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Una visita alla Fuller’s, a Londra…

Category : Viaggi

…senza andare a Londra. “E Come?”, direte voi.
Domanda legittima, ma nell’era di internet ci sta anche che un birrificio compaia su Google StreetView.
Per cui, qui sotto potete navigare virtualmente all’interno del birrificio, senza dover prendere nessun aereo… è vero che manca poi l’assaggio finale, ma quello potete gustarlo anche sul vostro divano!


Visualizzazione ingrandita della mappa

Guida rapida di Barcellona

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Category : Viaggi

Ospitiamo con piacere il racconto di Andrea: ci parla di Barcellona.

L’idea di andare a Barcellona ad Agosto e coniugare tutto quello che la città offre da vedere e da fare con un po’ di sano turismo birrario non è di facile realizzazione, specie se si ha poco tempo a disposizione. Serve quindi autodisciplina e molta voglia di camminare ma vi garantiamo che vi potete togliere delle belle soddisfazioni.

Il nostro primo assaggio ce lo facciamo consigliare da amici locali: ci mettiamo quindi in cerca della Voll Damm, considerata la “vera” birra di Barcellona. Finiamo così in un Irish Pub molto turistico vicino a Plaça de Catalunya. Si tratta di una birra industriale di 7 gradi, noiosa più o meno come una Ceres. Curiosa l’etichetta: oltre la scritta “Doble Malta” si può leggere “Para obtener una cerveza energica, capaz de soportar el verano, se duplicò la candidad de malta en la receta”. Non penso ci sia bisogno di traduzione, ma fa sorridere che le errate definizioni italiche siano uscite dai confini nazionali.

Il primo vero locale che abbiamo messo nel mirino è ovviamente la Cerveteca (Carrer Gignàs 25), già descritta in questo blog da Alessio nel report della crociera del 2011. La posizione è molto comoda, in centro e molto vicina al porto, ma rispetta orari abbastanza incomprensibili (dalle 18 alle 24). Nella lavagnetta che elenca le spine riconosciamo dei marchi “noti”: un paio di Aktienbrauerei Kaufbeuren, già viste anche a Milano e, tema ricorrente di tutta la vacanza, le ottime Brewfist. Decido di dividere gli assaggi equamente fra birre locali e straniere: tra le prime scelgo Agullons Edgar Pale Ale “Casky” e Dougall’s Red Ale, tra le seconde mi faccio servire una John John Dead Guy Ale di Rogue e una Tilquin Gueuze. Tutti gli assaggi mi hanno soddisfatto e il personale mi è sembrato competente ed appassionato.

Dall’altra parte della Rambla, nel bel quartiere di Raval, troviamo invece un altro piccolo locale tenuto da un omone simpatico e piacevolissimo: si chiama Dan e ha dato scelto di usare le iniziali della sua città di origine (San Francisco) come nome del suo locale (Bar SF, Carrer de les Carretes 48). All’interno troviamo anche Rita, la gatta mascotte, che si aggira sorniona sul bancone attenta ad evitare i nostri bicchieri. Il Bar SF è solito tenere molte birre americane alla spina, ma sfortunatamente per noi i suoi fornitori ad agosto sono chiusi per ferie. L’offerta in quel momento si basava quindi su brand europei molto noti. Tralascio le due Brewfist che conosco a memoria (credo fossero Fear e Spaceman) e assaggio la Cream Ale di Revelation Cat. Passo poi alla stranissima Kopi Ipa di Mikkeller, in cui dominano le note di caffè, pur non essendoci malti scuri. Infine, tra una chiacchiera e l’altra, Dan divide con me una bottiglia di Zulogaarden Sang de Gossa Imperial Ipa. Si tratta di un’extraluppolata spagnola, di quelle che rendono felice qualsiasi hop addicted. Dopo due ore piacevolissime al bancone salutiamo e ringraziamo il padrone di casa con la promessa di tornarlo a trovare il prima possibile. Il locale rispetta orari molto interessanti (chiude alle 3) e propone musica dal vivo, ma fate attenzione all’indirizzo perché a causa di problemi col vicinato intende traslocare al più presto.

Il George and Dragon (Diputacio 269, foto qui sopra) si trova a qualche centinaio di metri da Plaça de Catalunya. Basta seguire Passeig de Gracia e imboccare la seconda a destra. E’ un bel locale in stile anglosassone il cui nome deriva dal santo patrono dell’Inghilterra (quel San Giorgio che uccise il drago, appunto) che è in realtà è anche protettore di Barcellona. Dispone di un lungo bancone molto comodo per godersi qualche sana pinta da scegliere tra le molte birre disponibili alla spina. Nel menu leggo ancora Brewfist, ma decido di provare la Steve’s Beer, fatta da una brewfirm gestita da un certo Steve, in passato alla Cerveteria Artesana. Passo poi alla Oregasmic di Rogue, superluppolata, e infine alla SlaapMutske Tripel. Vorrei provare qualcos’altro, ma anche questo locale rispetta orari anomali (dalle 16 alle 24) considerata la norma degli orari di chiusura dei pub di Barcellona, per cui non ci rimane più tempo e l’amaro in bocca con cui rincasiamo sfortunatamente non è quello del luppolo. Uscendo notiamo la pubblicità di seminari tenuti da tal Robert Merryman, che i publican mi dicono essere una specie di guru della birra per la Spagna. Che sia il loro Kuaska?

L’HomoSibaris (Plaça Osca 4) è sicuramente il locale più interessante della scena birraria della città catalana. Si trova fuori dal centro, fermata Plaça de Sants della linea 1, a nord di Plaça d’Espanya, in una bella piazzetta con altri locali. L’offerta si concentra quasi esclusivamente su birre brassate in Spagna. Una seconda saletta dietro compensa alla mancanza di un bel bancone. Ci accomodiamo e cominciamo a ordinare: una Sants Special Bitter fatta su loro commissione in qualche birrificio della zona (molto buona), una Napar Pilsner di Navarra sicuramente migliorabile, una Reservoir Hops in bottiglia che risulta essere una IPA molto luppolata e amara. Quest’ultima è realizzata dal ragazzo seduto affianco a noi, che ci racconta di aver lavorato per anni alla corte di Alex Liberati (4:20, Impexbeer, Revelation Cat).

