L’oca fallisce il decollo

Category : Locali

Non molto tempo fa parlavamo dell’acquisizione della Goose Island da parte di Anheuser-Busch InBev, acquisizione che non ha lasciato felici molti dei fan del birrificio di Chicago. Oggi vi racconto le mie impressioni sul  loro pub di recentissima apertura nell’aeroporto O’Hare (ovvero l’aeroporto di Chicago).

Sebbene non sia riuscito a capire di preciso quando abbia aperto, sono abbastanza sicuro che l’estate scorsa non ci fosse (ndMattia: quando son rientrato in Italia, a Giugno 2010, era in costruzione e lontano dall’essere ultimato); le poche notizie che ho avuto collocano l’apertura al massimo 8-10 mesi fa, probabilmente meno. Non so quindi quanto InBev abbia influito sulla decisione: probabilmente poco o nulla.

Il pub si trova vicino al gate L10, terminal C (quello della American Airlines). In attesa del volo per il rientro a casa, sebbene con molto poco riposo alle spalle, decido di fermarmi per un paio di birre mentre leggo un po’. L’offerta di Goose Island non e’ molto ampia: 4 birre alla spina e 7-8 bottiglie. Alla spina, ci sono fisse Honker’s Ale e 312 Urban Wheat Ale, che sono probabilmente le più vendute; completano il quadro la Green Line Pale Ale, e la Matilda (quest’ultima linea credo sia a rotazione). Ad essere sincero, queste birre non completano il quadro. Infatti, per i più desiderosi, il pub ha ben pensato di dotarsi anche di Miller Lite, Budweiser e non ricordo cos’altro (nota: potrei confondermi sui nomi di quest’ultime birre, dato che hanno tutte esattamente lo stesso sapore e il mio cervello non fa distinzione – potrebbe essere stata anche una Coors Lite, spero che nessuno me ne voglia per la dimenticanza).

Quale potrebbe essere il motivo di una sì misteriosa scelta? E’ presto detto: le produzioni Goose Island sono care assatanate (almeno 9 dollari per una pinta), e per i meno dotati di portafogli, non rimane che l’opzione Budweiser. Per mia fortuna il portafogli non era vuoto, e quindi ho iniziato con una Green Line Pale Ale alla spina, molto rinfrescante e ben bilanciata, ma non eccelsa (ormai negli USA ci hanno abituati ad APA di altra caratura), per poi proseguire con una sempre impeccabile Bourbon County Stout in bottiglia. Quest’ultima, che credo di aver pagato ben 12 dollari, non ha certo bisogno di introduzioni, e a chi non l’avesse mai bevuta, segnalo soltanto il 100/99 su ratebeer, su cui mi trovo senza dubbio d’accordo. Completamente annichilito dalla bomba appena bevuta, era ormai arrivato il momento di prendere l’aereo, e quindi me ne sono andato senza troppe esitazioni.

Vediamo di riassumere. Il pub è arredato in maniera decente – niente da eccepire su questo. La scelta delle birre è limitata, ma in un aeroporto, forse non si può chiedere troppo. Almeno le birre sono di qualità, sebbene le spine siano solo le produzioni più “commerciali” della Goose Island. Tuttavia, il prezzo è assolutamente esagerato: ai due brewpub in città, le stesse birre costano meno della metà. Perché qui sono così care? Mentre al tempo stesso, le birracce non Goose Island alla spina hanno un prezzo normale. E se vengo in un brewpub, non mi aspetto certo di essere invogliato a bere una Miller Lite. Quante persone sono entrate qui dentro e hanno preso la loro affezionatissima Budweiser invece di sperimentare una Honker’s Ale, solo perché la prima costa quasi 3 volte di meno? Forse il cibo è di buona qualità? Non posso dare giudizi personali, ma da quanto mi è stato detto ed ho letto in giro, il cibo è di qualità mediocre e anch’esso piuttosto caro. Certo, le scelte mangerecce nel terminal C sono limitate e meglio di un McDonald’s c’è anche la segatura dei bagni dell’aeroporto, ma qui forse si esagera un po’. Infine, il servizio, almeno per quanto mi riguarda, è stato piuttosto scadente, con la cameriera che si è scordata per ben due volte di portarmi l’ambita Bourbon County.

