L’oca fallisce il decollo

Category : Locali

Non molto tempo fa parlavamo dell’acquisizione della Goose Island da parte di Anheuser-Busch InBev, acquisizione che non ha lasciato felici molti dei fan del birrificio di Chicago. Oggi vi racconto le mie impressioni sul  loro pub di recentissima apertura nell’aeroporto O’Hare (ovvero l’aeroporto di Chicago).

Sebbene non sia riuscito a capire di preciso quando abbia aperto, sono abbastanza sicuro che l’estate scorsa non ci fosse (ndMattia: quando son rientrato in Italia, a Giugno 2010, era in costruzione e lontano dall’essere ultimato); le poche notizie che ho avuto collocano l’apertura al massimo 8-10 mesi fa, probabilmente meno. Non so quindi quanto InBev abbia influito sulla decisione: probabilmente poco o nulla.

Il pub si trova vicino al gate L10, terminal C (quello della American Airlines). In attesa del volo per il rientro a casa, sebbene con molto poco riposo alle spalle, decido di fermarmi per un paio di birre mentre leggo un po’. L’offerta di Goose Island non e’ molto ampia: 4 birre alla spina e 7-8 bottiglie. Alla spina, ci sono fisse Honker’s Ale e 312 Urban Wheat Ale, che sono probabilmente le più vendute; completano il quadro la Green Line Pale Ale, e la Matilda (quest’ultima linea credo sia a rotazione). Ad essere sincero, queste birre non completano il quadro. Infatti, per i più desiderosi, il pub ha ben pensato di dotarsi anche di Miller Lite, Budweiser e non ricordo cos’altro (nota: potrei confondermi sui nomi di quest’ultime birre, dato che hanno tutte esattamente lo stesso sapore e il mio cervello non fa distinzione – potrebbe essere stata anche una Coors Lite, spero che nessuno me ne voglia per la dimenticanza).

Quale potrebbe essere il motivo di una sì misteriosa scelta? E’ presto detto: le produzioni Goose Island sono care assatanate (almeno 9 dollari per una pinta), e per i meno dotati di portafogli, non rimane che l’opzione Budweiser. Per mia fortuna il portafogli non era vuoto, e quindi ho iniziato con una Green Line Pale Ale alla spina, molto rinfrescante e ben bilanciata, ma non eccelsa (ormai negli USA ci hanno abituati ad APA di altra caratura), per poi proseguire con una sempre impeccabile Bourbon County Stout in bottiglia. Quest’ultima, che credo di aver pagato ben 12 dollari, non ha certo bisogno di introduzioni, e a chi non l’avesse mai bevuta, segnalo soltanto il 100/99 su ratebeer, su cui mi trovo senza dubbio d’accordo. Completamente annichilito dalla bomba appena bevuta, era ormai arrivato il momento di prendere l’aereo, e quindi me ne sono andato senza troppe esitazioni.

Vediamo di riassumere. Il pub è arredato in maniera decente – niente da eccepire su questo. La scelta delle birre è limitata, ma in un aeroporto, forse non si può chiedere troppo. Almeno le birre sono di qualità, sebbene le spine siano solo le produzioni più “commerciali” della Goose Island. Tuttavia, il prezzo è assolutamente esagerato: ai due brewpub in città, le stesse birre costano meno della metà. Perché qui sono così care? Mentre al tempo stesso, le birracce non Goose Island alla spina hanno un prezzo normale. E se vengo in un brewpub, non mi aspetto certo di essere invogliato a bere una Miller Lite. Quante persone sono entrate qui dentro e hanno preso la loro affezionatissima Budweiser invece di sperimentare una Honker’s Ale, solo perché la prima costa quasi 3 volte di meno? Forse il cibo è di buona qualità? Non posso dare giudizi personali, ma da quanto mi è stato detto ed ho letto in giro, il cibo è di qualità mediocre e anch’esso piuttosto caro. Certo, le scelte mangerecce nel terminal C sono limitate e meglio di un McDonald’s c’è anche la segatura dei bagni dell’aeroporto, ma qui forse si esagera un po’. Infine, il servizio, almeno per quanto mi riguarda, è stato piuttosto scadente, con la cameriera che si è scordata per ben due volte di portarmi l’ambita Bourbon County.

