Guida rapida di Berlino

Category : Viaggi

Ospitiamo oggi il racconto di Jacopo Mazzeo, che potete seguire anche su Facebook, homebrewer e, ovviamente, nostro affezionato lettore.

Nel dicembre 2010 mi sono ritrovato a Berlino per motivi di lavoro e, nel tempo libero, come ogni altro adepto della religione birraria, non mi sono fatto mancare copiose degustazioni. Con questo contributo desidero sfatare un mito negativo, imperversante tra i viaggiatori birrai, che reputa Berlino una città non-birraria, in particolare rispetto ad altre importanti mete tedesche. Non voglio dire che la si debba posizionare sul podio, ma sottolineare come, con i dovuti ragguagli, sia possibile godere di buona birra anche nella capitale tedesca. Berlino sta scalando le classifiche delle città più apprezzate dai giovani, sprizza energia e vitalità da tutti i pori quindi: perché non unire l’utile al dilettevole? Fino ad un decennio fa Berlino fondava le radici della sua anima brassicola solamente nei tre storici brand: Berliner, Kindl e Schulteiss che ora si sono uniti in un unico colosso, tracciando così una netta linea di demarcazione dalle produzioni più piccole. Queste sono fungivamente affiorate, come in molte altre zone d’Europa, soprattutto negli ultimi anni. Nella mia tasting session berlinese non mi sono fatto mancare nessuna di queste realtà. La mia prima fruttuosa visita infatti è stata proprio alla Berliner-Kindl-Schulteiss, nel quartiere di Prenzlauer Berg, abbastanza fuori dal centro, zona est. Ho potuto programmare il tour mandando in anticipo una mail. Una volta arrivato, ho goduto della compagnia di un gruppone di scalmanati ed esaltati turisti cinesi e di una enorme scolaresca danese. La visita è stata condotta da un simpatico braumeister del birrificio, Heiko Rohde, che saluto con affetto. Heiko, e questo è molto interessante per noi amanti dell’artigianale, un giorno a settimana lavora in un risto-brewpub poco fuori Berlino: Schloss Königs (Königs Wusterhausen). Consiglio la visita della Berliner-Kindl-Schulteiss soprattutto per farsi un’idea di cosa voglia veramente dire produrre birra industrialmente: per uno come me, abituato ad impianti da 500 litri, sapere che un loro tank di fermentazione ne contiene 50000 è impressionante (soprattutto quando lo si vede). Alla fine del tour, nella tasting room, oltre a fare amicizia con la guida del gruppo cinese, ho potuto scambiare quattro chiacchere col nostro Heiko, mastro birraio e…musicista, nel tempo libero! Ho testato tre loro birre: Berliner Kindl Jubiläums Pilsner, Märkischer Landman Schwarzbier e Berliner Kindl Bock. Tutte ottime produzioni, tenendo sempre comunque conto che si tratti di birra industriale. Privatamente mi sono anche scolato qualche bottiglia della loro Berliner Kindl Weisse. Ormai è l’unica Berliner Weisse in circolazione e ciò mi riempie di tristezza. Non solo si sta perdendo l’unico tratto veramente rappresentativo (birrariamente parlando) di una città stupenda come Berlino, ma si sta anche perdendo un vero e proprio unicum degustativo e produttivo, in linea con l’imperante appiattimento del gusto. Consiglio agli homebrewer di cimentarsi talvolta anche con stili in decadenza, invece di ammassarsi su quelli in rapida ascesa. Questa pratica potrebbe salvarne tanti. Prima di passare alle artigianali segnalo un piccolo gossip legato alla Berliner Weisse. Mi sono sempre chiesto come fosse venuta in mente al nostro buon Agostino del Birrificio Italiano il design del bicchiere della sua VUDU (la dunkelweizen)…visitando la Kindl ho potuto scoprirlo. Si tratta proprio di un tradizionale bicchiere in cui si beve la Berliner Weisse! http://www.schloss-koenigs-wusterhausen.de/index.php

Veniamo quindi ora ai nostri microbirrifici: Berlino al momento ne conta circa una ventina, censiti dalla guida del CAMRA e dal sito http://www.german-breweries.com Io, lavoro permettendo, ne ho potuti visitare sette: Brauhaus Lemke, Brauhaus Mitte, Marcus Bräu, Brewbacker, Brauhaus in Rixdorf, Brauhaus in Südstern, Brauhaus in Spandau. Sono tutti raggiungibilissimi dai mezzi pubblici, ad una distanza di al massimo tre quarti d’ora dal centro. I primi tre si trovano nei dintorni di Alexanderplatz, per cui si possono a buona ragione considerare locali piuttosto turistici. I prezzi sono un po’ più alti che in altre zone ma, almeno per quel che riguarda le birre, comunque accettabilissimi. In generale le birre vengono sempre servite molto fredde (a temperatura di fermentazione), le pils come le bock, e ciò spesso crea non pochi problemi al degustatore.

BRAUHAUS LEMKE Cominciamo quindi dal centro. Situato nei locali sotto alla S-Bahn, appunto nei dintorni di Alexanderplatz, questa brauhaus, col suo pranzo a buffet, rappresenta una soluzione economica per mangiare nell’unica zona molto turistica della città. La Pils è interessante, forse più simile ad una hell, ben bilanciata tra malto e luppolo, al naso risulta poco complessa ma riscaldandosi si sente anche un po’ di miele. La Weihnachtsbock, per essere una birra di Natale è forse poco complessa, eccessivamente watering e calda in bocca, dove trova malgrado tutto una sua personalità. Tra le loro produzioni annuali offrono anche una Weizen, che però non ho provato. http://www.brauhaus-lemke.com/index.php

BRAUHAUS MITTE Decisamente il più turistico di tutti, per la sua posizione ultra-centrale (il nome non lascia dubbi). Offre l’ottima soluzione del Bierkostprobe, cioè un “tagliere” con un assaggio di ciascuna delle loro birre: Pils, Dunkel, Weizen ed una Saisonbier (in questo caso pare una Maibock). La prima è assai equilibrata e la seconda fruttata, dolce e beverina. La Weizen è decisamente caratterizzata dal lievito, spiccano infatti le note speziate di chiodo di garofano, ed in bocca una certa acidità. La Maibock ricorda piuttosto una weizen alquanto carica, è infatti contraddistinta al naso da un fruttato di banana. Il locale è accogliente e, con gli addobbi natalizi, ricorda un po’ il fast-food-style. http://www.brauhaus-mitte.de

MARCUS BRÄU Vicino ai precedenti ma leggermente più defilato. Confortevole, anche se molto piccolo: per questo la “zona fumatori” risulta un po’ invasiva. La Pils non è delle migliori, con una schiuma di grana troppo grossolana ed un corpo quasi assente. Viceversa la Dunkel è più accattivante, con sentori fruttati e una punta di diacetile (accettabile relativamente allo stile). In bocca, una volta riscaldatasi dalla ormai abituale temperatura pinguinica, aumenta di complessità, con toni caramellati, tostati e di frutta secca. Se non sbaglio qui si dovrebbe vendere anche materiale per produrre birra in casa da kit. La gentilezza della cameriera accredita ancor di più il locale. http://www.marcus-braeu.de

