Natale in America 2010

Category : Birra

Il titolo potrebbe sembrare quello dell’ultimo film con Massimo Boldi o Christian de Sica, ma si tratta invece di una semplice opinione personale su alcune delle birre natalizie disponibili quest’anno al di là dell’oceano (per i lettori in Europa). Eh si, perché le natalizie sono una vera e propria tradizione da queste parti, e praticamente tutti i birrifici artigianali si inventano qualcosa per i mesi invernali, o in particolare proprio per il periodo delle vacanze natalizie. Ne escono fuori sia birre interessanti, sia banalità. Quello che è più curioso è che non ci siano stili ben definiti: in genere, vengono fuori birre natalizie piuttosto alcooliche e dai sapori forti, ma non manca chi ha voglia di sperimentare, per cui le offerte variano dalle witbier alle imperial stout, passando per imperial pils, brown IPA e quant’altro vi possa venire in mente.

Avevamo già parlato di birre natalizie americane l’anno scorso: tutte le birre ritornano anche quest’anno, e ho trovato molto in forma la Bells Winter White, decisamente bevibile e frizzante al punto giusto. Già è strano che mi piaccia una birra in stile witbier; d’inverno poi, è praticamente impossibile. Eppure l’ottima scelta dei lieviti è lodevole, e lo stile inusuale merita un ulteriore plauso. Inutile dire che l’Expedition Stout della Bells mi ha fatto scendere lacrime di gioia anche quest’anno; e sono riuscito finalmente a trovare anche la Double Cream Stout, che non è propriamente natalizia (si trova fin da Ottobre), ma merita sicuramente una menzione per il periodo invernale. Infatti è così cremosa e con un finale secco, che non si può non adorarla. Col suo colore molto scuro e un contenuto alcoolico piuttosto ridotto per quello che può sembrare al primo assaggio (6%), la Bells conferma la sua straordinaria abilità in tutto quello che è Stout et similia.

Sierra Nevada si getta nella mischia con il suo Celebration Ale, descritto come un’IPA ma molto simile ad uno winter ale; bel colore ambrato/ramato, due dita di schiuma come da manuale, e un bilanciamento pressoché perfetto. Ottima la scelta dei malti, che danno un corpo robusto fino all’arrivo dei luppoli che chiudono ogni sorso. Veramente ben fatta, per la contrapposizione tra i malti caramellati e l’acidulo luppolato. La Sierra Nevada è in cima alla lista di quelli che per queste festività non riceveranno carbone.

Per non essere da meno con le tradizioni, Southern Tier sfoggia il suo tradizionale Krampus. A quanto pare, Krampus è la nemesi di Santa Claus: mentre Santa porta i regali ai bambini buoni, Krampus fa il giro delle case a punire i bambini cattivi. Ne esce fuori una Imperial Helles Lager (denominazione americana) rosso scuro, con poca schiuma ma persistente, e dei malti assolutamente imponenti (per essere una Lager). Il luppolo arriva solo nel finale, ma è molto convincente. Con il suo contenuto alcoolico a 9% non ve la scorderete facilmente, ma onestamente, si sente subito che è il fratello maggiore delle Pils europee, e non si può che apprezzarla.

Great Lakes si cimenta in un classico Christmas Ale: una birra molto robusta, anch’essa ambrata, speziata di aromi natalizi come cannella e zenzero. Apprezzabile la carbonazione; non ho notato molto i luppoli, ma ciò che colpisce di più è la gradazione: 7.5%, molto difficili da percepire. Visti gli aromi, un classico di Natale, che da queste parti viene consigliato per il pranzo natalizio stesso (in Europa, la birra al pranzo di Natale probabilmente ha poca presa).

Andando più sul locale, ho assaggiato una East End Snow Melt. East End è un birrifico localissimo di Pittsburgh, con alcune birre piuttosto interessanti. La Snow Melt purtroppo arriva poco sopra alla sufficienza: è uno winter ale bello carico di sapori, ma un po’ troppo denso e “confusionario” per i miei gusti. Bello il color rame molto, molto torbido, piacevole la scelta dei malti, con note tostate e di cioccolato, e azzeccati anche i luppoli per bilanciare il tutto, ma rimane una birra di cui si apprezza la prima metà della pinta, e non viene voglia di prendere la seconda. Peccato. Sempre rimanendo sul locale o quasi, Stoudts propone uno Winter Ale, ma è talmente mediocre che non ci spendo altre parole. Troppo alcoolico.

Tornando sulla scala nazionale, dalla California arriva la Anderson Valley Winter Solstice. Forte di un 92/96 su ratebeer, dovrebbe trattarsi di un’ottima birra speziata; e invece personalmente l’ho trovata solo il classico dolcione. Intendiamoci: un dolcione ben fatto, ma mi sembrava di bere una birra mescolata a sciroppo (di buona qualità). Apprezzabile l’aroma acidulo, il bel colore ramato e la potenza dei malti, ma decisamente troppo zuccherosa per i miei gusti.

Non tradisce invece la Rogue con la sua Yellow Snow: già vincente per la scelta del nome, questa IPA invernale (non strettamente natalizia – si trova per circa 3 meesi nel periodo invernale), con un bel carico di luppoli Amarillo, ha dalla sua tutta l’esperienza della Rogue. Senza toccare picchi di eccellenza in nessuna categoria, rimane comunque impossibile trovarle un difetto: bel colore dorato, un dito e mezzo di schiuma, carbonazione piacevole, solida scelta dei malti e una valanga di luppolo, ma mai troppo potente. Con solo 6.2% ABV, si beve benissimo. Come già detto l’anno scorso, la birra strettamente natalizia della Rogue è e rimane la Santa’s Private Reserve – una variazione del loro red ale, con più luppoli (Chinook, Centennial, e un curioso Rudolph, come il nome della renna) e una differente scelta di malti. A me piace, sebbene sia assolutamente non convenzionale per essere una natalizia: non è né speziata, né particolarmente alcoolica.