Onestamente non ho trovato molti lati positivi in questo esperimento di Goose Island all’aeroporto. Se passate da quelle parti e assolutamente morite dalla voglia di assaggiare qualche Goose Island perché sarà la vostra unica occasione, fate pure. In tutti gli altri casi, consiglio di recarsi ai molto più forniti, economici ed accoglienti brewpub a Chicago, oppure in un qualsiasi altro bar decente della Windy City. Non credo sia questo il modo giusto di farsi pubblicità ed aiutare la diffusione della buona birra.

Giacomo

Goose Island alla Anheuser-Busch!

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Category : Notizie in breve

Come si può leggere qua, la Goose Island di Chicago, tanto amata anche dal nostro Giacomo (qui la sua recensione), e visitata sia da lui che da me a Giugno 2010 nel brewpub di Chicago Clybourn, sta per essere venduta alla Anheuser Busch InBev per una cifra di circa 30 milioni di euro (quasi 39 milioni di dollari).
A Chicago ci siamo resi conto di quanto la Goose Island sia apprezzata in città e nei dintorni, e gli abitanti (a partire addirittura dal presidente Obama) la considerano una pate importante delle proprie radici.
Goose Island Clybourn
La politica di acquisizioni insomma insomma non si ferma. Quello che era cominciato come un accordo tra le maggiori famiglie birrarie del Belgio e di anno in anno è diventato il maggior gruppo birrario al mondo, secondo una politica di acquisizioni e inglobamenti che non si è mai fermata, partendo dall’acquisto della Hoegaarden da Pierre Celis e arrivando ad assorbire grossi marchi (Labatt’s*, Beck’s) o grossi gruppi concorrenti (come nel caso di pochi anni fa della Anheuser-Busch, quelli della Bud).

Purtroppo le acquisizioni a suon di soldi difficilmente portano a miglioramenti della qualità, puntando spesso sulla quantità e una più ampia e aggressiva distribuzione… non impossibile pensare che fra pochi mesi potremmo anche trovare le Goose Island in Europa. In più, la sostituzione del mastro birraio dal 1° Maggio non aiuterà nè la stabilità, nè la costanza nella produzione e nella qualità che noi abbiamo potuto gustare. Peccato.

mattia

Natale in America 2010

Category : Birra

Il titolo potrebbe sembrare quello dell’ultimo film con Massimo Boldi o Christian de Sica, ma si tratta invece di una semplice opinione personale su alcune delle birre natalizie disponibili quest’anno al di là dell’oceano (per i lettori in Europa). Eh si, perché le natalizie sono una vera e propria tradizione da queste parti, e praticamente tutti i birrifici artigianali si inventano qualcosa per i mesi invernali, o in particolare proprio per il periodo delle vacanze natalizie. Ne escono fuori sia birre interessanti, sia banalità. Quello che è più curioso è che non ci siano stili ben definiti: in genere, vengono fuori birre natalizie piuttosto alcooliche e dai sapori forti, ma non manca chi ha voglia di sperimentare, per cui le offerte variano dalle witbier alle imperial stout, passando per imperial pils, brown IPA e quant’altro vi possa venire in mente.

Avevamo già parlato di birre natalizie americane l’anno scorso: tutte le birre ritornano anche quest’anno, e ho trovato molto in forma la Bells Winter White, decisamente bevibile e frizzante al punto giusto. Già è strano che mi piaccia una birra in stile witbier; d’inverno poi, è praticamente impossibile. Eppure l’ottima scelta dei lieviti è lodevole, e lo stile inusuale merita un ulteriore plauso. Inutile dire che l’Expedition Stout della Bells mi ha fatto scendere lacrime di gioia anche quest’anno; e sono riuscito finalmente a trovare anche la Double Cream Stout, che non è propriamente natalizia (si trova fin da Ottobre), ma merita sicuramente una menzione per il periodo invernale. Infatti è così cremosa e con un finale secco, che non si può non adorarla. Col suo colore molto scuro e un contenuto alcoolico piuttosto ridotto per quello che può sembrare al primo assaggio (6%), la Bells conferma la sua straordinaria abilità in tutto quello che è Stout et similia.

