Report da Tokyo: parte 1, introduzione

Category : Viaggi

La reazione più comune riscontrata dalle nostre parti è un misto di stupore e incredulità, quando si parla di birra e Giappone.

Eppure, la storia della birra in Giappone non è poi tanto diversa da quella italiana: viene introdotta nel paese del Sol Levante dal 1850 circa e tra il 1869 e il 1899 nacquero i principali gruppi birrari che ancora oggi dominano il mercato locale (Asahi, Kirin, Sapporo, Suntory).

I primi tre sono marchi noti a chiunque abbia avuto occasione di cenare in un ristorante giapponese, mentre il quarto (almeno a livello di whisky) è ben noto a chi ha visto Lost In Translation.

Facendo un giro per le strade di Tokyo, e soprattutto all’interno dei mezzi pubblici, è impossibile non notare la quantità di manifesti pubblicitari dedicati alla birra, sicuramente molti più che da noi. Segno che il mercato interno è più che attivo e rivolto a diverse fasce di pubblico (facile trovare il manifesto della “Strong Seven”, la nuova forte della Kirin, accanto a quello della “Zero”, la birra dietetica della stessa marca). Sbaglia chi pensa che in Giappone si beva principalmente sake, shochu o altri liquori tipici. La verità è che ai giapponesi la birra piace, e ne consumano parecchia, sia a tavola che nei bar e nei locali.

Tant’è che la birra in Giappone può essere trovata più o meno ovunque, come del resto in Italia. Supermercati, bar, pub e persino distributori automatici agli angoli di strada. La parte del leone la fanno la Asahi e la Kirin che da sole raggiungono il 75% del mercato, soprattutto grazie ai loro prodotti di punta, rispettivamente Super Dry e Lager. Curiosità: se in Italia molti produttori industriali si dedicano a birre rosse e/o doppio malto come prodotto “alternativo” nella propria linea, in Giappone le linee sono decisamente più ampie e varie, e sono molto presenti le birre scure: i birrifici industriali propongono dark lager, i microbirrifici stout di vario genere.

Guarda dov’è il palazzo della Asahi a Tokyo!

<i>Il palazzo della Asahi ad Asakusa, giallo come la Super Dry, e con la “schiuma” in cima</i>

Per quanto riguarda le birre di importazione, esse hanno un mercato tutto sommato marginale e ristretto a pochi marchi di facile reperibilità: Guinness, Heineken e Bass si trovano senza grande sforzo, mentre tanti altri nomi molto noti a livello mondiale rimangono confinati al circuito dei pub inglesi o irlandesi.

E’ presente anche una scena molto vivace di microbirrifici, di cui parleremo tra qualche giorno in un post pieno di sorprese.

Se i prodotti più diffusi e noti anche da noi sono tutto sommato trascurabili per un amante della birra di qualità, c’è chi ha deciso di riservare una linea “speciale” per chi ama la buona birra.

Stiamo parlando della Sapporo e della linea Yebisu, e per approfondire (ma soprattutto degustare) ci siamo recati al Beer Museum Yebisu a Ebisu.

Un museo piccolo piccolo, essenziale, che illustra con pannelli in giapponese e inglese la storia della birra in Giappone, la storia della Sapporo, i manifesti pubblicitari storici. Le cose classiche, insomma. L’ingresso è gratuito, la struttura facilmente raggiungibile con treno/metro (fermata di Ebisu, ovviamente), e si può così avere accesso alla “tasting lounge”, luogo deputato all’assaggio dei prodotti “di qualità” della Sapporo.

Guarda dov’è il Beer Museum Yebisu

I vassoietti di assaggio nella tasting lounge

Si ha la scelta tra prendere il vassoietto “di assaggio” (4 bicchieri da 0,1L) oppure una pinta di una delle birre presenti (circa 6-7). Oltre alle Yebisu (premium e black) troviamo anche una weiss e un paio di ale niente male.

E prima di uscire, un piccolo gift shop in cui trovare merchandising di vario genere della Sapporo a prezzi più che abbordabili.

(foto di Gabriele, testo di Alessio e Gabriele)