al festival. Personalmente, avendole provate quasi tutte (De Molen, Haandbryggeriet, Närke, Marble, Struise) ho dato la palma del vincitore alla Marble, oscuro (almeno per noi italiani) birrificio inglese che spero di poter trovare quanto prima anche nel nostro paese.

L’offerta culinaria era un po’ scarna, fino alle 17 panini e snack, dopo le 17 una classicissima carbonnade con contorno di verdure o, per i vegetariani, il solo contorno di verdure. Per questo e altri motivi ci siamo affidati a soluzioni alternative (un paio di ristorantini più avanti nella via del mulino), delegando al festival il compito di saziarci di birra.

E che birra!

Nei due giorni, tenendomi anche abbastanza tranquillo, la mia lista recita un lungo elenco di capolavori, sia per le birre leggere (la svedese Närke e l’inglese Marble sugli scudi) che per quanto riguarda l’infinito elenco di mattoni carichi di luppoli e di caffè, passati o meno in botti più o meno esotiche (whisky, bourbon, cognac, calvados, chi più ne ha più ne metta), e comunque quasi totalmente trovabili in Italia.

L’organizzazione, a onore del vero, raccomandava l’acquisto di bottigliette d’acqua, per reidratare il corpo e per non asfaltare troppo il palato. Una ottima idea, che ha permesso di non vedere gente crollare sotto i colpi dell’entusiasmo di birra in birra.

Il sabato è stato invece decisamente meno soleggiato e decisamente più affollato. Tra curiosi sbarchi dal canale adiacente (una truppa di signori e signore olandesi sulla cinquantina abbondante), brevi pioggerelline e rapidi cambiamenti di clima in perfetto stile olandese, la degustazione dell’infinita proposta di birre è proseguita approfittando soprattutto dei “cambiamenti di lista”, ovvero delle birre disponibili in quantità molto limitata o solo in uno dei due giorni. Il premio per l’aromatizzazione più assurda direi che va alla Rough Snuff della Midtfyns, birrificio danese che ha prodotto questa interessante birra belga che ricorda un po’  alcune Gouden Carolus e si pregia di contenere, beh, alghe e tabacco da masticare.

Vi saluto con la lista dei miei assaggi della due giorni di festival, in ordine di birrificio.

De Molen Vuur & Vlam, De Molen Kopi Loewak Calvados Barrel, De Molen Black Damnation 666, De Molen Machtig & Mooi Cognac Barrel, Emelisse Black & Tan Bowmore Barrel Aged, Haandbryggeriet Fyr & Flamme (Vuur & Vlam), Haandbryggeriet Dobbel Dose, Marble Golden Ale, Marble Dobber IPA, Marble Vuur &Vlam, Midtfyns Rough Snuff, Närke Bitter, Närke Slattöl, Närke Bitter Fyra Flammor (Vuur & Vlam), Närke Stormaktsporter 2009 Swedish Barrel, Bitter SlattölRevelation Cat/De Molen Milk Mild, Revelation Cat/Gadd’s Back To Basics IPA, Revelation Cat/Gadd’s Back To Basics Double IPA, Struise Ignis & Vlamma (Vuur & Vlam), Struise Pannepeut.

Gran finale, il cartello appeso sullo stand di Alex, esilarante.

Maltus Faber – Genova

Category : Birra, Locali, PintaPerfetta, Viaggi

Nel mio ultimo articolo sulla Compagnia del Luppolo, ho accennato del desiderio di Gabriele di iniziare una serie di “gite” ai birrifici italici. La prima di queste esperienze si è tenuta domenica 29 presso il Maltus Faber di Genova, in una giornata grigetta e piovosa.

Durante la partenza in pulmann ho intuito subito le potenzialità cialtrone del viaggio dalla presenza di qualche dettaglio:

–  Gruppo ben compatto (in tutti i sensi, ci si sarebbe potuto fare un eccellente pacchetto di mischia con ottimi piloni, seconda e terza linea)
–  Il megafono, gioia e dolore di tutto il viaggio
–  I cori da stadio prima, da festa della birra poi, vicentini dopo gli assaggi più tosti.
–  La voglia di bere birra
–  L’idiozia in generale.

