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JiBiru – Singapore

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Category : Locali

Dire che ho trovato questo posto per caso sarebbe una grossa bugia. Infatti non solo me lo sono andato a cercare, ma ci sono pure dovuto tornare due volte, perché la prima volta, complici le 48 ore di viaggio con conseguente sonnolenza, non sono riuscito a trovarlo.
Ma andiamo con ordine. A Singapore, la parola “birra” è sinonimo di Tiger. Il che non e’ una cosa bella, anzi. Tuttavia, le birre importate dall’estero sono sottoposte ad una buona dose di balzelli e gabelle, col risultato che se ne ne trovano poche, e quelle poche costano care. Ma quando vengo a sapere di un pub dedicato alla birra artigianale giapponese aperto da poche settimane, non riesco a resistere, e decido di farci un salto.

C’è una complicazione: trovare il posto. E’ dentro il centro commerciale 313@Somerset, che è talmente grande da sfuggire di vista; inoltre è nella corte interna, e da’ sull’esterno. Si, ok, probabilmente non mi sono spiegato a sufficienza. Una volta individuato 313@Somerset, cercate bene al piano terra. Lasciatevi guidare dal vostro cuore, pensando intensamente ad una Hitachino Nest Espresso Stout.

Una volta trovato, si fa apprezzare l’arredamento. Molto semplice, ma elegante ed adatto all’ambiente. Diamo allora un’occhiata alla cosa più importante: la lista delle birre. Al JiBiru, la lista è breve ma non è affatto male. Ci sono 4-6 birre alla spina (dipende dal momento), più una quindicina di bottiglie, tutto rigorosamente giapponese. Tra i birrifici, si vedono Sapporo, Kiuchi Brewery (Hitachino Nest), Ishikawa, Yo-Ho Brewing Company, Tamamura-Honten. Alla spina ci sono principalmente Sapporo e Kiuchi.

Con un po’ di tempo libero e un buon libro davanti, inizio con una Tama no Megumi Pale Ale alla spina. Una pale ale ben bilanciata: colore dorato e vivo, aromi floreali, ben carbonata, e una discreta scelta di malti e luppoli aromatici per il finale. Buona session beer, ma forse la meno riuscita tra quelle che ho assaggiato nel pub.
Proseguo con una Hitachino Nest Nipponia, sempre alla spina. La Nipponia è una birra fatta con ingredienti tradizionali giapponesi (malto e luppolo che vengono coltivati in giappone da molto tempo), e ne esce fuori a test alta. Dorata, frizzante, delicata ma non debole nel gusto. Aroma floreale con finale secco: una birra molto interessante.

La mia terza scelta è la Yona Yona Ale, in lattina. Sostanzialmente una APA. Sembra infatti più adatta al mercato americano che a quello giapponese, ma immagino che il mastro birraio abbia deciso di sperimentare un po’. Esperimento forse rischioso, dato che in Giappone in genere vengono preferite birre più blande, ma ben riuscito. La birra è ottimamente bilanciata, facile da bere (sarei potuto andare avanti tutta la sera, se non ci si fosse messo il jet lag di mezzo), con luppoli molto aromatici e un finale secco/acidulo dato dai suddetti luppoli. Risulterebbe una buona APA anche negli USA; considerando che viene dal paese del Sol Levante, mi inchino rispettosamente al mastro birraio.

Finisco con una (provate a immaginare) Hitachino Nest Espresso Stout. Dato il jet lag mostruoso da cui ero afflitto, una bella stout al caffè era proprio quello che mi serviva. Dimenticatevi l’idea di stout alla Guinness: questa birra è preparata con la ricetta per una Russian Imperial Stout come base, e ne esce fuori una stout nerissima (è scura anche la schiuma), dal fortissimo aroma di caffè e cioccolato, molto frizzante, con ottimi malti tostati. Il finale è secco. Piuttosto alcolica (7.5 ABV), tuttavia non abbastanza “concentrata” per doverla considerare una Imperial Stout. Passata a pieni voti.

Dal punto di vista mangereccio, JiBiru offre una piccola selezione di sashimi, una lunga lista di stuzzichini/antipasti, e come piatto principale sostanzialmente solo soba, sia fredda che calda. La soba è di discreta qualità, ma non è la migliore che abbia mai mangiato. Rispetto a quello che si trova in genere in Europa, comunque, non è affatto male.

