Guida rapida di Praga

Archiviato in Locali, PintaPerfetta, Viaggi da mattia il venerdì 22 gennaio 2010 alle 18:42

Difficile, difficilissimo fare una sorta di “recensione” di tutti i locali praghesi di ottimo livello. Difficile perchè sono tanti, e molti sono “nascosti” agli occhi di chi vive la città solo per qualche giorno. Essendoci però stato poche settimane fa, provo  a fare una sorta di piccolo compendio a quei locali che valgono bene una visita, o a quelli forse un pò troppo pubblicizzati.

Partiamo subito con quello che considero la migliore birreria a Praga: U Zlateho Tygra (La Tigre d’oro).
Centralissimo, tra la piazza principale e Ponte Carlo, apre al primo pomeriggio e l’ideale è andarci subito. Il perchè è presto detto: dalle 16-17 in poi solitamente i tavoli son tutti prenotati e si viene più o meno educatamente fatti spostare (se esistono sedie libere) o cacciati fuori. Le prenotazioni, da quel che so, sono praticamente inaccessibili a breve termine. Locale per praghesi doc, difficile vedere troppi turisti, e questo è un bene, ovviamente. Birra eccellente a prezzi che paragonati a quelli italiani risultano ridicoli (35-40 CZK la 0.5), si mangia anche qualcosa, ma quest’anno non mi son buttato sulle cibarie, che invece avevo provato nel lontano 2003 e non mi avevano colpito. Servizio “sgustoso”, pochi sorrisi, si ordina, si beve e stop. Viene più o meno automaticamente messo un bicchiere pieno non appena si svuota il precedente. Per sospendere la bevuta, uno dei metodi più usati è quello del sottobicchiere a coprire il boccale. Grazie alle irrispettate leggi antifumo ceche, per chi come me non è amante della sigaretta, il locale risulta sicuramente un pò troppo “fumoso”.
Sito: http://www.uzlatehotygra.cz

Kolkovna (V Kolkovna)
Nel quartiere ebraico a fronte della Sinagoga Spagnola e a due passi dal Cimitero Ebraico, è il primo locale praghese ad aver servito la celebre Pilsner Urquell (di cui potrete trovare ogni sorta di gadget compresi degli splendidi boccali in ceramica), che lì viene spillata direttamente dal tank da 300lt, non filtrata, ed ovviamente è di qualità eccezionale. Prezzi anche qui decisamente bassi (75 CZK per il litro, 40 per la 0.5). Si mangia, e bene (tanti piatti tradizionali, di buona quantità e qualità, tra cui un gustosissimo piatto di salsicce miste della casa). Tra tutti quanti, probabilmente il posto più “in” da visitare, sicuramente il più comodo e spazioso, e l’unico che divide fumatori e non. Io ci son stato tre volte in tre giorni.
Sito: http://www.kolkovna.cz/index.php?place=11&show=hot

U Cerneho Vola (Il Toro nero)
A Hradčany, molto vicino al Santuario di Loreta, non lontano dal Castello. L’entrata non è particolarmente visibile, si trova sulla sinistra (dando le spalle al Castello) proprio di fronte ad un’edicola che fa angolo con Loreta. Piccolissimo (40 posti a sedere se si sta stretti), i due burberi gestori non sono poroprio due milord, si mangiano poche cose e tutte già pronte (formaggio firtto, patatine, uovo e prosciutto, poca altro. Esiste un menù in inglese anche se non è presente sul tavolo).  Le tre loro birre sono la classica Pilsner Urquell e le due Kozel 10 (la Kozel Cerny, scura, piuttosto buona) e Kozel 12 (Lager), la bionda davvero niente male. Prezzi decisamente i più bassi tra le birrerie recensite in questo articolo (io ho preso 3 birre da 0.5, due formaggi fritti e ho speso attorno ai 150 CZK, circa 6 euro). Tipicissimo anche questo locale, anche qui si fuma ma essendo meno affollato rispetto al Tygra, l’aria risulta ben più respirabile. Nota di colore, fate ben attenzione al “bancone”, che da noi farebbe fatica ad essere usato in una rudimentale e rusticissima fiera agricola.
Sito (non ufficiale): http://www.allpraha.com/d/31229/U_Cerneho_Vola/

