OctobEUR Fest – Report

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Category : Festival

E’ finita ieri a Roma la prima edizione di OctobEUR Fest, svoltasi al Parco Rosati tra le giornate di mercoledì e domenica. Pianificato dalla “macchina organizzatrice” di Alex Liberati comprendente Brasserie 4:20, ImpexBeer, Revelation Cat e con il patrocinio del Comune di Roma, si può dire sia stato davvero un grande successo. Io son stato alla serata di venerdì, con arrivo molto presto (praticamente all’apertura delle 18.30) e con la mia partenza dieci minuti prima delle 3.

Nell’arco della serata, l’affluenza è stata elevata e anche negli ultimi istanti prima della chiusura, il posto (davvero bello) era praticamente pieno: alla punta di affluenza, verso le 23, in alcuni degli stand ci voleva più di mezz’ora per poter arrivare al banco-spina.
Come vi avevamo anticipato qua le spine erano davvero notevoli e tante, ed erano divise in stands-isola in base alla provenienza: Germania, Inghilterra, Belgio-Olanda, Danimarca, Stati Uniti e Italia, più lo stand della zona mangereccia e il beer shop per portarsi a casa qualche bottiglia.

L’ingresso era gratuito, ma il primo acquisto era “obbligato” a 15€, che venivano scambiati con il bicchiere (scelta tra pinta e mezza pinta), 10 gettoni e il programma con tutte le birre servite. A proposito del bicchiere, avendo lo scopo di gustare più birre possibili, la scelta è caduta sulla mezza pinta: per riempirla al banco ci volevano 2 gettoni (per la pinta, 5), e ogni “ricarica” di gettoni costava 1,20€, il che rendeva gli assaggi a buon prezzo (2,40€ la mezza, 6€ la pinta).

Dichiaro subito la mia birra preferita, perchè l’ho (l’abbiamo tutti, in realtà) trovata davvero eccezionale: la Op&Top di De Molen, una bitter ale stupendamente bilanciata. Nel corso della serata ho visitato almeno una volta tutti gli stands (tranne quello italiano perchè le birre presenti – le ottime ExtraOmnes di Schigi – le avevo già provate in altre occasioni), partendo con la Braustelle Kolsch, Moor Hoppiness e DarkStar American Pale, seguita dalla Mikkeller Ten (Ipa, 6.5% secondo me molto lontana dagli standard di eccellenza di Mikkeller), Revelation Cat Back to Basic West Coast Ipa (molto buona), Southern Tier Pale Ale e Gemini (era presente, tra le altre, anche la Choklat che avevo già sentito tempo fa al 4:20) e l’eccellente Uncommon Baltic Porter.

La vera sorpresa, però, si trovava ben nascosta e grazie ad un’anticipazione che avevamo avuto tempo fa siamo riusciti facilmente a scoprie il segreto che la celava. Proprio dietro allo stand mangereccio, tramite un piccolo (e pericolosissimo, ho sbattuto la testa in un paio di occasioni) passaggio tra le siepi, si arrivava ad un banco-spina nascosto, dove abbiam trovato delle vere chicche: io ho provato la BrewDog Paradox (ottima, ma purtroppo non so dire di quale batch si trattasse), la Pizza Port Welcome Back Wipeout e un’altra, sempre di Pizza Port, che mi son scordato, due Lambic (uno di Boon e uno con dry hopping) e la Hel & Verdoemenis 2009 di De Molen.

Inutile dire che dopo tutte queste fosse giunto il momento di andare verso qualcosa di morbido e orizzontale, anche perchè le ore di treno fatte al mattino non avevano certo aiutato ad accumulare energia. Alla fine erano poi quasi le 3 di mattina e dovendo tornare a Modena il sabato pomeriggio, farlo col mal di testa non sarebbe stata una grandissima idea. L’impressione definitiva è super-positiva: grandi pecche non ne ho viste, le lamentele sui prezzi (che ci erano giunte nei giorni precedenti) erano assolutamente ingiustificate, la qualità (e ricercatezza) delle birre era altissima. Forse, volendo fare un piccolo appunto, a volte si arrivava dopo un po’ di coda al banco e alcune birre risultavano esaurite, oppure alcuni dei cask nello stand inglese sono arrivati a temperatura ben oltre le 8.30: piccoli dettagli praticamente inutili nel valutare, nel complesso, una manifestazione di grande rilevanza che speriamo possa avere lunga vita.

mattia

Open, Roma

Category : Locali

Come ultima tappa romana, dopo Ma che seiete venuti a fà, Brasserie 4:20, Bir & Fud, Mastro Titta, in Aprile ho visitato anche l’Open, sito in via degli Specchi, in zona Campo de’ Fiori (mappa), facilmente raggiungibile da Piazzale Torre Argentina. Il locale è al piano terra in una piccola stradina, e si divide in due ambienti: quello in cui si entra, più grande e che ospita la maggiorparte dei tavoli e delle spine, e quello più piccolino riservato alle produzioni estere.