Rapido e cordiale il servizio; le birre hanno il bicchiere adatto, e vi vengono versate davanti agli occhi, a meno che non siano alla spina.

Ultima nota (dolente) sui prezzi: questo pub è caro, inutile girarci intorno. Il sashimi ha un costo piuttosto alto per essere a Singapore, ma è in una zona molto chic, ed è comprensibile; il resto del menu “solido” ha invece un prezzo normale. Da notare che il “normale” di Singapore risulta essere “molto basso” per chi viene dall’Europa. Ma le birre sono molto costose, tutte sopra i 10 dollari. Non credo che questo sia un problema enorme per due motivi: primo, a Singapore tutte le birre importate (ovvero, praticamente tutte tranne la Tiger) costano piuttosto care a causa delle tasse elevate imposte dal governo, e anche le birre locali hanno un prezzo ragguardevole. Se devo pagare 8 dollari per una Heineken oppure 10 per una Tama no Megumi PA alla spina… beh, chiamatemi scemo, ma preferisco la seconda. Secondo, al momento il cambio con l’euro è molto favorevole alla moneta unica, quindi tutto sommato una birra non la pagate più di 7-8 euro. Chi, come me, paga in dollari americani, è un po’ meno fortunato. Ma alla sete non si comanda.

Per concludere, se siete amanti della birra di qualità e non vi fate problemi a spendere un po’ di più, vi consiglio di andarci: dopo una settimana di sola Tiger, vi sembrerà il paradiso.

Giacomo

Alfieri…

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Category : Birra, Notizie in breve

…dell’uomo del Giappone. Che, per quanto riguarda il nostro sito, è sempre stato il buon Gabriele, che già immagino commosso e abbracciato a una spina del Popeye di Tokyo (costantemente tra i migliori locali di birra al mondo su Ratebeer).

La notizia, in questo caso, è che il vulcanico Alex Liberati ha cominciato tramite la Impexbeer a distribuire per la prima volta in Italia due tra i birrifici giapponesi più amati dai rater, vale a dire la Baird Brewing Co. di Shizouka e le Hitachino Nest prodotte dalla Kiuchi Brewery di Ibaraki.

I più fortunati di voi (in qualche pub che ha già fatto scorta, in qualche beer shop, o anche in fiera a Rimini) avranno già avuto modo di assaggiare le novità del catalogo, vale a dire una selezione di bottiglie davvero interessanti. Ce ne siamo procurati una piccola scorta pure noi, anche perché eravamo curiosi di sentire se erano arrivate indenni dal viaggio, oltre che un po’ nostalgici.

Per quanto riguarda la Baird, si tratta senza dubbio di uno dei più interessanti produttori artigianali del Giappone. Fondata da Bryan Baird, un birraio americano residente nel paese del Sol Levante, ha due locali a Tokyo (uno visitato da Gabriele lo scorso anno) e uno di freschissima apertura a Yokohama, oltre all’ormai storico brewpub nel paesino di Numazu.

Al riassaggio in bottiglia quelle che abbiamo provato passano tutte a pieni voti, con la Rising Sun Pale Ale davvero sugli scudi. E dire che, trattandosi comunque di un birraio che fa di freschezza ed equilibrio i suoi punti di forza, l’imbottigliamento e il viaggio rappresentavano una bella incognita per noi che avevamo provato le sue creazioni solo alla spina e direttamente alla fonte. Prova invece brillantemente superata, e se magari su 6 birre provate ce n’erano un paio non proprio stellari, la maggior parte se le gioca alla grande con le migliori produzioni del nostro paese. Publican avvisato…

Per quanto riguarda le Hitachino Nest, invece, c’era qualche perplessità fin dalla scelta delle birre: la nostra scelta sarebbe ricaduta su altri nomi che ci hanno davvero entusiasmato nelle nostre bevute asiatiche (per fare un nome a caso, la Swan Lake). Le ottime valutazioni su ratebeer secondo noi sono figlie della leggermente più facile reperibilità negli States (Mattia e Giacomo han trovato qualcosa quest’estate al Local Option di Chicago) delle Hitachino rispetto ad altre birre giapponesi, anche perchè talvolta la superiorità di altre connazionali ci era sembrata davvero netta.