Onestamente non ho trovato molti lati positivi in questo esperimento di Goose Island all’aeroporto. Se passate da quelle parti e assolutamente morite dalla voglia di assaggiare qualche Goose Island perché sarà la vostra unica occasione, fate pure. In tutti gli altri casi, consiglio di recarsi ai molto più forniti, economici ed accoglienti brewpub a Chicago, oppure in un qualsiasi altro bar decente della Windy City. Non credo sia questo il modo giusto di farsi pubblicità ed aiutare la diffusione della buona birra.

Giacomo

Nuova fabbrica per la Revolution Brewing di Chicago

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Category : Notizie in breve

La scena birraria di Chicago non conosce soste. Se da una parte la Anheuser-Busch InBev si è dedicata all’ennesima acquisizione mettendo le mani sulla Goose Island, scatenando commenti che oscillano tra il preoccupato e l’indignato nella community del web, dall’altra la Revolution Brewing (visitata poco tempo fa da Giacomo e Mattia) si attrezza per crescere, annunciando la costruzione di un impianto di produzione di circa 10.000 metri quadri, con laboratorio e taproom interna di circa 1.000 metri quadri.

Le ambizioni dichiarate di Josh Deth (che non fa mistero di seguire il modello di crescita della Goose Island) di diventare il nuovo birrificio cittadino di Chicago trovano quindi nuova forza produttiva che porterà il birrificio anche alla produzione e distribuzione di lattine e bottiglie che, almeno per il primo periodo, saranno destinate esclusivamente alla zona di Chicago.

Per maggiori informazioni, l’articolo del Chicago Tribune (in inglese, ovviamente).

Local Option, Chicago (IL, USA)

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Category : Locali, Viaggi

Nella zona universitaria di Chicago, vicinissimo alla De Paul University e non lontano nemmeno dallo Small Bar (di cui abbiam parlato qua), si trova il Local Option, piccolo locale votato alla birra di qualità. Curioso il fatto che si trovi in una zona frequentata da giovani universitari, che in linea di massima non sono proprio i migliori clienti possibili per le birre ricercate.

Il locale è, come detto, piccolino e, se non fosse per la marea di neon colorati appesi in vetrina o all’interno, dalla strada (1102 West Webster, mappa) sarebbe poco visibile. In realtà, come in quasi tutte le città americane, una volta fatta pratica con gli indirizzi, capirete che è quasi impossibile perdersi. Noi siamo capitati lì un pò per caso, dopo aver chiuso la serata alla Goose Island, Giacomo s’è ricordato di aver avuto un suggerimento da un amico, e così siamo passati al volo per dare un’occhiata: fatto sta che nelle tre sere che abbiamo passato a Chicago, ci siamo poi sempre stati.

Subito un appunto, prima di iniziare: ricordatevi il passaporto. Nè carta di identità, nè patente (che non sia quella americana, ovviamente) sono accettate come documento che provi la maggiore età (21): senza passaporto non vi faranno nemmeno entrare dalla porta. Una volta entrati, con documento vero o falso che sia, troverete la sala di ingresso con bancone a sinistra e tavolini-trespolo a destra. Poco più avanti un’apertura vi porterà ai pochi tavolini presenti nel locale. Nella terza sera abbiamo davvero fatto fatica a trovare posto anche per via della Finale di NHL che vedeva protagonista i Chicago BlackHawks.