U Kalicha (Il Calice)
Spostiamoci ora in un’altra parte di Praga per vedere U Kalicha. Qua siamo non lontani da p.zza Venceslao, nella zona appena fuori dal “giro” turistico. Io consiglierei eventualmente un pranzo, di sera la zona non è che sia il massimo della vita (niente di pericoloso, anzi, ma sicuramente non è centro). Si mangia (bene, anche qui piatti tradizionali e menù addirittura in italiano), è forse assieme al Fleku la più cara tra le birrerie storiche, e dopo Fleku sicuramente quella più “commerciale” e turistica. Anche qua non c’è un gran servizio, le porzioni di birra sono di norma 0.5 per le donne, 1lt per gli uomini (e non lo chiedono), e la loro  birra Svejka (più che discreta) viene accompagnata da mandorle spellate ( che ci stanno “come il cacio sui maccheroni”). Insomma, U Kalicha non è un must assoluto, ma ci si può fare un salto, anche se in zona probabilmente non ci capiterete quasi mai.
Sito: http://www.ukalicha.cz/shop/index.php?lang=IT

U Fleku
Qui so che mi attirerò delle critiche ma Fleku, con tutti le dovute proporzioni, è la HB praghese, e purtroppo la HB vince il confronto. Questo perchè è imballato di turisti (specialmente italiani e russi), incasinatissima di gente che tende a fare un pò troppo casino. Si mangia appena appena decentemente (piatti tipici), è la più cara delle birrerie e soprattutto i camerieri non demordono nel volervi vendere bicchierini e bicchierini  di Becherovka, che, al contrario di quanto dicono, non si sposa per nulla con la birra della casa. Oltretutto, un bicchierino costa come 2 boccali. Particolarità proprio del Fleku non è solo che pagherete decisamente di più per una birra, ma ne riceverete anche meno: al contrario delle altre Pivovar, qui è servita la 0.4 anzichè la 0.5. La birra è una lager scura (forse uno dei pochi esempi mondiali), 6 gradi, abbastanza dolciastra, che personalmente stanca abbastanza presto. Già nella visita del 2003 non ero rimasto affascinato da luogo e birra, a sto giro proprio ho dato l’addio ufficiale, e non credo ci tornerò più.
Sito (n italiano): http://it.ufleku.cz/

U Hrocha (L’Ippopotamo)
Sulla parallela della Nerudova che da Ponte Carlo va verso il Castello, è un piccolo locale piuttosto fumoso e zeppo di gente (del loco). Purtroppo quando son andato non c’era nemmeno un mezzometro quadro di spazio vitale per poter valutare il locale, ma chi c’è stato ne parla bene.

Detto questo, altri posti son presenti a Praga, e vi invito a riportare nei commenti le vostre segnalazioni.

Mattia

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Italia Beer Festival – Bologna

Archiviato in Birra, PintaPerfetta, Viaggi da davide il mercoledì 16 dicembre 2009 alle 00:27

Dopo Milano e Roma , è la volta di Bologna come sede della (nostra) terza tappa 2009 dell’Italia Beer Festival, il tour oramai itinerante dedicato alla birra italiana artigianale.

Prima di dedicarmi al racconto del festival, mi piacerebbe fare una piccola deviazione per consigliare una birroteca in cui sono incappato casualmente nel pranzo pre-IBF. In via degli Orefici 19 è possibile trovare Eataly, un marchio diffuso in molte città (Milano, Torino e altre) in cui su 3 piani in simil centro commerciale è possibile trovare molti prodotti, dai libri ai prosciutti, dal vino alla birra.

Al secondo piano si trova uno spazio dedicato al bere con 300 bottiglie di vino e 80 birre differenti, con la possibilità sia di acquistarle che di berle in loco. Giusto per chiudere l’appunto, in Eataly ho trovato 3 spine di birra Forst (V.i.P. ,Helles Bock, Sixtus), una spina dedicata a Baladin e una “ospite” a rotazione (nel mio caso l’inglese Santa’s Butt).

Concludo la premessa segnalando i prezzi davvero competitivi nell’acquisto delle bottiglie, tra cui ad esempio una Sierra Nevada (stout o porter) a € 2,80 , la Sally Brown del Ducato a € 3,20 o una Cream Stout della St Peter’s a € 4,50.

