Nuova fabbrica per la Revolution Brewing di Chicago

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Category : Notizie in breve

La scena birraria di Chicago non conosce soste. Se da una parte la Anheuser-Busch InBev si è dedicata all’ennesima acquisizione mettendo le mani sulla Goose Island, scatenando commenti che oscillano tra il preoccupato e l’indignato nella community del web, dall’altra la Revolution Brewing (visitata poco tempo fa da Giacomo e Mattia) si attrezza per crescere, annunciando la costruzione di un impianto di produzione di circa 10.000 metri quadri, con laboratorio e taproom interna di circa 1.000 metri quadri.

Le ambizioni dichiarate di Josh Deth (che non fa mistero di seguire il modello di crescita della Goose Island) di diventare il nuovo birrificio cittadino di Chicago trovano quindi nuova forza produttiva che porterà il birrificio anche alla produzione e distribuzione di lattine e bottiglie che, almeno per il primo periodo, saranno destinate esclusivamente alla zona di Chicago.

Per maggiori informazioni, l’articolo del Chicago Tribune (in inglese, ovviamente).

White Horse, London (UK)

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Category : Locali, Viaggi

A Londra, come potete ben immaginare e forse sapete meglio di me, i pub dove bere non mancano, e certamente non manca la cultura birraia che pero non è distribuita in maniera uniforme. Come da noi ci sono locali e persone che preferiscono la quantità alla qualità: ecco perché è buona cosa prepararsi qualche indirizzo prima di partire per la perfida Albione.

Uno, se non IL, locale  immancabile è il White Horse (sito ufficiale), situato a pochi metri dalla stazione di metropolitana di Parsons Green (district line direzione Wimbledon). E’ qui che il compianto Michael Jackson veniva a cercare qualcosa di speciale, e dopo la mia visita non mi resta che inchinarmi alla scelta del beerhunter più famoso di tutti.

Più di trenta spine, alcune doppie, fanno bella mostra sul bancone di legno a pianta quadrata. Il locale è ampio, con spazio anche all’esterno e al piano superiore. Noi arriviamo in una serata fortunata e troviamo posto abbastanza in fretta nel locale affollato anche da persone reduci dal GBBF (che recensiremo a breve), che si svolge e poca distanza. Serata fortunata perché è in corso un festival di birre americane, che affiancano le cask ales fisse. Insomma, altro da fare non c’è che mettersi sotto: parto con una leggera e eccellente Harvey’s Best Bitter mentre scorro con l’occhio il bancone per l’ispirazione. Impossibile per me bere troppo, poche ore dopo ho il volo per San Francisco e non riuscendo a prendere sonno in aereo, meglio star svegli senza mal di testa: opto quindi per delle mezze pinte.

La prima è una 90 Shilling della Odell Brewing, una ale ambrata, equilibrata e fresca, davvero niente male. Riesco ad assaggiare una Tommyknocker Maple Nut Brown Ale che però è troppo dolce per i miei gusti (anche se il sapore di nocciola era invitante): mi butto a sorpresa su una Mikkeller SpontanAle, che risulta piacevole anche se mi aspettavo tutt’altro. Questo perché la pecca del locale è che i ragazzi dietro al bancone non sono particolarmente esperti e non sanno spiegare le birre, preferendo dare un mezzo dito di assaggio.

Per l’ultima birra sono stato indeciso tra una De Molen Zomer Hop IPA e la Great Divide Yeti… alla fine decido per la seconda perché una delle mie preferite e le volte che si trova non si può certo mancare. Quello che rimane al bancone con mio sommo rammarico sono fiumi di eccellenti birre come la Ruination Stone, 4-5 Real Ales, Schneider Weisse, la Revelation Cat di Alex Liberati, un paio di americane sconosciute da 12% e le più commerciali come Veltins.

Il cibo è il classico da pub inglese, presentato e cucinato un po’ meglio del solito, e a prezzi decisamente più sostenuti. Spiace aver fatto una visita poco approfondita ma la stanchezza preventiva chiamava. Ci saranno mille altre occasioni per tornare a bere una pinta, perfetta, allo splendido White Horse.

mattia

Note di Andrea – Torno a scrivere in un’occasione speciale, per un locale altrettanto speciale. Il White Horse di Parsons Green mi ha rubato il cuore, vista la presenza di spine assolutamente interessantissime, ma anche l’atmosfera decisamente interessante. Sono stato in questo pub sia giovedì 5 agosto (dopo una giornata al GBBF), la sera, che venerdì 6: nella prima occasione ho bevuto pochino, giusto una Stone IPA e una Southern Tier 2xIPA. Ero cotto dall’intera giornata nella fiera londinese, quindi mi sono presentato l’indomani, verso mezzogiorno, munito del mio fegato di riserva per non mancare all’appuntamento: il nome della giornata è assolutamente indicativo “American Beer Celebration“.