Seduti al bacone, ci si presenta davanti l’impianto spine, con ben 25 diversi “manici” e prelibatezze da ogni parte del mondo. Sì, perchè al Local Option non troverete soltanto le (ottime) produzioni statunitensi, ma anche nomi europei di grande importanza. Vero è che a noi questi nomi non fanno più un grande effetto, ma la faccia di Giacomo quando ha (ri)trovato certe perle, è davvero stata un programma. Nella mega-lavagna a fianco del bancone son segnate tutte le spine disponibili in quel momento: noi abbiam trovato – e bevuto – birre di Three Floyds (che abbiam poi anche visitato), Great Divide (il devastante barley wine Old Ruffian), Left Hand (con la Milk Stout non si sbaglia), Sierra Nevada, Lost Abbey, Jolly Pumpkin, Flying Dog, Founders. Molti altri i birrifici americani presenti, ad esempio Dark Horse e Lagunitas.

Le “straniere” però non mancano: alla spina c’erano Cantillon (Lambic e Rosé de Gambrinus), Spezial (Bamberg), Mikkeller (Single Hop Centennial e Simcoe), Schneider. Ovviamente queste birre, per noi europei facilmente trovabili, per un americano sono ricercatissime, ed è per questo che i prezzi non erano troppo a buon mercato… la Mikkeller ea a 9$ per una piccola da (circa) 0.3.  Tutto il resto viaggiava sui prezzi medi americani per prodotti di buona/alta qualità, cioè circa 5-6 $ la pinta. Da segnalare anche una giapponese: l’ottima Hitachino Nest White Ale, una witbier molto aromatica e rinfrescante. Molto positivo il fatto che le spine ruotassero rapidamente: da un giorno all’altro, una o due birre cambiavano sempre.

In più, ogni tanto organizzano serate a tema o educative, dedicando più spine ad uno stesso birrificio. Si possono avere informazioni sullo scarno sito ufficiale. Ad esempio, c’è stata la serata Mikkeller Yeast Series, ed una con le birre più  “ricercate” della Three Floyds. Non si può che apprezzare l’impegno.

Ultimo paragrafo per l’elogio al servizio: probabilmente ci avevano preso in simpatia e, a parte la seconda serata in cui eravamo davvero stanchi, l’hanno dimostrato regalandoci qualche bottiglia da asporto, tra cui la Brooklyner-Schneider Hopfen-Weisse (una weizen bock nata dalla collaborazione tra Brooklyn Brewery e Schneider – brassata a New York con lievito tedesco e luppoli americani) e il Barleywine della Lagunitas. Se siete a Chicago, il Local Option è un posto assolutamente da non perdere. Ma ricordatevi il passaporto.

mattia e giacomo

Three Floyds Brewing – Munster (IN), USA

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Category : Locali, Viaggi

Leggenda vuole che nel 1996, stanchi delle birre sciapite che si trovavano nei dintorni, i tre Floyds (i fratelli Nick e Simon, e loro padre Mike) decidettero di iniziare a produrre birra per conto loro, puntando su (uso le loro stesse parole) unconventional ales and lagers.

All’inizio, tutto veniva fatto con materiale “d’emergenza” e senza troppe pretese nella ridente cittadina di Hammond (IN); ma, visto il successo che le loro birre stavano ottenendo nell’area di Chicago, bisogni di produzione spinsero le tre fatine a spostarsi in un nuovo castello (leggasi: capannone industriale) nell’ancora più ridente borgo di Munster (IN). Finalmente dotati di uno spazio e di materiale adatto, il numero e la quantità delle birre prodotte iniziò a crescere, sempre cercando di mantenere lo spirito iniziale di creare qualcosa di atipico.

Passarono gli anni. Tanti principi sui loro cavalli bianchi (ovvero: motociclisti in Harley) e visitatori da tutte le parti del mondo si fermavano sempre più spesso a visitare il regno incantato della Three Floyds Brewing, per scambiare due chiacchiere e ubriacarsi fino allo svenimento. Gli intraprendenti fratelli Floyd, forse stanchi di avere quella massa di alcoolizzati sempre fra i maroni, decidettero allora di trasformare parte della loro magione in un brewpub, direttamente connesso al birrificio e ad un grande giardino incantato (cioè un orto) in cui coltivare in armonia con Madre Natura. Così nacque il brewpub.