Ben saziato e discretamente abbeverato mi sono recato quindi al’IBF, situato in pieno centro città, nel bellissimo palazzo Re Enzo a pochi passi dalla famosa piazza Maggiore. L’accesso in fiera comportava 7 euro di obolo all’ingresso, che comprendevano anche un bicchiere da degustazione in simil stile teku e la partecipazione gratuita (prenotando in anticipo) ai vari laboratori. Parlando di costi, ragionando in gettoni da 1 euro, ne serviva 1 per una degustazione da 0,1 cc e 2 per una da 0,2 cc . Il cibo, sempre pagato a gettoni (4), si limitava a panini e poco altro.

I birrifici presenti purtroppo erano ben pochi, quasi da far dubitare del titolo “IBF” , in quanto la rappresentanza extra emiliana è stata alquanto modesta.

Alla chiamata hanno risposto in ordine alfabetico : Bacherotti, Bauscia, Birrone, Croce di Malto, Geco, l’Inconsueto, San Gabriel, Statale 9, Toccalmatto, Valcavallina, White Dog mentre Freccia e Orso Verde hanno rinunciato negli ultimi giorni.

Raccontando gli assaggi, superba la produzione di Toccalmatto (piacevole conferma e qualche scoperta come la Skizoid) e ottima quella di White Dog (mia reale scoperta, con una Apa di un amaro luppoloso piacevole).

Il resto in sincerità, ammetto che è stato ben poca cosa.

Alcuni birrifici (cito tra gli altri a memoria Bacherotti e Bauscia), hanno proposto birre con aromatizzazioni e speziature a mio modesto parere ridicole. La birra con sentori di salvia alla degustazione, e poi scoperta bombata nella ricetta proprio di Salvia, penso entrerà nel mio personale bestiario. Potrei parlare anche della birra al basilico, ma direi che ci siamo già capiti.. :-)

Un discorso a parte merita Croce di Malto, con l’attesissima Triplexxx recente vincitrice di un premio internazionale molto importante in quel di Strasburgo.

Al naso presentava un profumo sospetto ma non sgradevole, con accenni di cereale ed erbaceo. Al palato invece si scioglieva subito in un beverone troppo dolce e quasi stucchevole. Oggettivamente ho il sospetto di aver trovato un fusto (o una cotta) non particolarmente fortunata, quindi preferisco rimandarla ad assaggi futuri.

Più positiva invece l’esperienza con l’Hauria, una Koelsch molto beverina, scorrevole e piacevole al palato.

Per quanto riguarda gli altri birrifici ammetto di non essermi buttato troppo negli assaggi, scoraggiato esteticamente dai nomi pochi invitanti e ancor meno fantasiosi (chiara, rossa, ambrata, nera ecc… ). L’ultimo assaggio “potabile” di cui posso parlare è la Calypso di Valcavallina, birra dai profumi molto americani e da un corpo beverino e forse troppo timido.

Altra tappa della giornata sono stati i laboratori di degustazione, dedicati all’abbinamento cibo-birra e a un’introduzione basilare alla degustazione della birra. Come tutte le cose opinabili, anche nelle 3 ore di laboratori ho sentito affermazioni non sempre condivisibili (tipo nell’abbinamento cibo-birra, in cui il suo utilizzo ricordava più lo sciaquone del bagno che un accompagnamento), comunque posso valutare l’esperienza come utile, soprattutto ai profani della materia.

Concludendo posso definire l’IBF come un opera riuscita a metà. Ottima la location (anche se con sbalzi di temperatura tra una sala e l’altra da congestione), buona l’organizzazione, i laboratori e i prezzi. Da rivedere sicuramente la presenza dei birrai, insufficienti in numero anche se questo apre un discorso forse più ampio sull’opportunità di avere più IBF durante lo scorrere dell’anno e sull’attrattività che ne consegue.


Maltus Faber – Genova

Archiviato in Birra, Locali, PintaPerfetta, Viaggi da davide il martedì 1 dicembre 2009 alle 13:24

Nel mio ultimo articolo sulla Compagnia del Luppolo, ho accennato del desiderio di Gabriele di iniziare una serie di “gite” ai birrifici italici. La prima di queste esperienze si è tenuta domenica 29 presso il Maltus Faber di Genova, in una giornata grigetta e piovosa.