Perplessità non del tutto fugate dal riassaggio di qualche bottiglia: se la Espresso Stout passa agevolmente il test (con un vero trionfo di caffè), la Red Rice si arena miseramente sui palati rifiutandosi di scendere. D’altra parte, si tratta di una varietà di cereale che si dice porti fortuna, un po’ come le lenticchie a capodanno dalle nostre parti (mentre scrivo ho già il terrore che qualche birraio italiano trovi ispirazione da questa affermazione).

Insomma, da parte nostra massima soddisfazione nell’annunciare lo sbarco di alcuni microbirrifici che abbiamo davvero amato, sperando che ne possano seguire anche altri, magari grazie al probabile successo che potrebbero raccogliere nei prossimi mesi…

PS. da Gabriele:
da bravo uomo del Giappone, tra un mesetto sarò di nuovo nella terra del Sol Levante (sta cosa sta diventando patologica, me ne rendo conto…). Chissà, magari tornerò con l’anteprima di qualcosa che poi vedremo anche dalle nostre parti.
Per chi fosse da quelle parti durante le stagione dei ciliegi, passate a farmi un saluto! Mi troverete all’altro locale di Tokyo della Baird, oppure abbracciato a una spina del Popeye.

Selezione Birra Rimini 2011 – report

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Category : Birra, Fiere

Quella che si è conclusa martedì scorso è stata la mia prima volta alla fiera di Rimini, quindi questo report sarà per forza di cose un giudizio senza termini di paragone diretti con le edizioni precedenti. Detto questo, vi invito a rileggere i report di Mattia dedicati alle edizioni 2009 e 2010, giusto per darvi un termine di paragone almeno con il passato più recente.

Selezione Birra 2011 è stata soprattutto, per me, una buona occasione per provare i nuovi birrifici o quelli che provengono da regioni lontane, quelli che non trovo con facilità nei pub del nord, oltre che per chiacchierare e fare assaggi in compagnia di amici vecchi e nuovi.

Grandi cose mi hanno detto di Ducato e Borgo, ma, mea culpa, in fiera non ho assaggiato nulla. Per quanto riguarda i primi (a cui rivolgo i complimenti per la razzia di premi nel concorso Birra dell’Anno di Unionbirrai), l’occasione si presenterà già il prossimo weekend a Milano.

Parlerò pochissimo del concorso, non avendo provato almeno due terzi delle birre premiate, anche se lascia un po’ perplessi vedere come tanti nomi storici o affermati siano assenti tra i premiati. Non so, provo a ipotizzare una voglia di premiare chi si è appena presentato sul mercato con prodotti indubbiamente di ottimo livello, anche se forse è un po’ presto per definire le loro birre come tra le migliori prodotte a livello nazionale.

Del lanciatissimo birrificio Foglie d’Erba ho provato pochino, anche perché il loro stand era spesso inesorabilmente vuoto (fino al pomeriggio inoltrato) oppure preso d’assalto. C’è stato modo di fare un assaggio di Babèl, birra che sembra suscitare entusiasmi che ancora non capisco. Avevo avuto sottomano una bottiglia presa al Domus Birrae di Roma, era discreta ma non mi dava grandi sensazioni. Mi ero ripromesso, anche per i tanti elogi spesi da amici e conoscenti, di riprovarla. Speravo che in fusto potesse darmi quel qualcosa in più, ma non ho notato grandi differenze. Rimando alla prossima occasione, chiedendomi però che senso abbia che un birrificio sia certificato per la salvaguardia di aghi e resine di pino. Misteri delle birre di montagna (a proposito, il dominio del birrificio mi sembra un bel colpo di genio). Complimenti anche per lo stand, uno dei pochi facilmente riconoscibili.

Tra i tanti birrifici visitati, un plauso a Bad Attitude per l’attenzione dimostrata nei confronti dei blogger (prima il progetto Tasting Room, poi gli inviti alla fiera) e per lo stand, curatissimo come e più che all’Italia Beer Festival di  Torino. Per me è stata la prima occasione per provare le loro produzioni in fusto e per testare, sia dalla lattina che dalla spina, l’ultima nata Kurt, una pale ale beverina e paracula quanto basta.

Molto attesa era anche la Working Class Mild di Toccalmatto, alla primissima cotta. Il risultato è una mild molto piacevole e molto inglese ma che manca di quella caratterizzazione tanto tipica delle produzioni del birrificio fidentino: chiacchierando con Allo e Bruno l’intenzione sembra proprio quella di intervenire in tal senso. Le altre produzioni, a partire da birre ormai classiche come Zona Cesarini e Stray Dog Bitter, si confermano invece di altissimo livello.

