Birra Nostra 2012

Category : Birra, Eventi, Festival, Fiere

Ecco in arrivo le nuove dall’ultima edizione di Birra Nostra, tenutasi dal 4 all’8 Febbraio scorsi a Padova, all’interno di Tecno&Food. La mia giornata di visita è stata “obbligatoriamente” il lunedì, siccome vi dovevo tenere un paio di laboratori.

Malgrado le inspiegabili soppressioni di treni da parte della nostra compagnia di bandiera, sono arrivato sano e salvo in fiera nel pomeriggio del 6 Febbraio. Come lo scorso anno l’ingresso era gratuito, con possibilità di acquistare bicchiere di vetro (per chi non si accontentasse di quelli di plastica a gratis) e gettoni da 30 cl. (3€). Interessante scelta: le degustazioni nel bicchierino piccolo erano esplicitamente gratuite, permettendo così agli avventori di scegliere con accuratezza cosa bere ed evitare di “lavandinare” i propri denari. Per quel che riguarda gli eventi, si sono susseguiti laboratori tenuti da Agostino Arioli (Birrificio Italiano), me medesimo, Fabiano Toffoli (32 Via dei Birrai) e il consueto torneo di cultura birraria.

Dovendo scegliere le birre da degustare durante i laboratori mi sono messo subito a lavoro per provarne il più possibile. Quindi con spirito di ferro ho cominciato dal primo espositore procedendo poi a casaccio per non s/favorire alcuno negli assaggi. Come avvenuto negli ultimi anni, vi era una grande presenza di aziende venete, con rare eccezioni. Per il sottoscritto è stata un’ottima possibilità per testare prodotti di una regione che conta numerosi birrifici ma che fa molta fatica ad uscire dall’ambito prettamente locale. Speculazioni su questo argomento le rimanderei ad un’altra occasione…

Primo birrificio degno di menzione è sicuramente il neonato Umami, di Olgiate Comasco. Su tre prodotti ciò che più mi ha colpito è una bassa fermentazione ambrata (Desmo 5,5%): a metà strada tra una Märzen e una Bock, presenta profumi molto delicati e una sottile nota di amaretto che la caratterizza.

Altro interessante prodotto, oltre che idea imprenditoriale, riguarda Marcello Colombari di Birra Frara. Ha sede a Ferrara (come dice il nome stesso, per chi avesse confidenza con l’Emilia Romagna) ma il birraio produce al Beerbante. Questi, quando non impegnato nella produzione, si muove col suo furgone per la città scegliendo sempre posti diversi e updatando la clientela su Facebook riguardo i suoi spostamenti. Devo ammettere che l’idea mi è apparsa alquanto interessante. Degna di nota è sicuramente la sua Boia, una export stout. Questo stile, un po’ come le più diffuse oatmeal e imperial stout, è decisamente accessibile ad un pubblico non ancora alfabetizzato, ma che riscuote non poco successo anche tra gli appassionati.

Altre birre accattivanti le ho bevute davanti alle spine del Brùton, a mio parere ottimo esponente toscano della realtà italiana. La Lilith è una degnissima rappresentante delle APA, la Bianca è invece adatta per chi andasse in cerca di sperimentazioni. Alla ricetta base di una blanche viene aggiunto un buon 10% di farro della Garfagnana; ne risulta una piacevole e rinfrescante birra di frumento ben tendente all’acido. Ottima anche la loro Dieci (barley wine).

Al centro del capannone troneggiavano le numerose spine di Ferro Distribuzione, dalle quali si poteva mescere un buon bicchiere del Birrificio Italiano,  diverse trappiste, belghe in generale, qualche tedesca e qualche ceca. Ammetto che non mi sono soffermato molto in quanto preferisco di solito fare due chiacchere col birraio; inoltre avevo fin troppo da bere tra le italiane per potermi permettere di sbevazzare birre ottime, ma già conosciute.

Giunti a questo punto vi chiederete dove sono finiti i birrifici veneti…per quelli rimando al mio articolo del Maggio scorso, in cui ho speso qualche parola sugli interessanti M’anis e San Gabriel, presenti anche quest’anno.

Alla prossima edizione!

Jacopo

Birrificio Italiano e FtheW

Category : Notizie in breve

Da un comunicato del Birrificio Italiano, scopriamo che un singolare fattaccio è accaduto durante una cotta di Bibock:

Amici, l’estate porta la sua dose di follia, questo è certo, e non vogliamo restarne immuni, anzi !
Tutto comincia in una nota malteria dove l’omino addetto alla insaccatura dei malti,
forse stanco e preso dal sogno di una buona birra, ha messo del malto chiaro nei sacchi di quello ambrato.
Quindi, volenti o nolenti, ci siamo ritrovati in una situazione un po’ “strana”. Mosto pallido per una Bibock. Che fare ? Recuperare, correggere, mischiare … impazzire di stratagemmi forse inutili ? No, non è il nostro stile.
Ci siamo fatti contagiare dalla follia estiva e abbiamo colto la palla al balzo per metterci qualche innovazione e qualche invenzione birraria.
Così è nata una lager leggermente ambrata, a circa 6,5 ° vol., con luppolatura anglo/americana e un gran bell’equilibrio.
Amara e secca ma anche fruttata e nettamente aromatica. A noi piace molto. Per qualche tempo sostituirà la Bibock che sta andando esaurendosi rapidamente e tornerà solo verso il 20 settembre.
L’abbiamo chiamata FtheW. Potete metterci il significato che volete: Feel the Wind, Find the Wheel, For the Winners, e molti altri.
Per noi ha un significato chiaro ma assolutamente poco accettabile da un punto di vista del marketing e quindi lasciamo questo nome impronunciabile e un significato aperto alla vostra fantasia.
Per il marketing, invece, e per quelli che prima ancora di bere devono “sapere”, ho coniato un nuovo stile roboante, altisonante e bombastico:
American summer strong lager doppelbock light !!!
… e non aggiungo altro 😉

…A breve per voi alle spine, già curiosi della vostre impressioni!

Cari Saluti
Agostino

Sicuramente curiosi di assaggiare questo “ibrido” e di capire se rimarrà una birra one-shot o diventerà una produzione regolare, mi chiedo se un birrificio di gran lustro come il Birrificio Italiano faccia bene a commercializzare una birra prodotta per errore e metterla come sostituta di un suo cavallo di razza come la Bibock o se da questi piccoli “incidenti” possano nascere eventuali capolavori o comunque esperimenti interessanti.

Chissà cosa ne pensano i nostri affezionati lettori…

Max

Un Mare di Birra! (report)

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Category : Festival, Viaggi

Vi avevamo anticipato pochi giorni fa che un paio di noi (io e Andrea, nello specifico) si sarebbero imbarcati sulla crociera organizzata dal Ma Che Siete Venuti A Fa’ per festeggiare i primi 10 anni del pub romano.

L’occasione era di quelle davvero da non perdere: una festa organizzata da uno dei locali più apprezzati (già vincitore del titolo di miglior pub dell’anno secondo Ratebeer, come molti di voi già sapranno) del mondo birrario, con tantissimi nomi di prestigio coinvolti, un concorso di homebrewing (ambito premio, il rimborso totale della quota di partecipazione alla crociera stessa), degustazioni e un sacco di chiacchiere tra appassionati.