Durante la partenza in pulmann ho intuito subito le potenzialità cialtrone del viaggio dalla presenza di qualche dettaglio:

-  Gruppo ben compatto (in tutti i sensi, ci si sarebbe potuto fare un eccellente pacchetto di mischia con ottimi piloni, seconda e terza linea)
-  Il megafono, gioia e dolore di tutto il viaggio
-  I cori da stadio prima, da festa della birra poi, vicentini dopo gli assaggi più tosti.
-  La voglia di bere birra
-  L’idiozia in generale.

La destinazione come raccontavo poco sopra è stata presso il birrificio Maltus Faber, realtà molto giovane ma di cui avevo sentito parlare in gran bene (anche il buon Alessio assaggiò qualcosa al Villaggio della Birra) , con un programma di tutto rispetto fatto dell’assaggio completo della linea di produzione, visita dell’impianto e foraggiamento vario alla panza (focacce, pranzo, dolci, ecc.. ).
Maltus Faber nasce in parte dei vecchi stabilimenti del Birrificio Cervisia (oramai dismesso dopo una lunga e tribolata storia), dalla passione di Fausto Marenco e Massimo Versace.

La produzione è figlia di un passato fatto di passione personale e una serie di esperimenti riusciti capaci di dare la spinta necessaria all’apertura di un’attività vera e propria.
Nel giro in “fabbrica” (parola un po’ grossa data le dimensioni ridotte), è stato possibile osservare un impianto ordinato, pulito e funzionale, prodotto su misura e ideazione degli stessi fondatori e con una piccola (ma graziosa) sala visitatori.
Da Maltus è possibile trovare una linea di 8 birre di chiara ispirazione belga, presenti tutto l’anno all’eccezione della stagionale natalizia e tutte prodotte con lo stesso ceppo di lievito.
Quindi visto che qua si parla di birre, raccontiamole come si sono presentate lungo gli assaggi svolti in parte in birrificio e in parte durante il pranzo.
L’introduzione, accompagnata dalla classica focaccia genovese, è stata affidata alla Bianca, una blanche molto beverina ma piuttosto atipica per la sua tipologia.
Infatti pur presentando i tipici profumi agrumati, a detta di Fausto e Massimo, è una blanche prodotta senza l’utilizzo di spezie e che quindi trova note aromatiche esclusivamente alla scelta di malti e luppoli.
Gli assaggi successivi si sono svolti in ristorante (di cui tralascio i cibi, discreti senza eccellere), con una degustazione della Blonde, Ambrata e Brune.
La Blonde rimane la birra più sottotono della serie, più interessante per profumi tipicamente “belgi” che al palato. Della Ambrata invece ricordo il sapore di caramello ma ben bilanciato dall’amaro del luppolo, una discreta birra.
La Brune rimane la migliore della serie al ristorante (comunque tutte tra il discreto e il buono), una scura molto bevibile per la tipologia, con sapori di frutta secca in evidenza.

Il meglio degli assaggi però devo confessare lo si è avuto nel rientro in fabbrica, con un filotto, accompagnato da panettoni caserecci, costituito dalla Triple Blonde, dalla Natalizia, dalla Extra Brune e dalla Imperial Stout.
Da racconti di corridoio mi è giunta la notizia che la Triple assaggiata presentava un tono sperimentale rispetto al solito (e a come effettivamente me la ricordavo io), con una nota amara e una secchezza eccessiva per la tipologia. Del dolce promesso al naso rimane poco al palato.
La Natalizia invece si presenta come natalizia e si comporta da Triple.
Più dolce, avvolgente e complessa della precedente. Probabilmente migliorabile, ma già una buona birra.
I capolavori però attendevano pazienti per il finale, con l’Extra Brune e l’Imperial Stout.
Raccontando l‘Extra Brune, Massimo ha accennato delle richieste fatte dal Belgio per degustazioni e manifestazioni, e dei confronti fatti con la monumentale Rochefort 10.
Dopo l’assaggio non ho problemi a credergli in quanto l’Extra Brune è realmente un’ottima birra (ancora sotto la Rochefort 10, ma infondo si parla di un pilastro nel mondo della birra).
Il colore è scuro, i profumi intensissimi e il sapore fa pensare a qualche frate trappista fuggito verso il sole dell’Italia.
Complessa, dalla schiuma pannosa, piena e gustosa anche al palato, con una bevibilità sorprendente per la tipologia, l’Extra Brune finisce tranquillamente tra le prime della categoria in Italia.
Il passaggio successivo dell’Imperial Stout ha ampliato ulteriormente un sorriso già largo.
Del tipico colore nero, con una schiuma leggera e non troppo persistente, l’Imperial Stout conferma le attese con profumi e sapori di torrefazione, liquirizia e una note lieve ma piacevole di cioccolato.
Il finale è etilico e amaro, in conclusione molto positivo.

