Steamworks Brewing Co., Durango (Co, USA)

Category : Locali, Viaggi

Dopo la visita alla Carver Brewing Co. (raccontata qua), nella mia sosta estiva a Durango lungo la via che mi avrebbe poi portato ad Aspen e a Denver, mi son recato alla Steamworks Brewing Company (sito ufficiale), che gli stessi proprietari del birrificio senza grande modestia ma probabilmente a ragione, definiscono “il miglior birrificio in città”.

Situato nel centro della graziosa cittadina, a pochissima distanza dalla Carver stessa, il locale adibito a brewpub è enorme: ci saranno comodamente più di un centinaio di posti a sedere, disposti attorno al nucleo centrale composto da una stanza con dentro l’impianto per la produzione. Impianto che a me è sembrato troppo piccolo per poter brassare tutta la gamma di birre della Steamworks: a me ha dato l’idea di essere più di bellezza che altro, anche se la confusione era piuttosto reale.

Oltre ad essere grande, il brewpub è ben arredato, in stile “capannone fico”, con svariati schermi televisivi su cui venivano trasmessi eventi sportivi, un bel bancone e una grande lavagna con segnate nomi e descrizioni delle birre disponibili. Un segno distintivo del birrificio è la forte politica di marketing, in tutto il locale sono ben visibili poster, insegne, tovagliette, oggetti vari che richiamano direttamente e non le etichette (belle, molto colorate) delle proprie produzioni, compreso un piccolo spazio-negozio dove vendevano dalla spilla al bicchiere, dalla maglietta alla sella per cavallo (!).

Passando alla parte più soddisfacente, e cioè il bere, mi son lasciato tentare dal classico “Sampler tray”, con sei bicchierini a scelta tra tutto quello che c’era di disponibile. Le sette ore di macchina che avevo fatto dalla mattina e le birre della Carver mi avevano un po’ abbioccato. Ho così avuto modo di provare la Colorado Kolsch, premiata con la medaglia d’argento al GABF 2010 di Denver nella categoria “german-style Kolsch”, accettabile, certo non un capolavoro e un po’ povera di luppolo, la Third Eye Pale Ale che non sfigurava affatto anche se forse un po’ troppo dolcina e la Steam Engine Lager che non ho potuto ben assaggiare per via della concomitanza con un insospettabilmente piccante piatto di tacos di pesce (tra l’altro, molto buono).

Tra le altre tre che ho provato risiede un po’ tutto quello che si può dire della Steamworks: la Lizard Red Head è assoltamente senza arte nè parte; la Conductor Imperial Ipa l’ho trovata davvero sbilanciata e troppo troppo aggressiva e alcolica (nonostante il roboante e secondo me assurdo “97″ su ratebeer) e la ottima Backside Stout, sicuramente la migliore del lotto (medaglia d’oro al GABF in categoria “Oatmeal Stout”). Tra quelle non provate (o non presenti), la What in the Helles? è stata premiata con la medaglia d’oro al GABF 2010 nella categoria “Munich-style Helles”.

In conclusione, non un capolavoro di birrificio, ma sicuramente meglio dei vicini di casa della Carver: quantomeno si mangia più che discretamente e il posto è curato e piacevole da frequentare. Il grande numero di premi ricevuto quest’anno non lasci trarre in inganno: io non ho francamente assaggiato (Backside a parte) nessun capolavoro, e le medaglie mi sembrano un po’ eccessive, ma tant’è. Insomma, se siete in zona (?) un salto fatecelo, ma non perdeteci una giornata intera…

mattia

Collaborazione da brivido: Flying Dog + De Molen!

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Category : Notizie in breve

Avevo notato, tra gli eventi in arrivo in questo periodo, l’imperdibile (ma ce la perderemo tutti, per motivi vari) serata con lo staff della Flying Dog Brewery al Beer Temple di Amsterdam, e un po’ mi ero chiesto l’occasione che aveva, come dire, creato l’occasione. Raramente lo staff di un birrificio di successo attraversa un oceano giusto per farsi vedere per una serata.

Tra impegni e viaggi ero rimasto con la questione in sospeso, senza cercare di saperne di più.

Oggi la rivelazione (dalla pagina facebook della Flying Dog):

“As part of a beer reconnaissance mission to The Netherlands and Belgium, we’re taking part in an extreme brewing collaboration with Dutch Brouwerij De Molen of Bodegraven, The Netherlands, on October 21, 2010.

The collaboration brew, Bat Out Of Hell, will be brewed jointly by Flying Dog SVP of Brewing Operations Matt Brophy and De Molen brewmaster Menno Olivier. The recipe was born from the satanic mystique of De Molen’s award-winning stout Hell and Damnation and Flying Dog’s complex and mysterious Gonzo Imperial Porter

Insomma, per chi non sapesse l’inglese, sta per nascere un probabile capolavoro, con due tra i prodotti più rappresentativi dei rispettivi birrifici che convolato a giuste e inaspettate nozze.

Tra le altre cose interessanti da sapere, questa birra sarà brassata in soli 7 ettolitri, di cui un terzo circa destinato all’invecchiamento in botte e il resto all’imbottigliamento (75cl). Sarà disponibile solo in Europa e presumibilmente richiesta da tutto il mondo. Sarà pronta per fine anno, per un terrificante periodo festivo a base di inferno, dannazione, pipistrelli, mulini e cani volanti.