Che bel quadretto idilliaco, non trovate? In mezzo a tutta questa tenerezza non richiesta, vediamo di passare finalmente agli argomenti più interessanti. Una buona notizia: la Three Floyds Brewing, con pub annesso, è relativamente vicina a Chicago – circa mezz’ora di macchina, traffico permettendo. Una cattiva notizia: se non avete la macchina, scordatevi pure di andarci. Sul serio – meglio che rinunciate. Tuttavia, è molto facile trovare birre della Three Floyds nei bar di Chicago (almeno le 3-4 più famose), quindi potete continuare a leggere. Se siete fra gli automuniti e volete andare di persona al brewpub, seguite le indicazioni indicate sul sito ufficiale: la zona è un po’ sperduta, ma non troppo difficile da trovare.

Una volta arrivati, cosa aspettarsi? Il pub è abbastanza piccolo, si vede che l’ambiente è ricavato da vecchi uffici del birrificio: grazie ad una vetrata, gli impianti sono in bella vista. La parte visiva è comunque ben curata: ci sono poster di vecchie fiction (sci-fi, in particolare), gigantografie delle etichette delle birre, manici di spina appesi ovunque. Personalmente apprezzo la veste grafica delle loro birre, e di conseguenza ho apprezzato anche l’arredamento del pub. Una nota folkloristica: in questo posto ho visto (o meglio, Mattia mi ha fatto notare) l’unica bandiera della vecchia USSR che abbia trovato negli USA.

Il pub fa orari da bar di provincia, e chiude a mezzanotte, ma è aperto anche a pranzo. C’è anche una cucina, e i proprietari dicono di avere ingredienti di prima qualità. Il poco che ho assaggiato era piuttosto buono; non c’è moltissima scelta, anche perché buona parte del menu è costituita da pasta e pizza, che tendenzialmente non sono la prima scelta di un italiano all’estero (nemmeno per gli emigranti come me) a causa degli ingredienti bizzarri. Bisogna dire però che le pizze, almeno all’aspetto e dal profumo, sembravano delle vere pizze, quindi forse potrebbe valere la pena assaggiarle.

Mi sono lasciato per un ultimo la parte più importante: le birre. Bisogna dire che qui, di birre, ne fanno tante, e molto varie. Ci sono alcune fisse, e alcune stagionali, ma non mancano nemmeno le cotte speciali che si vedono una volta sola. Quindi, siccome passarle tutte in rassegna sarebbe troppo lungo, mi soffermo su quelle più facili da trovare e su quelle che più mi hanno colpito.

Iniziamo con un classico: Alpha King Pale Ale. Il perfetto esempio di APA: colore ramato, poca schiuma, non troppo frizzante, aroma leggermente acido e luppolato. Ottimamente bilanciato, con un bel corpo di malto dove si sente l’acido che prelude ad un tripudio di luppoli (Centennial, Cascade, Warrior). Yum.
Impeccabile anche la Gumballhead: uno wheat ale con una bella carica di luppoli in più. Consigliato anche a chi non ama il genere, si rivela un’ottima session beer, specie per l’estate (5% ABV e ottima bevibilità).
Cercate qualcosa di più corposo? Se vi piacciono gli Scottish Ale, eccovi accontati: Robert the Bruce, con l’arroganza del malto tostato che lo rende una birra pienissima. Ben scelti i luppoli per bilanciare il finale, ma a farla da padrone è indubbiamente il malto con note di cioccolato.
Volevate qualcosa di più facile da bere? Pride & Joy Mild Ale è la risposta. La versione “Three Floyds” di un american mild ale, con un corpo leggero e beverino, che, insieme ad una buona dose di luppoli, nasconde l’insidia principale di questa session beer: l’alcool, addirittura 6.5% ABV molto difficile da percepire.
Preferite passare ad una birra scura? Topless Wych, una baltic porter molto piena, dove a dominare sono il caffè e il cioccolato. Non la più riuscita del gruppo, ma comunque buona.
Ancora non vi basta? Ci sono altre sorprese in serbo. Infatti, se vi piacciono le birre arroganti, alla Three Floyds c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ad esempio Dreadnaught IPA, un imperial IPA che non mancherà di devastarvi il palato e regalarvi un po’ di felicità. Oppure il Behemoth Barleywine, con un corpo denso di malti caramellati, capace di stendere un bisonte ma non per questo spiacevole – anzi (consigliato a fine pasto). Purtroppo non ho mai assaggiato nessuna delle loro stout (in genere sono disponibili in inverno, ma sono stato in quella zona solo d’estate), ma pare che se la cavino molto bene anche su quelle.