Per concludere, le solite ma oramai scontate conclusioni finali.

Dal punto di vista organizzativo un plauso a Gabriele della Compagnia del Luppolo per il viaggio in sé. L’idea, l’organizzazione e i costi più che onesti sono da promozione sicura.
Parlando di Maltus Faber il giudizio non può che essere in generale positivo. Quando mi raccontarono di un birrificio italiano di chiara impronta belga rimasi un po’ scettico, ma devo dire che i loro prodotti sono di sicura qualità e immagino (vista la competenza e sensibilità mostrata) tendenti a un ulteriore miglioramento futuro.
Unica nota un po’ dolente riguarda i costi delle bottiglie, che nonostante lo sconto “gita”, rimangono a mio avviso un po’ eccessivi.
La dimensione ridotta dell’impianto sicuramente comporterà costi, il sistema Italia non sarà tra i più funzionali del mondo (anzi, vero il contrario), ma pagare 2 volte e mezzo in più l’Imperial Stout rispetto alla ‘t Smisje Catherine (tanto per fare un nome), o l’Extra Brune il doppio secco rispetto alla Rochefort 10 mi pare troppo.
E’ giusto ricordare che si tratta di un problema generale di gran parte della produzione italica, spero che la diffusione e l’aumento dei sostenitori possa aiutare a smorzare un po’ questa tendenza senza minarne la qualità.

Ps, ringrazio Antonella e Elisa per le foto..


Beertemple – Amsterdam (NL)

Archiviato in Locali, Viaggi da gabriele il mercoledì 4 novembre 2009 alle 15:39

Prima di andare al sodo, permettetemi una digressione autocelebrativa. Era la mia prima volta ad Amsterdam e nell’organizzare il weekend mi sono detto “perchè non testare di persona se PintaPerfetta.com è davvero utile per chi viaggia alla ricerca di birra come ci vantiamo?”
Il risultato è stato ottimo, anche perchè Amsterdam è una delle città più coperte dal nostro blog. Ho visitato tutti i posti di cui abbiamo parlato (*) e per tutti ho trovato che la scheda fosse utile ed esprimesse giudizi corretti. Se poi ci aggiungiamo che i posti in questione erano tutti più che meritevoli, con menzione speciale per l’Arendsnest, allora non vedo proprio l’ora di provare altre città.

Ma, parlando con Alessio, viene fuori che sul sito manca ancora una scheda importante, quella del Beertemple. Perchè? Facile, perchè il pub ha aperto solo da una manciata di giorni ed io sono il primo di noi a poterlo provare.
Le premesse sono delle migliori. Creato da Peter van der Arend, il proprietario dell’Arendsnest, vuole essere per le birre americane ciò che l’Arendsnest è per le birre olandesi. Non solo, ma il Beertemple si vanta di essere l’unico pub in Europa ad essere specializzato in birre artigianali made in USA – e ammetto che mi piacerebbe aver girato abbastanza da poter confermare o smentire quest’affermazione. Quello che è certo è che la selezione è impressionante, sia alla spina che in bottiglia.

Andiamo con ordine. Il Beertemple si trova in pieno centro, vicinissimo a piazza Dam e a pochi passi dal Bierkoning. Il locale non è grande e l’ambiente è da birreria moderna, tavoli e sedie sono di legno ma non sono “vintage looking”. Ciò che cattura maggiormente l’occhio sono da un lato il grande bancone, con dietro le spine (una trentina, non ancora tutte attive) e due frigoriferi ai lati, dall’altra l’enorme lavagna delle bottiglie. Il resto del locale è prevedibilmente pieno di bottiglie vuote e di gadget dei vari birrifici. In fondo alla stanza principale c’è anche una seconda sala leggermente rialzata con pochi tavoli, a memoria direi non più di 4 o 5.

