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Rattle n Hum – New York City (NY), USA

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Category : Locali

Mentre dal lato europeo dell’oceano è periodo di vacanze, da questo lato dell’oceano le vacanze non sanno nemmeno cosa vogliano dire. Niente vacanze vuol dire lavoro; ma come al solito, se vado da qualche parte,  che sia in vacanza o no, mi sento moralmente obbligato a cercare qualche locale nuovo. Per cui, rieccomi qui a darvi qualche dritta sui pub sbevazzoni di lusso della grande mela.

Situato all’inizio della 33rd Street East (chi conosce un po’ la topologia di Manhattan dovrebbe aver presente la zona: è a circa un blocco di distanza dall’Empire State Building, e molto vicino anche a Penn Station), Rattle n Hum si colloca in una zona piuttosto chic: difficile trovare qualcosa a basso costo, da queste parti. Però è uno dei locali di NYC con più alto punteggio su Ratebeer, per cui non mi faccio intimidire e decido di andare a dare un’occhiata. Costi quel che costi (in tutti i sensi).

Prima impressione: l’ambiente. Classico pub in legno, molto pulito e scintillante, schermi televisivi giganti un po’ ovunque, poster e lavagne che segnalano quali eventi sportivi verrano trasmessi in diretta. Pieno stile americano da pub “sportivo”, non il mio preferito. Passa qualche secondo, e purtroppo faccio caso alla musica. Brivido, terrore, raccapriccio: country e bluegrass, intervallati da blues vecchio stile, di quello brutto. Non esattamente quello che vorrei trovarmi ad affrontare. Ok, mi siedo lo stesso.

Appena vista la lista delle birre mi tiro su di morale, perché è di tutto rispetto (per usare un eufemismo). Conto ben 38 spine differenti, più 2 on cask. Come se non bastasse, il menu delle birre è organizzato alla perfezione : diviso per stile – circa 18 stili diversi sul menu che ho sotto mano -, e per ogni birra sono indicati la dimensione del bicchiere in cui viene servita, il voto su Beer Advocate, la gradazione alcoolica, lo stato di provenienza, e il prezzo. Da notare che quando dico “stato” intendo “negli USA”: eh si, perché una delle particolarità di questo locale è che serve quasi solamente birre artigianali americane. Non si può che apprezzare l’impegno, oppure condannare il campanilismo: a scelta vostra, ma personalmente lodo l’iniziativa. Il menu è stampato in bianco e nero su semplici fogli di carta, perché è lecito aspettarsi che cambi molto, molto frequentemente; un punto a favore. Da notare che sul sito internet si trova la lista aggiornata delle birre alla spina.

Che cosa mi offriva il menu del giorno? C’era solo l’imbarazzo della scelta. Ovviamente molti Pale Ale e IPA, inclusi alcuni “classici” molto popolari (Green Flash West Coast IPA, Stone Ruination, Dogfish Head 90 minutes, Sierra Nevada Wet Hop Harvest, Smuttynose IPA e PA, Bear Republic Racer 5, Lagunitas IPA e PA): non si può prescindere da questi, perché sono quelli che fanno una buona parte delle vendite. Ma c’erano anche alcune birre più difficili da reperire, come Smuttynose Really Old Brown Dog, Rogue Morimoto Black Soba Ale, Lagunitas Gnarleywine ’08,  il devastante Goose Island Bourbon County Imperial Stout. Ecco, spendo una parola di più su questo: è più vicino al bourbon che alla birra – sul serio, è qualcosa di smisurata potenza; un concentrato densissimo di malti, con un aroma di vaniglia, caramello e quercia (dovuto all’invecchiamento, 150 giorni in botte di bourbon) così intenso da lasciare senza fiato. A chi piacciono le bombe liquorose (io alzo la mano: non ne bevo tante, ma una a fine serata ci sta sempre bene), consigliatissimo.

Apprezzabile anche l’idea di avere varie versioni della stessa birra alla spina ( in questo caso, la Stone Double Bastard e la versione invecchiata Oaked Double Bastard – e anche la versione standard Arrogant Bastard, per chi non la conoscesse). In più, le birre on cask che ho trovato sono una vera chicca: Moylans Dragoons Irish Stout e Kilt Lifter Scotch Ale. Non sono un fan degli scotch ale, ma ho aprezzato molto la stout, secca, “arrostita” e senza fronzoli, davvero ben fatta; soprattutto, è la prima volta che trovo delle Moylans sulla costa est.

Tutto rose e fiori? La scelta delle birre è impeccabile, c’è poco da dire. Però il prezzo è un po’ elevato, anche se siamo in piena Manhattan: almeno 7 dollari per una pinta (tranne pochissime eccezioni a 6 dollari), con almeno un quarto del menu a 8 dollari. Se ci aggiungete tasse e mancia, si arriva a 9 dollari circa per pinta, che non è poco, anche perchè alcune birre vengono giustamente servite in bicchieri più piccoli della pinta standard (tulip, snifter). E devo dire che l’ambiente e la musica non mi sono piaciuti per niente, troppo rappresentativi di quella parte della cultura statunitense che non mi piace; giudizio assolutamente personale, ma tutto conta alla fine, e il Rattle n Hum, nonostante la selezione di prima qualità di birre americane, non rimarrà tra i miei locali preferiti in NYC.