BREWBACKER Qui ci troviamo sempre in centro, ma in una zona meno battuta dai turisti, proprio sotto la stazione di Bellvue, zona Tiergarten. Probabilmente il migliore brewpub di Berlino, almeno tra quelli ch’io abbia provato. Da apprezzare, oltre alla qualità, anche l’originalità delle birre proposte. In un paese come la Germania, trovare un birrificio che vada oltre al solito trittico Pils, Dunkel, Weizen e derivati, è un’impresa titanica. Qui quindi, oltre ad una ottima Pils, ho potuto degustare anche una sorprendente Otmeal Stout (Oaty Stout) e una Birra di Natale (Wiener Nacht). Nella Pils si trova un perfetto equilibrio tra note erbacee e maltate, e la carbonatazione è stranamente moderata. La stout è impenetrabile, ricca di intensi profumi che ricordano il cappuccino, con note lattiche e tostate: quasi una chocolate stout dalla carbonatazione però, tipicamente tedesca. La Birra di Natale è forse quella meno notevole del terzetto. Ad oltranza è possibile trovare le sacre fermentazioni anche in bottiglia a prezzi, per noi italiani, veramente irrisorii. Faccio notare che sul menu si legge, tra le loro produzioni stagionali: una Pumpkin Lager (per Halloween), una Alt-Berliner New (in cui immagino si giochi sulle parole Alt=vecchio e New=nuovo) ed una copiosa schiera di stout. Il birraio, a cui sono andati i miei sentiti complimenti, mi ha voluto consigliare altri due microbirrifici berlinesi. Mi sento in dovere di riportarli in quest’articolo anche se non ho potuto visitarli, per questioni di tempo: Hops&Barley (vicino alla fermata di Warshauer Str.) ed Eschenbräu, adiacente invece alla stazione di Leopoldplatz. Lo giuro! Saranno tappe fisse nella mia prossima personale prussiana sortita [sic!]. http://www.brewbaker.de/ http://www.hopsandbarley-berlin.de http://www.eschenbraeu.de

BRAUHAUS IN RIXDORF Siamo nel quartiere di Neukölln, equidistanti dalle stazioni Hermanstrasse e Grenzallee della metropolitana. Il locale è accogliente, arredato in legno e frequentato da una clientela non certo giovane. Purtroppo le birre non sono il loro forte. Troviamo Hell, Dunkel e, come stagionale una Birra di Natale (X-Mas). La Hell è troppo carbonata e di corpo inesistente, la Dunkel l’ho trovata pervasa di diacetile. Nella scura natalizia ho riscontrato gli stessi difetti della Hell. La nota positiva è il servizio, veramente cortese, inoltre i piatti sembrano assai invitanti. http://www.brauhaus-in-rixdorf.de/

BRAUHAUS IN SÜDSTERN Sito nella zona più centrale del quartiere Kreuzberg, è un tipico pub che offre Hell, Dunkel e stagionali a rotazione (Bock di Natale, in questo caso) tutte e tre ben fatte e gustabili in felicità. La musica di sottofondo può variare sensibilmente di stile da un brano all’altro. Adatto per una birra in compagnia, ci si possono portare anche gli amici meno “esperti”. http://www.brauhaus-suedstern.de/

BRAUHAUS IN SPANDAU Il pittoresco paesino, Spandau appunto, che ospita questo birrificio è assolutamente da visitare nel periodo natalizio, quando il centro storico – pedonalizzato – ospita una serie infinita di bancarelle a tema. Sicuramente è il mercatino di Natale più famoso nella zona, e si configura come ottima meta per le famiglie. Inoltre qualche centinaio di metri fuori dal paese si può visitare la Zitadelle, unica cittadella medievale brandeburghese sopravvissuta alla II Guerra Mondiale. Per quel che riguarda il birrificio, segnalo che offre anche sistemazioni per dormire. Il locale è molto ampio ed accogliente, raggiungibile in appena mezz’ora di U-Bahn da Mitte. La scelta delle produzioni casalinghe è limitata al massimo: troverete sempre una generica Hell accompagnata alla loro Spezial, cioè la stagionale. Da questo punto di vista l’offerta è però variegata se si è disposti a tornare al locale ogni mese. Si potranno infatti assaggiare: Märzen, Maibock, Dunkles Weizen, Landbier e altre birre meno classificabili burrificate a rotazione. La “bionda” è beverina e secca come tante altre, ben fatta. Forse eccessiva nei sentori di lievito ma credo, a giudicare dalla estrema opalescenza, che mi sia stata servita la fine di un fusto. Il luppolo si sente poco sia al naso che in bocca, quindi escluderei di poterla classificare come pura pils. La natalizia è probabilmente più interessante: molto simile ad una bock, è sempre poco caratterizzata all’olfatto (accidenti alla temperatura di servizio!) ma in bocca rivela sentori caramellati e biscottati. In sostanza birre corrette dalle poche pretese. Mi sento comunque di consigliare il locale non foss’altro come scusa per visitare questi incantevole paesino. http://www.brauhaus-spandau.de/

Come dicevo qualche riga fa Berlino è da qualche anno rinomata come città giovane, moderna, aperta alle novità. Sapere che ci si può trovare anche della buona birra è un motivo in più per sceglierla come meta di una vacanza. Inoltre, con appena un’ora di treno, si può raggiungere Lipsia, patria della famosa Göse, unico esempio tedesco di birra speziata.

Jacopo

Hop Cat – Grand Rapids (MI), USA

Category : Locali, Viaggi

Non molto tempo fa parlavamo della Founders, a Grand Rapids; sicuramente un gran bel birrificio, con un altrettanto ben gestito brew pub. Ora, quanti altri posti soprendenti ci potranno mai essere nella ridente cittadina di Grand Rapids, si chiederanno i miei venticinque lettori? Di preciso non lo sappiamo, ma almeno un altro c’è di sicuro: stiamo parlando di Hop Cat, votato terzo miglior “beer bar” al mondo su Beer Advocate. E si capisce che la ridente cittadina di Grand Rapids è ridente perché gli abitanti possono permettersi di essere felicemente alticci, con della buona birra di qualità assoluta.

Infatti Hop Cat, che si trova a circa 10 minuti a piedi dalla Founders (mica vogliamo costringere i clienti a guidare, se vogliono spostarsi da un posto all’altro?), presenta circa una cinquantina di spine con una varietà da lasciare a bocca aperta. Invece di focalizzarsi solo su alcune tipologie di birra, qui puntano sull’avere disponibile quasi tutto lo spettro del bevibile: dalle birre di frumento ai barley wine, passando per ogni sorta di ale (pale ale, old ale, amber ale, brown ale, IPA) e senza dimenticarsi stout, porter, lager, tripel. E altrettanto varia è la lista dei birrifici rappresentati: su 50 spine, troverete almeno una trentina di birrifici diversi, da ogni angolo brassicolo del mondo: la parte del leone ovviamente spetta agli Stati Uniti, ma non mancano le importazioni europee – Belgio, Germania, Regno Unito, Danimarca. Gli unici birrifici che sono presenti un po’ più in massa sono l’Hop Cat stesso (con 6-7 spine proprie), e la vicinissima Founders. A proposito di Danimarca, una nota di colore: parlando con uno dei gestori della selezione delle birre a fine serata, se non ricordo male i dettagli della conversazione, è saltato fuori che all’Hop Cat la Mikkeller è talmente apprezzata, che quando arriva la Geek Breakfast, metà cassa sparisce  magicamente appena aperta per colpa dei gestori stessi!  E poi si hanno problemi a trovarla sul menu…

La stessa varietà si riscontra nella scelta delle bottiglie. Che sono tante (sebbene non in numero così esagerato, credo di ricordare circa due pagine di menu), e stavolta, oltre ai paesi citati prima, si aggiungono Canada, Italia (Baladin, Panil), Norvegia (HaandBryggeriet, Nogne O – mai viste tante Nogne O in un posto solo!), Olanda (De Molen, De Scheldebrouwerij) e sicuramente mi scordo qualcosa. Tutte ottime birre, con una attenzione per le rarità, specialmente nel caso degli USA: birre vintage, cotte speciali, bottiglie commemorative, eccetera.