La Victory si presenta alla competizione con un peso massimo: Yakima Glory, un IPA scuro di tutto rispetto. Qui a farla da padrone sono decisamente i malti scuri tostati e il caramello, ma anche i luppoli non sono da meno e bilanciano perfettamente il finale. Una birra potente e carica di tutto: a partire dall’aroma fortemente luppolato, passando per i sapori molto decisi in ogni direzione, per finire con il contenuto alcoolico (quasi 9%). Decisamente una birra da sorseggiare davanti al camino; un plauso alla Victory.

Finisco la carrellata con la birra che mi ha più piacevolmente sorpreso: Boulder Obovoid Oak-aged Oatmeal Stout. Questa stout, disponibile soltanto tra ottobre e dicembre, non ha niente da invidiare a nessuno. Un bel colore nero, schiuma spessa, è davvero molto vellutata. Si sentono i malti scuri, ma ci sono molti aromi ben bilanciati (cioccolato, vaniglia su tutti), dati probabilmente dalla stagionatura. Per certi versi credevo di bere una milk stout, ma meno dolce. Una birra molto ricca di sapori, con alcool 8% ma non pesante da bere. Per questo natale, il mio primo premio va a questa birra del Colorado.

Buone vacanze!

Giacomo
(foto: internet!)

Aggiunta “postuma”: rimanendo in tema aggiungo la mia ben più breve esperienza di birre natalizie americane provate quest’anno. Entrambe le birre provate hanno in comune il fatto di variare lievemente ogni anno gli ingredienti con cui vengono fatte ed, ovviamente, entrambe sono rintracciabili solo tra novembre e gennaio. La prima arriva da San Francisco ed è l’Anchor Our Special Ale, che ogni anno ho avuto la fortuna di provare alla spina all’Evening Star, dal colore rosso rubino e con un’intensa schiuma beige, vede dominare al palato un intenso e natalizio gusto di noce moscata, caramello, cannella e (a mio modesto parere) BigBabol… ma non lasciatevi intimidire dalla descrizione, perché potrete tranquillamente berne due pinte senza che diventi stucchevole, rischio che molte natalizie incautamente corrono.


L’altra arriva dal freddo ventoso di Chicago ed è la Goose Island Chrismas Ale (2009, per la cronaca), più chiara e meno viscosa della precedente, vince la mia personale palma di birra natalizia più beverina che abbia mai provato: infatti, ad un inizio simile alla Anchor, ma meno aggressivo, si aggiungono delle piacevolissime note di arancio e luppoli nel finale che sicuramente vi invoglieranno non ad un altro sorso, ma addirittura ad un altra bottiglia!

Buon Natale e buone vacanze anche da parte mia.

Lorenzo

Luppoli americani @ Brau Beviale Norimberga (DE)

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Category : Birra, Fiere

Ho avuto la fortuna, qualche settimana fa, di visitare uno degli appuntamenti birrari più importanti del continente, vale a dire la fiera Brau Beviale presso il centro fieristico di Norimberga. Intendiamoci: quando dico birrari, in questo caso, non parlo di festival con stand dei birrai che fanno provare i propri prodotti, ma di tutti gli altri aspetti che possono interessare a chi la birra la deve produrre o vendere.

Questo, quindi, vuol dire una fiera per operatori del settore beverage in senso lato, con espositori più disparati, dai produttori di sottobicchieri e bicchieri a quelli di impianti di produzione o imbottigliamento, passando per vestiario personalizzabile e un sacco di altra roba che perderei una giornata ad elencare.

Da raccontare, quindi, ci sarebbe davvero tanto, ma non so a quanti davvero potrebbe interessare tutto questo. Ai birrifici artigianali che conosciamo e apprezziamo, però, questa fiera interessa e non poco.

C’è chi ci va per partecipare all’European Beer Star, premio internazionale di un certo rilievo che già nelle precedenti edizioni aveva visto trionfare diversi birrifici italiani (Birrificio Italiano, Birrificio del Ducato e Rienzbrau). Questa edizione si è conclusa con un bel bottino di medaglie per l’Italia, con il trionfo del Birrificio del Ducato (oro con la Via Emilia in casa dei tedeschi, poi due argenti e un bronzo) e della Doppio Malto Brewing Company di Erba, che vince l’oro con la zenzerona Zingibeer (che già avevamo adorato all’IBF di Milano in primavera) e i piazzamenti del Birrificio Italiano (un argento e un bronzo).

C’è chi ci va per parlare con i fornitori di materie prime, di impianti o di accessori vari. Tra i birrai italiani incrociati nei miei giorni a Norimberga con Bruno Carilli di Toccalmatto, c’erano quelli di Lambrate, di Croce di Malto e Claudio Cerullo di Amiata. E quelli di Bad Attitude, che non ho incontrato ma che hanno raccontato la loro Norimberga.