Sempre sulla linea dei birrifici “amici”, non potevo non esimermi da un salto dai brianzoli di Menaresta: un po’ la voglia di provare la Bevera, birra originariamente destinata al Bardo di Carate Brianza e arrivata nientemeno che a Roma, vera Hollywood della scena birraria italiana, un po’ la voglia di provare la nuova Verguenza, che nella sua versione iniziale (estate 2010) avevo trovato un po’ troppo ruvida e con una nota un po’ alcolica. La nuova versione corregge gli eccessi di gioventù diventando una luppolata di valore assoluto. Sempre restando in Brianza, ottima anche la Tripè di Lariano, tripla belga senza gli eccessi da dolcione.

Luci e ombre nei miei assaggi di Opperbacco: bene TriplIpa, un po’ anonima Eipiei, un po’ un dolcione la 10elode. Meglio, forse anche perché meno impegnative, le produzioni di Brewfist, senza tanti fronzoli ma assolutamente godibili. Promossa in particolare la Burocracy, ma buone sensazioni anche dalle altre produzioni. Ripasserò da entrambi a Milano.

Sono rimasto un po’ deluso, invece, dalla Castigamatt di Rurale, che però vince il primo premio nella sua categoria. Forse me l’aspettavo diversa, chissà. Ad ogni modo, le altre birre (Blackout e Terzo Miglio) si confermano su livelli altissimi. Resta la perplessità qualche dubbio, tornando al concorso, per una categoria-calderone che racchiude birre scure che vanno dalla Confine del Bidu (sei gradi, non starebbe meglio a far la gara con le altre stout o porter?) fino alle più impegnative Imperial Stout e Double IPA…

In conclusione: Pianeta Birra (questo il nome storico della fiera) è stato per tanti anni un colossale carrozzone della birra e del beverage che fa i grandi numeri, con tutti i più grandi nomi delle multinazionali del settore presi ad allestire stand faraonici con cui conquistare il favore di piccoli e grandi clienti. Negli ultimi anni, tutto questo è andato scomparendo, trasformando quella che era la fiera nazionale del settore birra in quello che è un lussuoso (a giudicare dal prezzo dell’ingresso) appuntamento destinato a replicare vagamente gli stilemi del Salone del Gusto, con un solo padiglione dedicato alla birra, e neanche per intero (un padiglione per intero, invece, era dedicato all’olio extravergine di oliva), con stand più disparati che arrivavano a includere il Consolato (o era l’Ambasciata? o la camera di Commercio? boh) della Namibia. Tutte queste riflessioni ho cercato di farle con amici appassionati e con qualche birraio, oltre che con Simone Monetti di Unionbirrai, che però invitava (giustamente) a guardare il bicchiere mezzo pieno del settore artigianale che rappresenta. Un po’ le stesse riflessioni le ha fatte con un post una persona ben più autorevole di me, che esprime un po’ lo stesso spaesamento. Insomma, solo il futuro saprà rispondere agli interrogativi sulle prossime edizioni di questa manifestazione.

(solito ringraziamento a Moreno e Simona per le foto dell’articolo)

Baird Brewing Naka-Meguro Taproom (Tokyo, JP)

Category : Locali, Viaggi

Ormai giunto al mio sesto viaggio in Giappone, e il quarto in cui la birra gioca un ruolo importante, decido che bisogna provare qualcosa di nuovo. Negli ultimi viaggi infatti mi ero un po’ fermato sugli stessi luoghi che da soli garantivano una tale varietà di birre mai provate da non richiedere ulteriori sforzi di ricerca (ovvero il Popeye, che tra l’altro quest’anno si è beccato un meritato 5° posto al mondo nella classifica dei beer bars di Ratebeer).
Occhei, mi sono detto, non questa volta. Raccogliendo informazioni prima della partenza, viene fuori che il birrificio Baird, uno di quelli che mi avevano meglio impressionato nei viaggi scorsi, ha non uno ma ben due brewpub a Tokyo, uno aperto da poco ad Harajuku e uno leggermente più datato a Naka-Meguro. Decido che mi ispira di più il secondo, e mi ci dirigo in un freddo martedi sera.