Sarebbe quasi insensato farvi una lista di tutto quello che potete trovare. Da quello che ho visto, e seguendo un po’ la rotazione (anche grazie al loro praticissimo sito ufficiale), qualsiasi birrificio americano di un certo livello c’è, oppure c’è stato, oppure ci sarà in un futuro prossimo. Non mancavano nemmeno i nomi a noi sconosciuti o quasi, quindi se avete voglia di sperimentare fidandovi della loro selezione, siete liberi di farlo.

Capitolo mangereccio: venite tranquillamente a cena in questo posto e non resterete delusi. Gli ingredienti sono, per quanto possibile, prodotti locali e spesso biologici, e il risultato sono piatti ottimi ed equilibrati: ci sono alternative vegetariane, piatti “salutari”, ma anche paninozzi ripieni di carne. A detta di Mattia, il miglior hamburger che avesse mai mangiato in USA (manzo brasato con Porter). I prezzi, sia per il cibo che per la birra, non sono popolari, ma nemmeno troppo elevati, e in nessun caso li ho trovati sproporzionati alla qualità di quello che veniva offerto.

Tutto rose e fiori, quindi? Quasi. Mi permetto di fare un paio di appunti, assolutamente personali e che non guastano l’esperienza nel suo complesso, decisamente molto, molto positiva. Primo: non ho apprezzato molto le loro birre. Il loro cavallo di battaglia dovrebbe essere la Sage Against the Machine (bello il nome!), un American Pale Ale con note di salvia; l’ho trovato mediocre, un po’ troppo erbaceo e senza quella luppolatura impeccabile che mi aspetto da un APA. Non convince nemmeno l‘Hoppopotamus, IPA troppo blando. Non si capisce perché, in mezzo alle birre migliori provenienti da tutto il mondo, debbano occupare 6-7 linee di spina con le loro produzioni che non reggono minimamente il confronto. Capisco favorire i prodotti locali, però… E questo mi porta al secondo punto: credo ci siano un po’ troppe Founders sulla lista. Ok, la Founders è uno dei miei birrifici preferiti, ma si trova a 10 minuti a piedi dall’Hop Cat – perché dovrei prendere una Founders qui, se posso trovarla direttamente dal produttore a prezzo più basso?

Chiudiamo con delle note più positive, perché questo posto si merita decisamente  i complimenti ricevuti: bello e accogliente l’arredamento, meraviglioso il logo del locale (basato sul famoso sketch di Le Chat Noir di Toulouse Lautrec), gentilissimo e cordiale lo staff, che è sempre disponibile a dispensare consigli, suggerimenti, assaggi e due chiacchiere con gli avventori. Il plauso finale va a Mattia, che dopo una giornata iniziata alle 3PM con la visita alla Founders e conclusasi in tarda serata all’Hop Cat (senza alcuna pausa intermedia dalla durissima attività del turista birraio), ha avuto il coraggio di affrontare in solitaria, agli sgoccioli della serata, una meravigliosa Great Divide 15th Anniversary Wood-aged Double IPA, in bottiglia da 75cl, della quale ho bevuto solo un assaggio (in quanto, ahimé, guidatore sobrio designato). Non credo se la scorderà molto facilmente!

Giacomo (testi)
Mattia (foto)

Una birra ai mercatini di Natale

Category : Birra, Locali, Viaggi

Ormai quando si avvicina il Natale mercatini di ogni tipo invadono le nostre piazze ed è diventato piuttosto di moda spingersi dove ci sono i veri tradizionali mercatini di Natale, verso l’Alto Adige/Sud Tirolo, dove effettivamente, hanno un sapore diverso rispetto a quelli che riempiono le nostre piazze. L’appassionato di birra è spesso costretto dalla sua dolce metà a partecipare a questi eventi natalizi, sotto le più terribili minacce… ma una visita a questa parte di Italia che un po’ è Italia e un po’ è già Tirolo può essere un’opportunità birraria interessante.

Bolzano (Bozen come vuole il bilinguismo) è una deliziosa piccola città di provincia. Nella valle dell’Adige, alla confluenza con l’Isarco, ha un piccolo centro storico molto curato e dall’atmosfera mitteleuropea. Ovviamente la tradizione birraria è tipicamente germanica, ma come accade un po’ ovunque in Italia, la birra artigianale non è onnipresente nei locali ma va cercata con attenzione.

L'Hopfen a Bolzano

Nella pittoresca Piazza delle Erbe (Obstplatz), in un antico edificio, c’è Hopfen&Co. (www.boznerbier.it) , un brewpub che presenta birre artigianali di produzione propria (la Bozner Bier) abbinata a un ricco menù di piatti tipici.
Il locale è accogliente e rustico, con il tradizionale impianto di produzione in rame in bella vista dietro il banco spine. Da una grata si intravvede al piano di sotto la cantina con i maturatori. Il locale è suddiviso in più stanze e se appena entrati può sembrare pieno, sicuramente un posticino nelle stanze ai piani superiori o nella sala adiacente si libererà a breve.

Sono proposte tre birre nella più classica tradizione germanica: una chiara in tipico stile tedesco/bavarese, una dunkel, una weizen. Durante l’anno a queste si alternano birre stagionali: in particolare nei mesi invernali è presente una birra di Natale scura e affumicata. La chiara è beverina, si sentono distintamente i profumi del luppolo, che spicca più nell’aroma che nell’amaro. E’ una birra moderatamente alcoolica come vuole lo stile, ottima da aperitivo o per aprire una bevuta più … articolata. Mi è stata servita molto bene, con un bel cappello di schiuma e soprattutto non troppo gasata, difetto che ho notato in molti locali tedeschi non specializzati.
La birra di Natale era presente in sostituzione della dunkel: è una sorta di dunkel con l’aggiunta di malto affumicato che dà un’aroma inconfondibile e facilmente percepibile. Nel complesso gustosa, non mi è parsa eccessivamente alcoolica (c’è spesso nei bevitori distratti l’idea sbagliata che alcool e colore vadano a braccetto…), prevale il dolce nel sapore ad accompagnare l’affumicato. I boccali che mi sono arrivati erano però un pochino troppo gasati per i miei gusti.
Nel complesso sono birre ben progettate e realizzate in stile tedesco, piacevoli, come vuole la tradizione semplici e non estrose, da bere anche in grandi quantità (si sa quanto può essere terribile la sete invernale…). Esiste anche la possibilità di asportare la birra in bottiglioni da 2 litri (che possono essere anche portati vuoti al locale per un rabbocco) e in fustini da 5 litri.

Costine di maiale

Alle birre si possono accompagnare interessanti piatti della tradizione tirolese: ho gustato le costine di maiale, servite con varie salsine. Molto gustose: ho notato che nei paesi nordici le costine sono servite sotto forma di costato e non già divise come da noi. Questo stimola ancora di più l’istinto primordiale del bevitore che tra un sorso e l’altro può macellare il suo pasto! Ho provato anche gli spaetzli, tipici gnocchetti diffusi nelle terre germaniche, molto gustosi, conditi con pancette e varie erbette. Nella mia ultima visita, ormai provato da tanto mangiare, ho provato la zuppa del birraio: le zuppe sono valide alternative per chi non vuole appesantirsi con piatti che, inevitabilmente, sono molto sostanziosi … per usare un eufemismo. Ovviamente consiglio i brezern, la mia passione, che qui sono particolarmente gustosi, più di quanto abbia provato nei banchetti dei mercatini. Il menù è comunque molto ricco, con piatti tradizionali particolarmente sostanziosi, come lo stinco di maiale o il filetto di cervo o i canederli.
Bolzano/Bozen è una piccola deliziosa cittadina del nord. Visitarla sotto Natale, nonostante il freddo, è una esperienza calorosa, con le strade piene di gente alle prese con i regali e i banchetti dei mercatini che vendono candele, vestiti, tovaglie, tutto in stile tirolese. Può essere anche una buona tappa in un viaggio di ritorno dalla Germania (cosa che mi è accaduta più volte).
Buona bevuta!

rob

Great Divide Brewing Co., Denver (Colorado, USA)

3

Category : Birra, Locali, Viaggi

Forse basterebbe il titolo, forse basterebbe auto-citarmi quando sono entrato nel brewpub… “un bambino a Disneyland“. Ma visto che questo è il “nostro” regalo di Natale ai nostri amici e lettori, farò lo “sforzo” di descrivere ogni cosa come si comanda.
Per prima cosa, però, una premessa: sono arrivato a Denver con idee già ben precise, in poche parole sono di parte. Considero Great Divide il mio birrificio americano preferito, e quello di riferimento per tantissimi stili di birra.