Partiamo dall’inizio. La paura di imprevisti e intoppi motivava chi partiva da lontano a prendere in considerazione ampi margini di tempo sulla partenza. Questo ha portato a un primissimo assembramento di appassionati già a inizio pomeriggio, nonostante la partenza ufficiale fosse fissata intorno alle 22. Per non farmi mancare niente, la fortuna ha voluto che finissi nella primissima macchina a presentarsi nel piazzale del porto di Civitavecchia. Ci si sposta subito per un panino o due al terminal, dove piano piano vediamo arrivare, nell’ordine, un gruppetto dal Veneto, un simpatico irlandese amico della comitiva di Almond ’22, un gruppo di danesi. Poi un momento di stanca, l’arrivo dei primi birrai (Almond 22, Bi-Du, Olmaia) e poi di tutti gli altri. La nave è in ritardo, prima leggero poi più pronunciato, prolungando la lunga attesa e il sospirato primo sorso. Finalmente ci si imbarca, ricevendo braccialetto e bandana arancione e bicchiere e di ordinanza. Salto in camera a liberarsi dei bagagli, folla al ristorante, forsennato lavoro dello staff per aprire in tempi record le spine, e poi si parte (dal porto, e con le birre), con buona parte dei 500 partecipanti a Un Mare Di Birra che carichi di entusiasmo si recano a procurarsi i primi assaggi.

La lista delle birre e dei birrifici annunciati a bordo era qualcosa di impressionante e forse mai visto, almeno in Italia. Tutti i migliori nomi dell’Italia della birra, supportati da un nutritissimo gruppo di birrifici danesi e scandinavi, più chicche dal Belgio ad opera dello staff del Moeder Lambic di Bruxelles e tanto altro ancora.

La prima nottata si è trascorsa nell’entusiasmo generale che ci ha portato ad assaggiare quante più cose nuove possibili tra quelle attaccate, più qualche classicone qui e là a cui è difficile rinunciare. Abbiamo passato tutto il tempo possibile al pub nella sala principale, salutando vecchi e nuovi amici e lasciandoci coinvolgere nell’entusiasmo e nella follia che regnava su di noi. E poi, dato che non ci bastava e dato che c’era qualche mattone prestigioso, tutti a bordo piscina dove aveva nel frattempo aperto il “pub sotto le stelle”. Ancora birre, chiacchiere, casino, altre birre, fino alla splendida alba sulle bocche di Bonifacio, tra Corsica e Sardegna, giusto in tempo per cedere alla stanchezza e rifugiarci in cabina.

Qualche ora di sonno, un caffè propizio per ritrovare le forze, e un giro al pub mattutino, sempre a bordo piscina (a dire la verità, più simile a un grosso bidet, ma non era per quello che ci eravamo imbarcati). Sole, sorrisi, facce stanche ma non disposte a cedere: si ricomincia, chi con la Biscotti, chi con la Not So Mild Ale (forse la miglior birra della crociera, anche se la concorrenza è spietata e so che ognuno ha eletto le sue) di Shiga Kogen/Nøgne Ø. Corsa a sfamarsi in mensa, riposino, e via di nuovo al pub principale, con qualche fusto nuovo e qualcuno già aperto la sera prima. I più attenti erano reduci da una degustazione sulle birre lavorate in botte di cui ho sentito dire (non mi ero iscritto, ahimè) cose favolose, con il coinvolgimento di nomi noti e nobili come quelli di Lorenzo “Kuaska” Dabove, Jos Brouwer e Derek Walsh.

Sbarchiamo a Barcellona domenica sera, sorprendentemente puntuali: la nave aveva recuperato il ritardo alla partenza. Raggruppamento in direzione di un ristorante poi trovato chiuso, cena in un posto abbastanza turistico, dopocena in un brewpub barcellonese di cui mostro una foto. Delle birre non parlerò, limitandomi a dire che non sono state trovate particolarmente gradevoli da nessuno dei presenti. Se passate da quelle parti, trovate altro a cui dedicarvi. E’ andata meglio a chi ha attraversato la città per recarsi a un evento in un locale abbastanza valido, anche se l’accoglienza pare sia stata abbastanza fredda. Attendo testimonianze più specifiche da chi c’era.

La mattinata di lunedì è cominciata con la solita routine (colazione, raggruppamento, e poi via a trotterellare per un giro turistico – le due case di Gaudì, poi Sagrada Familia, poi un ristorante dove ci siamo trovati benissimo (la Cerveceria Catalana, raccomandatissima). Due passi nel barrio Gotico, vagando senza meta, per vedere il centro storico e per digerire l’impegnativo pranzo. Per puro caso ritroviamo un gruppo di crocieristi (Gennaro di Amiata, Bruno e Allo di Toccalmatto, Nino dello Sherwood Pub e altri ancora), il tempo di fare 20-30 metri a piedi e ci ritroviamo, senza averla cercata, alla Cerveteca. Locale promosso a pieni voti, piccolo e caotico (c’era mezza nave!), con buone spine e ottime bottiglie, e il piacere di ritrovare le Rogue, forse la birra americana importanta con più discontinuità in Italia. Anche la birra spagnola, stavolta, ne esce benone, con la Pura Pale (già provata mesi fa al Moeder Lambic Fontainas) fresca e beverina.

La festa prosegue in nave, dato che è ormai sera e bisogna ripartire. Stavolta non ci sono imprevisti, e si parte senza contrattempi per un’altra lunga notte di bevute e risate in direzione Porto Torres. Stavolta però facciamo un pochino più i bravi, e rientriamo in cabina ben prima dell’alba. La notte pare sia durata molto a lungo, con scene che voi umani non potete immaginare. Nemmeno io, a dire il vero, e mi toccherà vivere con la curiosità.

La mattina il pub a bordo piscina gode della piscina finalmente aperta e di un sole battente (qualcuno commenterà “sembra Rimini a Ferragosto”). Da buon vampiro, sopporto male così tanta luce e lascio ad altri la tintarella e le sdraio. Mi dirigo verso la sala principale, dove si sta consumando il giudizio delle birre homebrewing. Numero abbastanza moderato (poco sotto le 20) ma qualità molto alta, con diverse birre davvero interessanti. Primi classificati due amici (uno è Valentino Roccia, purtroppo mi sfugge il nome del secondo) che hanno fatto cotte a quattro mani. Bravi!

Dopo pranzo (e dopo la premiazione del concorso hb), degustazione su barley wine e dintorni. Si comincia con un raffinatissimo progetto del Birrificio del Ducato, vale a dire la Beersel Morning, che come il nome fa capire trattasi di una birra basata sul lambic 18 mesi di Armand Debelder della Drie Fonteinen e, come avrete intuito, sulla New Morning del birrificio di Roncole Verdi. La birra è interessante ed equibrata, davvero una piacevole scoperta.

Si prosegue con due produzioni a cura degli statunitensi di Stillwater, vale a dire la Stateside Saison e la Existent. Due birre che partono dal Belgio per arrivare…boh? Devo dire la verità, non mi hanno conquistato. La prima è una saison con sentori fruttati molto piacevoli, ma che scalda un po’ troppo il palato. La seconda è scura, si sente del tostato(ne) e pare abbia passato del tempo in botti di bourbon. Forse la mia preferita tra le due, ma per nessuna mi sarei strappato i capelli.

Arriva il momento di Valter Loverier, che presenta una birra che rappresenta l’inizio (è stata brassata all’apertura del birrificio) e la fine (viene commercializzata ora) di Loverbeer, almeno fino a ora. La Dama Bruna basa la sua struttura su quella della Madamin, ma c’è un percorso di riposo e maturazione aggiuntivo per arrivare a quello che è un dichiarato omaggio alle oud bruin belghe. Il risultato è soddisfacente ma direi perfezionabile, specie in prospettiva di un annunciato cambio di zuccheri che dovrebbe far giovare sia l’aspetto visivo (“scurendo” il prodotto finito) sia aggiungendo complessità organolettica.