Fatta la digressione sul premio, sulla fiera e sugli italiani presenti, passiamo oltre. La degustazione era fissata il giorno 11 novembre nella tarda mattinata. Organizzava la Hop Growers of America (associazione dei coltivatori di luppolo americani) e gli anfitrioni erano il grande Charlie Papazian della Brewers Association con al suo fianco Matt Brynildson della californiana Firestone Walker ed Eric Toft della Private Landbrauerei Schönram, vale a dire un mastro birraio americano di un birrificio regionale bavarese, combinazione alquanto bizzarra. Al nostro fianco, una piccola truppa di scandinavi che comprendeva, tra gli altri, gli svedesi della Närke e della Dugges.

Una breve introduzione ci ha presentato i tre guru americani e la tradizione della coltivazione del luppolo in America, cominciata nel New England e poi spostatasi praticamente in massa verso una manciata di stati a Nord Ovest (Washington, Oregon e Idaho in particolare), con una tradizione di aziende familiari e una ricerca continua di nuove varietà, spesso in modo mirato, a volte meno: a quanto pare il Cascade nacque dal Fuggle incrociato con una varietà russa, incrocio nato per non meglio specificate ragioni ma che ha portato a una delle varietà più usate e amate in tutto il mondo.

La degustazione, svoltasi di fronte a una platea piuttosto variegata (circa 50% di europei non tedeschi, 10% di tedeschi, 40% di extraeuropei con larga rappresentanza di statunitensi), aveva lo scopo di presentare le varietà di luppolo e la raffinata arte di usare un elemento storicamente amaricante in un qualcosa di diverso, che arricchisca di aromi e sensazioni che ormai conosciamo bene.

Le birre presentate erano sei, vale a dire Sierra Nevada Porter, Caldera Pale Ale, Rogue Shakespeare Oatmeal Stout, Firestone Walker 31 California Pale Ale, Firestone Walker Union Jack, Moylan’s Hopsickle Imperial Ale. Allo stand dell’associazione, il giorno prima, avevamo avuto modo di testare anche Stone I.P.A. (ottima) e Rogue Kells Irish Style Lager (piatta da morire, e visto come viene valutata in rete viene da chiedersi cosa volessero produrre).

La degustazione è cominciata con la ben nota Sierra Nevada Porter, forse la meno celebrata tra le birre della Sierra distribuite in Italia. Assaggiata con gusto ma senza troppo interesse, visto che era l’unica tra quelle proposte facilmente reperibile dalle nostre parti. L’unica birra non presentata in bottiglia era la Caldera Pale Ale, lattina da 33 cl. con una freschezza aromatica invidiabile. Da bere a secchiate, più che da degustare, con una luppolatura non aggressiva ma molto presente: davvero una bella rivelazione. Back in black con la Shakespeare Oatmeal Stout della Rogue, trovata alla spina a Tokyo un paio di anni fa, o anche (non io, purtroppo) a San Francisco: si conferma eccezionale, e restano interrogativi sui misteri della distribuzione e importazione in Italia: pochi anni fa si trovavano le Rogue con una certa facilità (anche in pub non troppo specializzati), poi sono praticamente sparite, nonostante il mercato delle birre americane in Italia sia in netta crescita. Boh?

Giunge così il momento della doppietta del mastro birraio presente, vale a dire le due Firestone Walker: 31 California Pale Ale e Firestone Walker Union Jack, due birre da luppolature importanti e freschissime, da bere giovani. La prima è leggera alcolicamente (4,6%) ma tutt’altro che banale, con una ricchezza di gusto che lascia senza fiato (e non voglio immaginare alla spina). La seconda è una India Pale Ale con luppoli americani e retrogusto con note abbastanza dolcine, ricorda un po’ alcune interpretazioni americane dello “stile scozzese”. Promosse a piene voti, con la speranza di berne ancora presto. Ma mi sa che dovrò organizzare un viaggio nella west coast per riuscirci…

Chiusura di spessore con la Moylans Hopsickle Imperial India Pale Ale, che già a pronunciarla tutta ci vuole pazienza. Birrificio mai visto né sentito nominare, il risultato è una Imperial I.P.A. imponente, con luppoli freschi ben bilanciati, aggressiva ma non fastidiosa, ricca ma non banale. Durante la degustazione è partito un buffo dibattito tra le due filosofie su come e soprattutto quando bere questo tipo di birre: secondo Charlie Papazian e forse anche Eric Toft, qualche mese in più aggiungerebbe complessità e maturazione, secondo il buon Matt Brynildson, queste sono birre da bere più fresche possibili, meglio se brassate da un paio di settimane appena….

Festival Brassigaume, Marbehan (BE) – Report

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Category : Festival

Sono tornato da pochi giorni a casa dal Brassigaume, piccolo e affollato festival birrario della provincia belga del Lussemburgo. Un festival che diverse volte mi aveva “chiamato” tramite i racconti di chi ci era già stato, e a cui avevamo accennato poco tempo fa in occasione dell’intervista a Grégory della Rulles, una delle menti del festival (non a caso sia il birrificio Rulles che il festival hanno compiuto quest’anno i primi 10 anni di vita).

L’occasione si è presentata un po’ per caso, e ho approfittato delle circostanze per saltare sulla Toccalmattomobile e vivere il festival da molto vicino. Dopo una serata al Moeder Lambic Fontainas che avrò modo di raccontare nei prossimi giorni, ci siamo messi in viaggio nella mattina del sabato per arrivare in tempo utile per allestire lo stand in tempo per l’apertura.