Il birrificio con annesso brewpub si trova a pochi blocks da Downtown Denver, non lontano anche dalle già descritte Wynkoop Brewing Company e Falling Rock Tap House e dallo stadio dei Colorado Rockies. Ci si arriva comodamente con una passeggiata di 10 minuti dalla centrale Market Street (mappa). Dalle foto che si trovano sul sito ufficiale e sulla pagina di FB, sembrava che il brewpub fosse davvero sotto i grattacieli, in realtà la zona non è proprio delle migliori, diciamo che è ben trascurata e davvero poco frequentata.

Arrivo a Denver in auto da Aspen nel primo pomeriggio, scarico i bagagli in hotel e mi fiondo fuori affrontando il caldo torrido e le cavallette volanti che assaltano un po’ tutto e tutti, tutto per arrivare in tempo per le 16 al birrificio, visto che ogni giorno alle 15 e alle 16 è prevista la visita dell’impianto, visita completamente gratuita della durata di 15 minuti senza nessun obbligo di prenotazione.
Che dire, il tour è divertente perchè organizzato davvero rusticamente: a noi (eravamo 5, oltre me la mia Santa Donna e tre ragazze di college in vacanza da quelle parti) ha accompagnato e “spiegato” le varie fasi del procedimento brassicolo una ragazza, l’unica, che da un lato non pareva lavorare nè lì nè al brewpub, ma dall’altro era sicuramente amica di qualcuno e le lasciavano condurre i tours in maniera cialtronesca e in visibile stato di alterazione alcolica. Grasse risate quando per due minuti non è riuscita a dire altro che “ah, Italia, mi piace il gelato” (sleccazzando il collo della sua bottiglia di Titan) e quando ha adottato una sequela di rutti come intercalare tra  le spiegazioni dei vari processi brassicoli. Tra le cose interessanti, i mega fermentatori, io ne ho contati 9, probabilmente da 5000 litri l’uno, e la supermacchina imbottigliatrice (costo indicativo che mi han detto, circa 1 milione di dollari) che da sola trasformava un pallet di bottiglie vuote in casse da 24 perfettamente etichettate, tappate e pronte per la spedizione. Stiamo quindi parlando di ben altre cifre rispetto anche al più grande dei ns. microbirrifici.

Finita la visita, si attacca con l’assaggio sistematico di tutto. Qui, al contrario delle visite in altri birrifici, decido di non utilizzare il sistema dei samplers e di buttarmi sulle pinte o le mezzepinte: alla spina conto ben 10 produzioni: Titan Ipa, Samurai, Yeti Imperial Stout, Rumble Ipa, Wild Strawberry, Tripel, Hoss, Hades, 16th Anniversary Wood Aged Double Ipa e Smoked Baltic Porter. Proprio quest’ultima era non solo al “mio” debutto, ma credo proprio di essere stato uno dei primissimi italiani ad averla provata, visto che era alla prima cotta assoluta. A tutte queste si aggiunge poi un comodo e pratico frigorifero in cui poter andare ad afferrare ciò che non c’è alla spina – già, come se la selezione fosse povera e ci si potesse permettere di fare anche gli snob – e portarla al bancone per una pronta bevuta. Quest pratica l’ho adottata una sola volta con la Santa’s Bridget Porter, in quanto le meravigliose Hibernation Ale e Fresh Hop Pale Ale, essendo estate, non c’erano.

Inutile dire che tra quel pomeriggio e il giorno dopo, mi son spazzolato tutto il banco, senza lasciare nulla al rimpianto. Partendo dal basso, direi Tripel (dolciona in stile belga, non amo per niente le versioni americane delle birre belghe), Hoss (una specie di Marzen che non mi ha per nulla colpito) e la Hades (Belgian Ale). Al gradino leggermente superiore metto la luppolata Rumble Ipa (passata in botti di quercia) a la sorprendente Wild Raspberry Ale dal colore rosa porcello: non gli avrei dato una lira, eppure…

Passando all’eccellenza, qua ci sarebbe da palare per ore. La Santa’s Bridget Porter (unica assaggiata in bottiglia) è favolosa, equilibratissima, sarebbe probabilmente ancora meglio se assaggiata alla spina. La “vera” sorpresa è stata la meravigliosa Samurai, una curiosa ma superba Rice Ale, beverina al massimo ma particolarmente gustosa. Poco da dire, se non parlare di meraviglia assoluta quando mi imbatto nel quartetto finale: la Titan Ipa è praticamente perfetta, la mia Ipa in stile americano di riferimento, una birra di cui non ci si può stancare. La Yeti Imperial Stout (esistente anche nelle versioni Oak Aged, Espresso Oak Aged e Chocolate Oak Aged… il tutto per renderla ancora più complessa) è una bomba micidiale, di una maestosità, di una potenza unica, che maschera i suoi 9.5%, facendovi stare bene col mondo… almeno finche non ne bevete quattro e provate ad alzarvi di scatto…

La 16th Anniversary Wood Aged Double Ipa è probabilmente la loro birra più complessa, più difficile. A Grand Rapids a Giugno avevo presa una bottiglia da 0.65 a fine serata di 15th Anniversary, e mi aveva mandato a letto soddisfatto ma virtualmente “morto”. Ben conscio di questo fatto, opto per la mezzapinta, che vi assicuro è più che sufficiente per farvi godere della sua bontà e non trascinarvi verso l’oblìo. Infine, riprovata per ben due volte e con due bottiglie portate a casa in valigia, la Smoked Baltic Porter è la mia personale vincitrice tra le novità, nonchè vincitrice assoluta (ex-aequo con la Yeti) tra le birre provate nel tour americano. Per un amante delle note affumicate come me, delle birre scure come me e in particolare delle porter e delle stout, si può, con ragione, dire che alla Great Divide si è davvero al top dei top, anche per il servizio, la cortesia e la disponibilità dei ragazzi dietro al bancone.

Il brewpub (locale piccolino, ci sono 15-20 posti a sedere più qualche tavolino fuori – solo in estate) fa orari abbastanza strani, sia durante la settimana che nel weekend chiude decisamente presto (alle 20 dalla Domenica al Martedì, alle 22 dal Mercoledì al Sabato). I tours come detto sono alle 15 e alle 16 dal Lunedì al Venerdì, ogni ora dalle 14 alle 18 il Sabato e solo fino alle 17 la Domenica. Esiste un Happy Hours durante la settimana, i prezzi sono davvero bassi su tutte le spine, le bottiglie variano tra i 3$ e gli 8$ per le produzioni speciali in formato grande. La Great Divide, come quasi tutti gli altri birrifici visitati in Usa, fa del marketing un suo cavallo di battaglia: anche qui potrete trovare cappellini, magliette, spille, borse, felpe, targhe metalliche (che fatica portare a casa in aereo quella gigante…), adesivi e ovviamente birre, growlers e six-packs. Personalmente devo dire d’averci lasciato oltre 120 dollari… escluso il manico di spina portato a casa per Gabriele…

Fateci un salto, due o anche tre (ricordando il passaporto per poter bere!). La GDBC vale da sola la visita della città.

mattia

p.s. per la serie “quanto è piccolo il mondo”, alla GD ho incontrato Stefano, birraio di Lambrate. Se mi legge, un salutone da parte mia.