Infine, ci sono anche delle birre ospiti. Circa 8 linee di spina a rotazione, sia americane (Sierra Nevada, Victory) che europee (Murphy’s, Kasteel, Brugge), ma anche bottiglie: Dogfish Head, Stone, Jolly Pumpkin, Hair of the Dog così come Rochefort, Nogne O, De Dolle. Incluse alcune bottiglie invecchiate o comunque molto ricercate. C’è davvero molta varietà, anche se per le bottiglie i prezzi possono salire un bel po’ (fino ai 200 dollari per una Stone Vertical Epic ’03!). Noi non ci siamo lasciati scappare l’occasione e abbiamo tirato il collo ad una Dogfish Head Squall Ipa, una Imperial Ipa davvero eccellente.

Chiudiamo con un commento in breve. Quello che stupisce di questo piccolo birrificio è la maturità delle proposte. Nonostante la produzione sia ancora limitata, le birre hanno tutte un livello di cura per il dettaglio che lascia sorpresi. Difficile trovare delle imperfezioni: alcune produzioni sono davvero ben riuscite, altre un po’ meno, ma non ci sono mai difetti evidenti, o almeno noi non ne abbiamo trovate. Rimangono alcuni capolavori, come la Dreadnaught IPA e l’Alpha King. Buona ricerca!

Giacomo (alle tastiere)
Mattia (agli effetti visivi)

Rock Bottom Brewery – Chicago (IL), USA

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Per una volta, contrariamente alla mia tradizione, parleremo di un posto che non fa della birra il suo punto di forza. O, meglio, parleremo di un locale che vorrebbe fare della birra il suo punto di forza, ma che ci riesce un po’ poco; e nonostante tutto, merita una menzione speciale. Capirete presto perché.

Rock Bottom Brewery è in realtà una catena di microbirrifici – non un locale singolo -, accomunati da uno stile comune. In ogni Rock Bottom (ce ne sono vari, sparsi per tutti gli Stati Uniti) troverete lo stesso stile grafico, un menu simile, e alcune tipologie di birre comuni. Ma  le similitudini finiscono qui: ogni Rock Bottom ha il suo mastro birraio e il suo chef, per cui non ci saranno mai esattamente le stesse cose. Gli stili della birra presenti includono: una lager (light lager, secondo loro), una birra di frumento, un ale rosso o ambrato, un brown ale, un pale ale, e una birra “scura” (in genere, una stout o una porter). Detto così, non parrebbe niente male: bisogna però accertarsi che la qualità sia quella a cui ci hanno abituati i microbirrifici americani.

Ahimé, purtroppo non è così: in tutti i Rock Bottom in cui siamo stati (n.d.a.: sono stato a quello di Chicago sia da solo che con Mattia, in altri esclusivamente per conto mio), le birre non sono mai state eccelse. Alcune sono passabili: l’IPA di Chicago non è affatto male – ma è una stagionale, non la troverete tutto l’anno -, acidulo e pungente; l’Erik the Red Ale è sufficiente sebbene con poca personalità (bello il colore, buono il corpo di malto, ma un po’ evanescente nel finale); l’Oatmeal Stout è discretamente riuscita. Un po’ insulse le altre birre offerte: Chicago Gold, Walleye Wheat, Line Drive Light.