Ma prima un po’ di storia: la Baird Brewing Co. nasce nel 2000 per mano di Bryan Baird, americano emigrato in Giappone, e di sua moglie Sayuri. La produzione, così come il primo storico locale di mescita, si trovano a Namazu, un paesino di pescatori non distante da Shizuoka, alle pendici del monte Fuji. Al momento, il birrificio ha 9 produzioni stabili, che variano dalla birra di frumento alla stout, dalla lager alla imperial IPA. A queste si affiancano innumerevoli produzioni “stagionali”, alcune delle quali sono in tutto e per tutto produzioni uniche.


Mi è difficile anche ricordare quante ne ho assaggiate effettivamente, ad occhio e croce direi una dozzina nei vari viaggi, ma quello che è certo è che lo stile del mastro birraio è presente in tutte. La caratteristica principale è l’equilibrio assoluto, perfino nelle single hop che ho provato il luppolo era ben evidente ma mai aggressivo. Equilibrio che però non appiattisce mai le birre, e che le rende tutte strabevibili. Per provare a trovare un difetto, diciamo che tendono ad essere un po’”giapponesi”, nel senso che non sempre il corpo e il finale mantengono le promesse dell’aroma, vero punto forte della maggior parte della linea.

La Naka-Meguro Taproom si trova in un edifico di pochi piani che contiene anche negozi ed uffici; non esattamente lo stabile più invitante del mondo. Il locale è un grande stanzone molto luminoso, con muri bianchi e arredamento interamente di legno chiaro, dal bancone ai tavoli alle sedie. Il banco occupa interamente il lato di fronte all’ingresso, mentre gli altri lati sono interamente presi dal classico “appoggino” con sgabelli alti. Al centro della sala ci sono un paio di tavoli lunghissimi, direi da una trentina di posti ciascuno, più qualche altro tavolo più intimo.


Alle pareti fanno bella mostra di sè dei quadri che riproducono le etichette delle birre Baird. Disegnate da tal Nishida Eiko, sono in assoluto tra le più belle etichette che mi sia mai capitato di vedere. Stessi disegni sono anche riportati sulle spine, poste in una lunga fila e divise in due gruppi, fisse da una parte, stagionali e ospiti dall’altra (in questo caso, una Great Divide Hibernation Ale e altre due americane che francamente non ricordo).

La scelta del cibo è molto varia, pur rimanendo nel tipico pub food giapponese (leggasi: molto fritto ma spesso con qualcosa di ricercato). I prezzi della birra sono standard per il Giappone, una pinta viaggia tranquillamente sui 7 euro, ma sono possibili vari menu di degustazione.Il cibo invece è abbastanza caro, e non so dire se sia buono o meno perchè mi ero già riempito a sufficienza in un ristorante economico lì davanti.
Tra le birre, da segnalare la sempre splendida Saison Sayuri (profumatissima saison primaverile), le single-hop Kiwi (con Nelson-sauvin) e Simcoe, e quella che secondo me è la vera ammiraglia del lotto, la Rising Sun Pale Ale, che davvero non smetterei mai di bere. Tra quelle più deludenti invece la Ganko Oyaji Barley Wine, ma è un problema che ho io coi barley wine giapponesi, che trovo sempre troppo monocorde per giustificare il tasso alcolico (e la spesa).

In conclusione, un ottimo brewpub che non sfigurerebbe assolutamente nel confronto con quelli europei, con birra buona e un impianto a regola d’arte. Consiglio assolutamente una visita in caso di viaggio a Tokyo (magari meglio il locale di Harajuku, che è in una zona più turistica). Ovviamente, se si ha poco tempo meglio dirigersi al Popeye per avere una panoramica completa della scena birraia artigianale in Giappone, di cui comunque Baird è uno degli esponenti più rappresentativi (e più buoni, che non guasta).

Report da Tokyo parte 3: birre artigianali giapponesi al Popeye

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Category : Locali, Viaggi

Per la terza e ultima parte del nostro racconto sulla birra di qualità a Tokyo abbiamo voluto tenere in serbo qualcosa di davvero speciale: il Popeye Beer Club, situato a Ryogoku, il quartiere di Tokyo famoso per la lotta sumo.

Ci sono luoghi dove la birra non si beve, si assapora. Ci sono posti al mondo dove la cultura birraria la si percepisce nel personale, nei clienti, nei muri stessi, e ti senti fortunato quando ci entri, li scopri, hai il privilegio di poter aver visto, provato, sentito. Il Popeye corrisponde a tutte queste caratteristiche, è di medie dimensioni e molto accogliente, con un classico arredamento “da pub” occidentale. Una lavagna sulla parete sinistra del locale illustra l’offerta alla spina, vantandosi (e ci mancherebbe altro!) di un numero di linee a dir poco impressionante (intorno alle 70!), probabilmente tra i più alti al mondo.