Facciamo una piccola pausa buttandoci sul cibo per asciugare, e Guillermo, il publican, ci consiglia delle fette di pane con salame locale e formaggio blu (sempre locale). Eccezionali. Anche l’offerta di cibo è infatti curatissima, come tutto all’interno del locale, del resto. Attenzione però al fatto che il rapporto quantità/prezzo non è propriamente tra i più popolari. Nel frattempo, a tal proposito, ci viene spiegato il motivo del nome del locale. Durante la dominazione romana molti aristocratici calabresi (di Sibari, ma non solo) venivano da queste parti a passare le vacanze ed erano soliti stupire la popolazione per i loro gusti molto raffinati. Lo stupore dovette essere molto forte se il modo di dire “fare il sibarese” ha resistito così tanti secoli per indicare ancora oggi uno snob. L’Homosibaris nasce quindi come giocosa evoluzione dell’homo sapiens e indica un essere umano amante della qualità tout court. Continuiamo con la seconda birra alla spina prodotta con una loro ricetta, ma questa è veramente troppo amara, fin troppo sbilanciata e anche Guillermo ammette che il birraio deve aver usato un lievito sbagliato per attenuare (almeno così ho capito). Infine ci facciamo consigliare una MontSenys Malta Cuveè, una sour ale che mi ha proprio colpito – in positivo, ovviamente. Un discreto imbarazzo mi ha colto quando Guillermo ha tentato di regalarmi una bottiglia di quest’ultima birra ed io ho dovuto a malincuore rifiutare in quanto prossimo al ritorno e munito solo di bagaglio a mano. Guillermo mostra passione, entusiasmo e anche grande rispetto per il movimento artigianale italiano, da cui ritiene ci sia molto da imparare. Mette poi anche ottima musica, che non guasta mai. L’unica vera pecca, a mio parere, è che anche qui si chiude a mezzanotte.

Ale&Hop (Carrer Basses de Sant Pere 10, foto qui sopra) non è facile da trovare perché il nome della via è piuttosto “nascosto”. Tuttavia è posizionato abbastanza in centro, nello storico quartiere della Ribeira. Il publican capisce al volo la nostra provenienza e si mette a parlare in italiano. Tra le altre cose, ci conferma la sua esperienza al Ma che siete venuti a fa. L’offerta alle spine si compone principalmente di birre spagnole e del Nord Europa. Noi assaggiamo una brown ale, la Tres Mares di Dougall, la glops ale, una pale ale di un birrificio della città, e una tool sans frontiers, belgian wild ale dalla danimarca.

Avremmo voluto fare un giro anche alla Cervesera Artesana (Carrer Sant Agustì 14), ma abbiamo seguito il consiglio di Dan del Bar SF e abbiamo evitato. Pare infatti che in seguito alla partenza dell’ultimo birraio i ragazzi della Cervesera abbiano più di qualche problemino nella produzione. Sempre grazie a Dan non ci siamo messi in cerca del Cervecerìa Jazz (Carrer de Margarit, 43), che incredibilmente osserva periodo di chiusura per ferie per l’intero mese di Agosto. Il 2D2Dspuma (Carrer de la Manigua 8) è risultato troppo lontano e fuori zona per poterlo conciliare con il resto del programma. Ci sarà sicuramente un’altra occasione!

Il movimento artigianale spagnolo è in fermento e Barcellona ricorda molto Roma all’inizio del decennio scorso. La creatività derivata dall’assenza di vincoli derivanti da una rigida tradizione brassicola è una caratteristica comune ai due paesi ed è quindi naturale che il loro movimento si ispiri ampiamente al nostro, nel bene o nel male: le Doble malta industriali, la mania delle IPA di publican e consumatori, il fiorire di birre artigianali che spaziano dalle pils alle sour ale, l’idea di abbinare la birra a cibo di qualità. Resta da vedere se il fenomeno raggiungerà le dimensioni che ha raggiunto qui da noi sia in termini quantitativi (480 birrifici artigianali), ma soprattutto in termini qualitativi (l’equivalente spagnola di una Tipopils non è ancora nata, per dire).

PS: ultimo consiglio: prima di uscire da qualsiasi locale sfruttate il bagno! Barcellona è una bellissima città, sicuramente tra le migliori d’Europa sotto tutti i punti di vista, ma vige l’assurda regola per cui l’unico modo per usare il wc dei tanti bar che s’incontrano per le vie del centro è la consumazione obbligatoria al tavolo. E non esistono bagni pubblici!

Andrea

Berliner Republik, Berlino

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Category : Locali, Viaggi

Berlino è enorme, a detta di tutti, ed è davvero difficile perdersi. Qual migliore consiglio se non un posto dove poter mangiare bene, bere bene e… giocare? Sì perché se Jacopo nella sua Guida su Berlino ci aveva parlato dei birrifici della capitale tedesca, ecco che mi sento di consigliarvi il Berliner Republik senza esitazioni. Intanto perchè a Berlino non si bevono cose incredibili, sappiamo tutti che in Germania hanno un assoluta dedizione e passione sui loro (fantastici) stili birrari ma non sono proprio avvezzi nè alla sperimentazione nè all’accoglienza di birre “estere”: il Berliner Republik non esce da questo seminato.

Il locale si trova in zona centralissima, a due passi dalla tristemente nota stazione di Friedrichstrasse, proprio affacciato sulla Sprea: inutile dire che la vicinanza della stazione è un fattore importantissimo dopo una grande bevuta! Il locale è ampio, una sala unica a forma di U attorno al grande bancone centrale: su tutte le pareti sono appesi centinaia di quadri e quadretti con le più significative immagini della Berlino storica. Il servizio è veloce e cortese, ma attenti agli orari: dopo le 20, se siete in tanti, può essere difficoltoso trovare posto… nel caso, prenotate. D’estate, e finchè le temperature lo consentono, c’è anche un bel dehor direttamente sul fiume.

Si mangia con poco, si mangia bene (Schinkenknacker da favola, ma buone anche le zuppe e la Schnitzel) e si beve discretamente. Come detto, solo birre tedesche, in abbondanza. Vado a memoria, ma ricordo almeno una 20ina di spine, più o meno conosciute, si va dalla Paulaner alle vere e artigianali Alt e Kolsch, alla ottima Jever. Tutte le birre sono spinate come si comanda, e servite nel loro bicchiere  (ça va sans dire…): anche la Berliner Weisse – ho provato quella verde, aveva il colore della benzina e sembrava uno sciroppo. L’imbarazzante momento lo potete gustare qui sotto:

Sui prezzi, se siete bravi e avete voglia di giocare, potete davvero pagare poco. Come? Facile: sparsi per la sala ci sono 4-5 schermi su cui vengono continuamente mostrati i prezzi delle birre (nei vari formati)… la particolarità è che, tramite un astuto software, in base alle richieste della clientela, al livello del fusto o ad una speciale promozione, i prezzi cambiano ogni 6 minuti. Giuro, alla nuova quotazione di una Kolsch, per dire, voi ordinerete e vi sarà fatto pagare (a fine serata) il prezzo del momento. Le variazioni possono anche essere consistenti, e arrivare a 1 euro in più o in meno. Ricordo che una Bitburger da 0.5 oscillava tra i 4 euro e i 2.60… voi capite che se state attenti, bevete tanto con poco.

Questo sistema è usato anche dai clienti abituali, che si radunano sul presto per assistere al “crollo della borsa“. Intorno alle 21.30, annunciato dall’aria di apertura di “2001 Odissea nello Spazio”, i prezzi delle birre, per 10 minuti, raggiungono il limite più basso della giornata, tutte e tutte assieme: non è raro vedere persone che ordinano 3-4 birre in una volta.