Founders Brewing Company – Grand Rapids (MI), USA

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Category : Locali, Viaggi

Probabilmente pochi di voi saranno stati a Grand Rapids, in pieno Michigan. Non lo definirei un luogo turistico, ed è difficile trovare buone ragioni per andare da quelle parti. Eppure, per gli appassionati di birra, il Michigan può dare tante soddisfazioni. Ci sono molti birrifici di ottima qualità: mi vengono in mente Bells, New Holland, Dark Horse solo per citarne alcuni; e stimolati dalle eccellenti produzioni, anche i pub di buon livello non mancano.

Grand Rapids, in particolare, brilla grazie a due perle assolute. Dell’Hop Cat, un signor pub, parleremo in seguito; oggi ci concentriamo sulla Founders Brewing Company, uno dei miei birrifici preferiti. Vi avverto subito: sarò di parte; ma le birre Founders rappresentano almeno un quinto delle mie bevute abituali, per cui, non posso che dire che le adoro.

Come molti birrifici, la Founders ha iniziato come una azienda a conduzione familiare, e dopo aver passato brutti periodi (quasi in bancarotta), si è ritrovata ad essere uno dei più famosi birrifici artigianali mondiali. Il motivo è molto semplice: passione e qualità. Non ho mai bevuto una sola birra della Founders che non fosse almeno sufficiente nel suo stile. E di birre ne fanno tante, un numero davvero enorme, a seconda delle annate e delle stagioni. Il mondo migliore per assaggiarne in quantità è proprio quello di recarsi al brewpub (Google Maps): un enorme capannone industriale, riadattato a spazio per le bevute, con un grande bancone in zona centrale, tavoli e sedie in quantità, sia al chiuso che all’aperto. Dotato anche di cucina e di un palco che ospita vari spettacoli musicali (di tutti i generi, dal jazz all’indie rock), inclusi mini-festival, è impressionante vedere come questo luogo sia un punto di ritrovo per molte persone della città: la domenica pomeriggio, subito dopo pranzo, era già pieno di persone di tutte le età (moltissimi gli over 50), ed è andato riempiendosi ancora di più col passare della serata, fino a scoppiare verso le 6 del pomeriggio. Dopo averci passato tutto il pomeriggio, io e Mattia abbiamo a quel punto deciso di spostarsi, ma non prima di aver assaggiato tutte le birre disponibili.

Il motivo del successo è che, oltre all’intrattenimento della musica, qui si beve birra ottima a prezzi irrisori: circa 3.50 dollari per una pinta, un po’ di più nel caso di produzioni speciali. Ci sono una quindicina di spine, che ruotano a seconda della stagione; per i più accaniti frequentatori, è possibile comprare la tessera annuale di “socio” (50$), che prevede sconti il mercoledì sera, serate speciali, nonchè un bellissimo bicchiere personalizzato (numero, nome e logo), conservato sugli scaffali in legno che occupano una enorme parete dietro il bancone (più di 1200 quelliovenduti per il 2010).

Tra le birre, la varietà degli stili è encomiabile. Ci sono pale ales, stout, porter, barleywines – veramente di tutto. Alcune raggiungono vette di eccellenza: ad esempio la nerissima Porter, ricca di sapori scuri (cioccolato, malto tostato, liquerizia), completati dal luppolo e da un bilanciamento amaro/dolce praticamente perfetto; ha un sapore così ricco e una bevibilità così alta che si colloca probabilmente nel gradino più alto della mia classifica personale sulle porter. Un capolavoro. Altrettanto buona la Oatmeal Stout: questa si trova solo alla spina, e nonostante non abbia su ratebeer un punteggio così alto come la Porter, l’ho trovata assolutamente perfetta nella sua cremosità. Naturalmente non mancano i pale ales luppolati: a partire dal tradizionale Pale Ale con luppoli Cascade, alla (relativamente semplice da reperire anche in Italia) Centennial IPA, impeccabile. Ad entrambe, però, preferisco la Reds Rye, una birra color del rame aromaticissima, con malti caramellati belga e un sapiente mix di luppoli che conferiscono il profumo floreale e l’amaro finale. Meravigliosa anche in bottiglia: se bevuta in tempi rapidi, conserva perfettamente il suo aroma. Spettacolare anche la Devil Dancer: un imperial IPA carico di luppoli e arroganza (26 giorni di luppolatura a secco!), con un corpo prepotente di malto, un contenuto alcoolico elevato (12%), e un sapore davvero intenso. Voti positivi anche per la Solid Gold; nonostante su ratebeer sia considerata la peggiore del lotto, a me e Mattia è piaciuta: beverina, rinfrescante, un’ottima session beer, specie durante l’estate. Forse avevamo solo bisogno di una birra un po’ più leggera per riposarsi un attimo; ad ogni modo, l’abbiamo promossa.

Altri stili birrai, invece, incontrano un po’ meno i miei gusti: ad esempio la Dirty Bastard Scotch Ale è molto ben fatta e mette in risalto un ottimo malto caramellato, ma non mi ha mai convinto in pieno. Oppure la Cerise: birra rinfrescante e acidula alla frutta, uno stile che piace molto alle americane, ma che a me che sono cresciuto con le Cantillon, pare solo un esperimento mal riuscito. Non troppo convincenti nemmeno la Honey Wheat, Weiss e simili.

Al bancone, l’accoglienza è stata molto calorosa: scambiare due chiacchiere era molto facile, e alla fine ci hanno offerto anche un “cocktail” di Porter e Cerise (il pensiero è apprezzabile, la riuscita del cocktail… un po’ meno), nonché l’onore di bere una Devil Dancer di saluto dal bicchiere personalizzato di uno dei ragazzi che lavorano dietro al bancone.

