L’oca fallisce il decollo

Category : Locali

Non molto tempo fa parlavamo dell’acquisizione della Goose Island da parte di Anheuser-Busch InBev, acquisizione che non ha lasciato felici molti dei fan del birrificio di Chicago. Oggi vi racconto le mie impressioni sul  loro pub di recentissima apertura nell’aeroporto O’Hare (ovvero l’aeroporto di Chicago).

Sebbene non sia riuscito a capire di preciso quando abbia aperto, sono abbastanza sicuro che l’estate scorsa non ci fosse (ndMattia: quando son rientrato in Italia, a Giugno 2010, era in costruzione e lontano dall’essere ultimato); le poche notizie che ho avuto collocano l’apertura al massimo 8-10 mesi fa, probabilmente meno. Non so quindi quanto InBev abbia influito sulla decisione: probabilmente poco o nulla.

Il pub si trova vicino al gate L10, terminal C (quello della American Airlines). In attesa del volo per il rientro a casa, sebbene con molto poco riposo alle spalle, decido di fermarmi per un paio di birre mentre leggo un po’. L’offerta di Goose Island non e’ molto ampia: 4 birre alla spina e 7-8 bottiglie. Alla spina, ci sono fisse Honker’s Ale e 312 Urban Wheat Ale, che sono probabilmente le più vendute; completano il quadro la Green Line Pale Ale, e la Matilda (quest’ultima linea credo sia a rotazione). Ad essere sincero, queste birre non completano il quadro. Infatti, per i più desiderosi, il pub ha ben pensato di dotarsi anche di Miller Lite, Budweiser e non ricordo cos’altro (nota: potrei confondermi sui nomi di quest’ultime birre, dato che hanno tutte esattamente lo stesso sapore e il mio cervello non fa distinzione – potrebbe essere stata anche una Coors Lite, spero che nessuno me ne voglia per la dimenticanza).

Quale potrebbe essere il motivo di una sì misteriosa scelta? E’ presto detto: le produzioni Goose Island sono care assatanate (almeno 9 dollari per una pinta), e per i meno dotati di portafogli, non rimane che l’opzione Budweiser. Per mia fortuna il portafogli non era vuoto, e quindi ho iniziato con una Green Line Pale Ale alla spina, molto rinfrescante e ben bilanciata, ma non eccelsa (ormai negli USA ci hanno abituati ad APA di altra caratura), per poi proseguire con una sempre impeccabile Bourbon County Stout in bottiglia. Quest’ultima, che credo di aver pagato ben 12 dollari, non ha certo bisogno di introduzioni, e a chi non l’avesse mai bevuta, segnalo soltanto il 100/99 su ratebeer, su cui mi trovo senza dubbio d’accordo. Completamente annichilito dalla bomba appena bevuta, era ormai arrivato il momento di prendere l’aereo, e quindi me ne sono andato senza troppe esitazioni.

Vediamo di riassumere. Il pub è arredato in maniera decente – niente da eccepire su questo. La scelta delle birre è limitata, ma in un aeroporto, forse non si può chiedere troppo. Almeno le birre sono di qualità, sebbene le spine siano solo le produzioni più “commerciali” della Goose Island. Tuttavia, il prezzo è assolutamente esagerato: ai due brewpub in città, le stesse birre costano meno della metà. Perché qui sono così care? Mentre al tempo stesso, le birracce non Goose Island alla spina hanno un prezzo normale. E se vengo in un brewpub, non mi aspetto certo di essere invogliato a bere una Miller Lite. Quante persone sono entrate qui dentro e hanno preso la loro affezionatissima Budweiser invece di sperimentare una Honker’s Ale, solo perché la prima costa quasi 3 volte di meno? Forse il cibo è di buona qualità? Non posso dare giudizi personali, ma da quanto mi è stato detto ed ho letto in giro, il cibo è di qualità mediocre e anch’esso piuttosto caro. Certo, le scelte mangerecce nel terminal C sono limitate e meglio di un McDonald’s c’è anche la segatura dei bagni dell’aeroporto, ma qui forse si esagera un po’. Infine, il servizio, almeno per quanto mi riguarda, è stato piuttosto scadente, con la cameriera che si è scordata per ben due volte di portarmi l’ambita Bourbon County.

Onestamente non ho trovato molti lati positivi in questo esperimento di Goose Island all’aeroporto. Se passate da quelle parti e assolutamente morite dalla voglia di assaggiare qualche Goose Island perché sarà la vostra unica occasione, fate pure. In tutti gli altri casi, consiglio di recarsi ai molto più forniti, economici ed accoglienti brewpub a Chicago, oppure in un qualsiasi altro bar decente della Windy City. Non credo sia questo il modo giusto di farsi pubblicità ed aiutare la diffusione della buona birra.

Giacomo

Rattle n Hum – New York City (NY), USA

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Category : Locali

Mentre dal lato europeo dell’oceano è periodo di vacanze, da questo lato dell’oceano le vacanze non sanno nemmeno cosa vogliano dire. Niente vacanze vuol dire lavoro; ma come al solito, se vado da qualche parte,  che sia in vacanza o no, mi sento moralmente obbligato a cercare qualche locale nuovo. Per cui, rieccomi qui a darvi qualche dritta sui pub sbevazzoni di lusso della grande mela.

