Aspen Brewing Co., Aspen, Colorado

Category : Viaggi

I nostri lettori che hanno la passione dello sci (dalla poltrona o lanciati a uovo non fa differenza) non possono non conoscere Aspen, la località di turismo invernale forse più famosa degli Usa, paragonabile per tantissimi aspetti (la vita carissima, le mega-boutique di lusso, la difficile accessibilità, le gare internazionali e, non da ultimo, il magnifico panorama) alla nostra Cortina d’Ampezzo.
Tra gli altri, i miei coetanei trentenni non possono non ricordare che proprio ad Aspen (gli Aspennini…) si svolgeva buona parte di un film cult degli anni 90: Scemo e più Scemo.
Ecco, avete inquadrato? Bene, perchè oggi vi “porto” proprio lì. Io ci son stato questa estate, nel mio viaggio dalla California a Denver. La scelta è caduta su Aspen per molteplici aspetti, adoro la montagna e il clima fresco, i panorami e la fotografia: purtroppo però il bruttissimo tempo trovato al mio arrivo mi ha fatto “guadagnare” tempo sulla tabella di marcia, così ho deciso per una visita prolungata alla Aspen Brewing Company, il solo birrificio della cittadina (mappa).

Nei giorni precedenti all’arrivo, controllando il sito ufficiale, mi aspettavo decisamente una cosa un po’ posh: il birrificio invece è piccolino, appena fuori dal centro (ci si arriva comodamente a piedi) e ospitato in un piccolo capannone senza insegna (solo uno striscione in pvc). Entrando, l’ambiente è familiare, molto “montanaro”, tavoloni grossi in legno, porta-sci ovunque. Sorprende un po’ la scarsità di posti a sedere, alla fine sono solo due tavoloni da 10, un trespolo e 5-6 posti a bancone (piccolo): sicuramente nei giorni di intenso turismo – al netto degli scicconi che vanno altrove per pagare 100$ a portata – potrebbe essere davvero difficile riuscire a trovare da sedere. Fortunatamente di turismo ad Aspen ad Agosto ce n’è davvero poco, per cui prendo posizione, assieme alla mia pazientissima “Santa Donna”, nell’angolino del locale, vicino alla finestra per tenere anche monitorato il clima.

Una volta lì, non conoscendo nulla di nulla delle specialità indigene, chiedo consigli al bancone, e il ragazzo (gentile) mi spiega un po’ tutto. Innanzitutto, mi dice che non hanno nessuna bevanda analcolica, niente acqua, niente soda ma solo una orrenda analcolica Root Beer (Silvia ne ha presa una piccola e in due non siamo riusciti a finirla, mentre nel tavolo dietro a noi due bambini di 8-10 anni ne avranno tracannato un litro a testa). Ulteriore smacco ai miei programmi è che non servono cibo, non hanno proprio la cucina e non offrono nemmeno due noccioline.

Opto così per il sampler tray, con gli assaggini da 0.15 delle loro 6 birre. Curiosamente i bicchierini mi vengono serviti su un vassoio particolare (foto qui sopra): uno sci (Rossignol) tagliato in due con appunto sei buchi. Totale 10$, un buon prezzo. Venendo alle birre… le prime due (a destra nella foto – Ajax Pilsner e Season Blonde) sono troppo anonime, acquose e non lasciano nulla di piacevole. La Independence Pass Ipa (7.5%, prende il nome del passo a 3686m s.l.m. a pochi km da Aspen, un posto magnifico – foto sotto) è invece particolarmente gradevole, anche se non confrontabile con le Ipa stra-luppolate che arrivano solitamente da noi: riprendo così fiducia nel birrificio e passo alla Conundrum Red Ale che si presenta secca ma troppo speziata per essere una Bitter, ma risulta alla fine passabile.

Le ultime due birre sono a parer mio le due migliori, assieme alla Ipa: il quinto sampler è di Brown Bear Ale, una buona brown ale con intenso gusto di nocciola, ben equilibrata: peccato fosse un po’ troppo dolce (forse anche per essere venuta subito dopo la Bitter), ma gradevolissima. E’ però il sesto sampler a contenere il meglio del birrificio: la Pyramid Peak Porter è buona buona, un intenso ma fresco gusto di caffè e di tostato e i suoi 6% scarsi (non ricordo esattamente) la rendono equilibrata, piacevolissima tanto da prendermene una pinta dopo aver riconsegnato lo sci-porta-bicchierini. Oltre al sampler tray, è possibile, come in ogni brewery o brewpub americano, farsi dare un Growler (1/2 gallone, circa 1.9 litri) di birra da portare a casa e da bere con o senza amici.

