Antares – Buenos Aires (AR)

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Category : Locali, Viaggi

Siamo onesti: andare in Argentina per bere birra, non è certo la migliore delle idee. Ci sono sicuramente vini interessanti (ottimi Malbec), la maggior parte provenienti dalla regione chiamata Mendoza; ci sono cocktail un po’ “strani”, come il diffusissimo Fernet + Coca (alzi la mano chi ha mai visto bere qualcosa di simile in Europa). Ma la tradizione birraria è, mi dispiace dirlo, quasi inesistente.

Essendo a Buenos Aires per lavoro, e quindi sollevato nello spirito dal fatto di non aver sprecato un costoso biglietto aereo solo per cercare delle improbabili birre argentine (sarebbe stata una delusione molto forte, sono sincero), ho cercato come al solito di unire l’utile al dilettevole, bazzicando qualche brewpub laddove possibile. Iniziamo dall’Antares.

La birreria artigianale Antares è una delle prime ad aver stabilito un brewpub a Buenos Aires, nel 1998 (se la memoria non mi tradisce, dovrebbe essere stata la seconda, subito dopo Buller Brewing Company). Adesso i brewpub Antares sono una catena presente con 7 pub diversi nella nazione; quello da me visitato è situato nel quartiere Palermo (Google Maps), una zona abbastanza chic della capitale.

Il posto, bisogna ammetterlo, è arredato con gusto: la sala è spaziosa con impianti di spina in vista, le luci piuttosto soffuse, e ogni dettaglio visivo sembra ben curato. La clientela è giovane e trendy: non sembra proprio il posto per il classico motociclista ubriacone che fa parte dell’immaginario collettivo di tutti i bevitori di birra. Spicca una cospicua presenza femminile tra le persone presenti, cosa piuttosto rara per una birreria, ma in alcuni tavoli la gente ha davanti solo una birra piccola e nemmeno un bicchiere vuoto: il che mi fa pensare che qui la gente venga perché il posto è in, e non solo perché abbia sete di malto e luppolo.

Il menu è vario e propone vari stili di bevute e anche diversi piatti mangerecci, a partire dalle classiche picadas (taglieri con insaccati e/o formaggi) a creazioni più elaborate – niente male. Per il poco che ho avuto modo di provare, il cibo è piuttosto buono. E poi, ovviamente, ci sono le birre: 7 alla spina e 1 in bottiglia; animato dalla sete di conoscenza, le ho assaggiate tutte, prima con un pratico sampler, e poi con qualche pinta per poterne meglio apprezzare qualcuna in particolare. Iniziamo.

Una Kolsch è la più leggera tra le birre proposte; corpo leggero, molto beverina, discreta carbonazione e finale luppolato, ma poco marcato. Meglio di una Heineken, ma niente di che. Proseguo con la Honey Beer, e qui commetto un grosso errore: mai fidarsi delle birre al miele prodotte da birrifici “inesperti”, e questa non fa eccezione. Troppo dolciastra (sebbene il miele si senta tutto sommato poco), la bevo rapidamente per poter passare oltre. Discretamente riuscita la Scotch Ale, dominata dai malti tostati, caramello, anche se troppo acidula a mio parere. Nel Regno Unito verebbe considerata un abominio, ma in Argentina è probabilmente il miglior Ale che ho bevuto. Inutile e dimenticabile la Doppelbock: sembra più un cocktail 1/2 doppelbock, 1/2 acqua. E forse sono stato generoso. Miglioriamo con la Porter:  sebbene la schiuma non abbia un bellissimo aspetto, l’aroma è piacevole, ma poco persistente. Lo stesso si può dire al gusto: ben bilanciata, discreto finale amaro, ma sempre troppo poco marcato. Rimane solo un vago sentore di cioccolato, ma devo ammettere che, nonostante fosse un po’ impalpabile, è stata una delle mie preferite. Molto vellutata la Cream Stout, con un bel colore e una bella schiuma; piacevole da bersi, una discreta stout che non cerca di creare niente di nuovo ma riesce in qualche modo ad essere un prodotto che raggiunge la sufficienza. Sufficienza raggiunta anche dall’Imperial Stout: tipicamente uno stile caratterizzato da sapori forti, anche in questo caso esce una versione “edulcorata” della birra che mi aspettavo, ma comunque buona. A dominare sono le note di caffè, e un leggero sapore di tabacco; l’alcool non si fa sentire più di tanto, e il finale è secco, ben riuscito. Infine, il Barley Wine: che cosa li abbia portati a definire questa birra un Barley Wine, sinceramente, lo ignoro. Forse la gradazione alcoolica? Non è molto denso, si fa apprezzare il malto, ma non insistentemente, e i luppoli sono ben presenti, e lasciano un buon sapore in bocca. Molto più simile ad una Bitter; buona, decisamente sufficiente, ma non certo nella categoria Barley Wine.

In sostanza, un brewpub piacevole, in cui è sicuramente possibile passare una buona serata, ma dove il piatto forte è più l’ambiente che la birra: infatti, sebbene ci siano delle produzioni che superano la sufficienza, la maggior parte delle loro spine è sciapita, poco incisiva, e sembra ricordare solo vagamente la mia idea di birra di qualità. Apprezzabile, quantomeno, la varietà degli stili, ma ci vuole ben altro per creare un brewpub degno di questo nome. D’altro canto, bisogna ammettere che non ci sono moltissime alternative dove bere birra a Buenos Aires – parlo di posti che abbiano almeno sentito vagamente parlare di una stout, ovviamente. Per cui se siete a nei dintorni e non sapete cosa fare la sera, almeno avete un indirizzo.

Ultima nota sui prezzi: non ne ho parlato perché, come praticamente tutto quello che si trova da quelle parti, il costo è praticamente irrisorio per qualcuno che viene dall’Europa o dagli Stati Uniti. La crisi li ha colpiti duramente e il livello dei prezzi è molto basso; si parla di circa 3 euro per una pinta (e rispetto agli standard locali, è un prezzo piuttosto elevato).

Giacomo