Falling Rock Tap House, Denver (CO)

1

Category : Locali, Viaggi

Dopo essere stato alla Wynkoop Bewing Company, mi son quindi diretto verso un locale “indipendente”, sempre nella zona centrale di Denver. Avevo cercato notizie su internet prima di partire e avendo trovato anche buone recensioni, decido quindi di seguirle e fare una scappata al Falling Rock Tap House (sito ufficiale).

Il locale è considerato, per il momento, il pub in città con più linee (75, più  100 bottiglie). Dico “per il momento” perchè il prossimo anno aprirà il nuovo bar dello Sheraton Hotel con 130 spine. Per carità, non sta a me giudicare numeri del genere perchè non ho davvero idea del consumo e del ricambio dei fusti, ma 130 (non che 75 sia un numero misero, eh) son davvero troppe: come si fa a gestirle e mantenere alta la qualità e il servizio?

Il locale è enorme, e quando son arrivato era aperto solo il piano terra, perchè da quel che ho potuto intuire (ma non visitare), al piano sotterraneo c’è tanto altro spazio per accogliere i numersosi (evidentemente) appassionati di birra locale: la vicinanza con lo stadio dei Colorado Rockies può darsi che faccia una gran differenza quando la squadra di casa gioca a Denver. Arredamento tipico con abbondanti rivestimenti in legno, panche, bancone lunghissimo e davvero pochissima illuminazione. Maxischermi, neon e insegne pubblicitarie fanno il resto.

Le 75 spine sono a rotazione, e viene stampato un menù ogni giorno con le spine di partenza e le spine che verranno messe su, in una sorta di sottomenù-preview. Le birre sono divise per indicazione geografica, infatti il Falling Rock sostiene la campagna “Drink Local” (che come vedremo è appoggiata anche dalla Great Divide e da tanti tanti appassionati), e la prima parte del corposo menù è dedicata alle produzioni del Colorado (circa una trentina, includendo anche birrifici assolutamente sconosciuti). Il resto è per buona parte focalizzato sulle produzioni americane, ma non mancano anche birre del vecchio continente.

Tra i birrifici del Colorado, ricordo Odell, Avery, New Belgium (che in altre occasioni ho apprezzato piuttosto poco), Ska, Steamworks, Boulder, Tommyknocker e le famose Left Hand e Great Divide. Essendo ovviamente impossibilitato a provale tutte, ma avendo anche problemi di tempo, sono purtroppo restato al Falling Rock giusto un paio di ore abbondanti, e mi son “dato” alle birre scure, che però, essendo estate al tempo della mia visita, non erano presenti in gran quantità. Nell’ordine, ho provato solo birre statali: la splendida Deschutes Black Butte Porter, la Bell & Bush Big Ben Brown Ale che mi ha soddisfatto in pieno e la “legnosissima” Tommyknocker Oaked Butthead Bock.

Il locale serve anche piatti da pub, dalle classiche chicken wings (provate, niente di eccezionale, si mangiano meglio da altre parti come allo Small Bar di Chicago), i più o meno farciti Burgers eccetera. Servizio al tavolo non particolarmente cortese e fortemente interessato alla mancia, come dappertutto in Usa. Anche qui, scordatevi di bere se non portate con voi il passaporto (e solo quello) per poter dimostrare di aver più di 21 anni.

mattia

p.s. scusate per l’ultima foto ma non avevo la mano molto ferma :-)

Una pinta a Cambridge

7

Category : Locali, Viaggi

Cambridge è una cittadina piccola, ma con una fama che supera le sue dimensioni. E’ sede di una delle più prestigiose università inglesi, un nome che con Oxford è noto anche a chi ha poca confidenza con la geografia inglese.
Cittadina universitaria…cittadina di inglesi… esiste un connubio migliore per la birra? Nella cultura inglese la birra e il pub sono qualcosa che difficilmente riusciamo a tradurre nelle nostre abitudini. Cambridge è a circa 80 km da Londra, è facilmente raggiungibile da Londra via treno (ma attenti, i prezzi inglesi sono sensibilmente più alti degli italiani) in circa 40 minuti, oppure direttamente da Stansted (dove so benissimo che voi, come me, spiantati puntate per queste gite) sempre in treno senza cambi.
La cittadina è piccola, una modesta cittadina di provincia, ma ricca di cultura, di monumenti da visitare (affascinanti i college che afferiscono all’università) e in generale una piacevole atmosfera inglese in una città tutto sommato risparmiata da scempi post moderni di altre città inglesi.

Ma veniamo al bere.
Il pub è un’istituzione inglese quanto la Camera dei Lord: i pub sono ovunque e sono un punti di incontro intergenerazionale come in Italia può essere, forse, solo il bar di paese.
Quasi tutti i pub qui potrebbero essere esteticamente affascinanti ma vengono spesso rovinati dalla presenza scriteriata di “fruit machines” (le slot machines in UK) luminescenti.
I pub migliori di Cambridge sono soprattutto ai margini del centro storico, nella zona della stazione ferroviaria, ma anche in centro storico si trovano ottime opportunità. Una caratteristica gradevole è che a fianco di birre sempre presenti, la rotazione di real ale è notevole.
Il birrificio della zona è Milton Brewery, che consiglio per la varietà delle birre in perfetto stile inglese, mentre occorre stare attenti alle onnipresenti Greene King, di qualità buona per essere birre di massa, ma vi assicuro potete trovare emozioni migliori.
Con l’aiuto di un amico che abita a Cambridge da 3 anni, senza pretesa di completezza, posso segnalare i seguenti pub.


Visualizza Cambridge in una mappa di dimensioni maggiori

In pieno centro storico di sicuro valore:
The Mitre (17 Bridge Street) da 4 a 6 ales in rotazione;
The Maypole (2a Portugal Place) Piu’ nascosto e “locale”. Diventa di mese in mese sempre piu’ interessante per la real ale. Attualmente mi pare ci siano tra 4 e 6 pompe, di cui diverse con birre in rotazione; la Milton Brewery e’ ormai ospite quasi fissa. Vivamente consigliato;
The Pickerel (30 Magdalene Street) Dicono il pub piu’ vecchio di Cambridge, potrebbe essere il piu’ bello di tutti per ambiente e posizione: fruit machines e bancomat qui davvero rovinano tutto. Ma vale la pena farci almeno un giro dentro. 4 ales, alcune in rotazione;
Castle Inn (38 Castle Street), ottimo pub come ambientazione e birre presenti, con un buon numero di spine e real ale a rotazione. Ambiente leggermente più raffinato rispetto alla media inglese (dove si possono abbinare ottime birre ad ambienti da miniera).
The Regal (38 St. Andrews Street): un vecchio cinema adattato a pub, gli ambienti sono molto curati, ma se vi ricordano qualcosa che avete già visto altrove è normale. E’ un pub Wetherspoon, una catena inglese di pub onnipresente in tutto il Regno. Ciò è un male per certi versi, ma un passaggio per dare un’occhiata alle spine lo merita, se il tempo non vi è tiranno. Sono presenti anche real ale di valore come birre ospiti.
Sempre in zona centrale The Champions of the Thames (68 King Street) offre un’atmosfera da vero pub inglese, soffitto basso, clientela mista, e non troppo giovanile, e real ale davvero real. Io ci sono arrivato in una serata gelida, con camino acceso e signori di mezza età che disquisivano della Premier League. Esperienza tipica.
The Mill
(14 Mill Lane) In riva al fiume. 3-4 ales (ospite fissa la Hobgoblin). Bell’ambiente mai del tutto rinnovato, legno, tavolacci e spifferi d’inverno. Se si e’ in centro e si vuole mangiare in un pub, qui e’ sorprendentemente buono.
St Radegund
(127 King Street) Freehouse. Il pub piu’ piccolo di Cambridge, gestito da duri-e-puri che vietano l’uso di cellulare. Una sola stanza. Gran posto. Esclusivamente Milton beers, piu’ un sidro. Non ricordo se hanno una pompa con lager per gli sprovveduti, ma scommetterei di no.