Cos’altro dire? Le birre Founders sono spettacolari, il loro pub ufficiale non poteva essere da meno.

Giacomo (ai testi)
Mattia (alle foto)

Le migliori 25 birre al mondo?

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Category : Notizie in breve, Varie

E’ uscito da poco un articolo interessante su Men’s Journal in cui si tratta del mondo birraio, e già il titolo dell’articolo parte da un presupposto un po’ pretenzioso: catalogare le 25 migliori birre al mondo. “Pretenzioso” perchè criteri davvero oggettivi non ne potrà mai avere nessuno, tutti noi siamo condizionati dal gusto, dalle abitudini e dalla conoscenza (ampissima o limitata) solo di una parte delle produzioni brassicole mondiali. Anche il più grande esperto birraio non potrà mai conoscere (gustativamente parlando) tutte le birre sulla Terra.

photo drinfoftheweek.com

E’ per questo che siamo rimasti un po’ perplessi nel leggere la lista che, bisgna dirlo, non è fatta male e non compilata da un bevitore seriale di Tennent’s Super, ma ha le sue pecche. Intanto per i tipi di birra (possibile che non ci sia nemmeno una birra Ceca nella lista? Anche a mo’ di rappresentanza), che paiono essere scelti molto a caso, senza un vero filo logico, e quasi come “capostipiti” di un genere. La stessa Saison De Ranke, eccellente birra, non può però essere messa in una lista senza aver allora compreso anche altre Saison di caratura superiore, o birre superiori dello stesso birrificio (XX Bitter, Guldenbegr, Noir eccetera). Tantissime le birre americane presenti, ma rimangono fuori anche tanti nomi importanti… in ogni caso delle vere schifezze non ce ne sono, e questo è un buon segnale. Anche un aggiornamento del Bier Koning di Amsterdam su Facebook fa notare come il criterio di scelta sembri assolutamente casuale.

La lista non si limita alle 25 birre, ma include anche  miglior brewpub, miglior meta birraia e miglior locale. La scelta di quest’ultimo (che è a Londra, da dove curiosamente non solo non proviene nemmeno una delle birre segnalate nella lista, ma da quel che si legge non ne viene servita nemmeno una) è bizzarra se si legge bene la motivazione, che tratta di “passaggi di personaggi storici” e di “caminetto”. Per carità, l’atmosfera fa la sua parte… ma se questo locale è il numero uno, allora il Kulminator, il Moeder Lambic, il Toronado, il Popeye, il White Horse dove li mettiamo?

Infine la scelta della città di Bruxelles come meta birraia principe è la ciliegina sulla torta: intanto perchè, a meno di saper cercare bene, a Bruxelles si beve tendenzialmente male (e Sam Calagione – che viene citato nella scelta della città – non crediamo finisca nel primo bar che trova tra Grand Place e il Manneken Pis) e poi soprattutto perchè nessuno di noi, dopo rapido consulto, metterebbe mai Bruxelles in cima ad una lista dei luoghi birrai indimenticabili. La città vale una visita, per carità, i locali ci sono, ma senza sapere come muoversi, il rischio di doversi tracannare litri di Stella Artois o Leffe, a prezzo italiano, è altissimo.

mattia

Local Option, Chicago (IL, USA)

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Category : Locali, Viaggi

Nella zona universitaria di Chicago, vicinissimo alla De Paul University e non lontano nemmeno dallo Small Bar (di cui abbiam parlato qua), si trova il Local Option, piccolo locale votato alla birra di qualità. Curioso il fatto che si trovi in una zona frequentata da giovani universitari, che in linea di massima non sono proprio i migliori clienti possibili per le birre ricercate.

Il locale è, come detto, piccolino e, se non fosse per la marea di neon colorati appesi in vetrina o all’interno, dalla strada (1102 West Webster, mappa) sarebbe poco visibile. In realtà, come in quasi tutte le città americane, una volta fatta pratica con gli indirizzi, capirete che è quasi impossibile perdersi. Noi siamo capitati lì un pò per caso, dopo aver chiuso la serata alla Goose Island, Giacomo s’è ricordato di aver avuto un suggerimento da un amico, e così siamo passati al volo per dare un’occhiata: fatto sta che nelle tre sere che abbiamo passato a Chicago, ci siamo poi sempre stati.

Subito un appunto, prima di iniziare: ricordatevi il passaporto. Nè carta di identità, nè patente (che non sia quella americana, ovviamente) sono accettate come documento che provi la maggiore età (21): senza passaporto non vi faranno nemmeno entrare dalla porta. Una volta entrati, con documento vero o falso che sia, troverete la sala di ingresso con bancone a sinistra e tavolini-trespolo a destra. Poco più avanti un’apertura vi porterà ai pochi tavolini presenti nel locale. Nella terza sera abbiamo davvero fatto fatica a trovare posto anche per via della Finale di NHL che vedeva protagonista i Chicago BlackHawks.