La destinazione come raccontavo poco sopra è stata presso il birrificio Maltus Faber, realtà molto giovane ma di cui avevo sentito parlare in gran bene (anche il buon Alessio assaggiò qualcosa al Villaggio della Birra) , con un programma di tutto rispetto fatto dell’assaggio completo della linea di produzione, visita dell’impianto e foraggiamento vario alla panza (focacce, pranzo, dolci, ecc.. ).
Maltus Faber nasce in parte dei vecchi stabilimenti del Birrificio Cervisia (oramai dismesso dopo una lunga e tribolata storia), dalla passione di Fausto Marenco e Massimo Versace.

La produzione è figlia di un passato fatto di passione personale e una serie di esperimenti riusciti capaci di dare la spinta necessaria all’apertura di un’attività vera e propria.
Nel giro in “fabbrica” (parola un po’ grossa data le dimensioni ridotte), è stato possibile osservare un impianto ordinato, pulito e funzionale, prodotto su misura e ideazione degli stessi fondatori e con una piccola (ma graziosa) sala visitatori.
Da Maltus è possibile trovare una linea di 8 birre di chiara ispirazione belga, presenti tutto l’anno all’eccezione della stagionale natalizia e tutte prodotte con lo stesso ceppo di lievito.
Quindi visto che qua si parla di birre, raccontiamole come si sono presentate lungo gli assaggi svolti in parte in birrificio e in parte durante il pranzo.
L’introduzione, accompagnata dalla classica focaccia genovese, è stata affidata alla Bianca, una blanche molto beverina ma piuttosto atipica per la sua tipologia.
Infatti pur presentando i tipici profumi agrumati, a detta di Fausto e Massimo, è una blanche prodotta senza l’utilizzo di spezie e che quindi trova note aromatiche esclusivamente alla scelta di malti e luppoli.
Gli assaggi successivi si sono svolti in ristorante (di cui tralascio i cibi, discreti senza eccellere), con una degustazione della Blonde, Ambrata e Brune.
La Blonde rimane la birra più sottotono della serie, più interessante per profumi tipicamente “belgi” che al palato. Della Ambrata invece ricordo il sapore di caramello ma ben bilanciato dall’amaro del luppolo, una discreta birra.
La Brune rimane la migliore della serie al ristorante (comunque tutte tra il discreto e il buono), una scura molto bevibile per la tipologia, con sapori di frutta secca in evidenza.

Il meglio degli assaggi però devo confessare lo si è avuto nel rientro in fabbrica, con un filotto, accompagnato da panettoni caserecci, costituito dalla Triple Blonde, dalla Natalizia, dalla Extra Brune e dalla Imperial Stout.
Da racconti di corridoio mi è giunta la notizia che la Triple assaggiata presentava un tono sperimentale rispetto al solito (e a come effettivamente me la ricordavo io), con una nota amara e una secchezza eccessiva per la tipologia. Del dolce promesso al naso rimane poco al palato.
La Natalizia invece si presenta come natalizia e si comporta da Triple.
Più dolce, avvolgente e complessa della precedente. Probabilmente migliorabile, ma già una buona birra.
I capolavori però attendevano pazienti per il finale, con l’Extra Brune e l’Imperial Stout.
Raccontando l‘Extra Brune, Massimo ha accennato delle richieste fatte dal Belgio per degustazioni e manifestazioni, e dei confronti fatti con la monumentale Rochefort 10.
Dopo l’assaggio non ho problemi a credergli in quanto l’Extra Brune è realmente un’ottima birra (ancora sotto la Rochefort 10, ma infondo si parla di un pilastro nel mondo della birra).
Il colore è scuro, i profumi intensissimi e il sapore fa pensare a qualche frate trappista fuggito verso il sole dell’Italia.
Complessa, dalla schiuma pannosa, piena e gustosa anche al palato, con una bevibilità sorprendente per la tipologia, l’Extra Brune finisce tranquillamente tra le prime della categoria in Italia.
Il passaggio successivo dell’Imperial Stout ha ampliato ulteriormente un sorriso già largo.
Del tipico colore nero, con una schiuma leggera e non troppo persistente, l’Imperial Stout conferma le attese con profumi e sapori di torrefazione, liquirizia e una note lieve ma piacevole di cioccolato.
Il finale è etilico e amaro, in conclusione molto positivo.

Per concludere, le solite ma oramai scontate conclusioni finali.