Il festival si svolge ogni anno in un tendone riscaldato a fianco del campo sportivo della cittadina di Marbehan, paesotto a fianco di Rulles (paesotto e birrificio), e vede tra gli organizzatori lo stesso Grégory Verhelst (mastro birraio della Rulles) e un nutrito drappello di amici e appassionati. Tra i birrifici invitati, oltre a un discreto numero di volti noti del Villaggio della Birra (Cazeau, St. Helène, Lion à Plume e forse anche qualche altro che ora non mi sovviene), la birra d’abbazia Valdieu, un discreto numero di birrifici locali (non tutti eccezionali), qualche birrificio francese e quattro birrifici italiani (Lambrate, Orso Verde, Toccalmatto e Torrechiara, vale a dire le birre Panil).

Alle 14 di sabato 16 ottobre non c’era molta ressa, ma una certa attesa per i prodotti italiani si poteva percepire, con gruppetti di appassionati che puntavano gli stand in attesa della prima birra. Via via che il pomeriggio procedeva, il festival si popolava di tanta “gente comune” di tutte le età, con un buon numero di appassionati e superappassionati, provenienti sia dal Belgio che dai paesi confinanti (Germania, in particolar modo). Non moltissimi italiani (poco più di una manciata), anche se tutti con tanta sete e tanta voglia di vivere il festival nel migliore dei modi. Da parte mia, ho passato buona parte dei due giorni a dare una mano allo stand di Toccalmatto, avendo modo di servire ottima birra e parlare con tantissimi appassionati e curiosi.

Chiacchierando nel corso della due giorni di festival, ho avuto conferma di come molti appassionati (belgi e tedeschi) trovassero una delle principali ragioni della visita al Brassigaume nella presenza dei birrifici italiani ospiti, che presentano stili e approcci ben diversi da quelli autoctoni a cui sono tanto (troppo?) abituati. Devo dire la verità, a servire la birra e a leggere il loro entusiasmo negli occhi veniva naturale sentirsi orgogliosi del profilo che la birra artigianale italiana si è conquistata e si sta conquistando nella scena europea e, perché no, mondiale. Un entusiasmo molto simile a quello che si provava (questa volta da appassionato in viaggio di piacere) poche settimane prima al Borefts, anche se in quel caso a scatenare gli entusiasmi erano le produzioni del nord Europa (Olanda e Scandinavia in testa).

Tra birre belghe molto particolari e riuscite (si rinnova il plauso convinto alla Métisse del microbirrificio Lion à Plume, già apprezzata al Villaggio), birre meno convincenti, e veri capolavori (la Rulles Triple finalmente tornata sugli scudi, dopo anni di opacità in cui si era ridotta a un dolcione pallido ricordo di quella che tanto ci aveva entusiasmato). Purtroppo tra una spillatura e una chiacchiera mi sono perso la nuova produzione di Jandrain-Jandrouille, microbirrificio in rapida crescita che ha già sfornato un capolavoro come la Saison IV e la interessante V Cense (in bottiglia forse un po’ piatta, alla spina invece davvero meritoria di lode).

Concludendo, insomma, il Brassigaume è un festival che merita assolutamente una visita e che non deluderà chi ama manifestazioni come il Villaggio della Birra.

Alessio

Collaborazione da brivido: Flying Dog + De Molen!

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Category : Notizie in breve

Avevo notato, tra gli eventi in arrivo in questo periodo, l’imperdibile (ma ce la perderemo tutti, per motivi vari) serata con lo staff della Flying Dog Brewery al Beer Temple di Amsterdam, e un po’ mi ero chiesto l’occasione che aveva, come dire, creato l’occasione. Raramente lo staff di un birrificio di successo attraversa un oceano giusto per farsi vedere per una serata.

Tra impegni e viaggi ero rimasto con la questione in sospeso, senza cercare di saperne di più.

Oggi la rivelazione (dalla pagina facebook della Flying Dog):

“As part of a beer reconnaissance mission to The Netherlands and Belgium, we’re taking part in an extreme brewing collaboration with Dutch Brouwerij De Molen of Bodegraven, The Netherlands, on October 21, 2010.

The collaboration brew, Bat Out Of Hell, will be brewed jointly by Flying Dog SVP of Brewing Operations Matt Brophy and De Molen brewmaster Menno Olivier. The recipe was born from the satanic mystique of De Molen’s award-winning stout Hell and Damnation and Flying Dog’s complex and mysterious Gonzo Imperial Porter

Insomma, per chi non sapesse l’inglese, sta per nascere un probabile capolavoro, con due tra i prodotti più rappresentativi dei rispettivi birrifici che convolato a giuste e inaspettate nozze.

Tra le altre cose interessanti da sapere, questa birra sarà brassata in soli 7 ettolitri, di cui un terzo circa destinato all’invecchiamento in botte e il resto all’imbottigliamento (75cl). Sarà disponibile solo in Europa e presumibilmente richiesta da tutto il mondo. Sarà pronta per fine anno, per un terrificante periodo festivo a base di inferno, dannazione, pipistrelli, mulini e cani volanti.

Great British Beer Festival – il nostro report

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Category : Festival, Fiere

Vorrei incominciare l’articolo parlando delle enormi pressioni che i membri più in vista della redazione hanno esercitato su di me per convincermi a scrivere. Anzi, io ero già convinto di buttar giù due righe, ma ho i miei tempi, e penso che il pezzo sul GBBF 2010 sarebbe arrivato a fine luglio 2011, dimodoché i lettori del sito avrebbero potuto tranquillamente convincersi di partecipare all’edizione in programma pochi giorni dopo. Non capisco la follia di scrivere dopo solo un mese, ma mi adatto

Aeroporto di Bergamo Orio Al Serio, volo per Stansted (Londra) del mattino di un caldo martedì di agosto. Pronti con armi, bagagli e una sete improponibile per salpare verso il Great Beer British Festival 2010.