Chiusura di degustazione con un birrificio che come pochi sa farsi amare o odiare. Personalmente, ci ho messo davvero tanto, spaventato a volte dai sentori acidi a volte dalla potenza alcolica di buona parte delle sue produzioni più celebrate. Una combinazione che raramente amo, ma che ultimamente mi sta cominciando ad affascinare. L’ultimo assurdo progetto parte da un’idea nata dopo una buona sbronza, protagonisti lo stesso Jerome Rébetez e il birraio di Terrapin (Athens, Georgia, USA). Trattasi di un birrone (barley wine?) carico di stranezze che ho apprezzato e non poco, e con un nome credo ancora provvisorio (qualcosa tipo “incredibile cuvée di Jerome e xxx”).

C’è il tempo per un paio di birre, stiamo scegliendo cosa quando veniamo convogliati a un assaggio per pochi di perle della Närke Kulturbryggeri (Skvatt GALEn, Bästa Rököl, Bäver). La prima è erbale più che erbacea, se ho capito bene brassata con acqua in cui sono state bollite bacche di ginepro. La seconda è affumicatona, la terza è un’assurdità che contiene estratto di ghiandole di castoro. Medicinale come uno sciroppo di altri tempi, ma non cattiva. Chiusura con la classicissima Kaggen Stormaktsporter 2005, un dannato capolavoro di cui non ci si stancherebbe mai.

Che dire? Un’esperienza fantastica, forse irripetibile. Chi c’è stato sa cosa intendo, gli altri spero che potranno avere un’altra occasione.

Alessio

Selezione Birra Rimini 2011 – report

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Category : Birra, Fiere

Quella che si è conclusa martedì scorso è stata la mia prima volta alla fiera di Rimini, quindi questo report sarà per forza di cose un giudizio senza termini di paragone diretti con le edizioni precedenti. Detto questo, vi invito a rileggere i report di Mattia dedicati alle edizioni 2009 e 2010, giusto per darvi un termine di paragone almeno con il passato più recente.

Selezione Birra 2011 è stata soprattutto, per me, una buona occasione per provare i nuovi birrifici o quelli che provengono da regioni lontane, quelli che non trovo con facilità nei pub del nord, oltre che per chiacchierare e fare assaggi in compagnia di amici vecchi e nuovi.

Grandi cose mi hanno detto di Ducato e Borgo, ma, mea culpa, in fiera non ho assaggiato nulla. Per quanto riguarda i primi (a cui rivolgo i complimenti per la razzia di premi nel concorso Birra dell’Anno di Unionbirrai), l’occasione si presenterà già il prossimo weekend a Milano.

Parlerò pochissimo del concorso, non avendo provato almeno due terzi delle birre premiate, anche se lascia un po’ perplessi vedere come tanti nomi storici o affermati siano assenti tra i premiati. Non so, provo a ipotizzare una voglia di premiare chi si è appena presentato sul mercato con prodotti indubbiamente di ottimo livello, anche se forse è un po’ presto per definire le loro birre come tra le migliori prodotte a livello nazionale.

Del lanciatissimo birrificio Foglie d’Erba ho provato pochino, anche perché il loro stand era spesso inesorabilmente vuoto (fino al pomeriggio inoltrato) oppure preso d’assalto. C’è stato modo di fare un assaggio di Babèl, birra che sembra suscitare entusiasmi che ancora non capisco. Avevo avuto sottomano una bottiglia presa al Domus Birrae di Roma, era discreta ma non mi dava grandi sensazioni. Mi ero ripromesso, anche per i tanti elogi spesi da amici e conoscenti, di riprovarla. Speravo che in fusto potesse darmi quel qualcosa in più, ma non ho notato grandi differenze. Rimando alla prossima occasione, chiedendomi però che senso abbia che un birrificio sia certificato per la salvaguardia di aghi e resine di pino. Misteri delle birre di montagna (a proposito, il dominio del birrificio mi sembra un bel colpo di genio). Complimenti anche per lo stand, uno dei pochi facilmente riconoscibili.

Tra i tanti birrifici visitati, un plauso a Bad Attitude per l’attenzione dimostrata nei confronti dei blogger (prima il progetto Tasting Room, poi gli inviti alla fiera) e per lo stand, curatissimo come e più che all’Italia Beer Festival di  Torino. Per me è stata la prima occasione per provare le loro produzioni in fusto e per testare, sia dalla lattina che dalla spina, l’ultima nata Kurt, una pale ale beverina e paracula quanto basta.

Molto attesa era anche la Working Class Mild di Toccalmatto, alla primissima cotta. Il risultato è una mild molto piacevole e molto inglese ma che manca di quella caratterizzazione tanto tipica delle produzioni del birrificio fidentino: chiacchierando con Allo e Bruno l’intenzione sembra proprio quella di intervenire in tal senso. Le altre produzioni, a partire da birre ormai classiche come Zona Cesarini e Stray Dog Bitter, si confermano invece di altissimo livello.

Sempre sulla linea dei birrifici “amici”, non potevo non esimermi da un salto dai brianzoli di Menaresta: un po’ la voglia di provare la Bevera, birra originariamente destinata al Bardo di Carate Brianza e arrivata nientemeno che a Roma, vera Hollywood della scena birraria italiana, un po’ la voglia di provare la nuova Verguenza, che nella sua versione iniziale (estate 2010) avevo trovato un po’ troppo ruvida e con una nota un po’ alcolica. La nuova versione corregge gli eccessi di gioventù diventando una luppolata di valore assoluto. Sempre restando in Brianza, ottima anche la Tripè di Lariano, tripla belga senza gli eccessi da dolcione.

Luci e ombre nei miei assaggi di Opperbacco: bene TriplIpa, un po’ anonima Eipiei, un po’ un dolcione la 10elode. Meglio, forse anche perché meno impegnative, le produzioni di Brewfist, senza tanti fronzoli ma assolutamente godibili. Promossa in particolare la Burocracy, ma buone sensazioni anche dalle altre produzioni. Ripasserò da entrambi a Milano.

Sono rimasto un po’ deluso, invece, dalla Castigamatt di Rurale, che però vince il primo premio nella sua categoria. Forse me l’aspettavo diversa, chissà. Ad ogni modo, le altre birre (Blackout e Terzo Miglio) si confermano su livelli altissimi. Resta la perplessità qualche dubbio, tornando al concorso, per una categoria-calderone che racchiude birre scure che vanno dalla Confine del Bidu (sei gradi, non starebbe meglio a far la gara con le altre stout o porter?) fino alle più impegnative Imperial Stout e Double IPA…

In conclusione: Pianeta Birra (questo il nome storico della fiera) è stato per tanti anni un colossale carrozzone della birra e del beverage che fa i grandi numeri, con tutti i più grandi nomi delle multinazionali del settore presi ad allestire stand faraonici con cui conquistare il favore di piccoli e grandi clienti. Negli ultimi anni, tutto questo è andato scomparendo, trasformando quella che era la fiera nazionale del settore birra in quello che è un lussuoso (a giudicare dal prezzo dell’ingresso) appuntamento destinato a replicare vagamente gli stilemi del Salone del Gusto, con un solo padiglione dedicato alla birra, e neanche per intero (un padiglione per intero, invece, era dedicato all’olio extravergine di oliva), con stand più disparati che arrivavano a includere il Consolato (o era l’Ambasciata? o la camera di Commercio? boh) della Namibia. Tutte queste riflessioni ho cercato di farle con amici appassionati e con qualche birraio, oltre che con Simone Monetti di Unionbirrai, che però invitava (giustamente) a guardare il bicchiere mezzo pieno del settore artigianale che rappresenta. Un po’ le stesse riflessioni le ha fatte con un post una persona ben più autorevole di me, che esprime un po’ lo stesso spaesamento. Insomma, solo il futuro saprà rispondere agli interrogativi sulle prossime edizioni di questa manifestazione.