Seduti al bacone, ci si presenta davanti l’impianto spine, con ben 25 diversi “manici” e prelibatezze da ogni parte del mondo. Sì, perchè al Local Option non troverete soltanto le (ottime) produzioni statunitensi, ma anche nomi europei di grande importanza. Vero è che a noi questi nomi non fanno più un grande effetto, ma la faccia di Giacomo quando ha (ri)trovato certe perle, è davvero stata un programma. Nella mega-lavagna a fianco del bancone son segnate tutte le spine disponibili in quel momento: noi abbiam trovato – e bevuto – birre di Three Floyds (che abbiam poi anche visitato), Great Divide (il devastante barley wine Old Ruffian), Left Hand (con la Milk Stout non si sbaglia), Sierra Nevada, Lost Abbey, Jolly Pumpkin, Flying Dog, Founders. Molti altri i birrifici americani presenti, ad esempio Dark Horse e Lagunitas.

Le “straniere” però non mancano: alla spina c’erano Cantillon (Lambic e Rosé de Gambrinus), Spezial (Bamberg), Mikkeller (Single Hop Centennial e Simcoe), Schneider. Ovviamente queste birre, per noi europei facilmente trovabili, per un americano sono ricercatissime, ed è per questo che i prezzi non erano troppo a buon mercato… la Mikkeller ea a 9$ per una piccola da (circa) 0.3.  Tutto il resto viaggiava sui prezzi medi americani per prodotti di buona/alta qualità, cioè circa 5-6 $ la pinta. Da segnalare anche una giapponese: l’ottima Hitachino Nest White Ale, una witbier molto aromatica e rinfrescante. Molto positivo il fatto che le spine ruotassero rapidamente: da un giorno all’altro, una o due birre cambiavano sempre.

In più, ogni tanto organizzano serate a tema o educative, dedicando più spine ad uno stesso birrificio. Si possono avere informazioni sullo scarno sito ufficiale. Ad esempio, c’è stata la serata Mikkeller Yeast Series, ed una con le birre più  “ricercate” della Three Floyds. Non si può che apprezzare l’impegno.

Ultimo paragrafo per l’elogio al servizio: probabilmente ci avevano preso in simpatia e, a parte la seconda serata in cui eravamo davvero stanchi, l’hanno dimostrato regalandoci qualche bottiglia da asporto, tra cui la Brooklyner-Schneider Hopfen-Weisse (una weizen bock nata dalla collaborazione tra Brooklyn Brewery e Schneider – brassata a New York con lievito tedesco e luppoli americani) e il Barleywine della Lagunitas. Se siete a Chicago, il Local Option è un posto assolutamente da non perdere. Ma ricordatevi il passaporto.

mattia e giacomo

Great British Beer Festival – il nostro report

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Category : Festival, Fiere

Vorrei incominciare l’articolo parlando delle enormi pressioni che i membri più in vista della redazione hanno esercitato su di me per convincermi a scrivere. Anzi, io ero già convinto di buttar giù due righe, ma ho i miei tempi, e penso che il pezzo sul GBBF 2010 sarebbe arrivato a fine luglio 2011, dimodoché i lettori del sito avrebbero potuto tranquillamente convincersi di partecipare all’edizione in programma pochi giorni dopo. Non capisco la follia di scrivere dopo solo un mese, ma mi adatto

Aeroporto di Bergamo Orio Al Serio, volo per Stansted (Londra) del mattino di un caldo martedì di agosto. Pronti con armi, bagagli e una sete improponibile per salpare verso il Great Beer British Festival 2010.

Cos’è: il festival della birra più interessante del Regno Unito, organizzato dal CAMRA (Campaign for Real Ale), un’associazione volontaria con oltre 100 mila membri iscritti.

Dov’è: nel centro fieristico di Earl’s Court, Londra. Un gigantesco padiglione pieno di stand interessantissimi, raggiungibile con la metro verde (la stessa che poi vi porta a Parsons Green, al White Horse di cui abbiamo parlato qui).

Quando è: solitamente la prima settimana del mese di agosto. Quest’anno è iniziato martedì 3 per concludersi sabato 7.

Com’è: enorme.

L’ENTRATA

Evito il perché e il chi, che sarebbero le altre due domande che un giornalista dovrebbe soddisfare in un articolo perché ne ho già dato risposta nei punti precedenti. In ogni caso, il polo fieristico di Earl’s Court è veramente gigantesco e a un passo dalla fermata della “Underground”. E’ possibile scegliere il giorno in cui entrare a visitare la fiera (prezzo singolo di otto sterline) oppure fare il pass per tutte e cinque le giornate a prezzo decisamente più modico (23 sterline). Ovviamente, se l’intenzione è quella di andare lì per fare un giretto è conveniente il single pass, in generale io consiglierei sempre il seasonal anche perché una volta entrati non vorrete più uscire.

LA SCELTA DEL BICCHIERE

Entrando si trova subito il balcone dei “bicchieri”. Cauzione di tre sterline, tripla misura: c’è la pinta normale, la mezza e il terzo. Consiglio di uno stupido: prendete la mezza pinta. E’ vero, il bicchiere enorme fa “figo”, però non è sempre facile farsi capire dagli addetti alla consegna delle birre e vista la varietà – e la quantità – di spine presenti è meglio non bere una pinta a birra, altrimenti non avrete modo di provare tutto il resto.  Ovvio che una IPA sia più beverina e magari ne vorrete di più del semplice assaggino, per questo la mezza è una buona scelta fra la dose da fiera e la bevuta da pub. Poi fate come vi pare, quando vi serviranno una pinta di Tsarina Esra e voi dovrete berla, bruciandovi tutte le papille gustative, allora mi darete ragione. E succederà, ve lo assicuro (colpa di Alex alla botte, e considerando che parlavamo in italiano…).