Il gioco è divertente, fa restare lì ed è spassoso provare ad indovinare i prezzi della propria birra, e gufare quella degli altri… il Berliner non è certo un grande locale birrario, ma in una città così dispersiva e con nessun locale di gran livello, andateci, e poi fatemi sapere!

mattia

Una birra a Perth e Fremantle, Australia

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Category : Viaggi

Se capitate in Australia e nel vostro peregrinare passate per la zona di Perth, prima di pensare a bere birra andate al porto di Fremantle, prendete il traghetto per Rottnest Island e godetevela. Al ritorno avrete sicuramente molta sete, essendo a Freo vi consiglio di seguire i consigli di Rob. Oltre a Little Creatures e al Sail & Anchor fate tappa al The Monk, brewpub con buona cucina a 50 metri dal Sail & Anchor, entrambi situati in South Terrace, chiamata dagli abitanti Cappuccino strip (giusto per farvi capire che aria italiana tiri in quel di Freo).

Per quanto riguarda l’area di Perth, non posso parlare di birra senza prima parlare di Feral Brewing Company. Il birrificio, con annessa sala spine e ristorante, sta nel mezzo della Swan Valley tra vigneti e winery. Lo considero uno dei migliori o forse IL migliore birrificio della Western Australia. Le birre prodotte sono molte e parecchie sono degne di nota. Cavallo di battaglia è la Feral Hop Hog, IPA nata come classica IPA con luppoli americani fino al giorno in cui il birraio si è svegliato piu Aussie pride del solito e ha deciso di utilizzare solo luppoli australiani. Un mix di Stella, Galaxy e Summer per una birra da bere a pinte sulle spiagge australiane.

Altro brewpub degno di nota e il Last Drop, esterni in stile “bavarese” e interni in stile pub inglese, 3 birre in stili tedeschi da provare: weizen (non spaventatevi per la fetta di limone che vi infilano dentro la pinta) pilsner, bock (in realtà sembra più una schwarzbier) e una light che non ho ancora provato e sinceramente non ne ho il coraggio.  Ogni tanto fa la comparsa una quinta spina con una “specialbrew” che varia da keller a Kölsch.

 Un “must” di quando siete in Australia è il barbeque, vi consiglio di tenervi ben idratati perché il sole è un bastardo quaggiù. Dove comprare roba da bere?

In linea di massima quasi i tutti i liquor store hanno qualcosa di craft, e Little Creatures va per la maggiore. I liquor store della catena Cellarbrations posso essere a volte più forniti di altri. Personalmente mi rifornisco al “Cellabration at Carlisle”, dove hanno una selezione di bottiglie non indifferente che va dall’America all’Australia passando per Belgio, Nuova Zelanda, Germania, Giappone, Danimarca e Olanda (De Molen).

Altri due liquor store dove comprare roba seria sono: The International Beer Shop, anche questo veramente ben fornito e praticamente incentrato solo sulla birra e Mane Liquor.

I beer geek di Perth si riuniscono attorno a due beer club: il Grain cru con sede al Cellabrations at Carlisle e BeerTaster, quest’ultimo non è proprio un vero e proprio beer club ma piuttosto un’associazione, nata nel 2009, che organizza viaggi alla scoperta delle birrerie nella zona di Perth e degustazioni con lo scopo di diffondere conoscenza e cultura birraria. La prossima settimana ci sarà una degustazione al Sail&Anchor incentrata sulle birre neozelandesi… magari poi se avrò voglia vi racconterò qualcosa.

A proposito di Sail&Anchor, mentre scrivevo mi sono ricordato che Febbraio è stato il mese delle spine neozelandesi: tutte birre dalla Nuova Zelanda nelle 43 spine.

Credo che smetterò di scrivere e andrò a bere.

Putro

Londra: Pub Crawl tra il Borough Market e il Covent Garden

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Category : Birra, Locali, Pub Crawl, Viaggi

Un saluto vivissimo dall’Inghilterra, dove mi sono da poco trasferito per immergermi nella ricerca accademica. Non per questo ho pensato di abbandonare i lettori di PP, anzi, ecco che vi propongo il primo Pub Crawl fatto in compagnia della mia sezione del CAMRA, ovvero il Southern Hampshire (Southampton, Hampshire). Da dove si poteva iniziare se non dalla capitale? Londra può risultare molto dispersiva, e proprio per questo è necessario stabilire quale zona si vuole battere, quindi un percorso ben preciso. Differentemente da altre cittadine inglesi ben fornite ma più piccole, qui non si può certamente pensare di “perdersi tra i vicoli”…

La guida che vi propongo oggi riguarda quindi l’area circostante la stazione di Waterloo, facilmente raggiungibile in treno dai dintorni di Londra, senza l’obbligo di dover utilizzare i costosissimi mezzi pubblici cittadini. Nove pubs in tutto, che potrete facilmente trovare come sempre utilizzando la mia mappa googlizzata.

Incamminiamoci di buona lena che la giornata sarà lunga. Usciti dalla stazione il primo pub che incontriamo è il King’s Arms, in Roupell St. Staff giovane ma interni gustosamente datati, con isola-bar centrale e pompe su entrambi i lati del locale. Tavolini generalmente piccoli e tondi. Nella stagione fredda troverete facilmente mull cider, cioè sidro scaldato con spezie e zucchero.

Proseguendo per Union St verso il Borough Market si incontra il Charles Dickens, forse un po’ meno accogliente del precedente ha dalla sua l’ampiezza degli spazi, ergo i tavoli sono più capienti e quindi adatti ad ospitare gruppi numerosi. Indipendentemente dalla corposità della vostra compagine consiglio di seguire l’opzione LocAle e provare uno dei prodotti della londinese By The Horns: sebbene il birrifico abbia solo pochi anni di vita, la Red vi darà un’idea di cosa sia una vera bitter inglese, dura e pura. Possibilità di mangiare a prezzi ragionevoli.

Nei pressi della fermata Borough della metro troverete The Royal Oak, altro pub con buona cucina, isola-bar tradizionalmente centrale che divide il locale in due parti. Generalmente offrono le birre prodotte dal birrificio Harveys Sussexs. Tutti ottimi prodotti tra cui, oltre le solite bitter e pale ales, troverete anche una mild e una interessantissima old ale.

Risaliamo verso il London Bridge per approdare finalmente ad una delle zone più incantevoli e caratteristiche della città (a mio parere, ovviamente): il Borough Market. Dispendioso e fighetto come pochi altri, gode pero del tipico respiro cosmopolita londinese, che fortunatamente si rispecchia anche nell’offerta delle birre. Nei due sempre stipati pubs della zona troverete infatti alla spina o a pompa, oltre alla normale offerta locale, anche prodotti internazionali quali l’americana Sierra Nevada o la tedesca Schlenkerla (soprattutto la seconda ha un tocco d’esotico, per Loro) e altre. Il Market Porter, accerchiato da una splendida cornice floreale, è costantemente pieno di gente e ordinare una birra potrebbe diventare un’impresa. Poco importa. Appena più avanti, girato l’angolo sulla destra, nei pressi del trendy Vinopolis (solo il nome è un programma…) troveremo il Rake. Sito giusto dietro il mercato, ospita un’ottima selezione di bottiglie (cosa davvero rara da queste parti!) e non si fa mancare neanche le sopracitate spine internazionali. In entrambi i casi la coda è assicurata, ma la qualità non viene mai meno. Inoltre se il tempo lo permette, si può tranquillamente sostare per strada, davanti o dietro al pub, senza noie. Nel caso del Rake vi ritroverete a bere una pinta in mezzo alle bancarelle dei formaggi, con il cavalcavia della ferrovia che vi passa sopra la testa e la Southwark Cathedral come sfondo.