Sierra Nevada si getta nella mischia con il suo Celebration Ale, descritto come un’IPA ma molto simile ad uno winter ale; bel colore ambrato/ramato, due dita di schiuma come da manuale, e un bilanciamento pressoché perfetto. Ottima la scelta dei malti, che danno un corpo robusto fino all’arrivo dei luppoli che chiudono ogni sorso. Veramente ben fatta, per la contrapposizione tra i malti caramellati e l’acidulo luppolato. La Sierra Nevada è in cima alla lista di quelli che per queste festività non riceveranno carbone.

Per non essere da meno con le tradizioni, Southern Tier sfoggia il suo tradizionale Krampus. A quanto pare, Krampus è la nemesi di Santa Claus: mentre Santa porta i regali ai bambini buoni, Krampus fa il giro delle case a punire i bambini cattivi. Ne esce fuori una Imperial Helles Lager (denominazione americana) rosso scuro, con poca schiuma ma persistente, e dei malti assolutamente imponenti (per essere una Lager). Il luppolo arriva solo nel finale, ma è molto convincente. Con il suo contenuto alcoolico a 9% non ve la scorderete facilmente, ma onestamente, si sente subito che è il fratello maggiore delle Pils europee, e non si può che apprezzarla.

Great Lakes si cimenta in un classico Christmas Ale: una birra molto robusta, anch’essa ambrata, speziata di aromi natalizi come cannella e zenzero. Apprezzabile la carbonazione; non ho notato molto i luppoli, ma ciò che colpisce di più è la gradazione: 7.5%, molto difficili da percepire. Visti gli aromi, un classico di Natale, che da queste parti viene consigliato per il pranzo natalizio stesso (in Europa, la birra al pranzo di Natale probabilmente ha poca presa).

Andando più sul locale, ho assaggiato una East End Snow Melt. East End è un birrifico localissimo di Pittsburgh, con alcune birre piuttosto interessanti. La Snow Melt purtroppo arriva poco sopra alla sufficienza: è uno winter ale bello carico di sapori, ma un po’ troppo denso e “confusionario” per i miei gusti. Bello il color rame molto, molto torbido, piacevole la scelta dei malti, con note tostate e di cioccolato, e azzeccati anche i luppoli per bilanciare il tutto, ma rimane una birra di cui si apprezza la prima metà della pinta, e non viene voglia di prendere la seconda. Peccato. Sempre rimanendo sul locale o quasi, Stoudts propone uno Winter Ale, ma è talmente mediocre che non ci spendo altre parole. Troppo alcoolico.

Tornando sulla scala nazionale, dalla California arriva la Anderson Valley Winter Solstice. Forte di un 92/96 su ratebeer, dovrebbe trattarsi di un’ottima birra speziata; e invece personalmente l’ho trovata solo il classico dolcione. Intendiamoci: un dolcione ben fatto, ma mi sembrava di bere una birra mescolata a sciroppo (di buona qualità). Apprezzabile l’aroma acidulo, il bel colore ramato e la potenza dei malti, ma decisamente troppo zuccherosa per i miei gusti.