Dal punto di vista organizzativo un plauso a Gabriele della Compagnia del Luppolo per il viaggio in sé. L’idea, l’organizzazione e i costi più che onesti sono da promozione sicura.
Parlando di Maltus Faber il giudizio non può che essere in generale positivo. Quando mi raccontarono di un birrificio italiano di chiara impronta belga rimasi un po’ scettico, ma devo dire che i loro prodotti sono di sicura qualità e immagino (vista la competenza e sensibilità mostrata) tendenti a un ulteriore miglioramento futuro.
Unica nota un po’ dolente riguarda i costi delle bottiglie, che nonostante lo sconto “gita”, rimangono a mio avviso un po’ eccessivi.
La dimensione ridotta dell’impianto sicuramente comporterà costi, il sistema Italia non sarà tra i più funzionali del mondo (anzi, vero il contrario), ma pagare 2 volte e mezzo in più l’Imperial Stout rispetto alla ‘t Smisje Catherine (tanto per fare un nome), o l’Extra Brune il doppio secco rispetto alla Rochefort 10 mi pare troppo.
E’ giusto ricordare che si tratta di un problema generale di gran parte della produzione italica, spero che la diffusione e l’aumento dei sostenitori possa aiutare a smorzare un po’ questa tendenza senza minarne la qualità.

Ps, ringrazio Antonella e Elisa per le foto..

Göteborg (Svezia)

Category : Viaggi

Alla voce malti e luppoli, Göteborg è una città straordinariamente viva. Bere buona birra è piuttosto semplice. Come nella miglior tradizione scandinava, trovare locali dove alzare il gomito non è per nulla complicato, anzi la tradizione birraia in questa cittadina nel sud della Svezia è davvero importante. Non è affatto strano imbattersi in un gruppo di signore sulla cinquantina fermarsi a chiacchierare davanti a una pinta dopo aver fatto la spesa. Ci sono molti locali distribuiti equamente in tutta la città dove poter scegliere tra un’ampia selezione di birre locali ed estere. Tra le birre locali da segnalare senza ombra di dubbio quelle prodotte dai birrifici cittadini Carnegie, Ocean e Dugges. Impossibile non trovare anche altre birre svedesi come Falcon, Nils Oscar e Oppigårds, per non parlare di assolute eccellenze come la Närke. Tra i principali locali da segnalare, al numero 12 di Andra Langgatan c’è il Rover, 19 linee di birre alla spina principalmente svedesi e ottima selezione di birre in bottiglia. Di nuovissima apertura l’Ol Repubblik (la Repubblica della birra), locale dove trovare 30 (si, 30!) linee di birra alla spina di provenienza principalmente belga, americana e svedese (Sveagatan, 25). Se siete in città (il pub è in Plantagegatan 1, una traversa della famosa Linneggatan) fate un giro al The Old Beefeeter Inn, locale di chiara influenza britannica. Una curiosità: il birrificio Dugges produce una Lager su misura per questo locale. Tradizionale ma da vedere anche il Dubliner’s, situato al 50B di Östra Hamngatan. Il 7:ans è una dei più antichi pub di Goteborg: aperto nel 1900, è un ritrovo di scrittori, musicisti e artisti in genere. Lo trovate al 7 di Kungstorget. Un consiglio, rilassarsi qui con un libro in una mano e una birra nell’altra è un’esperienza da provare. Infine in città ci sono due The Bishop Arms: al 6 di Järntorget (20 linee) e al 36 Kungsportsavenyn (25 linee). Entrambi sono caratterizzati da settimane a tema (un esempio: quella che si è appena chiusa è stata la settimana della Porter) e proprio per questo valgono la pena di essere vissuti almeno per una sera.

(articolo di Andrea C., il primo “ospite” su Pintaperfetta)

Villaggio della Birra 2009 (Bibbiano, SI)

Category : Birra, Eventi, Viaggi

Il Villaggio della Birra si tiene ogni anno nello spazio antistante il TNT Pub a Bibbiano, frazione di Buonconvento (SI). L’edizione 2009 si è svolta sabato 5 e domenica 6 settembre, con la benedizione di un clima da favola (sole e caldo, ventilato specie nella giornata di domenica).

Attendavamo con molte aspettative questa edizione del Villaggio della Birra, per diversi motivi. Il primo è che né io né Gabriele ci eravamo ancora stati, pur avendo visitato il TNT Pub in più occasioni. Il secondo è che erano presenti tante birre e birrifici mai provati prima (Barley e Maltus Faber, per dirne un paio), e di cui avevamo sentito parlare parecchio bene da amici e conoscenti appassionati. Il terzo era la partecipazione dei mastri birrai e di una “leggenda” vivente come Tim Webb, autore della Good Beer Guide To Belgium (da parecchi anni testo di riferimento per tutti gli appassionati di birra belga) di cui recentemente è stata pubblicata la sesta edizione.