Ma andiamo con ordine. Che dire della scena dei microbirrifici giapponese? Intanto, che è quasi sconosciuta a chi non visita il Giappone. E’ una scena relativamente giovane: solo nel 1994 il governo varò una legge che concedeva una licenza di produzione di birra anche per birrifici di medio-piccole dimensioni (abbassando il limite minimo di produzione a 20 ettolitri l’anno). Il Popeye nacque proprio in quell’anno, e la scena crebbe molto rapidamente: già nel 1999 il Giappone aveva ben 310 microbirrifici (oggi scesi a circa 280). I generi più popolari sono le ale di ispirazione americana (pale e amber), ricche di luppoli e di gusto, ma c’è molta varietà anche di birre “bianche” alla belga, di barley wine e di stout. E, per ricollegarsi alle considerazioni del report precedente, mancano quasi del tutto le birre di ispirazione europea, e belga in particolare.

Al Popeye comunque si trova tutto questo e anche di più (non mancano mai delle birre americane alla spina: nel periodo in cui siamo stati noi, la parte del leone la faceva la Rogue, marchio ben noto anche in Italia, di cui abbiamo provato in particolare la Brutal Bitter e la Shakespeare Stout). La nostra prima visita è stata la sera di venerdì 17 ottobre. Il locale era affollato da appassionati di birra, giapponesi e non, e per trovare modo di sederci tutti insieme (ci siamo presentati in sei in un orario in cui il locale era già abbastanza pieno) c’è voluta un po’ di pazienza. Non c’è voluto molto, invece, per sentirsi subito a casa: personale competente, birre di assoluto livello che eclissano senza troppe difficoltà il grosso della produzione omologa italiana, atmosfera rilassata e clientela appassionata. Una lista bilingue (un semplice foglio A4 fronte/retro) illustra l’offerta in giapponese e inglese: tipologia, nome, gradazione e nella maggior parte dei casi pure indice di bitterness (che in italiano verrebbe amarezza, se non fosse che l’amarezza in una birra è gioia del palato). C’è per quasi tutte le birre la possibilità di scelta tra mezza pinta e pinta (i barley wine vengono serviti in tagli inferiori, di solito), e oltre a questo c’è la possibilità di effettuare degustazioni di prova.

La serata è così passata piacevolmente di birra in birra, assaporando e gustando il meglio della produzione locale, tra qualche scelta sicura (la Yona Yona Real Ale, di cui Gabriele diffonde il vangelo fin dal suo primo assaggio) e tante “a sensazione”. Da menzionare assolutamente anche i prodotti del birrificio Swan Lake (davvero ottima la Amber Ale)  e quelli del Baird (su tutte la Rising Sun e, fosse anche solo per il nome, la Big Red Machine Fall Classic Ale). Nella parte finale della serata, abbiamo chiesto il permesso di fare qualche foto per il sito, e grazie alla nostra amica Akiko (che si è prestata a fare da interprete) abbiamo avuto modo di parlare con Aoki-san, gestore del Popeye fin dall’apertura, che si è dimostrato molto gentile e disponibile, nonchè interessato ad avere informazioni sulla situazione birraia in Italia.

Pur nel nostro forsennato giro di Tokyo, tra un quartiere e l’altro, tra un pub e l’altro, tra una cena e un negozio particolare, siamo riusciti a organizzare una seconda visita al Popeye nella nostra ultima serata a Tokyo. Siamo entrati e lo staff ci ha salutato calorosamente, ricordandosi della nostra precedente visita (più tardi ci hanno anche mostrato di aver messo una foto della nostra combriccola su di una parete del locale….eravamo commossi). Ci siamo presentati abbastanza presto e non abbiamo avuto difficoltà a sederci, anzi ne abbiamo approfittato per piazzarci sotto la mitica lavagnetta.La lista era già sensibilmente cambiata, segno che la rotazione è abbastanza alta, e in effetti il menù viene davvero stampato ogni giorno. Pur cercando di variare e di provare sempre nuove birre non siamo proprio riusciti a trovarne di cattive, anzi.