Vent’otto spine, tutte americane, che vi riporto di seguito: Sky High Rye e Whitsun (Arcadia Ales); Amber Ale e Big Eye IPA (Ballast Point); Porkslap e Moo Thunder (Butternuts); Midas Touch (Dogfish); Hoss Rye Lager, 16th anniversary IPA e Yeti (Great Divide); Double Stout (Green Flash); Milk e Imperial Stout (Left Hand); IPA e 90 Shilling (Odell); Dale’s Pale Ale e Ten Fidy (Oskar Blue); Baltic Porter (Smutty Nose); 2xIPA e Mokah (Southern Tier); IPA e Old Guardian Barley Wine (Stone); Black Rye IPA e Maple Nut Brown Ale (Tommyknocker); Siamese Twin e Bacon Brown (Uncommon Brewery); Hopdevil e Golden Monkey (Victory). Nei prossimi giorni vedrò di scannerizzare i fogli e postarne qui le immagini. Potete solamente immaginare quanto il mio fegato sia stato contento di trovarsi lì.

andrea

Revolution Brewing – Chicago (IL), USA

Category : Locali, Viaggi

Continuiamo il nostro viaggio nella vita notturna (e ubriacona) di Chicago con un brewpub di nuovissima apertura: Revolution Brewing, dotato anche di un utile sebbene poco aggiornato sito (non fidatevi della lista delle birre!). Situato nella zona di Logan Square (Google Maps), che è uno dei quartieri più ricchi di locali notturni, di tutti i generi, questo birrificio – con relativo pub – ha aperto i battenti da pochi mesi, credo a Febbraio o Marzo 2010. Il proprietario e mastro birraio è Josh Deth, che si è fatto le ossa lavorando alla Goose Island Brewery, ed ha poi deciso di tentare una strada per conto suo, prima con l’Handlebar, e adesso con questo birrificio.

Non lasciatevi ingannare dal nome o dal tema vagamente filo-sovietico dell’impostazione grafica: Revolution Brewing è un posto molto, molto sciccoso. Se vi aspettavate un largo capannone occupato da improbabili figli dei fiori spaesati nell’America capitalista, rimarrete delusi. Qui niente è lasciato al caso, e fin dall’arrivo si capisce che questo è un posto in per i giovani trendy, certamente frequentato da hipster, ma anche white collars e compagnia bella. Il primo segnale è dato dai tempi d’attesa: anche in mezzo alla settimana, se arrivate tra le 7 e le 8 di sera, non sperate di potervi mettere subito a sedere. Una mezz’ora di attesa è d’obbligo, ma per fortuna si può stare al bancone per bere qualcosa nel frattempo. Non che sia facile trovare spazio al bancone, perché questo posto sembra essere sempre dannatamente pieno: anche dando un’occhiata alle recensioni su ratebeer, si evince che, forse a causa dell’effetto novità, i clienti non mancano mai. Il secondo e più evidente segnale è dato dall’arredamento e dall’estetica del posto, tutto in legno e ottone: niente male, davvero niente male. Bancone ellittico al centro della stanza, cucina completamente in vista, così come l’impianto birrario in fondo alla stanza.

E’ d’obbligo verificare se la qualità della birra sia allo stesso livello della qualità del locale. Revolution Brewing offre circa 8 spine di birre proprie (che possono variare molto rapidamente, in quando servono solo birre fresche), una decina di birre ospiti, e una selezione di bottiglie di media grandezza. Ci hanno detto che nuovi fusti vengono riempiti ogni due settimane; per cui se qualcosa finisce prima dello scadere delle due settimane, non rimane che aspettare la mandata successiva. Le birre di Revolution Brewing sono molto varie come stili: ci sono mild ale, session ale, stout, porter, IPAs ed altro ancora. Tuttavia, nonostante la freschezza delle birre, la qualità non è ancora al livello dei brewpub di queste parti che ci hanno abituato così male: tutte le birre finiscono per essere un po’ sciapite, sebbene – intendiamoci – non siano mai cattive o mal riuscite, ed arrivano sicuramente alla sufficienza. Quando siamo andati noi, purtroppo il cavallo di battaglia del birrificio, la IPA, era finita; abbiamo ovviamente assaggiato tutte le altre birre presenti, tralasciando solo gli stili che proprio non piacevano a nessuno dei due.