Ma andiamo con ordine. Siamo giunti al Villaggio nel primo pomeriggio di sabato 5 settembre, e dopo un’ampia scorta di gettoni-consumazione (con cui si pagava tutto: birra, cibo, e pure la maglietta del Villaggio) abbiamo cominciato il lungo e atteso giro di degustazione. Abbiamo trovato subito gli amici Piso e Michela della Birroteca di Greve, con cui abbiamo chiacchierato e passato buona parte del pomeriggio tra scambi di pareri e impressioni su ciò che provavamo. Su loro suggerimento siamo partiti dalla Zagara del birrificio Barley, fresca e invitante e con un piacevole retrogusto derivante dal miele di fiori d’arancio. Una vera scoperta, come del resto la loro Macca Meda, apprezzata tantissimo da molti dei presenti.

Il pomeriggio è passato tra sorsate di birre ben note, di quelle che almeno per noi erano vere novità , di molto relax e qualche snack. Nel tardo pomeriggio era previsto il talk show sul Belgio a cura di Lorenzo “Kuaska” Dabove (nella veste di conduttore e traduttore), con ospiti Tim Webb, il canadese Mike Tessier e Nino Bacelle della De Ranke (noti soprattutto per le adorabili XX Bitter e Guldenberg). Mentre il sole tramontava, si è chiacchierato tra aneddoti sul Belgio e altre amenità. La serata è proseguita con la musica dal vivo di una cover band tutto sommato apprezzabile e qualche altra birra.

La giornata di domenica è cominciata con estrema tranquillità: incontro tra homebrewer e mastri birrai organizzato da Mo.Bi., e in parallelo l’avvio della cotta pubblica con Laurent Agache della Cazeau (di cui, tra l’altro, abbiamo provato la interessante Saison, davvero particolare) e i ragazzi di Ars Birraria.

Particolarmente apprezzata tra gli assaggi pomeridiani la Kameleon Villaggio della Den Hoppert, prodotta e infustata per l’occasione: in pratica la loro Kameleon Tripel, microbirrificio belga totalmente dedito alla produzione di birre “bio”. In pratica si trattava della Kameleon Tripel “alleggerita” di qualche grado alcolico e con un gustoso dry hopping (Styrian Golding, se non vado errato).

Nel pomeriggio si è anche tenuta il laboratorio di degustazione con Kuaska e Tim Webb, dedicato come il resto del Villaggio a produzioni italiane e belghe. Tra le protagoniste la Rulles Estivale (piccola nota: davvero notevole la differenza tra la versione in bottiglia, provata in degustazione, e quella alla spina, con agrumi molto più in evidenza), la Hofblues (pregevole stout belga della ‘t Hofbrouwerijke), la favolosa e ormai diffusa XX Bitter della De Ranke, la curiosa e apprezzabile Maagd van Gottem (la vergine di Gottem, golden ale belga con un dry hopping in bottiglia – vedi foto – più unico che raro: luppolo galleggiante compreso) e la Macca Meda di Barley. Chiusura con la ottima Extra Brune del birrificio genovese Maltus Faber, di chiara ispirazione belga e destinata, oltre che alla degustazione immediata, all’invecchiamento in cantina. Ne è stata prova l’assaggio finale di un sorso delle produzione di un paio di anni fa, davvero eccellente.

Che dire dell’esperienza nel suo complesso? Le giornate sono state molto piacevoli, con una bella atmosfera e molta tranquillità. Un’esperienza da ripetere, per tantissimi motivi, a partire dalla passione con cui viene organizzato questo evento ormai storico e consolidato.

Sembra ci sia un po’ troppo scollamento invece tra appassionati e pubblico casuale, forse troppo, anche paragonando ad altri eventi simili in altre zone d’Italia. Sembra che nonostante tutti gli sforzi e l’ottima proposta che si rinnova di anno in anno, qualcosa ancora manchi per far decollare la passione nella gente della zona, giovani e meno giovani. A numeri ci siamo, perché l’affluenza è stata buona. Sembra un po’ mancare quel tipo di pubblico intermedio, anche non superesperto di birra, curioso e pronto a provare cose nuove e intriganti, capace di apprezzare al meglio le proposte più coraggiose dei mastri birrai che di anno in anno sono protagonisti di questo evento.