Il locale, nella sala principale, offre una sessantina di posti a sedere, divisi più o meno equamente tra tavoli alti e divanetti. Praticamente inservibili, a meno che non siate dei giganti, gli sgabelli al bancone: vi trovereste comodi come seduta ma la vostra birra appoggiata sul bancone orbiterebbe almeno 10 cm più in alto di voi… la situazione mi ha lasciato piuttosto perplesso e non ho capito se era voluta o meno. L’arredamento, tutto il stile-Baladin è accogliente, con colori caldi ma anche moderno (acciaio). Il menù è presentato su un’enorme lavagna-parete alla sinistra del bancone, dove vengono aggiornate tutte le spine presenti al momento.

Nonostante ciò, è disponibile anche un menù, anche questo in stile-Baladin, con tutte le birre del giorno (è stampato “fresco”, complimenti per questo), divise per stile . Dietro al bancone sono esposte le bottiglie disponibili all’acquisto, anche se alcune voci mi han detto che pian pianino andranno a calare rendendo l’offerta del “take-away” meno interessante.

Open, Roma

Open, Roma

Sulle spine il discorso è semplice e tuttavia molto gustoso: come molti di voi sapranno, ci sono una quarantina di produzioni italiane a furiosa rotazione, tanto che anche qui come da altre parti, suggerisco di prendere subito le birre desiderate per non rischiare di doverle mancare. I birrifici presenti sono svariati, si va dal Bi-Du al Birra del Borgo, da Baladin a Citabiunda, da Ducato a Birrificio Italiano passando per Scarampola, Pausa Cafè, Orso Verde, Toccalmatto, Bruton, L’Olmaia, B94 e tanti tanti altri. I nomi sono eccellenti e davvero ogni serata “rischia” di essere stravolta dalla grande rotazione presente.

Nella sala “estera” invece si danno il cambio le produzioni di BrewDog (io ho preso una eccellente 5 am Saint), Het Anker, De Ranke eccetera. Birre anche qua eccellenti. I prezzi in linea di massima non sono proprio competitivi, e sono fissi sui 5€ per la 0.33: c’è da dire che sono bene o male allineati a quelli di tutti gli altri locali di Roma.

L’offerta sul cibo è buona, io ho solo preso delle gustose patate tipo “crisp” chiamate “fatata” con condimento a piacere, ma anche qui i prezzi non sono davvero troppo popolari. Vedo l’Open come un locale dove fare un buon e lungo aperitivo, magari poi spostandosi per mangiare qualcosa di più appagante, ma è solo la mia modesta opinione.

In conclusione, un eccellente locale che ha puntato tutto sulle artigianali italiane, e pur non essendo io un grande (e a volte nemmeno piccolo) amante nè delle birre Baladin nè della “politica” societaria, bisogna comunque apprezzare la vasta offerta dell’Open e la cortesia del personale: un salto, se si è a Roma, è giusto farlo, anche per poter esprimere la propria opinione a riguardo.

mattia

Intervista esclusiva con Manuele Colonna

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Category : Interviste, Varie

Inauguriamo oggi una (si spera) lunga serie di interviste con i più stimati conoscitori del panorama italiano della birra artigianale. Iniziamo da Manuele Colonna, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare a fine IBF Roma 2010, e che ringraziamo per la disponibilità.

Manuele Colonna è il gestore di tre locali a Roma (Ma che siete venuti a fà – votato Miglior Pub del Mondo nel 2009 -, Bir & Fud e il nuovo beershop Domus Birrae) e uno dei massimi conoscitori del mondo birrario italiano ed estero.

Parte I – 8 minuti

Parte II – 5 minuti

Lasciate, se volete, i vostri commenti qui sotto.

Mattia

Ma che siete venuti a fà, Roma

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Category : Locali

Terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei locali della Capitale: oggi focalizziamo l’attenzione sul primo dei due locali di Mauele Colonna: entrambi si trovano a Trastevere, nella parte per certi versi più affascinante della città, ed entrambi hanno sede in via Benedetta (mappamappa dettagliata), trovandosi infatti l’uno di fronte all’altro.

Partiamo oggi con il Ma che siete venuti a fà, affettuosamente chiamato Makke dai suoi clienti abitudinali: il locale è davvero un must assoluto, per una svariata serie di ragioni che ora spiegherò.
Intanto comincio a dire che, seppure io non sia un grande appassionato di premi e onorificenze varie (ho da sempre il parere che la vera soddisfazione sia quella che ti regalano i clienti non abitudinali), il Makke quest’anno è stato votato “Miglior locale del Mondo” dagli utenti di ratebeer.com (trovate la classifica qui). Un premio prestigioso perchè dato appunto dai clienti e non dalle grandi associazioni: nella video-intervista esclusiva che ho realizzato con Manuele, e che uscirà a breve qui su pintaperfetta, è lui stesso a dichiararsi soddisfatto senza però esaltare il solo risultato.