Una pinta al St. Radegund

Ai limiti del centro storico, nella zona della multietnica e vivace Mill Road troviamo i pub migliori, di eccezionale valore sia birrario che estetico.
Se il visitatore per sventura ha tempo per un solo pub, DEVE essere uno di questi tre.
The Cambridge Blue (85-87 Gwydir Street) Freehouse (cioè gestito in modo totalmente indipendente da catene e distributori). Grande classico per studenti e accademici. Diverse ales a rotazione e scelta enorme (unico caso a Cambridge) di birre in bottiglia da tutto il mondo, belghe e americane in particolare. Nella bella stagione si va nel gigantesco beer garden sul retro, circondato da un muretto (nota: i “beer gardens” sono in genere squallidi, piazzati in minuscoli cortiletti o negli interstizi tra due case). Si mangia piuttosto bene.
The Kingston Arms (33 Kingston Street). Freehouse. Non serve lager. Altro grande classico: bel locale non grande, vivace, sempre affollato di sera, diverse ales a rotazione (non ricordo mai quante). Anche qui bel beer garden per l’estate. Anche qui si mangia bene.
Live and Let Live (40 Mawson Road) Freehouse. Camra Pub of the Year per non so quanti anni. Diverse ales (e ciders) a rotazione, ostenta un’ottima scelta di birre belghe in bottiglia. Ambiente piccolo e meraviglioso: qui non sono duri e puri, semplicemente “sono”. Non ricordo se danno da mangiare.

Ordinario venerdì sera inglese al Live and Let Live

Altri pub consigliati in zona sono il Salisbury Arms (76 Tenison Road) e The Empress (72 Thoday Street), un bel local pub, circa 4 ales, assolutamente consigliabile se uno ha voglia di inoltrarsi nella seconda meta’ di Mill Road – in ogni caso un’esperienza.
Devonshire Arms (1 Devonshire Road), di recente apertura, è davvero interessante, rustico, con una bella scelta di birre soprattutto di Milton e buon cibo. In alcuni pub inglesi si mangia e i piatti sono spesso adeguati a soddisfare l’appetito sia a pranzo che a cena.
Sempre in zona stazione ho gustato un Sunday lunch al The Emperor (Hills Road) , anche qui keg di Milton Brewery più altra scelta di real ale, e , purtroppo, di ben più dozzinali birre del continente. Posto molto gradevole, cibo abbondante e curato (per quanto inglese).
Nel complesso la cittadina offre esperienze birrarie interessanti. La galassia dei birrifici inglesi è molto vasta e il panorama che si trova a Cambridge è completo da questo punto di vista. Consiglio caldamente una visita, sia turistica che birraria della città, anche per la relativa vicinanza a Londra che consente una scampagnata all’interno di una vacanza più lunga.

rob

Wynkoop Brewing Co., Denver (Colorado)

2

Category : Locali, Viaggi

Nel mio viaggio estivo dalla California attraverso i parchi e le Montagne Rocciose (tappe precedenti a Durango (CarverSteamworks) e Aspen), arrivo alla mia destinazione finale: la grande città di Denver, giusto ai piedi della catena montuosa che divide, in pratica, la parte occidentale dalle grandi pianure che si estendono  fino quasi alla sponda dell’Atlantico.
Perchè Denver è la mia meta finale? Motivi realmente interessanti pochi, l’unico grosso era che c’è un grande areoporto internazionale e che quindi avrei trovato buone offerte per il volo verso casa.

La scelta è poi stata confermata quando ho avuto modo di dare un’occhiata alle proposte birraie che la città offre: svariati piccoli birrifici, alcuno sconosciutissimi, nella città che ospita il Great American Beer Festival, la più grande e importante rassegna-vetrina-premiazione sulla scena artigianale statunitense. Inoltre, il Colorado è lo stato Usa con la più alta quantità di birra trangugiata pro capite, e nella sua capitale esistono tre chicche da non perdere: oltre alla Great Divide di cui parlerò in futuro, al Falling Rock TapHouse con 75 spine artigianali, c’è quello che è l’argomento del giorno. Leggo buone critiche su internet e il sito ufficiale mi convince a fare una tappa alla Wynkoop Brewing Company, che dista davvero poco dal centro della città, dalle altre due grandi proposte e dallo stadio dei Colorado Rockies.

Vado alla Wynkoop verso le 12 del mio secondo (e ultimo, per fortuna) giorno passato a Denver. L’inutilità completa della città, la mancanza di qualsivoglia attrazione, monumento, negozio, evento, fa sì che ci sia poco altro da fare se non bere (e schivare le cavallette mentre si passeggia…). Entrando, si viene gentilmente accolti a sedersi o nella zona ristorazione, o nella zona del bancone, un’isola piuttosto ampia di pianta quadrata. Dovendo tener d’occhio la lavagna luminosa con le proposte birraie, scelgo il bancone, e mi appollaio nell’angolino. Cosa piacevole, come in quasi tutti i locali che ho frequentato, c’è il wi-fi gratis, per cui ne approfitto anche per aggiornarmi sui fatti di casa e sugli orari del volo del giorno dopo.

Venendo alle birre, come già precedentemente sperimentato, scelgo di nuovo il sistema dei samplers, ma qui al contrario degli altri posti, le birre prodotte son tante (12) e quindi è dura pensare di poter poi fare dei bis. Mi metto d’accordo con il cameriere per averle tutte quante, e lui sceglierà l’ordine in cui servirle a gruppi di 4 bicchierini per servizio.

Gruppo 1
Partiamo con la prima serie di bicchierini, che scopro (giustamente) essere quelli delle birre leggere: la prima che sento è la Light Rail Ale, beverina, molto leggera, piacevole, seguita a ruota dalla buona Two Guns Pilsner, la prima pilsner più che dignitosa trovata fino ad oggi in Usa. La terza non lascia grandi soddisfazioni, la curiosità è che si chiama Tut’s Royal Beer e prende il nome dal faraone Tut, ospite d’onore della mostra egizia nel museo a pochi blocchi di distanza. Concludo il primo giro con la non meglio identificata Railyard Ale, che ha avuto la sfortuna di arrivare contemporaneamente al mio intruglio di chili, nachos e altre schifezze varie (buono ma pesantissimo).

Gruppo 2
La prima ad essere posata sul bancone è la Wixa Weiss Beer, che strano a dirsi non è niente male anche se ha una punta di gusto acidulo, non so se voluto o meno; la Patty’s Chili Beer, vincitrice di qualche premio qua e là, è davvero unica nel suo genere: sia al naso che in bocca sono fortissimi i sentori di speziato e piccante dati da uno strano intruglio al chili… meglio sorvolare. Scorrendo la lista, finalmente cominciano a delinearsi le birre apparentemente migliori, tra cui la buona ma poco luppolata Mile Hi.p.a., che prende il nome dalla caratteristica principale di Denver (figuratevi le altre…): la città si trova esattamente a 1609m slm, cioè 1 miglio, ed è detta Mile High City. Addirittura una fila di seggiolini allo stadio dei Colorado Rockies e una striscia colorata sul muro del municipio ricordano ai (pochi) turisti l’unica peculiarità positiva della città. Il secondo gruppo di birre finisce con un’anonima St. Chrales Extra Special Bitter, spinata dal cask… niente di eccezionale.