In compenso, il cibo è di qualità più che sufficiente: anzi, mi sbilancio a dire che alcuni piatti offerti sono addirittura buoni. Nonostante le pietanze siano, in genere, quelle tipiche americani (burger, sandwich, pollo, manzo, pizze, insalatone), si trovano pure cibi più esotici (edamame, piatti di pesce un po’ “asiatici”), e tutto quello che ho assaggiato ha sempre fatto la sua dignitosa figura. I prezzi in linea con la città concludono il quadro.

Dopo tutto questo discorso, vi chiederete: si, ok, ma che cosa ha questo posto di speciale, tanto da meritare una visita? Me lo sono lasciato per ultimo, perché è forse la cosa più importante: la terrazza. Il Rock Bottom di Chicago si trova nel bel mezzo del Magnificent Mile, fra grattacieli imponenti, ed ha una terrazza sul tetto che lascia assolutamente basiti. Praticamente invisibile dalla strada, nonché isolata acusticamente a causa del trambusto cittadino, la terrazza in legno si trova in una locazione da videoclip musicale, tanto è surreale: isolata dal resto nel mondo, ma in mezzo a bellissimi palazzi – nessuno dei passanti vi noterà, ma voi potrete vedere tutti. Vi assicuro che l’atmosfera era talmente surreale, che ha lasciato di stucco sia me che Mattia, al punto da farci dimenticare per un attimo che le birre non erano niente di speciale. E siccome non c’è solo l’alcool nella vita (si, ho scritto questa frase apposta per farmi insultare nei commenti sottostanti), se capitate da quelle parti quando c’è bel tempo, regalatevi una bevuta per una volta con vista.

Testi: Giacomo
Musica: Mattia

Revolution Brewing – Chicago (IL), USA

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Continuiamo il nostro viaggio nella vita notturna (e ubriacona) di Chicago con un brewpub di nuovissima apertura: Revolution Brewing, dotato anche di un utile sebbene poco aggiornato sito (non fidatevi della lista delle birre!). Situato nella zona di Logan Square (Google Maps), che è uno dei quartieri più ricchi di locali notturni, di tutti i generi, questo birrificio – con relativo pub – ha aperto i battenti da pochi mesi, credo a Febbraio o Marzo 2010. Il proprietario e mastro birraio è Josh Deth, che si è fatto le ossa lavorando alla Goose Island Brewery, ed ha poi deciso di tentare una strada per conto suo, prima con l’Handlebar, e adesso con questo birrificio.

Non lasciatevi ingannare dal nome o dal tema vagamente filo-sovietico dell’impostazione grafica: Revolution Brewing è un posto molto, molto sciccoso. Se vi aspettavate un largo capannone occupato da improbabili figli dei fiori spaesati nell’America capitalista, rimarrete delusi. Qui niente è lasciato al caso, e fin dall’arrivo si capisce che questo è un posto in per i giovani trendy, certamente frequentato da hipster, ma anche white collars e compagnia bella. Il primo segnale è dato dai tempi d’attesa: anche in mezzo alla settimana, se arrivate tra le 7 e le 8 di sera, non sperate di potervi mettere subito a sedere. Una mezz’ora di attesa è d’obbligo, ma per fortuna si può stare al bancone per bere qualcosa nel frattempo. Non che sia facile trovare spazio al bancone, perché questo posto sembra essere sempre dannatamente pieno: anche dando un’occhiata alle recensioni su ratebeer, si evince che, forse a causa dell’effetto novità, i clienti non mancano mai. Il secondo e più evidente segnale è dato dall’arredamento e dall’estetica del posto, tutto in legno e ottone: niente male, davvero niente male. Bancone ellittico al centro della stanza, cucina completamente in vista, così come l’impianto birrario in fondo alla stanza.