(solito ringraziamento a Moreno e Simona per le foto dell’articolo)

Luppoli americani @ Brau Beviale Norimberga (DE)

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Category : Birra, Fiere

Ho avuto la fortuna, qualche settimana fa, di visitare uno degli appuntamenti birrari più importanti del continente, vale a dire la fiera Brau Beviale presso il centro fieristico di Norimberga. Intendiamoci: quando dico birrari, in questo caso, non parlo di festival con stand dei birrai che fanno provare i propri prodotti, ma di tutti gli altri aspetti che possono interessare a chi la birra la deve produrre o vendere.

Questo, quindi, vuol dire una fiera per operatori del settore beverage in senso lato, con espositori più disparati, dai produttori di sottobicchieri e bicchieri a quelli di impianti di produzione o imbottigliamento, passando per vestiario personalizzabile e un sacco di altra roba che perderei una giornata ad elencare.

Da raccontare, quindi, ci sarebbe davvero tanto, ma non so a quanti davvero potrebbe interessare tutto questo. Ai birrifici artigianali che conosciamo e apprezziamo, però, questa fiera interessa e non poco.

C’è chi ci va per partecipare all’European Beer Star, premio internazionale di un certo rilievo che già nelle precedenti edizioni aveva visto trionfare diversi birrifici italiani (Birrificio Italiano, Birrificio del Ducato e Rienzbrau). Questa edizione si è conclusa con un bel bottino di medaglie per l’Italia, con il trionfo del Birrificio del Ducato (oro con la Via Emilia in casa dei tedeschi, poi due argenti e un bronzo) e della Doppio Malto Brewing Company di Erba, che vince l’oro con la zenzerona Zingibeer (che già avevamo adorato all’IBF di Milano in primavera) e i piazzamenti del Birrificio Italiano (un argento e un bronzo).

C’è chi ci va per parlare con i fornitori di materie prime, di impianti o di accessori vari. Tra i birrai italiani incrociati nei miei giorni a Norimberga con Bruno Carilli di Toccalmatto, c’erano quelli di Lambrate, di Croce di Malto e Claudio Cerullo di Amiata. E quelli di Bad Attitude, che non ho incontrato ma che hanno raccontato la loro Norimberga.

Fatta la digressione sul premio, sulla fiera e sugli italiani presenti, passiamo oltre. La degustazione era fissata il giorno 11 novembre nella tarda mattinata. Organizzava la Hop Growers of America (associazione dei coltivatori di luppolo americani) e gli anfitrioni erano il grande Charlie Papazian della Brewers Association con al suo fianco Matt Brynildson della californiana Firestone Walker ed Eric Toft della Private Landbrauerei Schönram, vale a dire un mastro birraio americano di un birrificio regionale bavarese, combinazione alquanto bizzarra. Al nostro fianco, una piccola truppa di scandinavi che comprendeva, tra gli altri, gli svedesi della Närke e della Dugges.

Una breve introduzione ci ha presentato i tre guru americani e la tradizione della coltivazione del luppolo in America, cominciata nel New England e poi spostatasi praticamente in massa verso una manciata di stati a Nord Ovest (Washington, Oregon e Idaho in particolare), con una tradizione di aziende familiari e una ricerca continua di nuove varietà, spesso in modo mirato, a volte meno: a quanto pare il Cascade nacque dal Fuggle incrociato con una varietà russa, incrocio nato per non meglio specificate ragioni ma che ha portato a una delle varietà più usate e amate in tutto il mondo.

La degustazione, svoltasi di fronte a una platea piuttosto variegata (circa 50% di europei non tedeschi, 10% di tedeschi, 40% di extraeuropei con larga rappresentanza di statunitensi), aveva lo scopo di presentare le varietà di luppolo e la raffinata arte di usare un elemento storicamente amaricante in un qualcosa di diverso, che arricchisca di aromi e sensazioni che ormai conosciamo bene.

Le birre presentate erano sei, vale a dire Sierra Nevada Porter, Caldera Pale Ale, Rogue Shakespeare Oatmeal Stout, Firestone Walker 31 California Pale Ale, Firestone Walker Union Jack, Moylan’s Hopsickle Imperial Ale. Allo stand dell’associazione, il giorno prima, avevamo avuto modo di testare anche Stone I.P.A. (ottima) e Rogue Kells Irish Style Lager (piatta da morire, e visto come viene valutata in rete viene da chiedersi cosa volessero produrre).

La degustazione è cominciata con la ben nota Sierra Nevada Porter, forse la meno celebrata tra le birre della Sierra distribuite in Italia. Assaggiata con gusto ma senza troppo interesse, visto che era l’unica tra quelle proposte facilmente reperibile dalle nostre parti. L’unica birra non presentata in bottiglia era la Caldera Pale Ale, lattina da 33 cl. con una freschezza aromatica invidiabile. Da bere a secchiate, più che da degustare, con una luppolatura non aggressiva ma molto presente: davvero una bella rivelazione. Back in black con la Shakespeare Oatmeal Stout della Rogue, trovata alla spina a Tokyo un paio di anni fa, o anche (non io, purtroppo) a San Francisco: si conferma eccezionale, e restano interrogativi sui misteri della distribuzione e importazione in Italia: pochi anni fa si trovavano le Rogue con una certa facilità (anche in pub non troppo specializzati), poi sono praticamente sparite, nonostante il mercato delle birre americane in Italia sia in netta crescita. Boh?

Giunge così il momento della doppietta del mastro birraio presente, vale a dire le due Firestone Walker: 31 California Pale Ale e Firestone Walker Union Jack, due birre da luppolature importanti e freschissime, da bere giovani. La prima è leggera alcolicamente (4,6%) ma tutt’altro che banale, con una ricchezza di gusto che lascia senza fiato (e non voglio immaginare alla spina). La seconda è una India Pale Ale con luppoli americani e retrogusto con note abbastanza dolcine, ricorda un po’ alcune interpretazioni americane dello “stile scozzese”. Promosse a piene voti, con la speranza di berne ancora presto. Ma mi sa che dovrò organizzare un viaggio nella west coast per riuscirci…

Chiusura di spessore con la Moylans Hopsickle Imperial India Pale Ale, che già a pronunciarla tutta ci vuole pazienza. Birrificio mai visto né sentito nominare, il risultato è una Imperial I.P.A. imponente, con luppoli freschi ben bilanciati, aggressiva ma non fastidiosa, ricca ma non banale. Durante la degustazione è partito un buffo dibattito tra le due filosofie su come e soprattutto quando bere questo tipo di birre: secondo Charlie Papazian e forse anche Eric Toft, qualche mese in più aggiungerebbe complessità e maturazione, secondo il buon Matt Brynildson, queste sono birre da bere più fresche possibili, meglio se brassate da un paio di settimane appena….

Italia Beer Festival Torino @ Palavela – report

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Category : Birra, Festival

Lo scorso weekend ho avuto modo di visitare l’Italia Beer Festival di Torino, alla sua prima edizione nella città sabauda. Che cos’è l’Italia Beer Festival? E’ il più importante, per storia e numeri, festival di birra in Italia. Lo organizza l’Associazione Degustatori Birra e si svolge da diversi anni a Milano (dove nacque come Salone della Birra Artigianale e di Qualità svariati anni fa, quando il movimento birrario italiano era sì in crescita ma ancora modesto, rispetto a oggi: quasi nessuno sito sull’argomento, quasi nessun altro festival di rilievo a testimoniare la scena italiana), poi nel corso degli anni si sono aggiunti appuntamenti consolidati o estemporanei in altre importanti città italiane: Roma, Bologna, Brescia e Alessandria.