Non tradisce invece la Rogue con la sua Yellow Snow: già vincente per la scelta del nome, questa IPA invernale (non strettamente natalizia – si trova per circa 3 meesi nel periodo invernale), con un bel carico di luppoli Amarillo, ha dalla sua tutta l’esperienza della Rogue. Senza toccare picchi di eccellenza in nessuna categoria, rimane comunque impossibile trovarle un difetto: bel colore dorato, un dito e mezzo di schiuma, carbonazione piacevole, solida scelta dei malti e una valanga di luppolo, ma mai troppo potente. Con solo 6.2% ABV, si beve benissimo. Come già detto l’anno scorso, la birra strettamente natalizia della Rogue è e rimane la Santa’s Private Reserve – una variazione del loro red ale, con più luppoli (Chinook, Centennial, e un curioso Rudolph, come il nome della renna) e una differente scelta di malti. A me piace, sebbene sia assolutamente non convenzionale per essere una natalizia: non è né speziata, né particolarmente alcoolica.

La Victory si presenta alla competizione con un peso massimo: Yakima Glory, un IPA scuro di tutto rispetto. Qui a farla da padrone sono decisamente i malti scuri tostati e il caramello, ma anche i luppoli non sono da meno e bilanciano perfettamente il finale. Una birra potente e carica di tutto: a partire dall’aroma fortemente luppolato, passando per i sapori molto decisi in ogni direzione, per finire con il contenuto alcoolico (quasi 9%). Decisamente una birra da sorseggiare davanti al camino; un plauso alla Victory.

Finisco la carrellata con la birra che mi ha più piacevolmente sorpreso: Boulder Obovoid Oak-aged Oatmeal Stout. Questa stout, disponibile soltanto tra ottobre e dicembre, non ha niente da invidiare a nessuno. Un bel colore nero, schiuma spessa, è davvero molto vellutata. Si sentono i malti scuri, ma ci sono molti aromi ben bilanciati (cioccolato, vaniglia su tutti), dati probabilmente dalla stagionatura. Per certi versi credevo di bere una milk stout, ma meno dolce. Una birra molto ricca di sapori, con alcool 8% ma non pesante da bere. Per questo natale, il mio primo premio va a questa birra del Colorado.

Buone vacanze!

Giacomo
(foto: internet!)

Aggiunta “postuma”: rimanendo in tema aggiungo la mia ben più breve esperienza di birre natalizie americane provate quest’anno. Entrambe le birre provate hanno in comune il fatto di variare lievemente ogni anno gli ingredienti con cui vengono fatte ed, ovviamente, entrambe sono rintracciabili solo tra novembre e gennaio. La prima arriva da San Francisco ed è l’Anchor Our Special Ale, che ogni anno ho avuto la fortuna di provare alla spina all’Evening Star, dal colore rosso rubino e con un’intensa schiuma beige, vede dominare al palato un intenso e natalizio gusto di noce moscata, caramello, cannella e (a mio modesto parere) BigBabol… ma non lasciatevi intimidire dalla descrizione, perché potrete tranquillamente berne due pinte senza che diventi stucchevole, rischio che molte natalizie incautamente corrono.


L’altra arriva dal freddo ventoso di Chicago ed è la Goose Island Chrismas Ale (2009, per la cronaca), più chiara e meno viscosa della precedente, vince la mia personale palma di birra natalizia più beverina che abbia mai provato: infatti, ad un inizio simile alla Anchor, ma meno aggressivo, si aggiungono delle piacevolissime note di arancio e luppoli nel finale che sicuramente vi invoglieranno non ad un altro sorso, ma addirittura ad un altra bottiglia!

Buon Natale e buone vacanze anche da parte mia.

Lorenzo

Blind Tiger – New York City (NY), USA

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Category : Locali

Nell’area di New York City ci sono molti birrifici, microbirrerie e brewpub (mi vengono in mente Sixpoint, Brooklyn Brewery, Chelsea Brewing Company, Heartland, e la lista continua), tra i quali non ho mai mancato di trovare qualcosa che mi piacesse; ma immagino capiti anche a voi di voler andare in un posto, senza dover scegliere prima che cosa bere. Perché limitarsi ad un solo birrificio, se posso andare in un pub che tiene un’ottima selezione delle migliori birre che si possano trovare? Ed ecco che in nostro soccorso arriva la Blind Tiger Ale House, senza dubbio il mio pub “birraio” preferito a Manhattan. Ma andiamo con ordine.