L’atmosfera amichevole, la competenza del personale e la passione sincera di Aoki-san, unite a un’offerta di birre artigianali giapponesi stupefacente per quantità e qualità, fanno del Popeye Beer Club un pub unico al mondo, un posto da non perdere nella vostra prossima visita a Tokyo.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)

Report da Tokyo: parte 1, introduzione

Category : Viaggi

La reazione più comune riscontrata dalle nostre parti è un misto di stupore e incredulità, quando si parla di birra e Giappone.

Eppure, la storia della birra in Giappone non è poi tanto diversa da quella italiana: viene introdotta nel paese del Sol Levante dal 1850 circa e tra il 1869 e il 1899 nacquero i principali gruppi birrari che ancora oggi dominano il mercato locale (Asahi, Kirin, Sapporo, Suntory).

I primi tre sono marchi noti a chiunque abbia avuto occasione di cenare in un ristorante giapponese, mentre il quarto (almeno a livello di whisky) è ben noto a chi ha visto Lost In Translation.

Facendo un giro per le strade di Tokyo, e soprattutto all’interno dei mezzi pubblici, è impossibile non notare la quantità di manifesti pubblicitari dedicati alla birra, sicuramente molti più che da noi. Segno che il mercato interno è più che attivo e rivolto a diverse fasce di pubblico (facile trovare il manifesto della “Strong Seven”, la nuova forte della Kirin, accanto a quello della “Zero”, la birra dietetica della stessa marca). Sbaglia chi pensa che in Giappone si beva principalmente sake, shochu o altri liquori tipici. La verità è che ai giapponesi la birra piace, e ne consumano parecchia, sia a tavola che nei bar e nei locali.

Tant’è che la birra in Giappone può essere trovata più o meno ovunque, come del resto in Italia. Supermercati, bar, pub e persino distributori automatici agli angoli di strada. La parte del leone la fanno la Asahi e la Kirin che da sole raggiungono il 75% del mercato, soprattutto grazie ai loro prodotti di punta, rispettivamente Super Dry e Lager. Curiosità: se in Italia molti produttori industriali si dedicano a birre rosse e/o doppio malto come prodotto “alternativo” nella propria linea, in Giappone le linee sono decisamente più ampie e varie, e sono molto presenti le birre scure: i birrifici industriali propongono dark lager, i microbirrifici stout di vario genere.

Guarda dov’è il palazzo della Asahi a Tokyo!

<i>Il palazzo della Asahi ad Asakusa, giallo come la Super Dry, e con la “schiuma” in cima</i>

Per quanto riguarda le birre di importazione, esse hanno un mercato tutto sommato marginale e ristretto a pochi marchi di facile reperibilità: Guinness, Heineken e Bass si trovano senza grande sforzo, mentre tanti altri nomi molto noti a livello mondiale rimangono confinati al circuito dei pub inglesi o irlandesi.

E’ presente anche una scena molto vivace di microbirrifici, di cui parleremo tra qualche giorno in un post pieno di sorprese.

Se i prodotti più diffusi e noti anche da noi sono tutto sommato trascurabili per un amante della birra di qualità, c’è chi ha deciso di riservare una linea “speciale” per chi ama la buona birra.

Stiamo parlando della Sapporo e della linea Yebisu, e per approfondire (ma soprattutto degustare) ci siamo recati al Beer Museum Yebisu a Ebisu.

Un museo piccolo piccolo, essenziale, che illustra con pannelli in giapponese e inglese la storia della birra in Giappone, la storia della Sapporo, i manifesti pubblicitari storici. Le cose classiche, insomma. L’ingresso è gratuito, la struttura facilmente raggiungibile con treno/metro (fermata di Ebisu, ovviamente), e si può così avere accesso alla “tasting lounge”, luogo deputato all’assaggio dei prodotti “di qualità” della Sapporo.

Guarda dov’è il Beer Museum Yebisu

I vassoietti di assaggio nella tasting lounge

Si ha la scelta tra prendere il vassoietto “di assaggio” (4 bicchieri da 0,1L) oppure una pinta di una delle birre presenti (circa 6-7). Oltre alle Yebisu (premium e black) troviamo anche una weiss e un paio di ale niente male.

E prima di uscire, un piccolo gift shop in cui trovare merchandising di vario genere della Sapporo a prezzi più che abbordabili.

(foto di Gabriele, testo di Alessio e Gabriele)