Ma che siete venuti a fà, Roma

Ma che siete venuti a fà, Roma

Detto questo, il locale ha aspetti davvero importanti: partiamo dall’ampio numero di spine, sono 16 di cui 3 in cask. Passando alla rotazione, nelle mie tre visite ho avuto modo di vedere con quale frequenza la lavagna delle spine venga aggiornata… state attenti quindi, se doveste mai capitarci, a prendere subito la birra che volete e non aspettare e tenerla per ultima… rischiate di non trovarne più.  Le spine fisse sono quelle della Beck Bräu (Zoigl, Tiberator, Affumicator), la Weihenstephaner Weiss, la Tipopils e la Bibock del Birrificio Italiano. Oltre a queste, le altre cambiano di volta in volta: durante la mia visita ho avuto modo e piacere di gustarmi una Bayerischer Bahnof Gose (la birra “al sale” del Nord della Germania), un’ottima Brooklyn Ipa, una Beer Here Päske (una Ipa danese a 7%, luppolatissima con gran presenza di cascade), una IV Saison de Jandrain Jandrouille (saison erbacea davvero notevole), una sempre buona Rulles Triple e almeno un paio di Tipopils. Sulla lavagna presenti anche produzioni di Lambrate (Urtiga), Cantillon (Vigneronne e St. Lamvinus), Harviestoun e la produzione speciale di Montegioco: la Makkestout.

Ma che siete venuti a fà, Roma

Ma che siete venuti a fà, Roma

I lati negativi. A chi considera come lati negativi l’assenza di qualsiasi tipo di cucina (noccioline a parte!) e il ristretto numero di posti a sedere (25, a stare davvero abbondanti), suggerisco di provare orari differenti rispetto al venerdì o sabato sera. Gli orari di apertura, consultabili anche sul sito ufficiale, sono piuttosto ampi. Da parte mia, per esempio, adoro i posti piccoli e caciaroni e, anche se solo, ho potuto conoscere un sacco di persone in breve tempo. Sicuramente, per l’esatto opposto per cui avevo detto che il 4:20 era a parer mio più adatto ad una serata tranquilla con un paio di amici o la ragazza, il Makke invece sembra essere fatto apposta per una serata più “movimentata”.

Il Ma che siete venuti a fà in conclusione è un super-locale: è gestito con estrema professionalità (così poi come in tutti gli altri posti visitati nella tappa romana) e cortesia – almeno nei miei confronti – e non deve davvero mancare nella tabella di marcia di un buon bevitore.

E se vi viene fame, non potete far altro che attraversare la strada ed entrare al Bir & Fud.

mattia

Mastro Titta, Roma

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Category : Locali

Comincio il mio giro di recensioni sui locali di Roma con quello che non conoscevo affatto e che invece è un must assoluto, e molto differente dagli altri che recensirò fra qualche giorno. Parlo del Mastro Titta di Roma (mappa piccolamappa grande), locale che nella capitale è considerato uno dei primi promotori della birra artigianale sulla scena cittadina. Il locale prende il nome da Giovanni Battista Bugatti, detto appunto Mastro Titta, che tra il 1796 e il 1864 fu il boia di Roma.

Particolarmente ampio, e disposto su due livelli, la prima caratteristica che viene in mente quando si entra è l’atmosfera: il Mastro Titta, almeno al piano terra, è particolarmente buio e all’ingresso si rimane stupiti su come sarà possibile vederci. Pian piano però gli occhi si abituano e le varie cose cominciano a prendere forma e colori: il locale è arredato nel classico stile irlandese, in legno e presenta numerosi tavoli con divanetti.

Il locale Mastro Titta di Roma con Giorgione, il gestore

Il locale "Mastro Titta" di Roma con Giorgione, il gestore

Le spine sono di grande rispetto e a prezzi decisamente contenuti (5.00 – 5.50 €) . Essendo a vorticosa rotazione, posso dirvi quello che c’era quando son stato io. L’impianto prevede una quindicina di spine, di cui due erano riservate alla Sierra Nevada Ipa e alla Sierra Nevada Harvest, e 4-5 alle classiche birre tedesche. Il meglio arriva quando ci si sposta sulle spine belghe: qui la scelta è ampissima con Gouden Carolus, Rulles Estivale e Rulles Triple, St. Bernardus Abt 12, Moinette Blonde più altre due di altissimo livello che non ricordo. Tra queste mi son bevuto la Harvest e successivamente la Estivale, e le ho trovate in splendida forma.

Il piano interrato offre circa una cinquantina di posti a sedere, con tavoli e panche di legno, sicuramente un pò più spartano e più illuminato del piano terra, e per questo meno fascinoso. Il simpatico gestore Giorgione – che vedete nella foto e che mi dicono essere uno dei più grandi bevitori conosciuti al mondo – propone anche cucina tipica romana, io ho mangiato dei rigatoni alla carbonara davvero ottimi ed abbondanti.
Sicuramente un posto da tenere in alta considerazione in quel di Roma, soprattutto se intendete bere quancosa di belga o molto classico, con i grandi nomi valloni e fiamminghi a darsi battaglia sul bancone… in fondo i classici son sempre di qualità, sempre buoni e non bisogna mai dimenticarli.

mattia