Gruppo 3
Nell’ultimo guppo mi aspettavo qualcosa di decisamente “impegnativo”, ma rimango deluso: la Monkey’ Fist Ipa (in cask) è dignitosa, la McKenzie Milks Stout è una stucchevolissima esplosione di zucchero – io e le birre dolci siamo come Steve McQueen e un corso di guida sicura -, per fortuna intervengono la maltosa e piacevole B3K Schwarz Bier (B3K = Batch 3000, ovvero “ricetta” n.3000 della Wynkoop, è una birra relativamente nuova), e l’ottima Silverback Porter, che avrebbe meritato un secondo assaggio se solo non fossero passate 3 ore dal mio ingresso nel locale e non sentissi un deciso senso di gonfiore allo stomaco…

Le peculiarità del locale sono tante: come già detto, è comodo al centro, è davvero gigante, al piano superiore c’è un’immensa sala con una dozzina di biliardi e di nuovo tutte le spine oltre al negozio ufficiale del merchandising (ci sarebbe tanto da imparare in Italia su questi argomenti…) con magliette, birre, insegne, cappellini, spille con i colorati loghi Wynkoop e perfino il sapone alla B3K. La vera curiosità però sta al piano interrato: dirigendomi verso i bagni scopro che il corridoio d’accesso è costellato da poster teatrali e insospettabilmente illuminato a giorno, così allungo la camminata e con mia grande sorpresa noto che i bagni sono in comune col teatro a fianco, e addirittura c’è un piccolo ticket booth: tra una birra e l’altra, in fondo, perchè non metterci, oltre ad una sosta per il pit-stop idraulico, anche un biglietto per il vostro spettacolo preferito?

Concludendo, nessuna birra alla Wynkoop pare avere grande carattere, ma d’altro canto nessuna è davvero fatta male e, tranne forse quella davvero bizzarra al chili, la sufficienza la prendono quasi tutte. Il consiglio è di farci un salto se siete a Denver e avete voglia di provare qualcosa di nuovo, o se la Great Divide è chiusa. Il fatto che poi voi siate a Denver, è un problema vostro – io ho già dato -, visto che io in due giorni, birra a parte, non ho trovato nemmeno una cosa decente di cui ricordarsi.

mattia

Aspen Brewing Co., Aspen, Colorado

Category : Viaggi

I nostri lettori che hanno la passione dello sci (dalla poltrona o lanciati a uovo non fa differenza) non possono non conoscere Aspen, la località di turismo invernale forse più famosa degli Usa, paragonabile per tantissimi aspetti (la vita carissima, le mega-boutique di lusso, la difficile accessibilità, le gare internazionali e, non da ultimo, il magnifico panorama) alla nostra Cortina d’Ampezzo.
Tra gli altri, i miei coetanei trentenni non possono non ricordare che proprio ad Aspen (gli Aspennini…) si svolgeva buona parte di un film cult degli anni 90: Scemo e più Scemo.
Ecco, avete inquadrato? Bene, perchè oggi vi “porto” proprio lì. Io ci son stato questa estate, nel mio viaggio dalla California a Denver. La scelta è caduta su Aspen per molteplici aspetti, adoro la montagna e il clima fresco, i panorami e la fotografia: purtroppo però il bruttissimo tempo trovato al mio arrivo mi ha fatto “guadagnare” tempo sulla tabella di marcia, così ho deciso per una visita prolungata alla Aspen Brewing Company, il solo birrificio della cittadina (mappa).

Nei giorni precedenti all’arrivo, controllando il sito ufficiale, mi aspettavo decisamente una cosa un po’ posh: il birrificio invece è piccolino, appena fuori dal centro (ci si arriva comodamente a piedi) e ospitato in un piccolo capannone senza insegna (solo uno striscione in pvc). Entrando, l’ambiente è familiare, molto “montanaro”, tavoloni grossi in legno, porta-sci ovunque. Sorprende un po’ la scarsità di posti a sedere, alla fine sono solo due tavoloni da 10, un trespolo e 5-6 posti a bancone (piccolo): sicuramente nei giorni di intenso turismo – al netto degli scicconi che vanno altrove per pagare 100$ a portata – potrebbe essere davvero difficile riuscire a trovare da sedere. Fortunatamente di turismo ad Aspen ad Agosto ce n’è davvero poco, per cui prendo posizione, assieme alla mia pazientissima “Santa Donna”, nell’angolino del locale, vicino alla finestra per tenere anche monitorato il clima.

Una volta lì, non conoscendo nulla di nulla delle specialità indigene, chiedo consigli al bancone, e il ragazzo (gentile) mi spiega un po’ tutto. Innanzitutto, mi dice che non hanno nessuna bevanda analcolica, niente acqua, niente soda ma solo una orrenda analcolica Root Beer (Silvia ne ha presa una piccola e in due non siamo riusciti a finirla, mentre nel tavolo dietro a noi due bambini di 8-10 anni ne avranno tracannato un litro a testa). Ulteriore smacco ai miei programmi è che non servono cibo, non hanno proprio la cucina e non offrono nemmeno due noccioline.

Opto così per il sampler tray, con gli assaggini da 0.15 delle loro 6 birre. Curiosamente i bicchierini mi vengono serviti su un vassoio particolare (foto qui sopra): uno sci (Rossignol) tagliato in due con appunto sei buchi. Totale 10$, un buon prezzo. Venendo alle birre… le prime due (a destra nella foto – Ajax Pilsner e Season Blonde) sono troppo anonime, acquose e non lasciano nulla di piacevole. La Independence Pass Ipa (7.5%, prende il nome del passo a 3686m s.l.m. a pochi km da Aspen, un posto magnifico – foto sotto) è invece particolarmente gradevole, anche se non confrontabile con le Ipa stra-luppolate che arrivano solitamente da noi: riprendo così fiducia nel birrificio e passo alla Conundrum Red Ale che si presenta secca ma troppo speziata per essere una Bitter, ma risulta alla fine passabile.

Le ultime due birre sono a parer mio le due migliori, assieme alla Ipa: il quinto sampler è di Brown Bear Ale, una buona brown ale con intenso gusto di nocciola, ben equilibrata: peccato fosse un po’ troppo dolce (forse anche per essere venuta subito dopo la Bitter), ma gradevolissima. E’ però il sesto sampler a contenere il meglio del birrificio: la Pyramid Peak Porter è buona buona, un intenso ma fresco gusto di caffè e di tostato e i suoi 6% scarsi (non ricordo esattamente) la rendono equilibrata, piacevolissima tanto da prendermene una pinta dopo aver riconsegnato lo sci-porta-bicchierini. Oltre al sampler tray, è possibile, come in ogni brewery o brewpub americano, farsi dare un Growler (1/2 gallone, circa 1.9 litri) di birra da portare a casa e da bere con o senza amici.

Independence Pass, 12.075 ft (3680m circa)

In definitiva, non so quanto possiate essere in zona per poter fare una visita, l’area è magnifica ma davvero inaccessibile (il giorno dopo nel tragitto verso Denver sarà ancora peggio). Un piccolo consiglio, fate benzina ad Aspen anche se l’unico distributore ha prezzi folli (per gli Usa), andando verso Denver non c’è nulla per 70-80km, solo un panorama mozzafiato (che non vi salverà comunque dal rimanere a secco!).