Superata la metà del percorso, la prossima tappa è situata a nord del Tamigi. Per oltrepassarlo non fatevi mancare una passeggiata sul Millenium Bridge, ponte pedonale dal quale si gode di uno splendido paesaggio sulla città. Prendendo sulla sinistra Queen Victoria St raggiungerete il Blackfriar, in prossimità della London Blackfriars Rail Station. Il pub è un capolavoro dell’Art Nouveau. Costruito nel 1905 su vecchi possedimenti dominicani, ha mantenuto la vocazione del luogo presentando sulle pareti innumerevoli raffigurazioni di fraticelli in ogni posa. Può essere una buoa idea optare per una saporitissima cornish bitter, la King di Keltek. Tra tutti i citati, direi che senza dubbio alcuno meriti la medaglia del più elegante.

Ci dirigiamo ora verso un’altra delle zone più coinvolgenti della metropoli, l’incantevole Covent Garden. Consiglio vivamente di arrivare in zona col buio, perché le luci dei teatri alla sera sono qualcosa di eccezionale e vi rapiranno lo sguardo mentre cercate di convincervi di avere ancora sete, prima di giungere al Cross Keys, in Endell St. Qui le birre da provare sono davvero tante, perché il pub tiene i prodotti di Brodie’s, un ottimo birrificio della Nuova scena londinese (se mi permettete i termini). Sarà il paradiso per gli amanti del luppolo, lo posso assicurare. Infatti spesso potrete trovare alla pompa le loro single hops (luppoli americani, australiani, neo zelandesi e compagnia bella). Anche chi cerca qualcosa più di nicchia non sarà scontentato. Da buon amante del diverso, personalmente mi son fiondato su d’una belgian saison tanto stagionale da non aver meritato neanche la clip sulla pompa. Vi ho potuto solo leggere scritto a penna “Brodie’s Saison 4%”: poco alcool per lo stile, ma direi che il gusto c’era tutto, e mi reputo soddisfatto della scelta. Non voglio assolutamente fare una crociata sul grado alcolico: d’altro canto, anche le Italian English Bitter sono molto più strong delle originali (a dire il vero delle originali hanno poco e nulla, con rare eccezioni)…pensando ad una British Belgian Saison potrebbe aprirsi un dibattito molto simile a quello riguardante le Black IPA…!!! Che ne pensate?

La strada e lunga e sarà meglio scannarci sui dettagli strada facendo. Circumnavighiamo il Covent Garden scendendo per Upper Saint Martin’s Lane ed eccoci piombati nell’Harp. Una tappa che non può assolutamente e categoricamente mancare nel nostro itinerario, in quanto il locale in questione è stato premiato in occasione dell’ultima [2011] edizione dell’ambito premio CAMRA Pub of the Year. A giudicare dal casino che lo circonda…la gente deve essersene accorta! Per quanto lo spazio non sia tantissimo, dietro al bancone lavora freneticamente senza sosta un nutrito gruppo di barmen. La sala di sopra (l’immagine non rende un granché, lo ammetto) regala qualche momento di relativa calma, con la possibilità di sedersi in poltrona o di rimirare accattivanti quadri alle pareti, e fuori dalla finestra le luci del Covent Garden.

Per trascinarci verso la ferrovia percorriamo nuovamente un ponte pedonale, questa volta però quello che parte da Embankement e ci rituffa in Waterloo. Se siete così arditi da voler visitare anche l’ultima tappa, The Hole in the Wall, Mepham St, sicuramente prima di bere dovrete pensare a sfrattare il proverbiale ragno. Non mi credete? Pensate al ragno come a liquido in eccesso e i conti vi torneranno a quadrare immediatamente! Detto ciò, anche qui il movimento non manca, e si ha l’impressione che sia più legato allo sport che ad altro. Nella prima sala magliette di calcio e rugby troneggiano alle pareti, mentre nella seconda, la più ampia, si riuniscono i tifosi davanti al megaschermo. Concedetevi una Dorking Brew, la Number One vi lascerà un bel ricordo e anche, si spera, un piacevole senso di…sazietà.

Quando ne avete abbastanza potete finalmente strisciare (alla fine è questo il senso del pub crawl…) fino alla stazione e ritornarvene da dove siete venuti.

Alla prossima trascinata.

Jacopo

Australia

Category : Viaggi

Sono andato in Australia per visitare l’Australia e le bellissime attrazioni di un continente eccezionale. Dalla partenza non pensavo alla birra. Anzi, mi ero detto che non avrei studiato. Per quanto il tempo era poco e avrei bevuto quel che capitava. Però il destino ha voluto un po’ diversamente. O forse l’istinto. Passeggiavo per Sydney, sceso dall’Harbour Bridge e non pensavo alla birra. Ho visto un locale affollato. Ma non mi interessava. Stavo solo pensando a dove cenare. Sono passato di fianco al locale distrattamente: c’erano dei buttafuori che erano quasi dei buttadentro. Poi ho buttato l’occhio.
Stand. Anzi, stands. L’inconfondibile clima dell’happening a base di birra artigianale. Musica dal vivo. Gente sbronza. Timidamente ho chiesto se potevo entrare e il buttadentro mi ha buttato dentro. Era davvero una festa della birra artigianale. Un Australian Beer Festival. Un bel clima, molto festoso, musica, gente che si divertiva, tutti giovani. Un po’ sbronzi. Una ragazza mi ha cantato urlando in faccia “Somebody told me..that you had a boyfriend…” mentre il gruppo cantava la canzone. Il moroso l’ha trascinata via.
Il tempo era poco. Non volevo stravolgere il mio programma, ma volevo approfittare dell’occasione. Il primo stand vendeva tickets e bicchieri in perfetto stile Zythos o TNT Pub. Dieci tagliandi. Assaggi da 100 cc. A stomaco vuoto. In breve tempo. Un piano suicida.
Gli stand presenti saranno stati una ventina, ciascuno con le sue spine e i birrai dietro a servire e impressionare il pubblico. Tutti birrifici artigianali australiani provenienti da tutta l’Australia (che è grossa e non poco).
Lo ammetto. L’eccitazione c’era. Ero nel mio ambiente: il classico bevitore di birra artigianale nel contesto di un beer festival. Ero come Rafa Nadal sul centrale del Roland Garros. Un pesce nella sua acqua. Il mio essere europeo e persino non angolofono mi dava anche quel tocco di esotismo che mi avrebbe ingraziato i birrai.