Il Piemonte è terra di birrifici storici e affermati, oltre che di importanti realtà emergenti del panorama nazionale. Questa ricchezza però non si è mai davvero tradotta, almeno a sentire chi in Piemonte ci vive, in una vera affermazione della birra artigianale come prodotto. Per me, cresciuto in Lombardia, molti dei birrifici piemontesi sono più nomi sulla carta (o sullo schermo) che assaggi frequenti, vista la difficile reperibilità di quasi tutti i produttori nei locali specializzati e nei beer shop. Guardavo quindi con un certo interesse a questo festival e al riscontro che avrebbe potuto avere in una piazza considerata da molti appassionati come non facile.

Sono arrivato abbastanza presto sia venerdì che sabato, avendo modo di scambiare due parole più o meno a ogni stand con i birrai. Ho deciso di dedicare il venerdì all’assaggio di birrifici che già conoscevo, concentrandomi su nuove produzioni e riassaggi dei “classici”, mentre il sabato l’ho dedicato a birrifici che conoscevo meno.

Sono partito facendo gli onori di casa a Bauscia, vale a dire il birrificio artigianale di Paolo Polli, presidente dell’Associazione Degustatori Birra che organizza il festival, anche per la classica indecisione causata dal più classico imbarazzo della scelta. Le sue birre mi sono sembrate interessanti come sempre, e durante un passaggio successivo ho avuto anche modo una birra che rimanda a quegli anni ’80 meneghini fatti di paninari, socialisti e pubblicità. Il nome è tutto un programma, vale a dire Milano Da Bere, mentre lo stile è un classico: una pils. Una birra annunciata come un po’ giovane dallo stesso Paolo, ma che risulta subito interessante con una luppolatura abbastanza importante a base del più classico e rinomato dei luppoli cechi, lo Zateç, meglio noto con il suo nome germanico (Saaz). La prima delle quattro etichette “da collezione” merita una visione, vi rimando alla pagina ufficiale per non far torto all’esperienza visiva. Ne sono previste altre tre, il cui il nostro sarà truccato di volta in volta da punk (con cresta mohicana di altri tempi), paninaro e non ricordiamo bene che altro look. Ottime anche La30, Sesi e Onice, quest’ultima bevuta durante la degustazione del sabato avente tema birra e cioccolato (protagonista Marco Vacchieri). Nell’occasione, ho anche avuto modo di scoprire la Gea, barley wine di Bauscia, un po’ giovane ma già parecchio intrigante. Non sono invece stato presente alla degustazione della domenica con le favolose Loverbeer di Valter Loverier e i formaggi.

Buone conferme anche da Hénquet, forse il birrificio più tedesco d’Italia, scoperto all’IBF di Milano. Birre classiche, forse appena un po’ troppo: una punta di coraggio e di ambizione in più forse potrebbero tornare vantaggiose, anche se i prodotti sono di buon livello e non lasciano delusi.

Ma andiamo avanti, che c’è ancora un bel po’ da raccontare. Qualche temerario forse aveva visto la puntata di BQ Tv a cui ero stato invitato poco meno di un mese fa (chi se la fosse persa la può scaricare qui). Tra gli ospiti era presente Lorenzo “marcos” Bottoni, personaggio molto interessante e birraio italiano in Svizzera (Bad Attitude ha base pochi chilometri oltre il confine, a Stabio). Ho avuto modo di provare le tre produzioni portate in fiera, tutte assolutamente interessanti e tutte molto beverine, semplici e pulite. Birre particolari anche senza essere particolarmente aggressive o caratterizzate. Ho passato molto tempo a chiacchierare e scambiare impressioni al loro stand, uno dei più frequentati del festival.

Rurale conferma l’ottima vena, con la Black Out che, ultima nata, già vanta un posto d’eccezione nel panorama delle stout italiane. Delle altre produzioni (la bitter Milady, la blanche Seta e l’american pale ale Terzo Miglio) abbiamo credo già parlato in altre occasioni, quindi mi limiterò a ribadire la gran forma delle produzioni del birrificio di Certosa di Pavia. Ultima novità, la nuova grafica, con un bel gallo in controluce su sfondo colorato.

Nella seconda giornata, quella degli assaggi (per lo più) temerari, ho visitato Civale, Piazza dei Mestieri e Lungo Sorso, tra gli altri. Dei primi avevo già visto qualche bottiglia in giro: look accattivante, birre….hmm…boh? Dico che ne ho provate due produzioni che proprio non mi hanno entusiasmato (Ulula e Punto Di Fuga, se ricordo bene). Avrò modo di approfondire la conoscenza delle loro birre questo weekend. Certo aver trovato un ragazzo volonteroso ma non troppo informato sulle produzioni del suo birrificio non ha aiutato a fugare i dubbi.

Di Piazza dei Mestieri ho provato una A.P.A. (Hopper?): il giovane birraio sembrava particolarmente orgoglioso della sua creazione, io ho assaggiato con interesse ma, devo dire, senza particolare convinzione.

Maggiore attenzione mi sembra meriti il birrificio Lungo Sorso, vera rivelazione di questo festival: mentre di altri avevo già sentito parlare (e magari avevo provato qualcosa), questo birrificio mi risultava totalmente nuovo. Ho avuto modo di assaggiare credo 4-5 birre e in tutte ho trovato spunti interessanti e incoraggianti. Un plauso sincero e un invito a continuare sulla buona strada.

Il birrificio Croce di Malto non è certo una novità, avendo vinto un anno fa a Strasburgo (con la TripleXXX) un premio internazionale tra i più prestigiosi in Europa. Oltre ad essa ho provato la nuova produzione, una collaborazione di prestigio con uno dei birrai più celebrati d’Italia, vale a dire Agostino Arioli del Birrificio Italiano. La Due Mondi è una doppelbock tedesca con buon uso di luppoli americani, paracula quanto basta per piacere (e tanto) al sottoscritto e immagino a un buon numero di bevitori.

Grande attenzione, nel corso dei due giorni, ho riservato a un birrificio che avevo incrociato all’IBF di Milano a marzo con un paio di assaggi un po’ di corsa, vale a dire San Paolo di Torino. Ero arrivato con alte aspettative, colpa di un comune amico, e le alte aspettative sono un nemico mortale nel prepararsi a un assaggio più o meno critico. Nel corso della due giorni ho assaggiato tutte le loro proposte alla spina, dalla India Pale Ale Ipé aromatizzata al chinotto alla versione Harvest con luppoli freschi (buon esperimento, ma trovo meglio riuscita la versione classica) passando per Robinia, Pecan e Jatobà. Assaggi proficui e voglia di provarle con più calma e a bicchiere pieno, per cogliere tutte le sfumature con la dovuta calma.

Concludo sottolineando l’ottimo successo del festival in termini di pubblico, direi davvero niente male per una prima edizione. Un premio anche alla sciura sui 45 che, appena arrivata, si è lamentata (dopo aver impegnato il lavabo per 5 minuti di orologio in compagnia di amici e amiche) a gran voce per “6 euro di ingresso e devo anche lavare il bicchiere“?

Report sul Villaggio della Birra 2010 – Bibbiano (SI)

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Category : Eventi, Festival

Il nostro arrivo a Bibbiano nella serata di venerdì era molto speranzoso: previsioni di bel tempo dopo le pioggerelle dei giorni precedenti, l’ottimismo sulla riuscita e sul piacere della manifestazione, e una bella truppa di PintaPerfetta pronta a provare a raccontarvi le sensazioni di un weekend vissuto di assaggio in assaggio: Alessio, Gabriele e Mattia, con gole arse e voglia di non lasciarsi sfuggire nulla di quanto il Villaggio poteva offrire.