Independence Pass, 12.075 ft (3680m circa)

In definitiva, non so quanto possiate essere in zona per poter fare una visita, l’area è magnifica ma davvero inaccessibile (il giorno dopo nel tragitto verso Denver sarà ancora peggio). Un piccolo consiglio, fate benzina ad Aspen anche se l’unico distributore ha prezzi folli (per gli Usa), andando verso Denver non c’è nulla per 70-80km, solo un panorama mozzafiato (che non vi salverà comunque dal rimanere a secco!).

Ormai è ora di cena, e visto che alla Aspen Brewing Company di mangiare non se ne parla, è meglio dirigersi a ingoiare l’ennesimo hamburger della vacanza, sperando che abbia il gusto di un piatto di tortellini della nonna. Purtroppo non sarà così.

mattia

Carver Brewing Co., Durango (Colorado, USA)

Category : Locali, Viaggi

Di passaggio durante il mio tragitto da Las Vegas a Denver, progammo la sosta nella graziosa cittadina di Durango. Oddio, “cittadina” è forse un termine eccessivo, diciamo paesone. Durango è a poca distanza dai parchi naturali dell’Ovest, a poco più di un’ora di auto da Mesa Verde e i Four Corners e a poco più di tre ore dalla magnifica Monument Valley.

Il paesone si trova ai piedi delle Montagne Rocciose, e nel corso degli anni, dopo essere stato un crocevia di cercatori d’oro e minatori, si è trasformato in un centro turistico “all-year”: in inverno non mancano di certo le possibilità sciistiche, in estate le mille escursioni (rafting, per esempio, o il famoso treno a vapore Durango-Silverton) allietano grandi e piccini. Guardandomi in giro prima di lasciare l’Italia, scopro che a Durango ci sono ben tre birrifici, per cui mi segno gli indirizzi e una volta giunto là, si parte col primo (che è il tema dell’articolo di oggi): la Carver Brewing Co. (sito ufficiale).

Situato sulla strada principale (Main Street) all’altezza del civico 1022, il locale è poco visibile dalla strada e pare essere un normalissimo pub, tanto che è molto facile confondersi con un vero pub situato a poca distanza. Una volta entrati, non resterete sicuramente colpiti dallo splendore del luogo, anzi: la sala principale è divisa in due, da una parte i tavoli in cui mangiare e dall’altra (molto più piccola) solo 4-5 sgabelli al bancone e due tavolini-trespolo. Non avendo molta scelta e non dovendo (ancora) mangiare, ci appollaiamo sui trespoli vicino all’ingresso: pur essendo pieno giorno, è abbastanza buio e tutto quanto sembra lasciato un pò al caso.

Il servizio è buono come in quasi tutti i locali americani, e come ogni buon birrificio d’oltreoceano, anche qui son presenti i samplers, piccoli bicchierini da 0.1 con tovaglietta esplicativa. Non sapendo che scegliere, mi lancio e chiedo “tutte le birre”: troviamo un buon compromesso a 10 birrettine per 12 dollari. Il servizio è veloce e gli assaggi non si fanno attendere.

Partiamo con le cose positive (poche): l’ampia sufficienza la raccolgono la Ipa (anche se un pelo troppo dolce), la buona Colorado Trail Nut Brown Ale, una classica Hefeweizen anche se dal sapore troppo bananoso (?) e con pochissimo corpo (anche per una weizen). A parte queste, solo un’altra produzione può essere considerata più che accettabile: una Raspberry Wheat Ale di color rosa porcello, che pareva proprio essere la birra ufficiale di Hello Kitty… incredibile a dirsi ma non era niente male (e non sarà l’unica Raspberry con ampia sufficienza, come vedremo poi nell’articolo sulla visita alla Great Divide).

Il resto delle produzioni Carver viaggia tra il passabile (una Saison che sapeva solo di futti di bosco, la Jack Rabbit Pale Ale completamente fuori stile ma bevibile e la Corner Pocket Ale) e il fortemente mediocre (Old Yak Amber Ale, La Plata Pilsner e la Iron Horse Imperial Stout che non andava al di là del fortissimo sapore di alcol).

Non che avessi grandi speranze, per carità le mie info non davano la Carver come un posto da ricordare, ma forse la mancanza di birre di alta qualità (nemmeno una davvero degna), l’ospitalità non proprio da favola (il posto è davvero bruttino) e il servizio cortese ma sciatto (i samplers son stati portati su un vassoio plasticoso stile-McDonald) non aiutano a tenere un bel ricordo. Se siete in città, ops… paesone, e avete un’ora libera.

mattia