Cos’è: il festival della birra più interessante del Regno Unito, organizzato dal CAMRA (Campaign for Real Ale), un’associazione volontaria con oltre 100 mila membri iscritti.

Dov’è: nel centro fieristico di Earl’s Court, Londra. Un gigantesco padiglione pieno di stand interessantissimi, raggiungibile con la metro verde (la stessa che poi vi porta a Parsons Green, al White Horse di cui abbiamo parlato qui).

Quando è: solitamente la prima settimana del mese di agosto. Quest’anno è iniziato martedì 3 per concludersi sabato 7.

Com’è: enorme.

L’ENTRATA

Evito il perché e il chi, che sarebbero le altre due domande che un giornalista dovrebbe soddisfare in un articolo perché ne ho già dato risposta nei punti precedenti. In ogni caso, il polo fieristico di Earl’s Court è veramente gigantesco e a un passo dalla fermata della “Underground”. E’ possibile scegliere il giorno in cui entrare a visitare la fiera (prezzo singolo di otto sterline) oppure fare il pass per tutte e cinque le giornate a prezzo decisamente più modico (23 sterline). Ovviamente, se l’intenzione è quella di andare lì per fare un giretto è conveniente il single pass, in generale io consiglierei sempre il seasonal anche perché una volta entrati non vorrete più uscire.

LA SCELTA DEL BICCHIERE

Entrando si trova subito il balcone dei “bicchieri”. Cauzione di tre sterline, tripla misura: c’è la pinta normale, la mezza e il terzo. Consiglio di uno stupido: prendete la mezza pinta. E’ vero, il bicchiere enorme fa “figo”, però non è sempre facile farsi capire dagli addetti alla consegna delle birre e vista la varietà – e la quantità – di spine presenti è meglio non bere una pinta a birra, altrimenti non avrete modo di provare tutto il resto.  Ovvio che una IPA sia più beverina e magari ne vorrete di più del semplice assaggino, per questo la mezza è una buona scelta fra la dose da fiera e la bevuta da pub. Poi fate come vi pare, quando vi serviranno una pinta di Tsarina Esra e voi dovrete berla, bruciandovi tutte le papille gustative, allora mi darete ragione. E succederà, ve lo assicuro (colpa di Alex alla botte, e considerando che parlavamo in italiano…).

LE BIRRE

Destra o sinistra, destra o sinistra? E’ la prima cosa che penserete dopo avere ritirato la vostra arma di battaglia, il Sacro Graal che vi accompagnerà fino a fine giornata. Procedendo verso destra vi ritroverete immersi nelle Real Ale, con i vari padiglioni con un’infinità di spine: qualcuno ha il proprio stand dove degustare le birre (Fuller’s, Greene King, Thornbridge etc). E’ difficile provare tutto quanto, quindi il mio consiglio è semplice: farsi un minimo di prospetto per capire quali sono le birre davvero imperdibili, perché è davvero difficile conoscere ogni singolo produttore: certo, qualche volta bisogna anche provare per capire qual è il livello.

In generale, è difficile competere, per le Real Ale, con quello che si trova sul lato mancino dello stand dei bicchieri: ovvero le birre dal mondo, tra ceche e olandesi, dalle americane (sempre strepitose) alle italiane – pochine, a dire la verità, e quasi nulle alla spina -, finendo con le solite birre belghe. Impossibile, anche lì, provare tutto: le birre sono a “rotazione”, quindi non tutti i fusti alla spina sono aperti il primo giorno. Ho provato a non uccidermi lasciando la Older Viscosity della Port Brewing per il secondo giorno.

Indovinate un po’? Non c’era più… Nell’angolo dedicato alle birre dal mondo non ci sono solamente spine, ma anche una dose nutrita di bottiglie. Ovviamente sono presenti delle chicche interessantissime, però – a meno di non riuscire a dividere con gli amici – tendenzialmente ho privilegiato la spina. Così come per le Real Ale, visto che anche per loro c’è lo spazio apposito per le bottiglie. Davanti allo stand delle birre mondiali si trova una selezione di vari “Cider”. Non ho avuto il cuore di provarne nemmeno uno, ma per gli amanti del genere può essere un motivo in più per visitare la fiera.

I PREZZI

Concorrenziali, davvero. Soprattutto sulle bottiglie, che variano dalle 2-3 sterline per le 33cl, alle 6-9 sterline per le 75cl. Ovviamente ci sono cose che in Italia non arrivano, o che se arrivano costano cifrone. Con la sterlina così bassa, poi, è davvero una pacchia. Come dicevo precedentemente, per le spine si può scegliere la “dose” di liquido: terzo di pinta, metà pinta o pinta intera. I prezzi sono calcolati scientificamente, la mezza costa esattamente metà rispetto all’intera, quindi non si ha nemmeno lo scrupolo di scegliere una dose più larga per risparmiare qualche soldo. I prezzi vanno – parlo del terzo di bicchiere – dagli 80 pences di alcune real ale, alle oltre due sterline per alcune chicche (stile la Tsarina Esra sopracitata), comunque cifre facilmente accessibili per chiunque. Ovviamente ho speso una cifra clamorosa, perché con tutto il ben di Dio che c’era era un peccato lasciare indietro qualcosa.