Le confuse giornate precedenti al festival avevano avuto come protagonista il tormentone legato alla presenza-assenza delle birre di Pausa Cafè, con l’annuncio della presenza ufficiale del birrificio torinese al festival. Si è partiti (venerdì sera) con una serata “pre-Villaggio” ispirata a quella dello Zythos, che vedeva una offerta culinaria abbastanza ridotta e la presenza in fusto di una serie di ottime birre che non sarebbero state servite nei giorni di sabato e domenica: sugli scudi la V Cense di Jandrain-Jandrenouille, la Hercule Stout di Ellezoise e la Saison Dupont Dry-Hop, unica poi riproposta anche nei giorni successivi. Della serata, oltre al vento polare e a delle belle chiacchierate con Kuaska (approfittiamo del report per auguragli buon compleanno), si ricorda un simpatico siparietto con l’allegra comitiva dei birrai belgi protagonista di un ballo con tanto di filastrocca in fiammingo e schiaffi in fronte. Purtroppo non siamo a conoscenza di foto o filmati che testimonino l’avvenuto, ma se li ritrovate vi preghiamo di segnalarceli.

La mattina di sabato vede il risveglio e la riorganizzazione del gruppetto di Pinta Perfetta, con breve tappa mattutina a Buonconvento e rientro al Villaggio più o meno per l’apertura. Quasi tutti i birrifici sono in ritardo più o meno clamoroso con i preparativi, quindi per non sbagliare mi procuro una Tipopils nell’unico stand già pronto: quello del Birrificio Italiano, che purtroppo è presente solo con le birre e senza nessuno dello staff, nonostante l’annunciata presenza di Agostino Arioli. Davvero un brutto modo di partecipare ad un festival, e in special modo a un festival a inviti e “a rotazione” come il Villaggio della Birra, e una mancata occasione per presentare le sue birre di persona e scambiare due chiacchiere con gli appassionati.

L’Olmaia come sempre fa gli onori di casa (come birrificio “di zona” ha una wild card di partecipazione che lo rende ospite fisso, unico tra gli italiani), le birre sono molto piacevoli e Moreno è una persona di una disponibilità e umiltà davvero rare.

Un rapido giro di Saison (genere dominante al Villaggio di quest’anno, con almeno una decina di ottime variazioni sul tema a opera dei vari birrifici belgi e italiani) de Dottignies di De Ranke e siamo pronti per testare le birre di Pausa Cafè, presente in extremis con un gruppo di volonterosi ragazzi ma senza il mastro birraio Andrea Bertola, rimasto in convalescenza a Torino. Le birre… personalmente (Alessio) faccio davvero fatica ad appassionarmi alle birre che puntano tanto (tutto?) su aromatizzazioni spinte e (fin troppo?) fantasiose. Tra le suggestioni da risotto alla milanese della Duiemes (trionfo di zafferano) e gli incensi (no, dico: incensi?) mi sono un po’ perso. Vedremo se Mattia o Gabriele vorranno aggiungere qualcosa sulle birre portate al Villaggio. Certo la fortuna non mi assiste: anche al Pils Pride 2010 ero rimasto deluso da una P.I.L.S. tutt’altro che in forma.
(Mattia: Concordo in tutto e per tutto, anche io non amo le estremizzazioni di spezie. Sicuramente un passo indietro rispetto a Rimini 2010, quando avevo trovato una buona Chicca, da bottiglia però.)

Come al solito abbiamo trovato una strepitosa Rulles Estivale e nella chiacchierata domenicale con Grégory Verhelst (fra qualche giorno piubblicheremo l’intervista video in esclusiva) abbiamo scoperto la nuova La Grande 10.

La mancanza (o quasi) di una birra di altissima bevibilità ha spesso rallentato il ritmo delle bevute, ma non ci siamo abbattuti e abbiamo continuato a marciare con l’ultima Saison, quella di Extraomnes, di cui siamo rimasti ampiamente soddisfatti. Schigi ci ha poi raccontato i progressi e le sue ultime idee riguardo al suo birrificio in particolare e più in generale alla scena birraia italiana (anche questa intervista verrà rilasciata fra qualche giorno). Nel nostro girovagare, di spina in spina, non possiamo che parlare bene della Vergine di Gottem (Maeght van Gottem: la famosa birra con dry-hopping in bottiglia!) di Sint Canarus, provata per la prima volta in fusto; della eccellente Saison d’Erpe-Mere di Glazen Toren, con la “collega” Ondineke che invece non ci ha lasciato soddisfattissimi (buona, ma niente di clamoroso); buona la Metisse (Saison) di Lion a Plume e ottima la Oesterstout di Schelde Brouwerij.

Capitolo a parte per Toccalmatto, che si sta confermando un ottimo punto di riferimento nella scena birraia italiana. Grazie alla disponibilità di Bruno Carilli e “Allo” Gatti, abbiamo potuto avere le loro testimonianze in esclusiva circa i nuovi progetti e le nuove birre. Tra quelle presenti, menzione d’onore per la Zona Cesarini, la Surfing Hop e la nuova bitter (senza nome, anche se durante il Villaggio ha assunto via via le denominazioni di “No Name’s”, “Allo’s”, “Bruno’s”, “Boero’s”, “XWZZE’s” e chissà quante altre che ci siam persi), leggera come lo stile comanda e luppolata come una IPA .

Una menzione speciale anche per l’angolo dedicato alle Oud Bruin, con una proposta di spine rara da trovare anche in Belgio per un genere molto particolare e certamente non diffuso. Oltre alla famosissima Rodenbach Grand Cru, abbiamo avuto modo di provare la Ichtegems Oud Bruin e soprattutto la favolosa Cnudde Oud Bruin.

La domenica è cominciata con la cotta pubblica (come lo scorso anno a opera dell’associazione Ars Birraria) e l’incontro tra homebrewing. Nel tardo pomeriggio invece la premiazione del concorso homebrewing,. Tra una birretta e l’altra, c’è stato anche modo di fare un bilancio dell’edizione 2010 con Gianni Tacchini, organizzatore del festival e gestore del TNT Pub.

La nostra seconda esperienza al Villaggio è stata forse anche migliore di quella della passata edizione, complessivamente. Rispetto allo scorso anno si è solo sentita la mancanza di un personaggio di rilievo internazionale come Tim Webb, ma questo non ha assolutamente impedito di poter apprezzare appieno una delle poche manifestazioni di respiro internazionale con mastri birrai disposti a spiegare e raccontare le loro birre in una cornice fantastica come quella delle colline toscane, oltre che una grande occasione di ritrovo e confronto con altri appassionati di birra da tutta Italia (e non solo).

Vi lasciamo con la nostra carrellata-video di alcuni dei birrifici presenti:

Alessio, Gabriele e Mattia.

Cose da sapere sul Villaggio della Birra 2010 – Bibbiano di Buonconvento (SI)

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Category : Festival

Del Villaggio della Birra, storico appuntamento di inizio settembre sulle colline toscane, abbiamo già parlato diverse volte. Dell’edizione 2010 abbiamo cominciato a parlarne qualche mese fa con le prime anticipazioni.

A circa una settimana dall’inizio, facciamo un breve riepilogo di notizie utili per chi fosse interessato a fare un salto in quel di Bibbiano, piccola frazione collinare del borgo di Buonconvento, non molto lontano da Siena.

Cominciamo dalle date: il festival si svolgerà sabato 11 e domenica 12 settembre 2010, si parte più o meno a metà mattinata e si tira fino a notte. Durante il festival si potranno comprare dei gettoni (al prezzo di 1,50 euro ciascuno) che serviranno poi per rifornirsi di birra, di cibo o semplicemente per prendere la maglietta ufficiale (quella dell’anno scorso era davvero bellina, vediamo come sarà quella nuova).

La vera novità, rispetto alle passate edizioni, è la serata di venerdì 10 settembre, la cosiddetta pre-Villaggio, che darà modo di provare fin dal venerdì sera le birre che durante il festival saranno servite alla spina all’interno del TNT Pub (la nostra recensione).