LE BIRRE

Destra o sinistra, destra o sinistra? E’ la prima cosa che penserete dopo avere ritirato la vostra arma di battaglia, il Sacro Graal che vi accompagnerà fino a fine giornata. Procedendo verso destra vi ritroverete immersi nelle Real Ale, con i vari padiglioni con un’infinità di spine: qualcuno ha il proprio stand dove degustare le birre (Fuller’s, Greene King, Thornbridge etc). E’ difficile provare tutto quanto, quindi il mio consiglio è semplice: farsi un minimo di prospetto per capire quali sono le birre davvero imperdibili, perché è davvero difficile conoscere ogni singolo produttore: certo, qualche volta bisogna anche provare per capire qual è il livello.

In generale, è difficile competere, per le Real Ale, con quello che si trova sul lato mancino dello stand dei bicchieri: ovvero le birre dal mondo, tra ceche e olandesi, dalle americane (sempre strepitose) alle italiane – pochine, a dire la verità, e quasi nulle alla spina -, finendo con le solite birre belghe. Impossibile, anche lì, provare tutto: le birre sono a “rotazione”, quindi non tutti i fusti alla spina sono aperti il primo giorno. Ho provato a non uccidermi lasciando la Older Viscosity della Port Brewing per il secondo giorno.

Indovinate un po’? Non c’era più… Nell’angolo dedicato alle birre dal mondo non ci sono solamente spine, ma anche una dose nutrita di bottiglie. Ovviamente sono presenti delle chicche interessantissime, però – a meno di non riuscire a dividere con gli amici – tendenzialmente ho privilegiato la spina. Così come per le Real Ale, visto che anche per loro c’è lo spazio apposito per le bottiglie. Davanti allo stand delle birre mondiali si trova una selezione di vari “Cider”. Non ho avuto il cuore di provarne nemmeno uno, ma per gli amanti del genere può essere un motivo in più per visitare la fiera.

I PREZZI

Concorrenziali, davvero. Soprattutto sulle bottiglie, che variano dalle 2-3 sterline per le 33cl, alle 6-9 sterline per le 75cl. Ovviamente ci sono cose che in Italia non arrivano, o che se arrivano costano cifrone. Con la sterlina così bassa, poi, è davvero una pacchia. Come dicevo precedentemente, per le spine si può scegliere la “dose” di liquido: terzo di pinta, metà pinta o pinta intera. I prezzi sono calcolati scientificamente, la mezza costa esattamente metà rispetto all’intera, quindi non si ha nemmeno lo scrupolo di scegliere una dose più larga per risparmiare qualche soldo. I prezzi vanno – parlo del terzo di bicchiere – dagli 80 pences di alcune real ale, alle oltre due sterline per alcune chicche (stile la Tsarina Esra sopracitata), comunque cifre facilmente accessibili per chiunque. Ovviamente ho speso una cifra clamorosa, perché con tutto il ben di Dio che c’era era un peccato lasciare indietro qualcosa.

I VINCITORI

Champion Beer of Britain – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
Second – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
Third – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
MILD
ORO – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
ARGENTO- Greene King, XX Mild (3% ABV, Bury St Edmunds, Suffolk)
BRONZO PARIMERITO – Golcar, Dark Mild (3.4% ABV, Huddersfield, West Yorkshire)
BRONZO PARIMERITO – Nottingham, Rock Ale Mild (3.8% ABV, Nottingham, Notts)

BITTER
ORO -RCH, PG Steam (3.9% ABV, Weston-Super-Mare, Somerset)
ARGENTO – Moor, Revival (3.8% ABV, Pitney, Somerset)
BRONZO PARIMERITO - Orkney, Raven (3.8% ABV, Stromness, Orkney)
BRONZO PARIMERITO - Purple Moose, Snowdonia Ale (3.6% ABV, Portmadog, Gwynedd)

BEST BITTER
ORO – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
ARGENTO – St Austell, Tribute (4.2% ABV, St Austell, Cornwall)
BRONZO PARIMERITO - Evan Evans, Cwrw (4.2% ABV, Llandeilo, Carmarthenshire)
BRONZO PARIMERITO - Great Oakley, Gobble (4.5% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

GOLDEN ALE
ORO – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
ARGENTO – Marble, Manchester Bitter (4.2%, Manchester, Gtr Manchester)
BRONZO – St Austell, Proper Job (4.5% ABV, St Austell, Cornwall)

STRONG BITTER

ORO – Thornbridge, Jaipur IPA (5.9% ABV, Bakewell, Derbyshire)
ARGENTO – Fuller’s, Gales HSB (4.8% ABV, Chiswick, Gtr London)
BRONZO – Beckstones, Rev Rob (4.6% ABV, Millom, Cumbria)

BIRRE SPECIALI
ORO – Amber, Chocolate Orange Stout (4% ABV, Ripley, Derbyshire)
ARGENTO – O’Hanlon’s, Port Stout (4.8% ABV, Whimple, Devon)
BRONZO – Breconshire, Ysbrid y Ddraig (6.5% ABV, Brecon, Powys)

BIRRE IN BOTTIGLIA
ORO – St Austell, Admiral’s Ale (5% ABV, St Austell, Cornwall)
ARGENTO – Pitfield, 1850 London Porter (5% ABV, Epping, Essex)
BRONZO – Great Oakley, Delapre Dark (4.6% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

OctobEUR Fest a Roma

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Category : Eventi, Festival

Dalla viva voce di Alex Liberati, incontrato pochi giorni fa in occasione del Borefts Festival 2010 alla De Molen di Bodegraven (NL) siamo venuti a sapere pochi giorni fa della festa in programma tra pochissimi giorni a Roma: la OctobEUR fest, che si svolgerà a Roma in zona EUR (appunto) dal 6 al 10 ottobre 2010.