Nel cuore dello West Village (Google Maps), non lontano da Washington Square, e facilmente raggiungibile in metropolitana (linea rossa 1-2, oppure A-C-E), Blind Tiger si trova in una zona di ristorazione: i blocchi lì intorno sono pieni di bar e ristoranti. A mio parere, non è certo una delle zone più affascinanti della città, e anzi, se non ci fosse Blind Tiger avrei pochi altri motivi per andarci (anche se magari mi sono perso una miriade di locali fantastici – chi ha il tempo per provarli tutti?). In realtà, anche il pub inizialmente era da un’altra parte (Hudson Street, al limite sud dello West Village), ma dopo essere stato spodestato da Star Bucks, ha deciso di spostarsi più a nord, in un piccolo locale costruito con legno proveniente da una fattoria del XIX secolo. Sarebbe stato un gran peccato perdere un’istituzione della scena delle birre artigianali newyorkese. Una nota piacevole: il locale è privo di televisioni. Se a voi questo sembrerà normale, sappiate che negli Stati Uniti non è raro imbattersi in locali con più schermi televisivi che metri quadri, e la cosa mi da un fastidio incredibile (mia opinione personale, ma dal momento che mi state leggendo, ve la beccate tutta). I pub in particolare tendono ad essere afflitti da questa piaga. Ma a Blind Tiger potrete riposare gli occhi in santa pace, coccolati dall’innocuo baccano di una massa di potenziali ubriaconi, senza essere obbligati a sorbirsi l’ultima, noiosissima partita degli Yankees.

Passiamo a discorsi più interessanti. L’idea dietro al locale è semplice: solo birre di qualità. Lì dentro si può scegliere ad occhi chiusi, e quello che vi verrà portato non vi deluderà.  Circa 30 linee di spina (il numero di quelle disponibili può variare leggermente), a rotazione, selezionate tra le migliori birre artigianali di tutto il mondo. La maggior parte delle produzioni è nordamericana, ma si trova sempre qualcosa anche di belga. Non ci sono limitazioni di stile o birrificio: la rotazione consente di avere un po’ di tutto, dalle imperial stout alle pilsner, passando per barley wine, ma con un occhio di riguardo per i pale ale, che vanno per la maggiore negli USA. Un’occhiata al sito ufficiale consente di farsi rapidamente un’idea di cosa sia disponibile.

Nella mia ultima visita (è un po’ come scartare i regali di Natale), siccome sono stato bravo, la tigre cieca mi ha portato Left Hand Milk Stout (cream stout, molto delicato, ben bilanciato e vellutato), Rogue Brutal Bitter (una bitter preparata con così tanto luppolo Crystal, forte ed aromatico, che si avvicina ad una IPA), Goose Island IPA (ne ho già parlato qua, anche i muri sanno quanto mi piace), Green Flash West Coast IPA (ottimo esempio di IPA, con un corpo di malto di media robustezza, e un trionfo di luppoli con finale acido), per finire con Dick’s Barley Wine (buona carbonatura, dolce ma non in maniera eccessiva – un barley wine non devastante come altri suoi compagni, e per questo più facile da bere). La lista è lunga, e quello che più apprezzo di questo locale è che la selezione è sempre molto, molto varia. In genere ci sono una ventina di birrifici diversi rappresentati, e anch’essi ruotano, per cui si può trovare veramente di tutto. Alcuni classici della East Coast e dintorni sono comunque quasi sempre presenti: Smuttynose, Brooklyn Brewery, ma anche Goose Island, Sly Fox. Tra le belga, Cantillon è un classico.

Oltre alle spine, c’è anche una selezione di bottiglie. Ammetto di non aver mai guardato in dettaglio la lista delle bottiglie, perché mi fermo sempre alle spine. So che ci sono numerose bottiglie invecchiate: ho visto Chimay blu con vari anni di stagionatura, barley wine, lambic.