Una breve nota anche sui laboratori di degustazione: favolosa l’idea di farne due con Kuaska e Tim Webb, che sono andati ovviamente esauriti in prenotazioni prima dell’inizio del Villaggio. Qualche perplessità invece sul doppio laboratorio sigari e birra, per i quali ci sembra ci fossero posti liberi fino all’inizio del laboratorio stesso: forse uno era sufficiente, lasciando spazio libero a un terzo laboratorio dedicato a qualcosa di meno impegnativo dei sigari.

Alla fine si tratta comunque di un successo in tutto e per tutto per la manifestazione. E se è vero che molto del merito va alla qualità delle birre proposte, non possiamo fare a meno di citare l’ottima organizzazione di Gianni, Vanessa e tutto lo staff del TNT pub e di chi ha collaborato. Appuntamento quindi all’anno prossimo, dato che ora che finalmente abbiamo provato il Villaggio non credo che riusciremo a farne a meno.

Se volete vedere qualche altra foto scattata al Villaggio, potete cliccare qui.

’t Hofbrouwerijke

Antares – Buenos Aires (AR)

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Category : Locali, Viaggi

Siamo onesti: andare in Argentina per bere birra, non è certo la migliore delle idee. Ci sono sicuramente vini interessanti (ottimi Malbec), la maggior parte provenienti dalla regione chiamata Mendoza; ci sono cocktail un po’ “strani”, come il diffusissimo Fernet + Coca (alzi la mano chi ha mai visto bere qualcosa di simile in Europa). Ma la tradizione birraria è, mi dispiace dirlo, quasi inesistente.

Essendo a Buenos Aires per lavoro, e quindi sollevato nello spirito dal fatto di non aver sprecato un costoso biglietto aereo solo per cercare delle improbabili birre argentine (sarebbe stata una delusione molto forte, sono sincero), ho cercato come al solito di unire l’utile al dilettevole, bazzicando qualche brewpub laddove possibile. Iniziamo dall’Antares.

La birreria artigianale Antares è una delle prime ad aver stabilito un brewpub a Buenos Aires, nel 1998 (se la memoria non mi tradisce, dovrebbe essere stata la seconda, subito dopo Buller Brewing Company). Adesso i brewpub Antares sono una catena presente con 7 pub diversi nella nazione; quello da me visitato è situato nel quartiere Palermo (Google Maps), una zona abbastanza chic della capitale.

Il posto, bisogna ammetterlo, è arredato con gusto: la sala è spaziosa con impianti di spina in vista, le luci piuttosto soffuse, e ogni dettaglio visivo sembra ben curato. La clientela è giovane e trendy: non sembra proprio il posto per il classico motociclista ubriacone che fa parte dell’immaginario collettivo di tutti i bevitori di birra. Spicca una cospicua presenza femminile tra le persone presenti, cosa piuttosto rara per una birreria, ma in alcuni tavoli la gente ha davanti solo una birra piccola e nemmeno un bicchiere vuoto: il che mi fa pensare che qui la gente venga perché il posto è in, e non solo perché abbia sete di malto e luppolo.

Il menu è vario e propone vari stili di bevute e anche diversi piatti mangerecci, a partire dalle classiche picadas (taglieri con insaccati e/o formaggi) a creazioni più elaborate – niente male. Per il poco che ho avuto modo di provare, il cibo è piuttosto buono. E poi, ovviamente, ci sono le birre: 7 alla spina e 1 in bottiglia; animato dalla sete di conoscenza, le ho assaggiate tutte, prima con un pratico sampler, e poi con qualche pinta per poterne meglio apprezzare qualcuna in particolare. Iniziamo.