Previste poco più o poco meno di 60 birre diverse alla spina, un “banco ombra” per appassionati con chicche vintage e altre rarità, insomma tutto il meglio che la Impex, società di Alex che si occupa di importazione e distribuzione di birre di qualità, ha da offrire.

La lista delle golosità prevede Mikkeller (DK), De Molen (NL), Southern Tier (USA), Dark Star (UK), Struise (BE) e una selezione di italiane tra cui la ExtraOmnes di Schigi, White Dog (Real Ale dall’appennino emiliano) e ovviamente la Revelation Cat.

Questa la lista completa delle spine presenti al festival:

Maxlrainer Zwickl Max
Maxlrainer Leo Weisse
Maxlrainer Pils
Braustelle Helios Kolsh
Braustelle Helios Weisse
Braustelle Ehernfelder Alt
Braustelle Summer Ale
Revelation Cat Kolsh IPA
Revelation Cat Back to Basic West Coast IPA
Revelation Cat Back to Basic West Coast IIPA
Revelation Cat Cream Ale
Revelation Cat Big Black Poochie
Revelation Cat Fly by Night
Revelation Cat Milk Mild
Darkstar American Pale (Cask)
Darkstar HopHead (Cask)
Darkstar Festival (Cask)
Moor JJJ IPA (Cask)
Moor Hoppiness (Cask)
Moor Sumerland Gold (Cask)
Mikkeller Single Hop East Kent Goldings
Mikkeller Single Hop Warrior
Mikkeller Single Hop Ten
Mikkeller Single Hop Cascade
Mikkeller Y Pale Ale
Mikkeller Green Gold
Mikkeller Triple
Southern Tier Gemini
Southern Tier Pale Ale
Southern Tier Choklat
Southern Tier Unearthly
Uncommon Baltic Porter
SmuttyNose IPA
White Dog IPA
White Dog Yellow Fever
ExtraOmnes Tripel
ExtraOmnes Blond Ale
ExtraOmnes Saison
Real Beer Notte Celtica
Struise Black Albert
Struise Mocha Bomb
Struise Pannepot
De Molen Vuur & Vlaam
De Molen Op & Top
De Molen Black Tovarishch
De Molen Hel & Verdoemenis 2009

Prevista musica dal vivo, set dj, cucina e un angolo beer shop dove poter prendere qualcosa da portare a casa. Ingresso previsto a 15€ comprensivo di 8 gettoni-degustazione e il bicchiere.

Se volete conoscere meglio Alex e le sue birre vi rimandiamo all’intervista effettuata da Gabriele qualche settimana fa, e già che ci siamo vi ricordiamo anche l’intervista realizzata a Luigi “Schigi” D’Amelio in occasione del Villaggio della Birra 2010.

Già che siamo in vena di piccole anticipazioni, abbiamo avuto conferma dell’assenza di Alex Liberati alla seconda edizione dell’Isola Che Non C’è a Suisio (BG), per impegni di lavoro all’estero. La seconda edizione sarà quindi dedicata esclusivamente a birrifici italiani, con il molto probabile ritorno di nomi ormai classici come Bi.Du. e Orso Verde. Ma non disperate: è allo studio un nuovo evento con Alex nei mesi successivi…incrociate le dita, perché potrebbe essere qualcosa di davvero interessante…

[Update] Pare che per OctobEUR sia cambiata la regola d’ingresso. Non più 15€ con 8 gettoni, ma ingresso gratuito, con però il primo “acquisto” fisso a 15€ che verranno scambiati in 10 gettoni, 1 bicchiere e il programma dell’evento.

Carver Brewing Co., Durango (Colorado, USA)

Category : Locali, Viaggi

Di passaggio durante il mio tragitto da Las Vegas a Denver, progammo la sosta nella graziosa cittadina di Durango. Oddio, “cittadina” è forse un termine eccessivo, diciamo paesone. Durango è a poca distanza dai parchi naturali dell’Ovest, a poco più di un’ora di auto da Mesa Verde e i Four Corners e a poco più di tre ore dalla magnifica Monument Valley.

Il paesone si trova ai piedi delle Montagne Rocciose, e nel corso degli anni, dopo essere stato un crocevia di cercatori d’oro e minatori, si è trasformato in un centro turistico “all-year”: in inverno non mancano di certo le possibilità sciistiche, in estate le mille escursioni (rafting, per esempio, o il famoso treno a vapore Durango-Silverton) allietano grandi e piccini. Guardandomi in giro prima di lasciare l’Italia, scopro che a Durango ci sono ben tre birrifici, per cui mi segno gli indirizzi e una volta giunto là, si parte col primo (che è il tema dell’articolo di oggi): la Carver Brewing Co. (sito ufficiale).

Situato sulla strada principale (Main Street) all’altezza del civico 1022, il locale è poco visibile dalla strada e pare essere un normalissimo pub, tanto che è molto facile confondersi con un vero pub situato a poca distanza. Una volta entrati, non resterete sicuramente colpiti dallo splendore del luogo, anzi: la sala principale è divisa in due, da una parte i tavoli in cui mangiare e dall’altra (molto più piccola) solo 4-5 sgabelli al bancone e due tavolini-trespolo. Non avendo molta scelta e non dovendo (ancora) mangiare, ci appollaiamo sui trespoli vicino all’ingresso: pur essendo pieno giorno, è abbastanza buio e tutto quanto sembra lasciato un pò al caso.