La selezione di birre è, come già accennato, impressionante. Escludendo qualche spina commerciale, il nocciolo dell’offerta è dato da Anchor, Flying Dog, Great Divide e Left Hand, tutte brewery con le quali si va sul sicuro. Per “testare l’impianto”, ho provato qualche birra che già conoscevo ma che non avevo mai bevuto alla spina (Anchor Liberty Ale, Flying Dog Old Scratch) e mi è parso che entrambe guadagnassero in bevibilità rispetto alle versioni in bottiglia. A seguire, una ottima Great Divide Titan IPA e in chiusura una Saranac Pumpkin Ale in bottiglia.
Lo so, le pumpkin ale non sono esattamente il massimo (e questa non fa certo eccezione). Il fatto è che volevo provare qualcosa in bottiglia, ma l’elenco è talmente lungo che alla fine mi sono affidato al barista chiedendogli una bottiglia della cosa più strana che si può trovare nel pub. Beh, strana era strana, poco da dire. Ad ogni modo la scelta è vastissima, il sito ufficiale elenca 50 tipi di bottiglie ma a me sembra di ricordare che la lavagna ne elencasse anche di più.

Ultima nota, i prezzi sono più che onesti, in media 3,50 € per la mezza pinta e 5,50 € per la pinta, più variabili quelli delle bottiglie, ma la maggior parte delle 33cl non superano i 5 €.
Un ottimo esordio, quindi, quello del Beertemple, e non poteva essere altrimenti. Con 2 soli mesi di vita alle spalle si piazza di diritto tra i pub da non perdere di Amsterdam, nonchè una vera Mecca per gli appassionati di birre americane (e in Europa ce ne sono sempre di più).

(*) In realtà non sono stato al Wildeman perchè… ehm… mi sono dimenticato che è chiuso la domenica. Però a fine mese rimedio, eccome se rimedio…


Goose Island Brewpub – Chicago (IL), USA

Archiviato in Birra, Locali, Viaggi da giacomo il lunedì 26 ottobre 2009 alle 04:18

Chicago è una città fantastica, non ci sono dubbi. L’architettura di downtown lascia senza fiato: la skyline, una delle più dense del mondo, include bellissimi edifici, molti dei quali risalenti alla ricostruzione dopo il devastante incendio del 1871. Anche la vita culturale è all’altezza dello splendore architettonico: moltissimi concerti, musei, mostre, eventi (anche gratuiti) di vario tipo.

In un ambiente del genere, mi pare scontato che non possa mancare la buona birra. E infatti ce n’è in quantità, e non mi è mancato il divertimento nei giorni passati da quelle parti: iniziamo dalla birreria forse più famosa di Chicago. La Goose Island Brewery prende il nome dall’omonima isola nel nord-ovest, ed è una birreria artigianale che con gli anni si è evoluta fino ad avere una produzione di tutto rispetto: le sue produzioni sono esportate in 15 degli stati della nazione. Molte sono le birre sullo stile europeo, ma non mancano anche stili più tipicamente nordamericani; ad ogni modo, la produzione è molto, molto varia, e durante l’anno fanno la loro comparsa numerose stagionali.

Visto il successo delle birre, ci sono ben due brewpub nell’area cittadina di Chicago: uno a Lincoln Park, e l’altro, nel quale mi sono recato, a Wrigeyville (Google Maps). Molto vicino alla fermata della metropolitana Addison, sulla linea rossa (nemmeno 10 minuti a piedi di distanza), è facilmente raggiungibile dal centro città. Il locale è molto spazioso, e prevede un’area più simile ad un ristorante, con tavoli e sedie da “pranzo completo”, ed un’area più familiare ai frequentatori di pub. E’ possibile mangiare in entrambe le zone, ma io, più interessato alla birra, mi sono ovviamente posizionato nel luogo più vicino alle spine. Si notano subito oche disegnate ovunque, anche scolpite sull’impianto di spinatura: di certo non ci si può sbagliare sul fatto di trovarsi alla Goose Island. E l’impianto di spinatura è decisamente ben fornito: 20 le birre disponibili, più 3 “cask conditioned”. Mica male per un brewpub. Interessante anche la scelta di dedicare qualche linea di spina a birre ospiti, tutte scelte secondo il gusto personale del mastro birraio – il quale dimostra subito di saperci fare, perché le birre ospiti che trovo durante la mia visita sono: Sierra Nevada Southern Emisphere, Lagunitas Olde GnarlyWine 2008, e la sorprendente Half Acre Daisy Cutter. Mentre le prime due non hanno bisogno di presentazioni vista la notorietà dei rispettivi birrifici, alcune parole sulla Daisy Cutter sono d’obbligo: è un pale ale davvero ben fatto, con 5 varietà di luppolo bilanciate alla perfezione che conferiscono un aroma floreale molto, molto intrigante. Se ne avete la possibilità, assaggiatela.