Giacomo
(foto: parte mie, parte sito ufficiale)

Minneapolis

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Category : Viaggi

L’area delle Twin Cities è l’agglomerato urbano più popolato del Minnesota, in cui la parte del leone la fanno le due città di Minneapolis e St. Paul – appunto, le “città gemelle”: in totale, 3.5 milioni di abitanti. Il posto è freddo, molto freddo: d’inverno le temperature raramente superano lo zero, anche di giorno. Trovandomi a Minneapolis per lavoro per più di una settimana, non c’erano quindi molte cosa da fare la sera se non cercare qualche locale interessante – possibilmente vicino, data la temperatura glaciale. Ed ho scoperto una scena birraria interessantissima, della quale non ero minimamente a conoscenza (mea culpa). Ma andiamo con ordine.

Nelle Twin Cities si contano 13 luoghi di produzione della birra, includendo sia birrifici che microbirrerie; e questo ha subito stuzzicato la mia curiosità. Parlando di grandi birrifici, a Minneapolis si può trovare la Surly Brewing Co., mentre a St. Paul ha sede la Summit Brewing Company. Le loro birre alla spina si trovano in moltissimi locali della zona. Ci sono anche microbirrifici (ottima la Town Hall Brewery, uno dei migliori microbirrifici dove sia mai stato), e pub disseminati ovunque, alcuni con un numero impressionante di linee di spina (in almeno due pub ne ho contate più di 30). In futuro scriverò un articolo su tutti i posti più interessanti; per adesso, mi limito ai due birrifici più famosi.

La Surly Brewing Co. è un birrificio nato un po’ per caso, dalla passione per la birra del suo proprietario Omar che, nel 1994, ha ricevuto un kit per farsi la birra in casa; e da lì, tutto si è evoluto. Adesso la Surly vende birra in tutto il Minnesota, e anche a Chicago (ma solo in questi due posti – non la troverete da altre parti, per questioni legali). La loro produzione non è molto elevata, e consiste principalmente di ales e alcune stout. Non mi ha particolarmente colpito la Bender, un’ale scuro di qualità soltanto discreta, mentre ho trovato ottimo il Furious ale: un IPA prodotta con un malto eccezionale e una quantità di luppolo forse mai tentata prima. Addirittura 100 IBU (unità di misura dell’amarezza), per una birra con un distinto aroma di uva, un buon corpo di malto puro e un finale intensissimo di luppolo. Da non perdere. Notevole anche il Coffee Bender: un brown ale prodotto in quantità limitate, con una infusione di caffè durante il procedimento. Purtroppo non sono riuscito a trovare la loro birra più blasonata, la Darkness: a quanto mi è stato detto, tutta quella che viene prodotta ogni anno viene acquistata immediatamente e svanisce in un attimo.

La Summit Brewing Company, con sede a St. Paul, fu fondata nel 1986 con l’obiettivo di ricreare le birre artigianali dell’Upper Midwest. Nello stesso anno produssero il loro primo fusto di Summit Extra Pale Ale, un tipo di birra che negli anni successivi avrebbe conosciuto una enorme fortuna negli Stati Uniti, contribuendo al successo della Summit. Adesso produce circa 80000 barili l’anno, divisi tra le 11 birre proposte (alcune tutto l’anno, altre stagionali); questo la rende una delle 50 birrerie con la maggior produzione degli US. Tutt’altro che una microbirreria, quindi. Il loro Summit Extra Pale Ale è diffusissimo in tutta l’area delle Twin Cities, ed è un esempio di come una birra prodotta in quantità industriali non debba essere sinonimo di birra scadente. Non con questo è un capolavoro: ma è un più che onesto IPA, con uno stile un po’ a cavallo tra quelli inglesi e statunitensi, leggero, luppolatura non accentuata, sapore non forte, così come il profumo lascia presagire. Tuttavia, la carbonazione piacevole lo rende una “session beer” di tutto rispetto, facile da bere. Della loro gamma, a mio avviso la migliore è lo Winter Ale, prodotto con malti tostati, caramello, leggermente speziato. Ha un bel colore scuro, note di cioccolato e caramello, luppolatura impercettibile, così come l’alcool. Molto piacevole da bere; peccato sia disponibile solo d’inverno. Ad ogni modo, nonostante la vasta produzione ho trovato più che sufficiente la qualità delle loro birre; non paragonabile con la Surly, ma comunque degne di essere assaggiate. Nemmeno confrontabili con le pessime Lager o i Pale Ale industriali che vanno molto di moda negli Stati Uniti. Se passate da queste parti, è anche possibile visitare lo stabilimento.

Giacomo