Le birre sono sempre servite in un bicchiere appropriato, e con una buona spillatura, per quanto mi è capitato di vedere. Nonostante la calca che c’è spesso al bancone, si riesce a farsi servire in un tempo decente, visto che nelle ore di punta ci sono almeno 3-4 persone addette alla spine.

In più, vari eventi birrai sono organizzati praticamente tutte le settimane: il mercoledì è dedicato ad un birrificio artigianale, sempre diverso, del quale troverete sul posto il mastro birraio per bere assieme una pinta e scambiare due chiacchiere. Naturalmente questo implica che le spine del locale si adeguino al birrificio ospite, proponendo a volte decine di birre prodotte dal mastro birraio in questione. Leggenda vuole che, per una di queste serate, siano arrivati a dedicare l’intero impianto ad un solo birrificio, includendo 28 birre alla spina, 2 a pompa, e 1 a caduta.

I prezzi sono assolutamente in linea con la media statunitense. Quando andate in un pub che fa della qualità delle birre il suo forte, dovete aspettarvi di pagare tra i 6 e gli 8 dollari per una pinta, e Blind Tiger non fa eccezione. Siccome questi prezzi sono praticati anche in città molto meno costose di NYC, trovo che sia perfettamente accettabile. E’ possibile anche mangiare qualcosa, sebbene la lista di piatti non sia lunghissima. Non ho mai testato la qualità del cibo, quindi non so dare consigli; però la zona pullula di ristoranti, e se la cena non vi soddisfa, non avrete problemi a trovare qualcos’altro.

Cos’altro aggiungere? Adoro questo posto. Non è solo la lista delle birre che conta, ma anche l’ambiente: e questo piccolo e affollato locale, ripieno di autoctoni ma anche amanti della birra in viaggio, ha stoffa da vendere. Andateci appena possibile. Un’ultima cosa: siccome il pub è davvero piccolo, e ci va davvero tanta gente, conviene andare presto (intorno l’ora di cena, 7PM), specialmente di venerdì e sabato.

Giacomo
(P.S: le foto che avevo fatto, siccome sono un’idiota, le ho perse e me ne scuso;
ringrazio i rispettivi autori)

Goose Island Brewpub – Chicago (IL), USA

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Category : Birra, Locali, Viaggi

Chicago è una città fantastica, non ci sono dubbi. L’architettura di downtown lascia senza fiato: la skyline, una delle più dense del mondo, include bellissimi edifici, molti dei quali risalenti alla ricostruzione dopo il devastante incendio del 1871. Anche la vita culturale è all’altezza dello splendore architettonico: moltissimi concerti, musei, mostre, eventi (anche gratuiti) di vario tipo.

In un ambiente del genere, mi pare scontato che non possa mancare la buona birra. E infatti ce n’è in quantità, e non mi è mancato il divertimento nei giorni passati da quelle parti: iniziamo dalla birreria forse più famosa di Chicago. La Goose Island Brewery prende il nome dall’omonima isola nel nord-ovest, ed è una birreria artigianale che con gli anni si è evoluta fino ad avere una produzione di tutto rispetto: le sue produzioni sono esportate in 15 degli stati della nazione. Molte sono le birre sullo stile europeo, ma non mancano anche stili più tipicamente nordamericani; ad ogni modo, la produzione è molto, molto varia, e durante l’anno fanno la loro comparsa numerose stagionali.