La lista è succosa e prevede:

Saison Dupont Dry-Hop (Brasserie Dupont)
Saison IV (Brasserie de Jandrain-Jandrenouille)
V Cense (Brasserie de Jandrain-Jandrenouille)
Hommel Bier (Van Eecke Brouwerij)
Quintine Hercule (Brasserie de Legends)
ST. Bernardus Prior (Sint Bernardus Brouwerij)

Saranno presenti i mastri birrai e sarà una bella occasione per cominciare subito alla grande.

Sabato e domenica si svolgeranno laboratori di degustazione condotti da Lorenzo “Kuaska” Dabove e da Ben Vinken, grande esperto di birra direttamente dal Belgio.

Del resto, il Villaggio della Birra è dedicato principalmente alla presentazione, valorizzazione e celebrazione della scuola birraria belga. Quest’anno la nutritissima lista di birrifici ospiti prevede un sacco di nomi, alcuni già ben noti ai frequentatori delle passate edizioni, più qualche nuovo nome.

Ma veniamo alla lista dei birrifici (e dei birrai) belgi presenti:

Boelens Huisbrouwerij (Kris Boelens)
‘tHofbrouwerijke (Jef Goetelen)
Brasserie du Lion à Plume (Raphaël Vanoudenhoven)
Den Hopperd (Bart Desaeger)
Brasserie de Cazeau (Laurent Agache)
Brouwerij De Ranke (Nino Bacelle)
Brasserie du Lion à Plume ( Raphaël Vanoudenhoven)
Brasserie Sainte Hélène ( Eddy Pourtois)
Brasserie Artisanale de Rulles (Grégory Verhelst)
Brouwerij Sint Canarus (Piet Meirhaeghe)
Glazen Toren Brouwerij (Jef Van den Steen)
Hof ten Dormaal (Andre Janssens)
Schelde Brouwerij (Gust Hermans)

Per quanto riguarda l’Italia, fa come sempre gli onori di casa il Birrificio l’Olmaia, mentre i birrifici ospiti sono lo storico Birrificio Italiano (sarà presente Agostino Arioli, una delle figure chiave del movimento birrario italiano), Birrifico Toccalmatto (di cui, se ci seguite da un po’, ormai saprete più o meno tutto) e Pausa Cafè dalla provincia torinese (saltati: leggere i commenti per saperne di più).

Sono annunciati un angolo dedicato alle trappiste alla spina (Chimay Triple e Westmalle Dubbel), un angolo lambic (l’anno scorso in bottiglia, quest’anno lo scopriremo sul posto) e un particolarissimo angolo Oud Bruin, dedicato a uno dei generi di birra belga (e olandese) meno noti. L’esempio più famoso è la superba Rodenbach Grand Cru, che probabilmente avrete avuto modo di trovare in qualche pub o beer shop ben fornito.

Se volete ingannare l’attesa o saperne di più potete visitare il sito ufficiale (dove trovate ulteriori dettagli su come raggiungere il festival, sull’offerta culinaria, sulle degustazioni), oppure andare a ripescare il report di Pintaperfetta sull’edizione 2009.

alessio

Guida Alle Birre d’Italia 2011 – Slow Food

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Category : Birra, Varie

E’ uscita la Guida Alle Birre d’Italia 2011 di Slow Food, pubblicazione abbastanza attesa fosse anche solo per cancellare il triste ricordo dell’edizione precedente, un libro con ottime promesse (il primo a voler fotografare nei dettagli il crescente movimento birrario italiano) ma con numerose pecche. Doveva essere la nostra prima recensione, quella dell’edizione precedente, ma decidemmo di soprassedere, non sapendo bene da che parte affrontare quel curioso volumetto. Già la presenza di pagine pubblicitarie in un libro (specie in una guida) mi risulta strana, ma almeno era un po’ meno fuorviante dell’insertino di una nota multinazionale presente sulla Guida Alle Birre del Mondo del compianto Michael Jackson, edita anch’essa da Slow Food.

Tra le tante perle, ricordo la totale assenza del Mosto Dolce (storico brewpub di Prato con almeno un paio di produzioni di tutto rispetto) e la presenza di nomi improbabili come il brianzolo Novecento. Difetti prontamente corretti nella nuova edizione della guida, che si concede il lusso di giocare d’anticipo inserendo birrifici in via di apertura come Extraomnes (di Luigi “Schigi” D’Amelio, letteralmente atteso al varco da un bel po’ di gente con cui ha avuto vivaci confronti in rete) ed Endorama (dell’amico Simone Casiraghi).

La vecchia guida ci diceva che le birre alla spina non meritavano giudizio né, quindi, apprezzamento. Criterio un po’ surreale, anche perché ci sono stili birrari che in bottiglia perdono tanto, se non tutto. Inoltre, ci sembrava un modo un po’ pigro e snob di liquidare i brewpub e le loro produzioni: difetto non ancora superato. Il giudizio sulle bottiglie invece vedeva un profluvio di capolavori da quattro e cinque stelle, e anche i grandi nomi dell’industria (trattati a parte nel finale) non avevano grosse difficoltà a raggiungere le due-tre stelle.

Questo, in passato. Guardiamo avanti, guardiamo al futuro, affidandoci alle stelle, appunto. Sembra esserci stata una discreta revisione in basso, con un generale abbassamento del voto che ha colpito quasi tutti.

Sul web, si è partiti dall’anteprima dell’ottimo Andrea Turco (che ha curato la parte dedicata alla birra in rete, e che ci ha segnalato: grazie) che anticipa la lista delle birre-capolavoro, quelle birre talmente buone da meritare il massimo punteggio possibile. Lista che ha destato polemiche fin dai primi commenti, con diversi lettori che contestavano l’una o l’altra birra, o facevano ironia sulle (legittime) perplessità di Paolo Polli. Ve la copiamo pari pari, per chi non avesse ancora avuto occasione di poterla apprezzare:

Chocarrubica – Grado Plato
Draco – Montegioco
Elixir – Baladin
Erika – Baladin
Filo Forte Oro – Birra Pasturana
Frakè – San Paolo
Ipè – San Paolo
Isaac – Baladin
Mama Kriek – Baladin
Martina – Pausa Cafè
Mummia – Montegioco
Nora – Baladin
Panada – Troll
Quarta Runa – Montegioco
Sticher – Grado Plato
Strada San Felice – Grado Plato
Tibir – Montegioco
Tosta – Pausa Cafè
Tosta Cuvée Acida – Pausa Cafè
Xyauyù – Baladin
Amber Shock – Birrificio Italiano
ArtigianAle – BI-DU
Ghisa – Lambrate
Nubia – Orso Verde
Porpora – Lambrate
Rodersch – BI-DU
Scires – Birrificio Italiano
Tipopils – Birrificio Italiano
Wabi – Orso Verde
Admiral – 32 Via dei Birrai
Extra Brune – Maltus Faber
Triple – Maltus Faber
BIA Golden Ale – Ducato
Divinatale – Torrechiara
Panil Enhanced Final – Torrechiara
Re Hop – Toccalmatto
Skizoid – Toccalmatto
Via Emilia – Ducato
Winterlude – Ducato
Contessa – Amiata
La 9 – L’Olmaia
Duchessa – Birra del Borgo
Enkyr – Birra del Borgo
Genziana – Birra del Borgo
Re Ale – Birra del Borgo
Reale Extra – Birra del Borgo
Re Porter – Birra del Borgo
Bianca Piperita – Opperbacco
Blanche du Valerie – Almond ‘22
10 e Lode – Opperbacco
Maxima – Almond ‘22
Noscia – Maltovivo
BB10 – Barley
BB Evò – Barley
Toccadibò – Barley

Questi dunque i capolavori dell’arte birraria italiana, curiosamente concentrati in pochissime regioni di produzione, tanto che uno potrebbe pensare che l’autore si sia lasciato un po’ trasportare dall’entusiasmo, o, come temiamo, dalle simpatie.