Una Kolsch è la più leggera tra le birre proposte; corpo leggero, molto beverina, discreta carbonazione e finale luppolato, ma poco marcato. Meglio di una Heineken, ma niente di che. Proseguo con la Honey Beer, e qui commetto un grosso errore: mai fidarsi delle birre al miele prodotte da birrifici “inesperti”, e questa non fa eccezione. Troppo dolciastra (sebbene il miele si senta tutto sommato poco), la bevo rapidamente per poter passare oltre. Discretamente riuscita la Scotch Ale, dominata dai malti tostati, caramello, anche se troppo acidula a mio parere. Nel Regno Unito verebbe considerata un abominio, ma in Argentina è probabilmente il miglior Ale che ho bevuto. Inutile e dimenticabile la Doppelbock: sembra più un cocktail 1/2 doppelbock, 1/2 acqua. E forse sono stato generoso. Miglioriamo con la Porter:  sebbene la schiuma non abbia un bellissimo aspetto, l’aroma è piacevole, ma poco persistente. Lo stesso si può dire al gusto: ben bilanciata, discreto finale amaro, ma sempre troppo poco marcato. Rimane solo un vago sentore di cioccolato, ma devo ammettere che, nonostante fosse un po’ impalpabile, è stata una delle mie preferite. Molto vellutata la Cream Stout, con un bel colore e una bella schiuma; piacevole da bersi, una discreta stout che non cerca di creare niente di nuovo ma riesce in qualche modo ad essere un prodotto che raggiunge la sufficienza. Sufficienza raggiunta anche dall’Imperial Stout: tipicamente uno stile caratterizzato da sapori forti, anche in questo caso esce una versione “edulcorata” della birra che mi aspettavo, ma comunque buona. A dominare sono le note di caffè, e un leggero sapore di tabacco; l’alcool non si fa sentire più di tanto, e il finale è secco, ben riuscito. Infine, il Barley Wine: che cosa li abbia portati a definire questa birra un Barley Wine, sinceramente, lo ignoro. Forse la gradazione alcoolica? Non è molto denso, si fa apprezzare il malto, ma non insistentemente, e i luppoli sono ben presenti, e lasciano un buon sapore in bocca. Molto più simile ad una Bitter; buona, decisamente sufficiente, ma non certo nella categoria Barley Wine.

In sostanza, un brewpub piacevole, in cui è sicuramente possibile passare una buona serata, ma dove il piatto forte è più l’ambiente che la birra: infatti, sebbene ci siano delle produzioni che superano la sufficienza, la maggior parte delle loro spine è sciapita, poco incisiva, e sembra ricordare solo vagamente la mia idea di birra di qualità. Apprezzabile, quantomeno, la varietà degli stili, ma ci vuole ben altro per creare un brewpub degno di questo nome. D’altro canto, bisogna ammettere che non ci sono moltissime alternative dove bere birra a Buenos Aires – parlo di posti che abbiano almeno sentito vagamente parlare di una stout, ovviamente. Per cui se siete a nei dintorni e non sapete cosa fare la sera, almeno avete un indirizzo.

Ultima nota sui prezzi: non ne ho parlato perché, come praticamente tutto quello che si trova da quelle parti, il costo è praticamente irrisorio per qualcuno che viene dall’Europa o dagli Stati Uniti. La crisi li ha colpiti duramente e il livello dei prezzi è molto basso; si parla di circa 3 euro per una pinta (e rispetto agli standard locali, è un prezzo piuttosto elevato).

Giacomo

Brouwerij De Molen – Bodegraven (NL)

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Category : Locali, Viaggi

Il 23 giugno 2009 sono finalmente riuscito a visitare la De Molen, forse il birrificio artigianale olandese più celebrato fuori dall’Olanda. Arriviamo in tarda mattinata a Bodegraven, una graziosa cittadina comodamente situata a una trentina di chilometri da Amsterdam, L’Aja, Rotterdam e Utrecht.

Seguiamo pigramente le indicazioni per il centro senza essere troppo sicuri che il mulino sia davvero lì. Un paio di giri per sensi unici, anche per aggirare un mercatino, e poi lo vediamo. Problema: è dall’altra parte del canale, e per raggiungere l’altra sponda bisogna fare un giretto fino al ponte successivo. Risolto questo piccolo intoppo, parcheggiamo e arriviamo alla meta con una decina di minuti di anticipo rispetto all’orario di apertura del ristorante e “sala degustazione”.

La giornata, come le altre del nostro breve viaggio, è incantevole: 27 gradi con un leggero vento e senza nubi all’orizzonte, tantissima luce che ci abbaglia e ci fa sentire fortunati (chiedete a chi vive in Olanda quante giornate così ci sono in un anno).

Dopo aver scattato un paio di foto ci accomodiamo, sulla sinistra c’è una piccola stanza adibita a beer shop (con un assortimento di grande interesse di olandesi, danesi, americane e altro ancora), sulla destra la saletta-ristorante, oltre il corridoio (superata la stanza sulla sinistra dove c’è il piccolo impianto) la “sala degustazione”.

La sala è arredata in modo rustico e dà direttamente sul canale. Dopo esserci accomodati cominciamo a pensare alla birra: le cinque birre alla spina, a parte una gradita eccezione (la ormai rinomata Hel & Verdoemenis – Inferno e Dannazione), sono birre molto beverine e di gradazione relativamente leggera rispetto agli standard a cui ci hanno abituato.