La Workingman Mild è la più beverina fra le proposte; meno di 4 gradi, per una mild che tutto sommato ha una sua personalità, mantenendo un buon sapore nonostante la leggerezza della birra. Molto facili da bere anche la Logan Pride (session ale da 4.5%) e la Cross of Gold (un golden ale con un finale delicato di luppolo, secondo il mastro birraio – un po’ troppo delicato, secondo me), ma secondo noi non a livello della Mild. Non male la Iron Fist Pale Ale, un APA luppolato a secco con 4 varietà di luppolo (Amarillo, Cascade, Centennial e Chinook), dotata di un buon aroma, anche se me la sarei aspettata molto più pungente, visto tutto il luppolo teoricamente presente. Solo discreto il Mad Cow Milk Stout, onestamente il più dimenticabile del lotto.

Se non vi sentite avventurosi e volete evitare le birre Revolution, tra le spine ospiti e le bottiglie non mancherete certo di trovare qualcosa che vi piaccia: la selezione non è vastissima, ma è di buona qualità, con un po’ di belga e molte produzioni nord-americane.

E il cibo? Vista la sciccosità del locale, uno si aspetterebbe qualcosa di raffinato; e invece, trattasi di tipico cibo da pub americano, anche se con un’occhio alla qualità e delle variazioni interessanti: bruschette “fantasiose” (nel bene e nel male), buone insalate, pizze, classici burger (non sia mai che non riusciate a trovare un hamburger negli USA!) accostati a formaggi, verdure e spezie un po’ più inusuali. Senza farsi mancare le bistecche, se le volete. Ci sono anche alternative vegetariane – non molte, ma di tutto rispetto. Tutto sommato ne siamo rimasti più che soddisfatti, e anche i prezzi erano perfettamente in linea. In conclusione, un brewpub che fa dell’ambiente il suo punto di forza; le birre sono tutte molto bevibili e la qualità degli ingredienti è apprezzabile, ma manca loro quel carattere che, forse, arriverà col tempo.

Giacomo & Mattia

EurHop!

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Category : Notizie in breve, PintaPerfetta, Varie

E’ un pò che aspettavo il momento di scrivere questo articolo. La sensazione è uguale a quella degli altri, probabilmente più quotati, autori, ma la gioia non è di certo inferiore, e ora lo si può annunciare: nasce finalmente EurHop!, la prima guida birraia d’Europa, tutta in italiano, che come le famose lonely planet vi porterà in giro per i vari paesi unendo la passione dei monumenti a quella per la birra.
E direte voi, perchè son così contento? Perchè nel piccolino ho dato un contributo anche io. In occasione dell’IBF di Roma e soprattutto dell’incontro con i birrai (di cui ho parlato qui), ho avuto la fortuna di conoscere due giovani editori di Roma, che con la loro Publigiovane stavano già da tempo sulle orme di questo progetto. Me l’han spiegato per bene e mi han chiesto di collaborare… per me era, come diciamo a Modena, “invitare un’oca a bere”.

Di articoli veri e propri ne ho scritti uno solo, quello su Cardiff, più qualche revisione qua e là, e la differenza con i miei colleghi, che han scritto molto più di me, è grande. Ma l’importante era riuscire ad entrare, anche solo all’ultimo istante, nel progetto, perchè, che venga bene o no (ma verrà bene, fidatevi!), che la guida sia apprezzata o no, questa resterà una piccola pietra miliare nel campo delle pubblicazioni birraie.

La guida, a cui hanno collaborato con grande impegno anche Manuele Colonna, Andrea Turco di “Cronache di birra“, Marco Manieri sulla parte turistica, Davide e Monica Bertinotti, Kuaska sulla parte riguardante l’Italia, Nicola Utzeri, Tomas Danko e Dave Szweikowsi (oltre al qui presente Mattia Simoni), sarà presentata il 20 Giugno ad Arcidosso (GR) e poi di nuovo il 29 Giugno a Roma. Nelle prime settimane di Luglio i ragazzi della Publigiovane guidati da Marco Carìa saranno impegnati in un tour de force per le provincie italiane nel progetto di promozione di EurHop!, quindi state attenti e seguite il sito ufficiale per vedere dove e quando la guida verrà presentata e quindi sarà messa in vendita. Le pagine saranno all’incirca 400, in formato classico da lonely planet, e il costo sarà di 20€.