Il servizio è buono come in quasi tutti i locali americani, e come ogni buon birrificio d’oltreoceano, anche qui son presenti i samplers, piccoli bicchierini da 0.1 con tovaglietta esplicativa. Non sapendo che scegliere, mi lancio e chiedo “tutte le birre”: troviamo un buon compromesso a 10 birrettine per 12 dollari. Il servizio è veloce e gli assaggi non si fanno attendere.

Partiamo con le cose positive (poche): l’ampia sufficienza la raccolgono la Ipa (anche se un pelo troppo dolce), la buona Colorado Trail Nut Brown Ale, una classica Hefeweizen anche se dal sapore troppo bananoso (?) e con pochissimo corpo (anche per una weizen). A parte queste, solo un’altra produzione può essere considerata più che accettabile: una Raspberry Wheat Ale di color rosa porcello, che pareva proprio essere la birra ufficiale di Hello Kitty… incredibile a dirsi ma non era niente male (e non sarà l’unica Raspberry con ampia sufficienza, come vedremo poi nell’articolo sulla visita alla Great Divide).

Il resto delle produzioni Carver viaggia tra il passabile (una Saison che sapeva solo di futti di bosco, la Jack Rabbit Pale Ale completamente fuori stile ma bevibile e la Corner Pocket Ale) e il fortemente mediocre (Old Yak Amber Ale, La Plata Pilsner e la Iron Horse Imperial Stout che non andava al di là del fortissimo sapore di alcol).

Non che avessi grandi speranze, per carità le mie info non davano la Carver come un posto da ricordare, ma forse la mancanza di birre di alta qualità (nemmeno una davvero degna), l’ospitalità non proprio da favola (il posto è davvero bruttino) e il servizio cortese ma sciatto (i samplers son stati portati su un vassoio plasticoso stile-McDonald) non aiutano a tenere un bel ricordo. Se siete in città, ops… paesone, e avete un’ora libera.

mattia

Intervista esclusiva ad Alex Liberati

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Category : Eventi, Interviste, Varie

L’ultima cotta dell’estate“. Questo il nome dell’evento organizzato da Michela e Piso della Birroteca di Greve lo scorso fine settimana (28 e 29 agosto). Il programma della due-giorni non poteva essere migliore: cotta pubblica in piazza, porchetta e, ovviamente, buonissima birra a fiumi. Protagonista assoluto dell’evento è stato Alex Liberati, che tra i suoi mille viaggi birrai (dovremmo prenderlo a scrivere per PintaPerfetta!!) ha trovato il tempo per allietarci con le sue birre e la sua totale disponibilità.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla birra. Il sabato è stato all’insegna di Revelation Cat, il progetto più conosciuto e più apprezzato di Alex, con 4 diverse spine ataccate in contemporanea. In ordine rigorosamente alcoolico: Milk Mild, Cream Ale, Back to Basic IPA e Triple Hop Bock. Delle quattro, tutte assolutamente ottime e in forma, direi che quella che incontra meglio i miei gusti attuali è la Cream Ale, morbida, ben luppolata ma non aggressiva e assolutamente estiva. Tant’è che è stata la prima a finire, come da previsioni.
E piano piano i fusti terminati sono stati sostituiti da altri non esattamente estivissimi. Direttamente dalla Brouwerij de Molen, prima la Mout & Mocca (coffee stout da 9.5%, favolosa) poi la Bommen & Granaten (barley wine da oltre 15%, non il mio genere), che completavano il menu altrettanto estivo a base di porchetta.

La parte più interessante è stata comunque quella delle cotte pubbliche. I molti mastri birrai chiamati in causa (lo stesso Liberati e i suoi compari, più Fabio Giovannoni di Pinta Medicea) sono stati disponibilissimi con gli avventori di ogni genere, dagli homebrewers desiderosi di scambiare consigli ed opinioni, ai curiosi che si chiedevano come mai la polenta dentro il pentolone fosse così scura. E’ stata un’ottima occasione per rivedere molte facce note della scena birraia toscana, e per approfondire la conoscenza di Alex. Proprio quest’ultimo è stato così gentile da concedermi una breve intervista improvvisata, nella quale ci illustra un interessante progetto in rampa di lancio (parola d’ordine: lambic!) e ci dice la sua sulla situazione birraia in Italia (nonostante io non glielo avessi chiesto :) ).
Prima di concludere, permettetemi di menzionare ancora Michela e Piso, che con eventi come questo (ma non solo) stanno trasformando un locale giovanissimo come la Birroteca di Greve in uno dei must per gli appassionati di birra in Toscana e in Italia.

Basta indugiare, dunque. Ecco a voi Alex Liberati:

Guida alla California (3/3): San Diego e dintorni

Category : Viaggi

Ripartiamo dal mastodontico agglomerato urbano che risponde al nome di Los Angeles e continuiamo verso sud. Andando verso San Diego le mete di pellegrinaggio brassicolo fioccano, ma la nostra scelta ricade sul Pizza Port (di) Carlsbad, delizioso surf pub che, come suggerisce il nome, abbina ottime birre a una buona pizzeria – ricordando sempre che non siamo a Sorrento, quindi aspettatevi una pesantissima, ma oggettivamente buona, pizza in stile americano. La scelta delle birre non si limita ad un’eccellente offerta locale, ma offre anche una serie di birre europee a rotazione di tutto rispetto: al mio passaggio c’erano, giusto per la cronaca, De Molen Hel & Verdoemenis e 3 Fonteinen Oude Geuze. Ciliegina sulla torta una serie di videogiochi dei tempi che furono possono intrattenervi nell’attesa della pizza. Io, però, ho deciso di colmare l’attesa del mio pranzo con una pinta di Port Wipeout IPA e bagnare la pizza con l’altrettanto deliziosa Pizza Port Sharkbite Red Ale. Scelte di per sé ottime, certo è che queste due signorine unite alla non frugale pizza non sono certamente consigliabili se in programma non avete una pennichella.