Australian glass

Le premesse erano perfette, la realizzazione un po’ meno. Il bicchierino in plastica era carino e adatto allo scopo, ma le birre meno. Al primo stand (non faccio nomi, li ricordo ma potrei recuperarli dalle foto che ho appositamente fatto) la produzione era decisamente da homebrewers. Anzi, i proprietari erano ex homebrewer che producono professionalmente, ma i prodotti erano ruvidi e poco significativi. Unica nota positiva, affittano l’attrezzatura ad homebrewers perchè ognuno faccia la propria birra come vuole. Lodevole, simpatico. Ma le birre non granchè.
Anche il seguito non è stato appassionante: dieci birre bevute, due-tre buone ma a livello che in Italia se ne trovano molte di più nel similare contesto. Le altre tra il passabile e l’orrido. Alcune esotiche come una alla zucca, ma in generale ruvide, con sapori troppo sbilanciati e grezzi. E in generale poco luppolo da aroma.
Sono uscito dal festival un po’ deluso. Sì, atmosfera simpatica, molti birrifici, con birrai agli stand, disponibili, simpatici, ma alla prova dei fatti poco più che simpatici homebrewer in un contesto semplice ma che prometteva di più. Sono tuttavia convinto che esista un movimento di appassionati australiani abbastanza vivace: al festival vendevano una guida e mi è parso che ci sia una associazione di appassionati. Chissà che non si possa fare uno cambio culturale.
Nel resto della vacanza qualcosa ho bevuto, senza mai rimanere davvero impressionato. Ovviamente quasi ovunque quando chiedi something australian ti danno orrende lager che assomigliano alla Corona. Due soli sono stati i miei punti di riferimento. Parlo delle produzioni di Little Creatures, birrificio di Perth (o meglio Freemantle) nel quale sono poi anche stato, in particolare della pale ale facilmente reperibile, e Fat Yak di Matilda Bay Brewing.
Che dire? Buone birre. Pale in stile americano. Non troppo luppolo da aroma, beverine, gradevoli, ma di meglio ho bevuto in Italia francamente. Non voglio essere troppo severo, forse troppe aspettative da un paese anglofono, ma in effetti non ho trovato sapori che mi hanno fatto urlare al miracolo né ho trovato produzioni particolarmente originali.
Quando volevo birra e le trovavo prendevo queste. Verso la fine della vacanza mi sono dato un po’ al vino, visto che la birra non era lo scopo e non dava soddisfazioni e lì mi son divertito di più.
Locali carini invece ne ho visti. A parte svariati pub di atmosfera, si segnalano i classici di Freemantle, Sail and Anchor e Little Creatures (sì, gli stessi di cui sopra).
Sail and Anchor aveva una abbondante e intrigante scelta di spine (mi sono dovuto contenere purtroppo). E’ un pub classico quanto ad atmosfera, tavoli in legno, grande bancone. Molto inglese. Piacevole. Little Creatures è ricavato in una rimessa per barche nel porto di Freemantle. Molto grande, con possibilità di mangiare e anche bene direi (imballatissimo) con alla spina le produzioni del birrificio, che è a fianco e visitabile.
Ottimi posti, curioso che siano nella stessa cittadina in un continente grosso come l’Europa. Curioso anche che il nostro beer lover Putro abbia deciso di andare proprio là.
Lui però mi ha detto di recente che si sta ambientando con il mondo della birra australiana e sta trovando perle che sicuramente nella mia gita fugace sono sfuggite.
Chissà che non abbia voglia di scriverci lui qualcosa di più approfondito.

Rob

Una visita ad Edimburgo

Category : Viaggi

Lo scorso weekend me ne son andato per una tre giorni di relax, visite e birre, e come mi capita spesso, ho deciso di andare di nuovo ad Edimburgo. Il perchè è facile: la considero semplicemente la più bella città d’Europa, per fascino, storia, camminate, clima… tutto.

Essendo la mia quinta visita in cttà, sapevo già bene come muovermi tra i locali, e rileggendo anche la mia guida introduttiva e quella di Jacopo, ho capito che dovevo provare anche qualcosa di nuovo, così mi sono affidato al libro della Camra “Good Beer Guide 2010″, spulciando tra i locali suggeriti e vedendo cosa faceva più al caso mio.

Kay's Bar, Edinburgh

Kay’s Bar e The Kenilworth li ho già trattati nel primo articolo. Il primo dei due rimane un locale eccezionale, vuoi per posizione (secondo me incastonato nel più bel quartiere residenziale di Edimburgo e a tre passi dalla città nuova), vuoi per qualità e servizio, scelta e atmosfera. Purtroppo stavolta ci son arrivato già abbastanza piegato dalle visite precedenti, per cui non ho avuto modo di restare troppo tempo, ma vi ri-stra-consiglio di perderci del tempo. Per chi arriva poi in giorni da Sei Nazioni, il Kay’s è tappa stra-obbligata!

Le nuove visite sono state: The Tass, The World’s End, Cafè Royal, Guilford Arms e il BrewDog Bar.
Partiamo dai due migliori: Cafè Royal e Guildford Arms. Del primo ha parlato Jacopo nel suo articolo; ciononostante, vorrei aggiungere due parole. Il locale è davvero splendido, nasce come “costola” del ristorante / Oyster Bar a fianco, con cui ha la cucina in comune (ma solo una piccola parte del menù). Prezzi delle birre decisamente in linea – non fatevi spaventare dalla lussuosità del posto, sui prezzi del cibo confermo che sono un po’ alti. Anche il menù non è proprio quello tipico da pub, si varia dai taglieri di formaggi alle (immagino pregiate, io non le amo affatto) ostriche.
All’angolo opposto dello stesso “block”, si trova il Guildford Arms. Splendido anche questo, con un bellissimo soppalco-ristorante e con soffitti e pareti lavorati, è un piccolo gioiellino. Sono capitato in un periodo fortunato, evidentemente, in quanto proprio in quei giorni si teneva un piccolo Festival birrario sulle Real Ales: dal 27 Ottobre al 6 Novembre infatti sono state 50 le Real Ales servite a pompa nel locale, a rotazione ovviamente. Possibilità di mangiare al pub con menù ridotto o al piano superiore con menù alla carta.

 

The Cafè Royal, Edinburgh

The Tass e The World’s End sono uno di fronte all’altro sul High Street / angolo Jeffrey St. Non trovando aperto il primo a pranzo, mi son fiondato nel secondo. Il locale è piccolo, pieno zeppo di roba appiccicata, accogliente. Decente la scelta delle birre (Orkney, Fraoch) ma il miglior fish&chips mai mangiato, subito soprannominato filetto di balena per le dimensioni – tanto grande che è persino prevista in menù la mezza porzione.
Al Tass ho ripiegato la sera, andandoci a mangiare in quanto vicino all’hotel dove ero alloggiato. Ecco, qui mi son davvero stupito del giudizio Camra e un po’ anche di quello di Jacopo. Può darsi fosse una giornata “no” del locale, ma mai mi era capitato un servizio così svogliato e superficiale, un locale non all’altezza di standard igienici sufficienti, e una scortesia verso noi “turisti” davvero non equivocabile. Il cibo al limite della decenza e io al limite della e-mail di lamentela/segnalazione alla Camra. Evitatelo, se possibile (cit.). Per fortuna il fine serata al Whiski Bar, situato a poche decine di metri, ha allietato il mio spirito con gli spiriti giusti!

Per il BrewDog Bar ci sentiamo per il prossimo articolo, in quanto preferisco trattarlo da solo, essendo cosa a se’ stante nel panorama dei locali di Edimburgo, ma sappiate che non m’è piaciuto per nulla.