Altrove, invece, il neo-mastro birraio Schigi (vedi sopra) in veste di maestrina dalla penna rossa offre le sue cinque stelle e tira la riga su alcune produzioni e ne aggiunge altre, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di aumentare le Baladin in lista, che assieme a Birra del Borgo occupano mezza lista delle eccellenze. Intendiamoci: a me, le birre del Borgo piacciono, specie alla spina. Della Genziana, provata in bottiglia un paio di volte, mi ha colpito la totale assenza dell’aromatizzazione promessa. Ma ammetto che un paio di assaggi non sono sufficienti a giudicare la complessità di una birra, e magari mi è capitata la bottiglia sfortunata. Lo stesso riesame me lo riservo per la collaborazione di lusso (con Sam Calagione della Dogfish Head) My Antonia, che almeno ha il pregio di spaccare gli appassionati tra chi la adora e chi no.

Da parte nostra, quello che notiamo è un grosso livellamento: una volta deciso che un birrificio fa roba buona, si sprecano le quattro stelle, con punte di cinque per le eccellenze e con un bel tre per le birre che a chi ha curato la guida non sono piaciute. Raramente (mai?) un birrificio “cinque stelle” si prende le due stelle per una produzione sballata, piuttosto si fa finta di nulla e si mette solo la schedina in breve senza valutazione, forse per non sporcare la scheda di qualche produttore più o meno intoccabile. A sentire i curatori, ogni birra valutata è stata assaggiata almeno tre volte. Io ho forti dubbi, specie per qualche “produzione speciale” che si è rivelata di difficile reperibilità pure nelle zone di produzione (un nome su tutti, per chi come me abita in Lombardia, può essere quello della Birra Madre di Menaresta, un frullato di lieviti impazziti di difficile valutazione: tre stelle).

A proposito di birre tre stelle: la mia più grande perplessità è proprio sulla presenza di moltissime birre liquidate con una breve scheda che riprende quasi calligraficamente la scheda del produttore e vengono liquidate con un giudizio medio senza troppi approfondimenti. Alcuni birrifici hanno una fila di stelle praticamente uguali per ogni birra prodotta, con una variabilità quasi assente. La sensazione è che le birre non siano state provate con la dovuta attenzione, perché la maggior parte dei birrifici ha un paio di prodotti di punta e un prodotto o due ai limiti della potabilità. Qui invece tutto è livellato sulla norma, come se al birrificio fosse stato assegnato un determinato punteggio e in base ad esso poi si fanno gli aggiustamenti del caso. Non si sa quindi se sarebbe utile pensare a un nuovo sistema di valutazione o se cancellare il sistema di stelle in tutto e per tutto.

Inoltre, quando leggo una guida birraria mi piace una certa personalità nelle scelte e anche nelle schede. Certo, c’è il rischio di sbagliare, di dire qualche fesseria, ma almeno si giustifica in qualche modo il proprio lavoro, o almeno si fa vedere che c’è un lavoro dietro. Fare il verso alla scheda del produttore, per quanto dettagliata possa essere, mi fa chiedere cosa una guida del genere aggiunga rispetto alla semplice lettura delle etichette, comodamente possibile sia nel proprio pub-beer shop di fiducia che, ancora più facilmente, sulle pagine web dei produttori stessi.

15 (quindici) euro sono tanti, per un libro con le inserzioni pubblicitarie. Inserzioni di prestigio, da un noto distributore di birra alla maggiore banca italiana, passando per il marchio più noto di caffè del Belpaese e il consorzio di una nota specialità casearia. Gente con i soldi, insomma, mica parliamo di una paginetta di qualche oscura associazione locale di appassionati.

Le cose più carine sono la breve scheda introduttiva al birrificio e la tabellina che in pochi simboli riassume le birre. Velo pietoso sulla chiocciolona Slow Food.

Giudizio finale? Compratelo se vi serve una sorta di elenco del telefono della birra italiana, con due linee guida su quello che va assolutamente evitato (birre da 1-2 stelle) e quello che andrebbe provato almeno una volta (birre dalle 3 stelle in su). A proposito, tra le birre da due stelle ci sono la Grigna, pils del Lariano, e la Dreher, che “colpisce per facilità di beva” (sic). Prosit?

Open, Roma

Category : Locali

Come ultima tappa romana, dopo Ma che seiete venuti a fà, Brasserie 4:20, Bir & Fud, Mastro Titta, in Aprile ho visitato anche l’Open, sito in via degli Specchi, in zona Campo de’ Fiori (mappa), facilmente raggiungibile da Piazzale Torre Argentina. Il locale è al piano terra in una piccola stradina, e si divide in due ambienti: quello in cui si entra, più grande e che ospita la maggiorparte dei tavoli e delle spine, e quello più piccolino riservato alle produzioni estere.

Il locale, nella sala principale, offre una sessantina di posti a sedere, divisi più o meno equamente tra tavoli alti e divanetti. Praticamente inservibili, a meno che non siate dei giganti, gli sgabelli al bancone: vi trovereste comodi come seduta ma la vostra birra appoggiata sul bancone orbiterebbe almeno 10 cm più in alto di voi… la situazione mi ha lasciato piuttosto perplesso e non ho capito se era voluta o meno. L’arredamento, tutto il stile-Baladin è accogliente, con colori caldi ma anche moderno (acciaio). Il menù è presentato su un’enorme lavagna-parete alla sinistra del bancone, dove vengono aggiornate tutte le spine presenti al momento.

Nonostante ciò, è disponibile anche un menù, anche questo in stile-Baladin, con tutte le birre del giorno (è stampato “fresco”, complimenti per questo), divise per stile . Dietro al bancone sono esposte le bottiglie disponibili all’acquisto, anche se alcune voci mi han detto che pian pianino andranno a calare rendendo l’offerta del “take-away” meno interessante.

Open, Roma

Open, Roma

Sulle spine il discorso è semplice e tuttavia molto gustoso: come molti di voi sapranno, ci sono una quarantina di produzioni italiane a furiosa rotazione, tanto che anche qui come da altre parti, suggerisco di prendere subito le birre desiderate per non rischiare di doverle mancare. I birrifici presenti sono svariati, si va dal Bi-Du al Birra del Borgo, da Baladin a Citabiunda, da Ducato a Birrificio Italiano passando per Scarampola, Pausa Cafè, Orso Verde, Toccalmatto, Bruton, L’Olmaia, B94 e tanti tanti altri. I nomi sono eccellenti e davvero ogni serata “rischia” di essere stravolta dalla grande rotazione presente.

Nella sala “estera” invece si danno il cambio le produzioni di BrewDog (io ho preso una eccellente 5 am Saint), Het Anker, De Ranke eccetera. Birre anche qua eccellenti. I prezzi in linea di massima non sono proprio competitivi, e sono fissi sui 5€ per la 0.33: c’è da dire che sono bene o male allineati a quelli di tutti gli altri locali di Roma.

L’offerta sul cibo è buona, io ho solo preso delle gustose patate tipo “crisp” chiamate “fatata” con condimento a piacere, ma anche qui i prezzi non sono davvero troppo popolari. Vedo l’Open come un locale dove fare un buon e lungo aperitivo, magari poi spostandosi per mangiare qualcosa di più appagante, ma è solo la mia modesta opinione.

In conclusione, un eccellente locale che ha puntato tutto sulle artigianali italiane, e pur non essendo io un grande (e a volte nemmeno piccolo) amante nè delle birre Baladin nè della “politica” societaria, bisogna comunque apprezzare la vasta offerta dell’Open e la cortesia del personale: un salto, se si è a Roma, è giusto farlo, anche per poter esprimere la propria opinione a riguardo.

mattia