Sta di fatto che con un macigno navigante nell’alcol in pancia, torniamo in macchina per giungere a destinazione. San Diego è relativamente piccola e se avete l’hotel nel quartiere Gaslamp (cosa che consiglio) potete dimenticare la macchina e girare la sera a piedi in quella che potrebbe sembrare – porto militare escluso – una comune località marittima italiana. Il locale migliore della zona come offerta di birre è quasi certamente The Local dove però il manager ha deciso di non accettare la patente come documento di riconoscimento (unico posto in cui ci sia successo), ma la curiosità mi ha comunque portato a tornare il giorno dopo per bere una fantastica, e sottolineo fantastica AleSmith IPA che di certo non ha bisogno di presentazioni. Girando la zona testiamo inizialmente la Rock Bottom Brewery (Point Break Pale Ale, tutto tranne che indimenticabile) e successivamente ci facciamo attirare da un duetto acustico che risuona in tutto l’isolato dalla Gaslamp Tavern ,dove la bevuta di una Firestone Union Jack IPA (slurp!) viene accompagnata da una memorabile rivisitazione di Because – The Beatles e dall’evergreen Hotel California. La serata vede la sua fine con una Stone Oaked Arrogant Bastard Ale servita a una temperatura molto prossima al congelamento in un locale completamente anonimo di cui, mi scuso, non ricordo assolutamente il nome.

In programma c’era ovviamente la visita dell’AleSmith Brewery, ma il caso ha voluto che la mattina precedente alla visita corrispondesse con la scoperta di una spiaggetta a La Jolla dove la sabbia bianca e un’ondoso mare azzurro si univano alla più alta concentrazione di apprezzabilissime giovani donzelle mai registrata sul pianeta; il rilevamento fuori scala ha chiaramente sfasato il mio orologio biologico e tra una cosa e l’altra quando ho guardato l’orologio erano già le 5 del pomeriggio: id est bye bye visita all’AleSmith. Sono conscio della perdita, ma spero che voi lettori siate comprensivi; per rimediare ho comunque inserito in cima alla lista una visita in occasione del mio prossimo ulteriore viaggio nel Golden State a fine agosto. Di ritorno da La Jolla obbligatorio è l’aperitivo al tramonto alla Pacific Beach Brewery dove la rinfrescante e degna di nota Pacific Beach Crystal Pier Pale Ale verrà offuscata dal panorama che si gode dalla terrazza al primo piano (la foto è lievemente mossa, ma rende comunque l’idea).

Un po’ come già raccontato per il Village Idiot a Los Angeles la mia caldissima raccomandazione per una cenetta va ad un ristorante che da fuori di notte sembra una mezza bettola, ma dentro il look è sorprendentemente accogliente (consiglio la prenotazione perché il posto è veramente piccolo, a memoria direi 5-6 tavoli), e si tratta del Ritual Tavern: qui, la simpatica gestrice sarà il vostro Virgilio, necessario per uscire indenni dalla selva oscura dell’abbinamento del cibo (ottimo, sia la carne che il pesce) con una delle tantissime birre offerte (nel sito ufficiale non sono riportate tutte e mancano tutte le spine a rotazione). Non ricordo con esattezza cosa ho mangiato, ma la Alpine Nelson IPA spillata a pompa con l’antipasto, la Mad River Steelhead Scotch Porter con (se non sbaglio) un filetto e un gran finale con la North Coast Old Rasputin Russian Imperial Stout ad accompagnare il dolce, promuovono a pieni voti quello che è stato quasi sicuramente  il ristorante migliore delle 2 settimane.

Vicini alla fine della nostra avventura non ci restava che portare la nostra famigerata e truzzissima Dodge Avenger blu metallizzato con tanto di spoiler con il tragitto da Laguna Beach a Palm Springs via Highway 74, 79, 371 e di nuovo 74, per quella che si è rivelata un’altra strada incantevole. Dopo una leggera cena a Palm Springs nel carino (inteso come bellino e anche un po’ caro) Matchbox (Anderson Valley Barney Flats Oatmeal Stout) e una sana dormita no ci restava che attraversare il Joshua Tree National Park e la Mojave National Preserve per giungere alla nostra destinazione ultima, Las Vegas, riguardo cui non ho molti consigli da darvi se non di mangiare quello che per me (e anche per le mie compagne di viaggio) è stato l’hamburger più buono della vita al BLT nel Mirage Hotel, dove, come se non bastasse, potete gustare questa delizia con una Stone IPA, che magari non è la birra più buona della vita, ma ci va perlomeno vicina!

Per il resto, consigli su come divertirsi e apprezzare Las Vegas non servono, anche se ricordate che for a loser, Vegas is the meanest town on earth.  ~Hunter S. Thompson

Lorenzo
(ringrazio mia sorella Livia per le foto)