Chiudo con la mia classifichina dei pub da visitare: Kay’s, Royal Cafè, Guildford Arms, The Kenilworth, e se amate come me i single malts, Whiski Bar. Buon viaggio!

mattia

Bologna: collezione autunno-inverno

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Category : Locali, Viaggi

Per gli amanti di birra bolognesi questi ultimi mesi sono stati particolarmente significativi. Lo dico con non poco orgoglio perché, lo ammetto, credevo che una Bologna birraria non sarebbe mai esistita e che, malgrado la generale vitalità cittadina, sarebbe rimasta per sempre all’ombra di province minori, ma birrariamente assai più evolute.

Chiariamoci: la situazione non è ancora cambiata, è solo migliorata!

Gli ultimi eventi rappresentano infatti solo i primi vagiti di un pupo che sta tentando di lasciare il grembo materno per cominciare a giocare con gli amici più grandi. Questa città è stata finora talmente rappresentativa del suo ruolo di confine tra Emilia e Romagna da rispecchiare tale “ambiguità” anche nell’offerta birraria. Partendo dal centro e uscendo dalla città verso Est…il nulla assoluto (con rare eccezioni), verso Ovest…il tutto relativo. Cioè: quattro birrifici e una buona quantità di locali interessanti dispersi in mezzo alla Bassa.

Vado ora a spiegare il motivo di tanto entusiasmo, partendo da quest’estate.

Un mese di IBF all’interno della Festa dell’Unità infatti (25 agosto-19 settembre), è stata una dura prova, a cui la città reputo abbia risposto tutto sommato bene, tenendo conto della carente attività di promozione dell’evento e di altri problemi non trascurabili (avere di fianco a noi la balera non ci ha agevolati!). Appena una settimana dopo, BrewLab ha organizzato l’anagrammatico FBI, una tre giorni che ha ottenuto un’ottima risposta di pubblico, soprattutto del più giovane, dimostrando così che gli studenti non sono una fetta di pubblico da ignorare.

Ma non solo di eventi si parla. Procedendo in ordine cronologico citerei l’apertura del nuovo birrificio Birra del Reno, sull’Appennino bolognese. Amici fidati mi hanno parlato piuttosto bene delle sue birre, soprattutto della loro Bianca, che ahimé non ho potuto provare personalmente.

Veniamo ora al nuovo progetto di Roberto Poppi di Vecchia Orsa e dell’ex presidente di BrewLab Gianfranco Sansolino. Prendendo in gestione un locale già esistente, poche centinaia di metri fuori porta, lo hanno trasformato in un pub totalmente votato all’artigianale, riempiendo così l’enorme vuoto che affliggeva il Capoluogo (in particolare se parliamo di spine). Il loro Harvest Pub è piccolo ma piuttosto accogliente, ed è gestito con passione. Le birre offerte alla spina e a pompa hanno prezzi ragionevoli e variano costantemente. Come fissa viene proposta l’interessante Bender, brassata appositamente dalla Vecchia Orsa per il locale, afferente allo stile American Wheat Ale. è rinfrescante e ben luppolata, ottima come birra estiva, buona rappresentante dello stile in Italia (sicuramente l’unica). Aggiornamenti costanti sulla pagina facebook.

Infine, fresca di pochi giorni, è l’apertura del beer shop Astral Beers di Roberto Astolfi. Pochi metri al di là del famoso Meloncello, è stato inaugurato lo scorso sabato 15 ottobre. Il negozio è ben organizzato, con le birre ordinate per provenienza su eleganti scaffali, a muro ed in mezzo alla sala. L’offerta già dal primo giorno è piuttosto ampia ma promette di crescere col tempo. Il simpatico e competente titolare, inoltre, intende utilizzare gli spazi del negozio per organizzare eventi legati al mondo dell’arte, così da creare un’offerta il più possibile variegata.

Mi sembrano ottimi propositi per il futuro, segno che il movimento in Italia sta continuando a crescere, soprattutto in qualità, riuscendo a espugnare anche le città più restie. Bologna era una di queste, ma forse -speriamo- la strada è ormai spianata.

Buona fortuna a tutti.

Jacopo

Un Mare di Birra! (report)

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Category : Festival, Viaggi

Vi avevamo anticipato pochi giorni fa che un paio di noi (io e Andrea, nello specifico) si sarebbero imbarcati sulla crociera organizzata dal Ma Che Siete Venuti A Fa’ per festeggiare i primi 10 anni del pub romano.

L’occasione era di quelle davvero da non perdere: una festa organizzata da uno dei locali più apprezzati (già vincitore del titolo di miglior pub dell’anno secondo Ratebeer, come molti di voi già sapranno) del mondo birrario, con tantissimi nomi di prestigio coinvolti, un concorso di homebrewing (ambito premio, il rimborso totale della quota di partecipazione alla crociera stessa), degustazioni e un sacco di chiacchiere tra appassionati.

Partiamo dall’inizio. La paura di imprevisti e intoppi motivava chi partiva da lontano a prendere in considerazione ampi margini di tempo sulla partenza. Questo ha portato a un primissimo assembramento di appassionati già a inizio pomeriggio, nonostante la partenza ufficiale fosse fissata intorno alle 22. Per non farmi mancare niente, la fortuna ha voluto che finissi nella primissima macchina a presentarsi nel piazzale del porto di Civitavecchia. Ci si sposta subito per un panino o due al terminal, dove piano piano vediamo arrivare, nell’ordine, un gruppetto dal Veneto, un simpatico irlandese amico della comitiva di Almond ’22, un gruppo di danesi. Poi un momento di stanca, l’arrivo dei primi birrai (Almond 22, Bi-Du, Olmaia) e poi di tutti gli altri. La nave è in ritardo, prima leggero poi più pronunciato, prolungando la lunga attesa e il sospirato primo sorso. Finalmente ci si imbarca, ricevendo braccialetto e bandana arancione e bicchiere e di ordinanza. Salto in camera a liberarsi dei bagagli, folla al ristorante, forsennato lavoro dello staff per aprire in tempi record le spine, e poi si parte (dal porto, e con le birre), con buona parte dei 500 partecipanti a Un Mare Di Birra che carichi di entusiasmo si recano a procurarsi i primi assaggi.

La lista delle birre e dei birrifici annunciati a bordo era qualcosa di impressionante e forse mai visto, almeno in Italia. Tutti i migliori nomi dell’Italia della birra, supportati da un nutritissimo gruppo di birrifici danesi e scandinavi, più chicche dal Belgio ad opera dello staff del Moeder Lambic di Bruxelles e tanto altro ancora.

La prima nottata si è trascorsa nell’entusiasmo generale che ci ha portato ad assaggiare quante più cose nuove possibili tra quelle attaccate, più qualche classicone qui e là a cui è difficile rinunciare. Abbiamo passato tutto il tempo possibile al pub nella sala principale, salutando vecchi e nuovi amici e lasciandoci coinvolgere nell’entusiasmo e nella follia che regnava su di noi. E poi, dato che non ci bastava e dato che c’era qualche mattone prestigioso, tutti a bordo piscina dove aveva nel frattempo aperto il “pub sotto le stelle”. Ancora birre, chiacchiere, casino, altre birre, fino alla splendida alba sulle bocche di Bonifacio, tra Corsica e Sardegna, giusto in tempo per cedere alla stanchezza e rifugiarci in cabina.