Già con l’acquolina in bocca grazie alle ottime birre ospiti, decido che, per non fare torto a nessuno, sarebbe stata una buona idea assaggiare tutte le birre alla spina disponibili; la gentilissima cameriera non si spaventa, e anzi ci mettiamo d’accordo per farmi portare dei bicchieri da assaggio (15cl) di tutte le produzioni disponibili, uno per tipo. Con l’accompagnamento di un tagliere di formaggi locali (nel Midwest sanno il fatto loro – non sarà la Francia, ma non sono dei novellini in quanto a formaggio) , la serata si prospetta interessante.

Non mi soffermo su tutte le birre assaggiate, perché ci vorrebbe un’enciclopedia; ma alcune sono davvero degne di nota. In particolare ho molto apprezzato la Nut Brown Ale (un ale carico di malti tostati, un bel colore scuro, aroma di castagna), l’IPA (leggermente fruttata, discreta presenza di malti con un corpo medio, tripudio di luppoli nel finale – proprio come piace a me!), Harvest Ale (secondo loro una Extra Special Bitter, secondo me un pale ale; ad ogni modo buona, con un bel colore di rame, corpo robusto di malto, dolciastra con aromi d’uva, mediamente amara nel finale), Liquid Inspiration Stout (un’ottima “session beer”, facile da bere e piacevole al gusto, ben bilanciata senza particolari note forti), Night Stalker stout (un imperial stout che mi ha annichilito la bocca con la sua potenza; è un concentrato di stout, sia nel gusto, che nell’aroma, senza dimenticare la gradazione alcoolica), e il devastante Wheatmiser (wheat ale prodotto con 100% malto di frumento e luppoli pilsner, bollito a lungo, e lasciato invecchiare – una bomba da 9.5 gradi, molto denso). Ben riuscita anche la Matilda (Belgian ale di buona fattura, dove predomina la robustezza del malto, ma si percepiscono note speziate nel finale), forse il primo Belgian ale “made in USA” decente che bevo. Non lo definirei una specialità, ma almeno è passabile.

Non altrettanto riuscite, secondo me, le altre due birre in stile belga: Pere Jacques (Belgian strong ale decisamente anonimo a mio parere, nonostante il roboante 95% segnalato su ratebeer.com) e la sciapita Six. Non mi hanno entusiasmato nemmeno le due porter: una in onore del mai troppo compianto Michael Jackson (”beer hunter”, ovviamente), l’altra – leggerissima – S.O.B. Discreta la Pilsner, anche se non eccelsa; meno buona la Kolsch, ma forse è solo questione di mie preferenze sullo stile della birra.

Concludendo, che cos’altro devo aggiungere? Un brewpub con i controfiocchi. Se capitate nel raggio di 50 miglia, fate una deviazione ed andateci, non ve ne pentirete.

