Siamo alla terza edizione del Degustabirra (la prima a cui partecipo personalmente, da utente ovviamente), interessante iniziativa mantovana sulla birra artigianale italiana.
Innanzitutto è importante ricordarsi la location dell’evento per prendere le giuste misure nei commenti finali: Degustabirra 2009 si è svolto a Gorvernolo , piccola frazione di Roncoferraro, che con paio di migliaia di abitanti si situa nella sponda sinistra nel Mincio, in mezzo alla campagna e alla natura.
Braccia da Lambrusco, per citare un’azzeccata citazione udita durante una chiaccherata, capaci di produrre vino genuino, manicaretti deliziosi ma senza una particolare storia birraia alle spalle.
Le caratteristiche del luogo quindi aiutano a capire molto le scelte effettuate nell’organizzazione dell’evento, delle sfide affrontate e delle risorse utilizzabili. L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori di Degustabirra è stato quello di promuovere e diffondere l’idea di qualità della birra nelle produzioni esclusivamente artigianali di origine italiana.
La manifestazione prevedeva quasi 100 birre, praticamente tutte in bottiglia (tranne l’ottima Yerba del Bidu, la Wabi dell’Orso Verde, la Furor del Gallia Omnia e le birre “locali” del Freccia e di Corte Pilone, tutte alla spina)
Il programma della mostra mercato ha previsto momenti di assaggio guidati, di laboratori di abbinamento cibo-birra particolarmente legati ai prodotti tipici del territorio.
L’aperitivo inaugurale della sera di sabato ha mostrato subito l’aspetto didattico e divulgativo alla base delle quattro giornate espositive.
Accompagnato dai tradizionali stuzzichini (i soliti tramezzini, pizzette e simili), i partecipanti sono stati guidati da Fabiano Toffoli, esperto birraio del “32 via dei birrai”, nell’assaggio di tre birre selezionate.
Guardandomi attorno, ho osservato un pubblico vario, fatto sia di esperti che di novizi assoluti che ascoltavano rapiti le parole di Toffoli nella descrizione organolettica delle birre, della loro presentazione, della modalità di degustazione.
Il primo assaggio proposto è stata una bottiglia di Aura del birrificio Lariano, in stile Belgian Ale, una birra dal robusto tenore alcolico, dal boccato dolce con note lievi di luppolo in chiusura. Personalmente non ne sono rimasto particolarmente colpito, birra un po’ anonima.
Nel secondo assaggio ci si è trovati davanti una Flora Sambuco del birrificio Menaresta di Carate Brianza.
Nel bicchiere presentava una bella schiuma persistente, un profumo molto intenso, dei fiori del sambuco (guarda un pò..
) e in genere floreale, fresco. Al palato invece si mostrava decisamente meno accattivamente rispetto al profumo, con un sapore più leggero e delicato, rinfrescante ma non troppo persistente. Da “annusare” in estate e da bere a secchiate per dissetarsi in sostanza.
Per concludere, l’ultimo assaggio è stata una semi-anteprima visto che si trattava di un prodotto di un birrificio giovanissimo. Abbiamo assaggiato, infatti, una “Nebbia della bassa” del birrificio il Beerbante, non molto distante da Parma.
Al naso presentava subito le forti tonalità dell’affumicato e di olive nere in salamoia. All’assaggio l’affumicato rimaneva il sapore dominante, in modo prepotente (non estremo come la Fumè du Sanglier però) , capace di oscurare gli altri componenti e creando una birra poco equilibrata, piacevole per chi ama il “monosapore” presente.
Una scelta comunque coraggiosa per un birrificio di nuovissima fondazione.
Finiti gli assaggi dell’aperitivo, il programma presentava una cena di degustazione accompagnata dalle birre straconosciute (per gli amanti dell’artigianale italiano almeno) del birrificio del Ducato.
L’unica “sorpresa” imprevista è stata la sostituzione della Vis prevista come accompagnamento del dolce con una “Via Lattea” del Birrificio Lodigiano, una Sweet Stout sintetizzata meravigliosamente dalla mia compagna nella definizione di birra-caffè-latte.
L’apertura del banco mescita è stato per me il momento più atteso, accompagnato da un forte scroscio di pioggia, ma non sufficiente a spegnere il desiderio dei primi assaggi. Il tutto era organizzato in modo abbastanza semplice, con l’acquisto di un bicchiere al costo di 6 euro compresi due assaggi da 0,10 cc (e 1 euro per ogni assaggio successivo). Al banco principale si otteneva un menù ben organizzato delle birre presenti, suddivise sia per regioni e produttore che per tipologia di birra. Il servizio partiva da bottiglia, con una mescita abbastanza generosa la prima sera, più vicina allo 0,1 nel proseguo. I ragazzi al banco non mi hanno dato l’impressione di conoscere molto cosa avessero tra le mani, ma obiettivamente capisco la difficoltà di presentare 4/5 sommelier (che spesso sono pure arroganti… :/ ) in un evento così giovane.