Qualche ora di sonno, un caffè propizio per ritrovare le forze, e un giro al pub mattutino, sempre a bordo piscina (a dire la verità, più simile a un grosso bidet, ma non era per quello che ci eravamo imbarcati). Sole, sorrisi, facce stanche ma non disposte a cedere: si ricomincia, chi con la Biscotti, chi con la Not So Mild Ale (forse la miglior birra della crociera, anche se la concorrenza è spietata e so che ognuno ha eletto le sue) di Shiga Kogen/Nøgne Ø. Corsa a sfamarsi in mensa, riposino, e via di nuovo al pub principale, con qualche fusto nuovo e qualcuno già aperto la sera prima. I più attenti erano reduci da una degustazione sulle birre lavorate in botte di cui ho sentito dire (non mi ero iscritto, ahimè) cose favolose, con il coinvolgimento di nomi noti e nobili come quelli di Lorenzo “Kuaska” Dabove, Jos Brouwer e Derek Walsh.

Sbarchiamo a Barcellona domenica sera, sorprendentemente puntuali: la nave aveva recuperato il ritardo alla partenza. Raggruppamento in direzione di un ristorante poi trovato chiuso, cena in un posto abbastanza turistico, dopocena in un brewpub barcellonese di cui mostro una foto. Delle birre non parlerò, limitandomi a dire che non sono state trovate particolarmente gradevoli da nessuno dei presenti. Se passate da quelle parti, trovate altro a cui dedicarvi. E’ andata meglio a chi ha attraversato la città per recarsi a un evento in un locale abbastanza valido, anche se l’accoglienza pare sia stata abbastanza fredda. Attendo testimonianze più specifiche da chi c’era.

La mattinata di lunedì è cominciata con la solita routine (colazione, raggruppamento, e poi via a trotterellare per un giro turistico – le due case di Gaudì, poi Sagrada Familia, poi un ristorante dove ci siamo trovati benissimo (la Cerveceria Catalana, raccomandatissima). Due passi nel barrio Gotico, vagando senza meta, per vedere il centro storico e per digerire l’impegnativo pranzo. Per puro caso ritroviamo un gruppo di crocieristi (Gennaro di Amiata, Bruno e Allo di Toccalmatto, Nino dello Sherwood Pub e altri ancora), il tempo di fare 20-30 metri a piedi e ci ritroviamo, senza averla cercata, alla Cerveteca. Locale promosso a pieni voti, piccolo e caotico (c’era mezza nave!), con buone spine e ottime bottiglie, e il piacere di ritrovare le Rogue, forse la birra americana importanta con più discontinuità in Italia. Anche la birra spagnola, stavolta, ne esce benone, con la Pura Pale (già provata mesi fa al Moeder Lambic Fontainas) fresca e beverina.

La festa prosegue in nave, dato che è ormai sera e bisogna ripartire. Stavolta non ci sono imprevisti, e si parte senza contrattempi per un’altra lunga notte di bevute e risate in direzione Porto Torres. Stavolta però facciamo un pochino più i bravi, e rientriamo in cabina ben prima dell’alba. La notte pare sia durata molto a lungo, con scene che voi umani non potete immaginare. Nemmeno io, a dire il vero, e mi toccherà vivere con la curiosità.

La mattina il pub a bordo piscina gode della piscina finalmente aperta e di un sole battente (qualcuno commenterà “sembra Rimini a Ferragosto”). Da buon vampiro, sopporto male così tanta luce e lascio ad altri la tintarella e le sdraio. Mi dirigo verso la sala principale, dove si sta consumando il giudizio delle birre homebrewing. Numero abbastanza moderato (poco sotto le 20) ma qualità molto alta, con diverse birre davvero interessanti. Primi classificati due amici (uno è Valentino Roccia, purtroppo mi sfugge il nome del secondo) che hanno fatto cotte a quattro mani. Bravi!

Dopo pranzo (e dopo la premiazione del concorso hb), degustazione su barley wine e dintorni. Si comincia con un raffinatissimo progetto del Birrificio del Ducato, vale a dire la Beersel Morning, che come il nome fa capire trattasi di una birra basata sul lambic 18 mesi di Armand Debelder della Drie Fonteinen e, come avrete intuito, sulla New Morning del birrificio di Roncole Verdi. La birra è interessante ed equibrata, davvero una piacevole scoperta.

Si prosegue con due produzioni a cura degli statunitensi di Stillwater, vale a dire la Stateside Saison e la Existent. Due birre che partono dal Belgio per arrivare…boh? Devo dire la verità, non mi hanno conquistato. La prima è una saison con sentori fruttati molto piacevoli, ma che scalda un po’ troppo il palato. La seconda è scura, si sente del tostato(ne) e pare abbia passato del tempo in botti di bourbon. Forse la mia preferita tra le due, ma per nessuna mi sarei strappato i capelli.

Arriva il momento di Valter Loverier, che presenta una birra che rappresenta l’inizio (è stata brassata all’apertura del birrificio) e la fine (viene commercializzata ora) di Loverbeer, almeno fino a ora. La Dama Bruna basa la sua struttura su quella della Madamin, ma c’è un percorso di riposo e maturazione aggiuntivo per arrivare a quello che è un dichiarato omaggio alle oud bruin belghe. Il risultato è soddisfacente ma direi perfezionabile, specie in prospettiva di un annunciato cambio di zuccheri che dovrebbe far giovare sia l’aspetto visivo (“scurendo” il prodotto finito) sia aggiungendo complessità organolettica.

Chiusura di degustazione con un birrificio che come pochi sa farsi amare o odiare. Personalmente, ci ho messo davvero tanto, spaventato a volte dai sentori acidi a volte dalla potenza alcolica di buona parte delle sue produzioni più celebrate. Una combinazione che raramente amo, ma che ultimamente mi sta cominciando ad affascinare. L’ultimo assurdo progetto parte da un’idea nata dopo una buona sbronza, protagonisti lo stesso Jerome Rébetez e il birraio di Terrapin (Athens, Georgia, USA). Trattasi di un birrone (barley wine?) carico di stranezze che ho apprezzato e non poco, e con un nome credo ancora provvisorio (qualcosa tipo “incredibile cuvée di Jerome e xxx”).

C’è il tempo per un paio di birre, stiamo scegliendo cosa quando veniamo convogliati a un assaggio per pochi di perle della Närke Kulturbryggeri (Skvatt GALEn, Bästa Rököl, Bäver). La prima è erbale più che erbacea, se ho capito bene brassata con acqua in cui sono state bollite bacche di ginepro. La seconda è affumicatona, la terza è un’assurdità che contiene estratto di ghiandole di castoro. Medicinale come uno sciroppo di altri tempi, ma non cattiva. Chiusura con la classicissima Kaggen Stormaktsporter 2005, un dannato capolavoro di cui non ci si stancherebbe mai.