La Groene Hart (5%, si traduce come Cuore Verde: fa riferimento alla zona verde del randstad olandese in cui è situata Bodegraven) è fresca e rinfrescante, e rappresenta la loro versione di una birra bianca belga. Ho perso da tempo interesse nel genere (mea culpa, probabilmente), ma si lascia bere senza troppi problemi e senza grandi entusiasmi.

Subito dopo è la volta della Donder & Bliksem (5,9%, tradotta in Toni e Furmini, come diceva una maglia molto in voga tra i tifosi viola qualche anno fa), una birra chiara e leggera che rappresenta la loro versione di una pils ceca. Più torbida e alcolica della maggior parte delle originali (anche non filtrate) a cui si ispira, è erbacea e ricca di luppoli cechi. Una birra interessante ma che potrebbe essere ancora migliorata, anche se immagino che la De Molen preferisca concentrare i propri sforzi su altre produzioni.

Nel frattempo abbiamo ordinato anche qualcosa da mangiare: un ricco antipasto misto freddo ci conquista, mentre un paio di piccoli gruppi arrivano a far visita agli impianti di produzione. Alcuni di loro scelgono il modo migliore, vale a dire attraccando la loro barca sul retro del mulino, ed entrando con rara classe e gli sguardi stupiti (dei miei amici: di gite in barca sui canali olandesi ne ho fatte fino a perdere il conto, anche se è passato tanto tempo dall’ultima).

Ma torniamo alla birra: si prosegue  con la Pilz (5%): in pratica, una cugina della precedente a cui è stato riservato un trattamento atipico (luppolatura aromatica, forse americana), viene descritta come la loro versione di una kellerbier, è piacevole e beverina.

Con le bistecche invece arriva la Vuur & Vlam (Fuoco e Fiamma,  6,2%), una India Pale Ale  della De Molen equilibrata e senza le ruvidezze o l’aggressività di molte altre loro produzioni. Ce ne facciamo un paio di giri, un po’ per quanto ci è piaciuta, un po’ per evitare di crollare satolli e ubriachi sotto i colpi dell’amata Hel & Verdoemenis (11,9%).

Anche perché non possiamo stare mica qui troppo a lungo, dobbiamo lasciare i bagagli, parcheggiare la macchina e (dopo un paio di ottime birre al Westerdok) infilarci in metropolitana, ci sono gli AC/DC all’AmsterdamArena…

San Patrizio a Milano (e Nibionno)

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Category : Eventi

Buon San Patrizio a tutti!

Come ogni anno, la tradizionale festa nazionale irlandese sarà occasione per celebrare il popolo irlandese e le loro meravigliose birre (e whiskey). Gli appuntamenti includono parate celebrative nelle città più irlandesi d’America (Boston, New York e Chicago, tra le altre) e nei paesi anglofoni in generale.

Da diversi anni è una celebrazione sempre più in voga anche nei pub italiani, un po’ per marketing, un po’ per il fascino che l’Irlanda e le sue tradizioni hanno suscitato negli italiani da anni a questa parte (basti pensare ai Modena City Ramblers, o alle folle oceaniche dei concerti degli U2 o dei Cranberries).

In prima linea, ovviamente, gli irish pub delle città: per Milano si parla soprattutto di tre pub storici e molto apprezzati. Al Pogue Mahone’s di via Salmini 1 ogni anno si svolge una piccola “gara di bevute”, Guinness a fiumi e pub preso d’assalto già dal tardo pomeriggio. Probabile massiccia presenza irlandese e anglofona, come del resto al Murphy’s Law di via Montevideo 3. Come dice il nome stesso, qui si serve la principale concorrente della scura più nota al mondo. Un altro ottimo posto dove trascorrere un piacevole San Patrizio è il Mulligan’s di via G. Govone 28. Oltre a litri di birra irlandese (Guinness e Beamish), intorno a mezzanotte si svolgerà l’abituale estrazione di gadget e magliette.

Si preannuncia un ottimo san Patrizio anche per i clienti dell’Ines Stube di Nibionno (LC): la serata prevede ben tre tipi di stout diverse, di cui due irlandesi (Oyster Stout e O’Hara’s Celtic Stout) e una italiana (la ottima Verdi Imperial Stout del Ducato).

Queste sono alcune idee su come passare un san Patrizio ricco di birra e di divertimento, ovunque vi troviate. L’ultimo consiglio è di avere con voi un guidatore sobrio, se vi muoverete in macchina: innanzitutto per guida sicura, e non ultimo per i numerosi controlli a tappeto che negli ultimi anni non sono mai mancati.