I VINCITORI

Champion Beer of Britain – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
Second – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
Third – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
MILD
ORO – Surrey Hills, Hammer Mild (3.8% ABV, Guildford, Surrey)
ARGENTO- Greene King, XX Mild (3% ABV, Bury St Edmunds, Suffolk)
BRONZO PARIMERITO – Golcar, Dark Mild (3.4% ABV, Huddersfield, West Yorkshire)
BRONZO PARIMERITO – Nottingham, Rock Ale Mild (3.8% ABV, Nottingham, Notts)

BITTER
ORO -RCH, PG Steam (3.9% ABV, Weston-Super-Mare, Somerset)
ARGENTO – Moor, Revival (3.8% ABV, Pitney, Somerset)
BRONZO PARIMERITO – Orkney, Raven (3.8% ABV, Stromness, Orkney)
BRONZO PARIMERITO – Purple Moose, Snowdonia Ale (3.6% ABV, Portmadog, Gwynedd)

BEST BITTER
ORO – Timothy Taylor, Landlord (4.3% ABV, Keighley, West Yorkshire)
ARGENTO – St Austell, Tribute (4.2% ABV, St Austell, Cornwall)
BRONZO PARIMERITO – Evan Evans, Cwrw (4.2% ABV, Llandeilo, Carmarthenshire)
BRONZO PARIMERITO – Great Oakley, Gobble (4.5% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

GOLDEN ALE
ORO – Castle Rock, Harvest Pale (3.8% ABV, Nottingham, Notts)
ARGENTO – Marble, Manchester Bitter (4.2%, Manchester, Gtr Manchester)
BRONZO – St Austell, Proper Job (4.5% ABV, St Austell, Cornwall)

STRONG BITTER

ORO – Thornbridge, Jaipur IPA (5.9% ABV, Bakewell, Derbyshire)
ARGENTO – Fuller’s, Gales HSB (4.8% ABV, Chiswick, Gtr London)
BRONZO – Beckstones, Rev Rob (4.6% ABV, Millom, Cumbria)

BIRRE SPECIALI
ORO – Amber, Chocolate Orange Stout (4% ABV, Ripley, Derbyshire)
ARGENTO – O’Hanlon’s, Port Stout (4.8% ABV, Whimple, Devon)
BRONZO – Breconshire, Ysbrid y Ddraig (6.5% ABV, Brecon, Powys)

BIRRE IN BOTTIGLIA
ORO – St Austell, Admiral’s Ale (5% ABV, St Austell, Cornwall)
ARGENTO – Pitfield, 1850 London Porter (5% ABV, Epping, Essex)
BRONZO – Great Oakley, Delapre Dark (4.6% ABV, Great Oakley, Northamptonshire)

Pivovarský dvůr Chýně – Repubblica Ceca

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Category : Birra, Viaggi

Sono esattamente 8 anni che mi reco con una certa continuità a Praga, soprattutto a causa di amici che per i motivi più diversi hanno deciso di vivere nella capitale boema. I primi due viaggi furono a distanza di meno di due mesi l’uno dall’altro, uno abbastanza lungo e uno abbastanza breve.

In questi anni, ho imparato a conoscere e ad amare questa città e le sue birrerie ricche di storia dove storicamente si serviva la birra di Plzeň (Pilsner Urquell), la birra di České Budějovice (Budějovický Budvar), la birra di Velké Popovice (Kozel) e così via. Si parte dall’acqua migliore per fare la birra migliore, oltre che da ingredienti pregiati come il luppolo di Žatec (Saaz).

Ad ogni modo, in tanti anni di visite frequenti e a volte anche prolungate, era sempre mancato il tempo o il modo di allontanarsi dalla pur splendida Praga. E specialmente dopo aver acquistato la ottima guida della CAMRA a opera dell’americano Evan Rail era cresciuta la voglia di cominciare a esplorare i villaggi e le città che hanno qualcosa da offrire, che sia in termini di storia o di birra. Se possibile entrambe, grazie.

Stavolta il viaggio è nato in modo ancora più improvvisato del solito. Un amico che ha idea di andare su per una settimana con progetti leggermente diversi (un festival metal candidamente denominato Brutal Assault che si svolge nella profonda campagna a ridosso della Polonia), la voglia di andare su e improvvisare un paio di gite fuori porta o giù di lì.

La prima tappa dopo qualche giorno di bevute e mangiate praghesi è la più vicina: il villaggio di Chýně, situato alla periferia di Praga. Per arrivarci, si prende la metro fino al capolinea di Zličín e da lì un bus che ha frequenza oraria ci porta in poco più di 10 minuti a Chýně. La fermata porta il nome del birrificio, e non è difficile intuire perché.

Siamo lontani dal glamour della città turistica tanto cara a vagonate di italiani che si affannano a fare la spola tra Malá Strana e piazza dell’Orologio.

Abitano in pochi, nel villaggio di Chýně, e nonostante la vicinanza ai grossi centri commerciali e all’aeroporto, sembra di piombare indietro di 20-30 anni buoni. La giornata è un po’ uggiosa ma piacevole, arriviamo intorno all’ora di pranzo ragionevolmente affamati e desiderosi di provare la produzione di questo piccolo ma pregiato birrificio.