Finita la prima sera, di cui tralascio i numerosi assaggi, il secondo giorno portava da programma la presentazione di una guida della Slow Food su i biffici artigianali italiani.
Presentazione saggiamente accorpata a un gustoso pranzo fatto di salumi come antipasto, risotto coi puntei (e un quintale di salsiccia… slurp… ) e con una Lager di Corte Pilone.
Lager piuttosto standard, con ben in evidenza il malto e il luppolo, molto beverina, definita dai produttori come birra agricola per il suo essere prodotta in un’azienda agricola a partire dalla coltivazione delle materie prime.
La mia seconda giornata ha portato il secondo giro alla mescita, fatto di assaggi realmente interessanti come l’Oppale e l’Audace del “32 via dei Birrai” , la Sibilla del Toccalmatto, la Dieci del Bruton e tante altre.
Ora tralasciando i nomi e i gusti, mi lascio a qualche considerazione a ruota libera.
Ammirevole intanto l’impegno osservato nell’organizzazione del tutto, nella classica lotta tra forze volenterose e un po’ di velata ostilità istituzionale o forse semplicemente disinteresse. Ci vorranno anni per portare nelle teste della maggioranza la consapevolezza del valore del prodotto birra e, quando questo accadrà, sarà sicuramente per la cocciutaggine di queste esperienze.
La scelta della bottiglia come via di servizio nasce di conseguenza dai piccoli numeri di partenza degli appassionati che rende impraticabile l’apertura di svariati fusti di birra differente.
Spero sinceramente che il nostro parlar bene, e il parlar bene di chi qualcosa di birra capisce, possa aumentare la presenza di pubblico e permettere qualche spina extra, in grado di valorizzare ulteriormente la qualità del prodotto.
Mi sento di fare un piccolo appunto sul servizio al banco, con ragazzi volenterosi ma non sempre ben istruiti (che fatica a volte ottenere le 2 dita di schiuma nel boccale), che devono avere il coraggio di “redarguire” il cliente poco informato e sfatare il triste mito sull’inutilità della schiuma.
Altro suggerimento riguarda il bicchiere, a cui forse un logo o una denominazione sopra impressa poteva dare un tocco più personale e accattivamente. Su quale forma di bicchiere utilizzare si rischia di cadere in questioni di lana caprina, in quanto è impossibile creare il bicchiere universale per birre così diverse, lasciando quindi solo alla puntigliosità eccessiva una sua critica.
La scelta dell’abbinamento cibo-birra, pur non essendo mai stata una delle mie vie preferite, può dare una spinta enorme a queste manifestazioni aumentando di non poco il bacino potenziale dei clienti, attirati dalla promessa di un buon risotto e sedotti (si spera) dal gusto di una buona birra. (Nota di servizio, consiglio sempre di prenotare i laboratori di degustazione, i posti sono limitati e sono momenti realmente meritevoli).
Un aspetto a mio avviso da migliorare riguarda la vendita di bottiglie all’interno della mostra mercato (questo è un problema comune a molti eventi): penso sia più razionale decidere a priori in modo netto se effettuarla o meno, piuttosto che presentare scorte non eccessive con prezzi un po’ casuali e sicuramente più alti di molti beer-shop. Una vendita così effettuata, infatti, ha lasciato alcune birre esaurite prima del tempo e al tempo stesso non ha portato una grandissima convenienza nell’acquisto in quantità rilevanti di prodotti di non sempre facile reperimento.
Meglio forse uno stand a parte per la vendita, con prezzi meglio calibrati da bottiglia a bottiglia.
Comunque questi sono dettagli, migliorabili ma che non intaccano il cuore “buono” alla base dell’iniziativa.
Il supporto locale e di gruppi nazionali sempre più forte potrà fare la differenza, nomi come Slow Food o Compagnia del Luppolo e altri spero potranno dare una spinta importante e nel nostro piccolo anche Pintaperfetta rema in questa direzione.
Il primo Degustabirra partì quasi per caso, nel secondo ci furono 57 birre differenti, quest’anno quasi 100.
Cosa ci proporrà la prossima edizione Degustabirra? Noi di sicuro saremo là a verificare!