Visto il successo delle birre, ci sono ben due brewpub nell’area cittadina di Chicago: uno a Lincoln Park, e l’altro, nel quale mi sono recato, a Wrigeyville (Google Maps). Molto vicino alla fermata della metropolitana Addison, sulla linea rossa (nemmeno 10 minuti a piedi di distanza), è facilmente raggiungibile dal centro città. Il locale è molto spazioso, e prevede un’area più simile ad un ristorante, con tavoli e sedie da “pranzo completo”, ed un’area più familiare ai frequentatori di pub. E’ possibile mangiare in entrambe le zone, ma io, più interessato alla birra, mi sono ovviamente posizionato nel luogo più vicino alle spine. Si notano subito oche disegnate ovunque, anche scolpite sull’impianto di spinatura: di certo non ci si può sbagliare sul fatto di trovarsi alla Goose Island. E l’impianto di spinatura è decisamente ben fornito: 20 le birre disponibili, più 3 “cask conditioned”. Mica male per un brewpub. Interessante anche la scelta di dedicare qualche linea di spina a birre ospiti, tutte scelte secondo il gusto personale del mastro birraio – il quale dimostra subito di saperci fare, perché le birre ospiti che trovo durante la mia visita sono: Sierra Nevada Southern Emisphere, Lagunitas Olde GnarlyWine 2008, e la sorprendente Half Acre Daisy Cutter. Mentre le prime due non hanno bisogno di presentazioni vista la notorietà dei rispettivi birrifici, alcune parole sulla Daisy Cutter sono d’obbligo: è un pale ale davvero ben fatto, con 5 varietà di luppolo bilanciate alla perfezione che conferiscono un aroma floreale molto, molto intrigante. Se ne avete la possibilità, assaggiatela.

Già con l’acquolina in bocca grazie alle ottime birre ospiti, decido che, per non fare torto a nessuno, sarebbe stata una buona idea assaggiare tutte le birre alla spina disponibili; la gentilissima cameriera non si spaventa, e anzi ci mettiamo d’accordo per farmi portare dei bicchieri da assaggio (15cl) di tutte le produzioni disponibili, uno per tipo. Con l’accompagnamento di un tagliere di formaggi locali (nel Midwest sanno il fatto loro – non sarà la Francia, ma non sono dei novellini in quanto a formaggio) , la serata si prospetta interessante.

Non mi soffermo su tutte le birre assaggiate, perché ci vorrebbe un’enciclopedia; ma alcune sono davvero degne di nota. In particolare ho molto apprezzato la Nut Brown Ale (un ale carico di malti tostati, un bel colore scuro, aroma di castagna), l’IPA (leggermente fruttata, discreta presenza di malti con un corpo medio, tripudio di luppoli nel finale – proprio come piace a me!), Harvest Ale (secondo loro una Extra Special Bitter, secondo me un pale ale; ad ogni modo buona, con un bel colore di rame, corpo robusto di malto, dolciastra con aromi d’uva, mediamente amara nel finale), Liquid Inspiration Stout (un’ottima “session beer”, facile da bere e piacevole al gusto, ben bilanciata senza particolari note forti), Night Stalker stout (un imperial stout che mi ha annichilito la bocca con la sua potenza; è un concentrato di stout, sia nel gusto, che nell’aroma, senza dimenticare la gradazione alcoolica), e il devastante Wheatmiser (wheat ale prodotto con 100% malto di frumento e luppoli pilsner, bollito a lungo, e lasciato invecchiare – una bomba da 9.5 gradi, molto denso). Ben riuscita anche la Matilda (Belgian ale di buona fattura, dove predomina la robustezza del malto, ma si percepiscono note speziate nel finale), forse il primo Belgian ale “made in USA” decente che bevo. Non lo definirei una specialità, ma almeno è passabile.

Non altrettanto riuscite, secondo me, le altre due birre in stile belga: Pere Jacques (Belgian strong ale decisamente anonimo a mio parere, nonostante il roboante 95% segnalato su ratebeer.com) e la sciapita Six. Non mi hanno entusiasmato nemmeno le due porter: una in onore del mai troppo compianto Michael Jackson (“beer hunter”, ovviamente), l’altra – leggerissima – S.O.B. Discreta la Pilsner, anche se non eccelsa; meno buona la Kolsch, ma forse è solo questione di mie preferenze sullo stile della birra.

Concludendo, che cos’altro devo aggiungere? Un brewpub con i controfiocchi. Se capitate nel raggio di 50 miglia, fate una deviazione ed andateci, non ve ne pentirete.

Giacomo