E’ d’obbligo verificare se la qualità della birra sia allo stesso livello della qualità del locale. Revolution Brewing offre circa 8 spine di birre proprie (che possono variare molto rapidamente, in quando servono solo birre fresche), una decina di birre ospiti, e una selezione di bottiglie di media grandezza. Ci hanno detto che nuovi fusti vengono riempiti ogni due settimane; per cui se qualcosa finisce prima dello scadere delle due settimane, non rimane che aspettare la mandata successiva. Le birre di Revolution Brewing sono molto varie come stili: ci sono mild ale, session ale, stout, porter, IPAs ed altro ancora. Tuttavia, nonostante la freschezza delle birre, la qualità non è ancora al livello dei brewpub di queste parti che ci hanno abituato così male: tutte le birre finiscono per essere un po’ sciapite, sebbene – intendiamoci – non siano mai cattive o mal riuscite, ed arrivano sicuramente alla sufficienza. Quando siamo andati noi, purtroppo il cavallo di battaglia del birrificio, la IPA, era finita; abbiamo ovviamente assaggiato tutte le altre birre presenti, tralasciando solo gli stili che proprio non piacevano a nessuno dei due.

La Workingman Mild è la più beverina fra le proposte; meno di 4 gradi, per una mild che tutto sommato ha una sua personalità, mantenendo un buon sapore nonostante la leggerezza della birra. Molto facili da bere anche la Logan Pride (session ale da 4.5%) e la Cross of Gold (un golden ale con un finale delicato di luppolo, secondo il mastro birraio – un po’ troppo delicato, secondo me), ma secondo noi non a livello della Mild. Non male la Iron Fist Pale Ale, un APA luppolato a secco con 4 varietà di luppolo (Amarillo, Cascade, Centennial e Chinook), dotata di un buon aroma, anche se me la sarei aspettata molto più pungente, visto tutto il luppolo teoricamente presente. Solo discreto il Mad Cow Milk Stout, onestamente il più dimenticabile del lotto.

Se non vi sentite avventurosi e volete evitare le birre Revolution, tra le spine ospiti e le bottiglie non mancherete certo di trovare qualcosa che vi piaccia: la selezione non è vastissima, ma è di buona qualità, con un po’ di belga e molte produzioni nord-americane.

E il cibo? Vista la sciccosità del locale, uno si aspetterebbe qualcosa di raffinato; e invece, trattasi di tipico cibo da pub americano, anche se con un’occhio alla qualità e delle variazioni interessanti: bruschette “fantasiose” (nel bene e nel male), buone insalate, pizze, classici burger (non sia mai che non riusciate a trovare un hamburger negli USA!) accostati a formaggi, verdure e spezie un po’ più inusuali. Senza farsi mancare le bistecche, se le volete. Ci sono anche alternative vegetariane – non molte, ma di tutto rispetto. Tutto sommato ne siamo rimasti più che soddisfatti, e anche i prezzi erano perfettamente in linea. In conclusione, un brewpub che fa dell’ambiente il suo punto di forza; le birre sono tutte molto bevibili e la qualità degli ingredienti è apprezzabile, ma manca loro quel carattere che, forse, arriverà col tempo.

Giacomo & Mattia

Small Bar – Chicago (IL), USA

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Category : Locali, Viaggi

Alcuni di voi si ricorderanno che, esattamente 16 anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, Elio e le Storie Tese cantavano che “fondamentalmente agli americani non interessano i mondiali di calcio” (un link per gli smemorati). E avevano profondamente ragione.

La situazione è forse cambiata? Dubito molto, come dubito che la Nigeria vincerà questi famosi campionati di calcio mondiali. Ma c’è sempre qualche eccezione; e se vi trovate a Chicago nel prossimo mese, alla ricerca disperata di un posto che vi permetta di seguire le partite della vostra squadra preferita, qualunque essa sia, annaffandiole con una buona birra, Small Bar è la risposta.