Dopo una rapida occhiata all’edificio dall’esterno, ci precipitiamo a caccia di birra e di un pasto caldo. Il menù, non essendo un ristorante turistico, è assolutamente in ceco e sembra comprendere bene o male le classiche specialità culinarie locali. L’uomo dietro al banco non parla inglese, in compenso però sa qualche parola di italiano e così non ci è troppo difficile farci capire. Maggiori difficoltà al cambio di turno, quando l’uomo viene sostituito da un ragazzotto sui vent’anni con cui non abbiamo lingue comuni. Fortunatamente un avventore sulla cinquantina (uno dei numerosi ciclisti che ha deciso di fare la tappa di salute al birrificio) ci fa da tramite, dato che parla un ottimo inglese.

La birra è favolosa e costa davvero poco (siamo intorno ai 60-70 centesimi di euro per ogni boccale da mezzo litro), il cibo gustoso e anch’esso a prezzi davvero concorrenziali. Alla spina si trovano tre delle produzioni del birrificio, cioè più o meno metà di quelle segnate sulla guida. Passiamo un pomeriggio di gran relax, chiacchierando e immaginando questo posto in una fredda giornata dell’autunno centro europeo, con il camino acceso, piatti ben sostanziosi e birra a fiumi, magari con qualche intermezzo per scaldare un po’ (vodka, becherovka o slivovica, fate voi).

Vorrei dirvi di più sulle birre, ma non saprei bene dirvi quali ho bevuto, le difficoltà linguistiche non ci facevano andare oltre definizioni di base come “chiara”, “ambrata” e “scura”. Le ho trovate tutte molto buone e con un sapore davvero “crudo” come si sente solo nei brewpub.

Una gita davvero consigliata per chiunque si trovasse a Praga o dintorni e volesse provare a vedere non solo com’è il paese fuori dalla capitale, ma anche provare una birra davvero artigianale. Magari sincronizzando l’uscita dal pub con il passaggio del bus diretto a Praga.

Goteborg vista da vicino: parte 1, l’homebrewing festival

Category : Festival, Viaggi

Göteborg è la seconda città della Svezia e una delle più importanti città scandinave. Una ottima introduzione, a opera dell’amico Andrea C., era comparsa su Pintaperfetta già diversi mesi fa.

Lo scorso weekend ho potuto approfondire la scena birraria cittadina, e non sarebbe potuta andare meglio. All’ottimo panorama dei locali cittadini – che tratterò in articoli separati – si è infatti aggiunto l’annuale festival di homebrewing svedese, una vera e propria esperienza nell’esperienza.

Ed è proprio al festival che voglio dedicare il primo articolo del mio report svedese. Del festival stesso abbiamo avuto notizia da uno dei soci del Rover giovedì sera, mentre venerdì sera è stato un cliente del Rover a “notarci” e a invitarci a fare un salto. Si trattava di un appassionato homebrewer, che si presentava al festival con una sua Mild Ale (non eccezionale, a dire la verità).

Il festival si è tenuto in una palestra in legno ai margini di Göteborg, in una zona molto tranquilla anche per una città tranquilla, comodamente raggiungibile con i mezzi pubblici (circa 10 minuti di tram dal centro cittadino). Scesi dal tram, improvvisiamo la ricerca del festival, la cui presenza era più intuita che segnalata da cartelli o indicazioni.

All’arrivo, la prima “traumatica” sorpresa: l’ingresso al festival costa la bellezza di 25 euro. Ci dicono anche che però una volta dentro si assaggia senza pagare, e il sorriso torna all’istante sui nostri assetati volti.

Entriamo, ci danno un braccialetto colorato per entrare e uscire dalla palestra (bagni e risciacquo bicchieri sono situati appena fuori), uno stampato con il programma (premiazioni ed eventi correlati) e la lista completa delle birre con tipologia, produttore e numero identificativo, oltre che al foglio per votare le produzioni preferite. E fin qui, tutto potrebbe sembrare comune a molti festival di homebrewing, ma le nostre esperienze ci dicono che spesso i prodotti di homebrewing sono ai limiti della potabilità.

Il festival è ancora relativamente tranquillo quando arriviamo, popolato ma non affollato. Ci sparpagliamo in giro, chi in cerca di una scura, chi di una india pale ale, chi a caso. Il responso è praticamente sempre positivo, produzioni interessanti, schede dettagliate di produzione e homebrewer contenti di spiegare le proprie produzioni ad altri appassionati.

Sorprende la professionalità dell’homebrewer svedese, che fa pensare che i confini con il professionismo siano in alcuni casi davvero sottili: nomi di prodotti accattivanti (che la nostra amica Nina ci traduceva in tempo reale), slogan, banner pubblicitari, etichette e tutto il possibile per attirare l’attenzione in un festival così concorrenziale.

Si passa quindi dal distinto gentiluomo qui sopra (ovviamente produttore di India Pale Ale) alla Nort Hole Rock’n’Roll Brewery, del tizio qui sotto. Uno slogan geniale (“We brew, we drink, we give you away what’s left”) e uno spillatore montato in una chitarra elettrica. Se non è genio, poco ci manca (e la birra era pure buona).

A conferma che anche la parte grafico-commerciale è presa in considerazione, un’idea bella e semplice, un concorso nel concorso: la migliore etichetta del festival, ovvero come trovare un modo simpatico e curioso per vivacizzare un festival.

Da sinistra a destra, dall’alto in basso in ordine di premiazione, con la prima che occupa tutto lo scaffale inferiore (a parte aveva un suo piccolo podio dedicato, con tanto di trofeo).