Ormai è ora di cena, e visto che alla Aspen Brewing Company di mangiare non se ne parla, è meglio dirigersi a ingoiare l’ennesimo hamburger della vacanza, sperando che abbia il gusto di un piatto di tortellini della nonna. Purtroppo non sarà così.

mattia

Riguardo al turismo birraio in Italia

10

Category : Viaggi

Giusto non molto tempo fa si parlava tra di noi, con conoscenti e anche con gli editori di EurHop, del turismo birraio in Italia, e il discorso era rimasto un po’ in sospeso in quanto chi ha potuto davvero viaggiare (anche all’estero) può capire benissimo che differenza ci sia tra il visitare birrifici e produttori vari in Belgio o in Germania o in Usa e quello che succede quando lo si prova a fare in Italia. Chi invece ha avuto poco modo/possibilità di viaggiare sosteneva che non c’è reale differenza.

L’occasione per rispolverare il discorso è (purtroppo) capitata proprio lo scorso weekend. Parto con amici in direzione Langhe, per un paio di giorni all’insegna dell’enogastronomia: le zone paesaggisticamente splendide, il cibo meraviglioso e dell’ottimo vino (ogni tanto bisogna prendersi una pausa dalle birre!) la facevano da padrone. Ma, siccome il brutto tempo non ci avrebbe dato tregua, decido di allungare un po’ la strada per passare da un birrificio di cui mi avevano parlato bene (ne avevo letto anche su BirraZen).

Quindi, che faccio? Sapendo degli stranoti problemi di turismo birraio, contatto il Birrificio tramite facebook per sapere se nei giorni di ponte avrebbero avuto orari diversi:

Ci trovi tutti e due i giorni dalle 11 in poi” è, a parer mio, una frase che non lascia molti spazi di dubbio o interpretazioni. Il mio successivo commento che indica il momento di arrivo a cui non è mai stata data risposta, indicava un’ulteriore conferma che la domenica pomeriggio avrei trovato aperto per “portare via qualche bottiglia“.

Arrivo alle ore 16.35 a Bricco di Neive e i miei amici mi fanno subito notare che non ci sono macchine, la porta è chiusa. Vabè, parcheggio e mi dico “con tutta l’acqua, magari non c’è molta affluenza”. Bussiamo e suoniamo il campanello e ci vien ad aprire un ragazzo. Il quale, non ci fa entrare dicendo che “stava mettendo a posto le cose visto che aveva appena chiuso” e che “avrebbe riaperto alle 7“. Sbigottito, e sempre sotto l’acqua, prima gli spiego del messaggio ricevuto (del quale il ragazzo “non sa niente“), poi già visibilmente alterato gli chiedo se fosse possibile solo prendere due bottiglie da portar via.

No, ci sono solo io adesso, non c’è nessun altro e abbiamo chiuso. Riapriamo alle 7, tornate dopo“.
Ovviamente, alle sette non torno, intanto perchè avevo impegni e, come recita il mio primo messaggio, ero “di passaggio“. Ma anche perchè a quel punto mi son sentito trattato da bestia. Ho ripensato subito al discorso del turismo birraio: i birrifici che hanno una sorta di locale-brewpub sono pochissimi, si contano su due mani a stare larghi. Orari di apertura ridicoli e/o scostanti, con chiusure la domenica e per i ponti, e come abbiamo visto nessuna garanzia di apertura (e vendita al dettaglio!!) nemmeno chiedendo il giorno prima.

L’impossibilità di avere sicurezza di trovare i birrifici aperti, spesso di non riuscire a degustare nulla e/o di trovare qualcuno disponibile è un macigno sullo sviluppo della cultura della birra artigianale. Si tratta così un cliente, chiunque esso sia? E se io fossi venuto apposta da Modena fino in provincia di Cuneo (300km solo l’andata)?

Di contro, per dare un’idea, appena dopo che ci avevano sbattuto la porta in faccia, siamo stati in un’enoteca poco distante, che ha tenuto aperto apposta per noi sei, ci ha trattato con i guanti e ci ha offerto anche un piccolo buffet. Lunedì siamo stati, senza avvertire, ad una (ottima) cantina vinicola, e i proprietari ci hanno offerto qualsiasi cosa potessero, spendendo la loro ora di pranzo di un giorno festivo con noi sconosciuti, per farci conoscere le loro storie, le loro passioni, la loro cultura e i loro (ottimi) prodotti.  E’ così che si fa.

C’è ancora tanta, tanta strada da fare. E Citabiunda, che sul proprio profilo facebook scrive che “non gli interessano stelle e stelline”, può stare tranquilla: stelline zero.

mattia

Steamworks Brewing Co., Durango (Co, USA)

Category : Locali, Viaggi

Dopo la visita alla Carver Brewing Co. (raccontata qua), nella mia sosta estiva a Durango lungo la via che mi avrebbe poi portato ad Aspen e a Denver, mi son recato alla Steamworks Brewing Company (sito ufficiale), che gli stessi proprietari del birrificio senza grande modestia ma probabilmente a ragione, definiscono “il miglior birrificio in città”.

Situato nel centro della graziosa cittadina, a pochissima distanza dalla Carver stessa, il locale adibito a brewpub è enorme: ci saranno comodamente più di un centinaio di posti a sedere, disposti attorno al nucleo centrale composto da una stanza con dentro l’impianto per la produzione. Impianto che a me è sembrato troppo piccolo per poter brassare tutta la gamma di birre della Steamworks: a me ha dato l’idea di essere più di bellezza che altro, anche se la confusione era piuttosto reale.

Oltre ad essere grande, il brewpub è ben arredato, in stile “capannone fico”, con svariati schermi televisivi su cui venivano trasmessi eventi sportivi, un bel bancone e una grande lavagna con segnate nomi e descrizioni delle birre disponibili. Un segno distintivo del birrificio è la forte politica di marketing, in tutto il locale sono ben visibili poster, insegne, tovagliette, oggetti vari che richiamano direttamente e non le etichette (belle, molto colorate) delle proprie produzioni, compreso un piccolo spazio-negozio dove vendevano dalla spilla al bicchiere, dalla maglietta alla sella per cavallo (!).

Passando alla parte più soddisfacente, e cioè il bere, mi son lasciato tentare dal classico “Sampler tray”, con sei bicchierini a scelta tra tutto quello che c’era di disponibile. Le sette ore di macchina che avevo fatto dalla mattina e le birre della Carver mi avevano un po’ abbioccato. Ho così avuto modo di provare la Colorado Kolsch, premiata con la medaglia d’argento al GABF 2010 di Denver nella categoria “german-style Kolsch”, accettabile, certo non un capolavoro e un po’ povera di luppolo, la Third Eye Pale Ale che non sfigurava affatto anche se forse un po’ troppo dolcina e la Steam Engine Lager che non ho potuto ben assaggiare per via della concomitanza con un insospettabilmente piccante piatto di tacos di pesce (tra l’altro, molto buono).

Tra le altre tre che ho provato risiede un po’ tutto quello che si può dire della Steamworks: la Lizard Red Head è assoltamente senza arte nè parte; la Conductor Imperial Ipa l’ho trovata davvero sbilanciata e troppo troppo aggressiva e alcolica (nonostante il roboante e secondo me assurdo “97″ su ratebeer) e la ottima Backside Stout, sicuramente la migliore del lotto (medaglia d’oro al GABF in categoria “Oatmeal Stout”). Tra quelle non provate (o non presenti), la What in the Helles? è stata premiata con la medaglia d’oro al GABF 2010 nella categoria “Munich-style Helles”.

In conclusione, non un capolavoro di birrificio, ma sicuramente meglio dei vicini di casa della Carver: quantomeno si mangia più che discretamente e il posto è curato e piacevole da frequentare. Il grande numero di premi ricevuto quest’anno non lasci trarre in inganno: io non ho francamente assaggiato (Backside a parte) nessun capolavoro, e le medaglie mi sembrano un po’ eccessive, ma tant’è. Insomma, se siete in zona (?) un salto fatecelo, ma non perdeteci una giornata intera…

mattia