Trattasi infatti di un micro-catena costituita da 3 bar, sparsi nei posti più in tra i giovani di Chicago, che ha fatto della buona birra e del calcio il suo marchio di fabbrica. Infatti, 2 dei 3 bar trasmetteranno tutte le partite dei mondiali, anche quelle ad orari più improponibili oltreoceano (forse le trasmetterà anche il terzo bar, ma non siamo riusciti ad avere conferma). Inutile che facciate domande sulla qualità/dimensione dello schermo: siamo negli Stati Uniti, e questo dovrebbe bastare. In più, è un buon posto anche per eventuali altre partite “importanti” durante la normale stagione calcistica, sia europea che statunitense. Siete tifosi dei Chicago Fire? Questo è il posto giusto dove andare (subito dopo lo studio di un buon psicanalista).

Dopo avervi annoiato con queste curiosità, passiamo al lato più importante: come si beve in questo locale? Noi siamo stati al bar su Fullerton, vicino all’omonima stazione della metropolitana sulla Red Line; e, sebbene non sia il posto più clamoroso dove abbiamo messo piede, sicuramente se la cava bene. Il locale è fornito di un impianto di circa 25 spine; alcune (poche) di queste sono occupate da birre che per un europeo sono poco degne di nota – per non dire di peggio – come Carlsberg, Delirium Tremens, Lindemans Framboise, tedesche e belghe “facili”. Ma l’attenzione è votata principalmente alle produzioni artigianali nord-americane, con un occhio di riguardo per l’area di Chicago e dintorni. Si trovano quindi birre di Metropolitan, Two Brothers, Three Floyds e Half Acre, ma anche Founders, Dogfish Head. Two Brothers e Dogfish Head sembrano essere ben rappresentate, in genere; mentre la prima non mi ha convinto (la Cane & Ebel è buona, ma non un capolavoro, nonstante il roboante punteggio di 96 su ratebeer: l’ho trovata troppo evanescente e non abbastanza corposa), la Dogfish fa molte buone cose (su tutte, le IPA). Non prendete l’orrida Festina Peche, però: quella è disgustosa. Eccellenti anche la Green Flash West Coast Ipa e le Victory (che tra spina e bottiglia, son presenti in grande quantità).

Buona anche la lista delle bottiglie, molto fornita e piena di cose interessanti provenienti da tutto il mondo. Addirittura la Lion Stout, birra (in lattina!) prodotta da una birreria a 3500 piedi di altitudine nello Sri Lanka, supportata da Michael “beer hunter” Jackson in persona. Mattia l’ha apprezzata ma l’ha trovata eccessivamente carbonata; ma le stout frizzanti (per certi versi simili alle porter) sono abbastanza diffuse in Nord America, e a me piacciono. Molto beverina, secondo me.

Un difetto: le stout sono poco rappresentate (tranne la suddetta Lion e la sempre buona Left Hand Milk Stout alla spina), mentre sono più presenti i generi che vanno per la maggiore negli USA, in particolar modo ales e birre leggere. Un secondo difetto: la spillatura è veramente distratta; e se per gli ales alla fine non ne risente molto, per altre birre ci vorrebbe un po’ più cura.

Per chiudere, alcune note di carattere generale: il cibo è di qualità media; tipico cibo da pub americano, molto meglio di qualsiasi fast food, ma niente di eccezionale. L’arredamento è anch’esso standard, ma di ottima qualità: c’è anche una bella mezzanina disponibile per feste private. Infine, i prezzi sono in linea con la media della città: circa 5-6 dollari per una pinta. Pinte che sono molto abbondanti, piene fino all’orlo e quasi sempre senza schiuma a causa della spillatura. A volte organizzano anche eventi birrari più elaborati, come cene, degustazioni o presentazioni di birre; tenete d’occhio il sito, se avete intenzione di passarci.

Alle tastiere: Giacomo
Alle luci: Mattia