I locali, così come i beershop, le enoteche e librerie che ne volessero fare richiesta per averla in conto-vendita, possono mandare una mail a noi di Pintaperfetta o al sito ufficiale www.eurhop.com. Fra qualche tempo sarà possibile acquistare EurHop! anche sul nostro sito.

Nel mio piccolo sono orgoglioso di aver partecipato alla stesura e ringrazio i ragazzi di Publigiovane che me ne han dato, a suo tempo, la possibilità.

mattia

Open, Roma

Category : Locali

Come ultima tappa romana, dopo Ma che seiete venuti a fà, Brasserie 4:20, Bir & Fud, Mastro Titta, in Aprile ho visitato anche l’Open, sito in via degli Specchi, in zona Campo de’ Fiori (mappa), facilmente raggiungibile da Piazzale Torre Argentina. Il locale è al piano terra in una piccola stradina, e si divide in due ambienti: quello in cui si entra, più grande e che ospita la maggiorparte dei tavoli e delle spine, e quello più piccolino riservato alle produzioni estere.

Il locale, nella sala principale, offre una sessantina di posti a sedere, divisi più o meno equamente tra tavoli alti e divanetti. Praticamente inservibili, a meno che non siate dei giganti, gli sgabelli al bancone: vi trovereste comodi come seduta ma la vostra birra appoggiata sul bancone orbiterebbe almeno 10 cm più in alto di voi… la situazione mi ha lasciato piuttosto perplesso e non ho capito se era voluta o meno. L’arredamento, tutto il stile-Baladin è accogliente, con colori caldi ma anche moderno (acciaio). Il menù è presentato su un’enorme lavagna-parete alla sinistra del bancone, dove vengono aggiornate tutte le spine presenti al momento.

Nonostante ciò, è disponibile anche un menù, anche questo in stile-Baladin, con tutte le birre del giorno (è stampato “fresco”, complimenti per questo), divise per stile . Dietro al bancone sono esposte le bottiglie disponibili all’acquisto, anche se alcune voci mi han detto che pian pianino andranno a calare rendendo l’offerta del “take-away” meno interessante.

Open, Roma

Open, Roma

Sulle spine il discorso è semplice e tuttavia molto gustoso: come molti di voi sapranno, ci sono una quarantina di produzioni italiane a furiosa rotazione, tanto che anche qui come da altre parti, suggerisco di prendere subito le birre desiderate per non rischiare di doverle mancare. I birrifici presenti sono svariati, si va dal Bi-Du al Birra del Borgo, da Baladin a Citabiunda, da Ducato a Birrificio Italiano passando per Scarampola, Pausa Cafè, Orso Verde, Toccalmatto, Bruton, L’Olmaia, B94 e tanti tanti altri. I nomi sono eccellenti e davvero ogni serata “rischia” di essere stravolta dalla grande rotazione presente.

Nella sala “estera” invece si danno il cambio le produzioni di BrewDog (io ho preso una eccellente 5 am Saint), Het Anker, De Ranke eccetera. Birre anche qua eccellenti. I prezzi in linea di massima non sono proprio competitivi, e sono fissi sui 5€ per la 0.33: c’è da dire che sono bene o male allineati a quelli di tutti gli altri locali di Roma.

L’offerta sul cibo è buona, io ho solo preso delle gustose patate tipo “crisp” chiamate “fatata” con condimento a piacere, ma anche qui i prezzi non sono davvero troppo popolari. Vedo l’Open come un locale dove fare un buon e lungo aperitivo, magari poi spostandosi per mangiare qualcosa di più appagante, ma è solo la mia modesta opinione.

In conclusione, un eccellente locale che ha puntato tutto sulle artigianali italiane, e pur non essendo io un grande (e a volte nemmeno piccolo) amante nè delle birre Baladin nè della “politica” societaria, bisogna comunque apprezzare la vasta offerta dell’Open e la cortesia del personale: un salto, se si è a Roma, è giusto farlo, anche per poter esprimere la propria opinione a riguardo.

mattia

Bir & Fud, Roma

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Category : Locali

Se vi stavate ancora chiedendo, dall’ultimo articolo sulla tappa romana, dove andare a mangiare una volta usciti con la fame dal Ma che siete venuti a fà, la risposta è facile: basta attraversare la piccola via Benedetta per trovarsi dentro al Bir & Fud (mappamappa dettagliata), che è una perfetta sintesi tra la buona cucina e le birre artigianali italiane.