Sláinte!

Somewhen in the New Year Beer Festival – The Evening Star, Brighton, UK

Category : Eventi

L’importanza di un festival musicale è data in primo luogo dal line-up, tutto il resto viene dopo; lo stesso si puo dire per l’equivalente manifestazione riguardante le birre, dove è la beerlist a fare da ago della bilancia. Dallo stadio allo scantinato, dalla fiera al bancone, il luogo può risultare in fin dei conti un’inutile, ma indispensabile, scenografia o, nei casi più fortunati,  la ciliegina sulla torta. Ma andiamo per gradi, sicuramente non stiamo parlando di Glastonbury, e di conseguenza nemmeno del CAMRA Great British Beer Festival, bensì di un festival sicuramente più indie – prego i ragazzini con capelli alla Edward mani di forbice, Cheap Mondays e iPod con gli Arctic Monkeys negli auricolari di scusarmi, ma è al senso più letterale e nostalgico del termine a cui mi sto riferendo. Pubblicizzato unicamente da un foglio appeso dietro il bancone del mio pub di fiducia, l’Evening Star a Brighton, di cui vi parlerò il più presto possibile, il “Somewhen in the New Year Beer Festival” (anche il nome non è esattamente frutto di innumerevoli indagini di mercato, quanto più probabilmente di innumerevoli pinte) è l’emblema delle manifestazioni ad altissimo rapporto qualità/pubblico, un po’ come – per continuare il parallelismo tra birra e musica – un concerto dei Blur al Factory a Milano nel ’94, giusto per fare un esempio.

Passando ai fatti, il line-up affiancava, come ogni festival che si rispetti, importanti e sconosciute realtà nazionali ad affermate realtà mondial, per lo più made in USA.

Svolto nell’arco di un weekend, sfruttando 12 delle 14 spine disponibili, e con l’aggiunta di cinque barilotti da 15L da cui la birra veniva direttamente versata, il festival prevedeva la rotazione di 31 diverse birre:
Little Valley Red Dyke, Salopian Darkness, Leeds New Moon, Adur Velocity, Battledown Turncoat, Acorn Old Moor Porter, Bradfield Farmer’s Stout, Burton Bridge Top Dog Stout, Goachers Crown Imperial Stout, Harviestoun Old Engine Oil, Pictish Claymore, Saltaire Titus Black, Saltaire Texas Brown, Salopian Pick Pocket Porter, Ramsbury Deer Hunter, Hambleton Nightmare, Severn Vale Seven Sins, Elland Demon’s Eye, Ramsbury Rum Truffle, Hopdaemon Leviathan, Wickwar Station Porter, Elland 1872 Porter, Exmoor Beast, Dark Star Critical Mass 2007, Dark Star Imperial Stout, Stone (California) Smoked Porter, Stone (California) Arrogant Bastard, Schneider (Germany) Eisbock, He’Brew (New York) Genesis, He’Brew (New York) Jewbelation 12, Coney Island (New York) Albino Python.

Per vari motivi non sono riuscito a provarle tutte, ma la qualità media si è comunque rivelata estremamente alta. Mi permetto di stilare un podio con 3 vincitori ex aequo:
He’Brew (New York) Jewbelation 12: American strong ale prodotta per il dodicesimo anniversario del birrificio newyorkese, prodotta con 12 luppoli e 12 malti diversi, 12% vol. Birra ovviamente molto complicata, spiccano note di caffè, liquirizia e uvetta; mi permetto di consigliarne mezza pinta alla volta perchè di più potrebbe farla risultare stucchevole, a piccole dosi resta invece un capolavoro!
Stone Smoked Porter: il birrificio di casa a Escondido continua a stupire con questa porter resa speciale da un tocco di affumicatura, dato dal peat smoked malt, che emerge nel finale; soffice e cremosa al palato si fa apprezzare anche per una lieve ma piacevole luppolatura.
Dark Star Critical Mass 2007: natalizia della Dark Star, birrificio poco fuori Brighton gestito dai proprietari stessi del pub in cui questo festival è stato organizzato, è un’english strong ale con forti note di frutta tostata, frutti di bosco, cereali e cioccolato, con un lieve tocco amarognolo alla barley wine. L’invecchiamento di un anno ne ha ulteriormente esaltato corposità e malti, non compromettendone la bevibilità (potrebbe quasi esser una session beer), anzi rendendola ancora più desiderabile.

Lorenzo