Un festival insomma interessante e dalle molte sfaccettature, pieno di appassionati e senza ubriaconi senza cognizione di causa, forse per il “passaparola” alternativo alla pubblicizzazione di massa, forse per la grande educazione degli intervenuti, forse perché un biglietto così alto scoraggia chi pensa di ubriacarsi in fretta e con poco.

Insomma, una giornata interessante e un’esperienza che rifarei senza esitazioni. Sperando di poter vedere anche da noi, prima o poi, un festival così bene organizzato e una scena di homebrewing così vivace e “agguerrita”.

CAMRA Sussex Beer Festival 2010

Category : Fiere

Come l’anno scorso, giusto al di là della Manica, Marzo fa rima con birra e almeno una serata al Sussex Beer Festival è d’obbigo. Come da tradizione, per un weekend, poco prima della fine dell’inverno, la Hove Town Hall si trasforma in un’imperdibile evento per chi si trova da queste parti. 223 birre – di cui 76 dal Sussex – sono da sole un motivo abbastanza convincente per spingervi a prender parte a questa manifestazione.

Come sempre in Inghilterra non ci sono stands, freebies, etichette, bandiere e compagnia cantante. Tanti tavoli in fila, dietro ai tavoli tanti volontari e dietro di loro tanta (tanta!) birra, direttamente dal produttore in fusti con spillatura per gravità. La serata, giovedì per la precisione (£3.50, caldamente consigliata in quanto la gente non è troppa e le birre non sono finite!), inizia subito con l’incubo macchina fotografica, che decide di morire non appena varcata la soglia. In ogni caso l’assenza di coda per prendere il bicchiere, che poi ci si può portare a casa, e l’acquisto di 100 tagliandi (£10) che verranno presto convertiti in 8 mezze pinte circa mi risollevano il morale. La prima mezza pinta è di Bank Top Dark Mild, le mild sono sempre un buon punto di partenza e questa non tradisce assolutamente le attese con un gusto rotondo de equilibrato. Poi, un po’ preso dalla fretta, – permettetemi l’espressione – cago fuori dal vasino e opto per una BrewDog 5am Saint, che mi esplode in bocca dando vita a un fungo nucleare a forma di luppolo, pressochè priva di corpo e con un finale che più asciutto non si può, mi ha lasciato abbastanza deluso, sia come estimatore della BrewDog, che come amante delle birre molto luppolate, anche se con l’andare dei sorsi si è resa più bevibile – a onor del vero le BrewDog sono arrivate un po’ troppo agitate dal viaggio, quindi il giudizio è da prendere con le pinze. Una mild troppo mild (Hobson’s Mild), seguita dalle buone e tradizionali golden ales Crouch Vale Brewer’s Gold e Oakham Bishops Farewell con un ottimo hot dog mi ristabiliscono dalla “hopverdose”.

Data l’ora era il caso di iniziare a fare sul serio: Sarah Hughes Dark Ruby, che riceve il mio personalissimo voto di miglior birra del festival, condiviso da molti altri presenti al nostro tavolo: molto bilanciata, un po’ liquorosa con caramello e luppolo a dare un vellutato gusto al palato e un finale luppolato e maltoso, ottima! I due seguenti mattoni, Thornbridge Halcyon (Imperial IPA, buona, ma l’alcol si sente un po’ troppo) e Robinsons Old Tom (Old Ale, più che discreta, ma non sono un amante del genere) mi conducono alla mia pietra tombale: BrewDog Hardcore IPA. Per la prima volta provo la nuova edizione, lievemente più alcolica e addirittura più luppolata della precedente, molto buona, ovviamente da bere solo e unicamente a fine serata, dato l’effetto barbiturico provocato dall’esagerazione sotto ogni aspetto di questa IIPA, ma, credetemi, portarsi a casa il sapore di quel luppolo è un piacere!

Lorenzo

Bierkoning – Amsterdam (NL)

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Category : Beershop

Il Bierkoning (Re della Birra, perfettamente raffigurato nell’insegna-logo nell’atto di bere da un boccale grande quanto lui) è un beer shop di Amsterdam, situato nelle immediate vicinanze di piazza Dam, a non più di un centinaio di metri dalla piazza. Non ricordo di preciso come lo scoprii, anni fa, ma il colpo d’occhio fu impressionante appena entrato.

Con 23 anni di storia e una posizione a dir poco invidiabile nel pieno centro della città il Bierkoning rappresenta una gioia sia per l’appassionato di birra che abita in città, che per il turista di passaggio.

Oltre 950 bottiglie diverse, scelte con cura e tra il meglio della produzione mondiale (U.S.A., Belgio e Olanda, ma anche U.K. e Germania, più qualche curiosità anche da altri paesi: nel 2007 trovai la Panil Barriquée a tenere alto il nome della birra artigianale italiana), più una parete impressionante di bicchieri (oltre 300, pare) sono le cifre con cui si presenta questo beer shop che a ragione potremmo definire “ideale”. Personale competente e amichevole, una selezione di libri a tema birrario, magliette altrove introvabili, un reparto dedicato alle acide, e poi birre trappiste invecchiate (Rochefort e Westvleteren) e a prezzi interessantissimi, un paio di piccoli frigo per le esigenze più immediate, confezioni regalo e tanto altro ancora.

Impressionante la quantità di birre di difficile reperibilità viste sugli scaffali, roba da far impallidire anche il consumatore più esigente, e prezzi onestissimi. Affittano anche spine mobili, se per caso aveste voglia di organizzare una festicciola da quelle parti.

Bierkoning
Paleisstraat 125
Amsterdam

Sito del Bierkoning.