Avendo letto in giro pareri abbastanza positivi, ne ho approfittato per andarci due volte e provare nella mia prima visita le birre, e nella seconda visita alcuni piatti del menù. Partendo dalla parte birraia, il Bir & Fud ha una quindicina di spine, di cui tre a pompa, e le produzioni servite sono esclusivamente italiane: si va dai classici e sempre in forma Orso Verde, Bi-Du, Toccalmatto, alle ottime conferme di Lariano e Birra del Borgo, alle novità come Montegioco e Turan.

Io son capitato là nell’ultimo giorno di Italian Beer Festival, alla degustazione guidata con i mastri birrai, grazie all’invito di Manuele Colonna. In compagnia del padrone di casa a fare la parte dell’organizzatore c’era ovviamente anche Paolo Polli (è proprio con la sua Associazione Degustatori Birra che vengono oraganizzate le varie tappe di IBF).

Alla fine, ho potuto degustare un sacco di cose buone: la nuova Miloud del Lariano (una ottima bitter beverina e delicata, che ricorda un pò la backdoor Bitter di Orso Verde, ma meno “aggressiva”) assieme alle colleghe Pils (ottima) e Weizen (molto fruttata con ampi sentori di banana); tra le birre gustate nella “tappa” di Montegioco, La Mummia (particolare ma decisamente buona) e Rune (rispetto alla collega mi ha lasciato qualcosa in meno). Son successivamente passato dal Birrificio Turan (proveniente dalla Tuscia) dove ho provato la Oops, loro famosa produzione al cardamomo e la buona Imperial Stout.

Gli assaggi (che a volte erano davvero abbondanti) continuano con due produzioni di Birra del Borgo: la Duchessa (al farro, a me risulta eccessivamente dolce) e una migliore Anniversario 2010. Passando al Birrificio del Ducato, ho riprovato, dopo Pianeta Birra a Rimini, la buona Bia Ipa, che si lascia bere bene anche se non la trovo una delle loro migliori birre. Per ultime ho assaggiato una Rodersch che adoro ma che non ho trovato particolarmente in forma (solo ora il Bi-Du è tornato a fare le cotte nel proprio impainto), la eccellente Pink Ipa di Almond 22 e per finire un pò di Saison Dupont con dry hopping da un Magnum aperto da un importatore francese… buona, buonissima ma con un pò troppo sentore di zolfo e con sapore non troppo persistente.

Il bancone del Bir & Fud di Roma

Il bancone del Bir & Fud di Roma

Il Bir & Fud, rispetto al suo fratello Makke, è deisamente più spazioso (ci son anche 6-7 tavolini all’aperto). Buona parte dei tavoli sono destinati o occupati da avventori mangerecci, più che da bevitori. Il servizio è ottimo e velocissimo, quindi anche se non avete organizzato e prenotato (opzione comunque stra-consigliata, soprattutto se siete in tanti), non disperate e  provate a chiedere di inserire il vostro nome nella lista d’attesa: nel frattempo, andate a farvi una birra al bancone o al Makke, e quando sarà pronto il vostro tavolo riceverete una chiamata sul telefonino.

Nella mia seconda visita, tutto accompagnato da un paio di Rodersch, ho potuto assaggiare la famosa pizza con lievito madre, per cui il Bir & Fud è famoso. La pizza è buona e gli ingredienti sono davvero ottimi e freschi, ma non è la cosa che mi ha colpito di più: fortunatamente grazie al suggeriemnto di un amico, prima della pizza abbiam provato due grandi specialità. Sì perchè le grandi prelibatezze al Bir & Fud arrivano con gli antipasti e con i dolci – di quelli niente traccia per manifesta sazietà. I due antipasti scelti sono state le fantasmagoriche ReAli, alette di pollo cotte nella ReAle e poi fritte, e un superbo tris di supplì misti (amatriciana, gricia e carbonara). I prezzi della parte mangereccia non sono proprio popolarissimi, ma nemmeno alti: programmate di spendere appena di più che da altre parti. Sul bere, invece, i prezzi sono assolutamente in linea con gli altri locali.

Insomma, un gran bel posto, ed eccezionale poter fare la spola tra il Bir & Fud e il Makke, per poter saziare ogni singola “voglia”, che sia essa birraia o cibaria. Assolutamente da visitare. Per conoscere le ultime novità, potete seguire il blog ufficiale all’indirizzo http://birefud.blogspot.com

mattia

p.s. per chi se la fosse persa, proprio al B&F è stata “girata” l’intervista con Manuele Colonna.