Situato all’inizio della 33rd Street East (chi conosce un po’ la topologia di Manhattan dovrebbe aver presente la zona: è a circa un blocco di distanza dall’Empire State Building, e molto vicino anche a Penn Station), Rattle n Hum si colloca in una zona piuttosto chic: difficile trovare qualcosa a basso costo, da queste parti. Però è uno dei locali di NYC con più alto punteggio su Ratebeer, per cui non mi faccio intimidire e decido di andare a dare un’occhiata. Costi quel che costi (in tutti i sensi).

Prima impressione: l’ambiente. Classico pub in legno, molto pulito e scintillante, schermi televisivi giganti un po’ ovunque, poster e lavagne che segnalano quali eventi sportivi verrano trasmessi in diretta. Pieno stile americano da pub “sportivo”, non il mio preferito. Passa qualche secondo, e purtroppo faccio caso alla musica. Brivido, terrore, raccapriccio: country e bluegrass, intervallati da blues vecchio stile, di quello brutto. Non esattamente quello che vorrei trovarmi ad affrontare. Ok, mi siedo lo stesso.

Appena vista la lista delle birre mi tiro su di morale, perché è di tutto rispetto (per usare un eufemismo). Conto ben 38 spine differenti, più 2 on cask. Come se non bastasse, il menu delle birre è organizzato alla perfezione : diviso per stile – circa 18 stili diversi sul menu che ho sotto mano -, e per ogni birra sono indicati la dimensione del bicchiere in cui viene servita, il voto su Beer Advocate, la gradazione alcoolica, lo stato di provenienza, e il prezzo. Da notare che quando dico “stato” intendo “negli USA”: eh si, perché una delle particolarità di questo locale è che serve quasi solamente birre artigianali americane. Non si può che apprezzare l’impegno, oppure condannare il campanilismo: a scelta vostra, ma personalmente lodo l’iniziativa. Il menu è stampato in bianco e nero su semplici fogli di carta, perché è lecito aspettarsi che cambi molto, molto frequentemente; un punto a favore. Da notare che sul sito internet si trova la lista aggiornata delle birre alla spina.

Che cosa mi offriva il menu del giorno? C’era solo l’imbarazzo della scelta. Ovviamente molti Pale Ale e IPA, inclusi alcuni “classici” molto popolari (Green Flash West Coast IPA, Stone Ruination, Dogfish Head 90 minutes, Sierra Nevada Wet Hop Harvest, Smuttynose IPA e PA, Bear Republic Racer 5, Lagunitas IPA e PA): non si può prescindere da questi, perché sono quelli che fanno una buona parte delle vendite. Ma c’erano anche alcune birre più difficili da reperire, come Smuttynose Really Old Brown Dog, Rogue Morimoto Black Soba Ale, Lagunitas Gnarleywine ’08,  il devastante Goose Island Bourbon County Imperial Stout. Ecco, spendo una parola di più su questo: è più vicino al bourbon che alla birra – sul serio, è qualcosa di smisurata potenza; un concentrato densissimo di malti, con un aroma di vaniglia, caramello e quercia (dovuto all’invecchiamento, 150 giorni in botte di bourbon) così intenso da lasciare senza fiato. A chi piacciono le bombe liquorose (io alzo la mano: non ne bevo tante, ma una a fine serata ci sta sempre bene), consigliatissimo.

Apprezzabile anche l’idea di avere varie versioni della stessa birra alla spina ( in questo caso, la Stone Double Bastard e la versione invecchiata Oaked Double Bastard – e anche la versione standard Arrogant Bastard, per chi non la conoscesse). In più, le birre on cask che ho trovato sono una vera chicca: Moylans Dragoons Irish Stout e Kilt Lifter Scotch Ale. Non sono un fan degli scotch ale, ma ho aprezzato molto la stout, secca, “arrostita” e senza fronzoli, davvero ben fatta; soprattutto, è la prima volta che trovo delle Moylans sulla costa est.

Tutto rose e fiori? La scelta delle birre è impeccabile, c’è poco da dire. Però il prezzo è un po’ elevato, anche se siamo in piena Manhattan: almeno 7 dollari per una pinta (tranne pochissime eccezioni a 6 dollari), con almeno un quarto del menu a 8 dollari. Se ci aggiungete tasse e mancia, si arriva a 9 dollari circa per pinta, che non è poco, anche perchè alcune birre vengono giustamente servite in bicchieri più piccoli della pinta standard (tulip, snifter). E devo dire che l’ambiente e la musica non mi sono piaciuti per niente, troppo rappresentativi di quella parte della cultura statunitense che non mi piace; giudizio assolutamente personale, ma tutto conta alla fine, e il Rattle n Hum, nonostante la selezione di prima qualità di birre americane, non rimarrà tra i miei locali preferiti in NYC.

Giacomo
(foto: parte mie, parte sito ufficiale)