Che dire? Un’esperienza fantastica, forse irripetibile. Chi c’è stato sa cosa intendo, gli altri spero che potranno avere un’altra occasione.

Alessio

Un salto nell’Essex: Colchester

Category : Viaggi

Aeroporto London Stansted: il buon vecchio low cost Ryanair non delude mai (per dire che delude sempre). Appena atterrato mi dirigo verso la stazione dei pullman, e mentre i più salgono a ripetizione sui bus in direzione Londra-Victoria Station, io attendo i ben più rari mezzi che fan rotta verso la campagna. Voi direte: “Ma cosa ci viene a raccontare? Un posto di questo genere, a chi interessa?”.

Interessa, interessa. Perché chi ama il turismo birraio non si ferma davanti a nulla, che si tratti di numero di abitanti o estensione del territorio. Certo, va detto che io a Colchester ci sono capitato per lavoro, altrimenti forse non mi sarebbe mai venuto in mente di recarmi proprio lì…ma andiamo con ordine.

Una tappa nella provincia inglese non può davvero mancare: è proprio fuori dalle grandi città, dove meno lo si aspetta, che ci si può parare di fronte una sorpresa sfavillante. E per spezzare un’ulteriore lancia a favore della campagna, vi posso dire che solamente quest’anno, per la prima volta, l’ambito trofeo National Pub of the Year è stato vinto da un locale londinese…abbiamo così concesso qualche stimolo in più per gli scettici.

Visualizza Colchester in una mappa di dimensioni maggiori

In una città come Colchester la chiusura dei negozi entro le 17 e il calar del sole invernale ancora prima, comunicherebbe sentimenti di vuota desolazione anche alla grigia nebbia della bassa padana. Fortunatamente non tutto è come appare. La vita in realtà scorre argentina nei pub, assaliti nel tardo pomeriggio dai lavoratori stanchi e bisognosi di schiarirsi la gola. In effetti qui il pub, al secolo public house, mantiene fede al significato letterale del suo buon nome. Gli avventori fanno il loro ingresso solitari, come entrassero a casa propria, si siedono al bancone, ordinano da bere e aspettano qualcuno che abbia voglia di scambiare quattro chiacchere con loro.

Perché allora non seguire questa tradizione? Dico io.

Il primo locale sarà quindi THE ODD ONE OUT. Rinomato per l’abbondante offerta di cider e perry provenienti da tutta la contea: le piccole botti di plastica vengono posizionate in bella vista sul bancone, un foglietto di carta scritto a penna ci indica nome dell’azienda produttrice, grado alcolico e prezzo per pinta. Non per nulla questo sperduto pub è risultato finalista al concorso Cider & Perry Pub of the Year nel 2008.

Mai nome fu più azzeccato (odd one out = pesce fuor d’acqua, circa…): entrando si ha proprio la sensazione di essere corpo estraneo rispetto agli altri clienti, i quali seduti ciascuno nel proprio cantuccio, fanno quasi parte della mobilia, statici come se dovessero aspettare di essere immortalati in un quadro di Constable. Ed ecco la mia storia: da dietro un angolo, dopo avermi studiato per una mezz’oretta, ecco giungere un simpatico signore di Budapest, da una vita a Colchester, che ha voglia di parlare di Dio, di politica italiana, e dei miei viaggi in Ungheria. Prima di lui, per fortuna, mi hanno fatto anche compagnia una corpulenta moretta (Mauldons Black Adder) e una biondina ben luppolata (Crouch Vale Brewer’s Gold). Offerta dal mio amico ungherese ecco che invece arriva una pretenziosa pinta di sidro. Mai bevuto niente che mi abbia stupito tanto (e forse mai capiterà più): Crone’s Organic Cider, Rum Cask Aged! Ottimo sidro di mele da 7,5° alcolici invecchiato in botti di rum. Inutile approfondire il mio zizzagante ritorno a casa…

Rimanendo in “periferia” ci spostiamo di poco per entrare al FAT CAT. Accogliente. Al suo interno(!!), dopo aver osservato per 10 minuti un vecchio chino sulle proprie fatiche scendere da uno scalino, ho potuto assistere all’arresto di un borseggiatore, tra la tranquillità generale di tutti (cioè mia, del vecchio e della barista). Offre birre ben tenute, tra cui una della casa.

Non molto più distante merita menzione il NEW INN, gestito dal simpaticissimo Duncan Adkinson. Sotto la sua gestione il pub ha appena aperto, ma in realtà è un locale di vecchia data, passato più volte di mano. Le sue piccole dimensioni favoriscono la socializzazione. Ho quindi potuto scambiare due chiacchere col landlord, e tramite queste ho anche compreso meglio la situazione dei pubs in UK. Dopo l’avvento delle grandi catene, come ad esempio Wetherspoon (vedi sotto), le più modeste free-house rischiano di scomparire. Per essere chiari, e a voler utilizzare parole povere, la free-house sarebbe un locale con le pompe o le spine di proprietà, che può quindi decidere in autonomia quali birre servire. Nel nostro paese sono ancora pochi i locali che seguono questa direzione. Nel caso del New Inn, tre pompe in tutto, ben tenute, e all’impareggiabile prezzo di £2 ogni pinta, come offerta-lancio.

Che nostalgia mi sovrasta, se penso ai prezzi in Italia!

Ritornando ora verso il centro città, entriamo nel discusso THE PLAYHOUSE. Discusso in quanto appartenente alla grande catena Wetherpoon e quindi, per i camriani del posto, simbolo di consumismo. Concordo. Non si può però negare che il locale sia veramente suggestivo. Con grande isola-bar al centro, il pub è ricavato da un vecchio teatro; oltre al piano interrato, c’è la possibilità di sedersi in zona “platea” oppure in zona “palcoscenico”. Lì, sopra la propria testa, aleggiano i pannelli delle scenografie, le luci di scena e tutto il resto della brigata. Osservando dal palcoscenico si staglia la galleria, non accessibile ai clienti, ma festosamente addobbata con manichini-spettatori in stile retrò a grandezza naturale. Per fortuna niente di troppo kitch. Certo, il fine-settimana è facile trovare i buttafuori all’uscita (abovvvoooo), ma per il resto si mangia bene e a poco prezzo, senza dimenticare una decina di real ales diverse tra cui sbizzarrirsi! Sito del The Playhouse

Infine col FOX & FIDDLER, proprio di fianco al precedente, ci ritroviamo nuovamente immersi in una tipica atmosfera homemade. Infatti il cibo è fatto in casa. Troverete spesso una Mild, cosa ormai non così semplice nemmeno nella vecchia Inghilterra, malgrado gli sforzi del CAMRA. A me è toccata la Mighty Oak Oscar Wilde, forti sentori tostati e note di cacao.

Consiglio a chiunque volesse avventurarsi in queste zone di procurarsi l’apposita guida edita dal CAMRA (ce ne sono per tutte le contee del Regno Unito) oppure di spulciare la grande offerta online. Le informazioni più attendibili sono solitamente raggiungibili tramite i siti delle sezioni locali del CAMRA, in questo caso: http://www.colchestercamra.org.uk/

Buon viaggio!

Jacopo