Giacomo


Göteborg (Svezia)

Archiviato in Viaggi da alessio il lunedì 19 ottobre 2009 alle 19:49

Alla voce malti e luppoli, Göteborg è una città straordinariamente viva. Bere buona birra è piuttosto semplice. Come nella miglior tradizione scandinava, trovare locali dove alzare il gomito non è per nulla complicato, anzi la tradizione birraia in questa cittadina nel sud della Svezia è davvero importante. Non è affatto strano imbattersi in un gruppo di signore sulla cinquantina fermarsi a chiacchierare davanti a una pinta dopo aver fatto la spesa. Ci sono molti locali distribuiti equamente in tutta la città dove poter scegliere tra un’ampia selezione di birre locali ed estere. Tra le birre locali da segnalare senza ombra di dubbio quelle prodotte dai birrifici cittadini Carnegie, Ocean e Dugges. Impossibile non trovare anche altre birre svedesi come Falcon, Nils Oscar e Oppigårds, per non parlare di assolute eccellenze come la Närke. Tra i principali locali da segnalare, al numero 12 di Andra Langgatan c’è il Rover, 19 linee di birre alla spina principalmente svedesi e ottima selezione di birre in bottiglia. Di nuovissima apertura l’Ol Repubblik (la Repubblica della birra), locale dove trovare 30 (si, 30!) linee di birra alla spina di provenienza principalmente belga, americana e svedese (Sveagatan, 25). Se siete in città (il pub è in Plantagegatan 1, una traversa della famosa Linneggatan) fate un giro al The Old Beefeeter Inn, locale di chiara influenza britannica. Una curiosità: il birrificio Dugges produce una Lager su misura per questo locale. Tradizionale ma da vedere anche il Dubliner’s, situato al 50B di Östra Hamngatan. Il 7:ans è una dei più antichi pub di Goteborg: aperto nel 1900, è un ritrovo di scrittori, musicisti e artisti in genere. Lo trovate al 7 di Kungstorget. Un consiglio, rilassarsi qui con un libro in una mano e una birra nell’altra è un’esperienza da provare. Infine in città ci sono due The Bishop Arms: al 6 di Järntorget (20 linee) e al 36 Kungsportsavenyn (25 linee). Entrambi sono caratterizzati da settimane a tema (un esempio: quella che si è appena chiusa è stata la settimana della Porter) e proprio per questo valgono la pena di essere vissuti almeno per una sera.

(articolo di Andrea C., il primo “ospite” su Pintaperfetta)


Cerveceria Trastos, Burriana [SPA]

Archiviato in Locali, Viaggi da mattia il mercoledì 14 ottobre 2009 alle 15:19

Chi conosce il mondo birraio sa benissimo che nella penisola iberica i capolavori sono rari, rarissimi. Le birre più famose provenienti dalla terra di paella e toreri, sono le tristemente note San Miguel, Cruzcampo, Damm, e le meno note Mahou e Alhambra. Roba da impallidire. E’ forse per questo che nasce l’esigenza di avere, anche in una cittadina di modeste dimensioni e tagliata fuori dal grosso giro turistico come Burriana / Borriana, un locale che riesce a offrire qualcosa di buono.

Non stiamo parlando del Kulminator di Anversa, per carità. Però il locale, gestito da due giovani fratelli (che curiosamente paiono avere origini italiane), si presenta come un lodevole “porto” per sperduti viaggiatori birrai. Situata sul lungo (molto lungo)-mare all’altezza del porto commerciale (mappa), la Cerveceria Trastos offre 6 spine, tra cui (quando sono andato io) le due Affligem blonde e Affligem rouge, una Grimbergen e le tradizionali birre spagnole. E’ però in bottiglia che il locale riesce ad emergere dal piattume generale, includendo non solo oltre 100 diversi tipi di birra da tutto il mondo, non solo la quasi totalità delle birre trappiste, ma anche prezzi davvero concorrenziali. Per fare un esempio, quando son andato io, una Duvel e una Achel Brune le ho pagate 4,50 euro. In totale.
La carta delle birre è in continua evoluzione e include parecchie etichette del Sudamerica, quindi non solo specialità ma anche qualcosa di esotico e difficilmente reperibile.

Il locale offre anche da mangiare con vari tipi di salumi, piatti caldi e degustazioni. Divertenti le gare dei tavoli (su richiesta): in un maxischermo un grafico in continuo aggiornamento ci sono le quantità di “liquidi” trangugiate, divise per ogni tavolo, dove si trova una spina. Le foto dei vincitori dei “concorsi” passati fanno veramente venire voglia di andare a dare una “lezione”, se non fosse per un problema: l’unica birra con cui è consentito sfidarsi è, ahimè, la Foster’s.

Quindi, se vi capiterà di passare per Burriana, cosa assai improbabile, sapete dove andare. Del resto, è facile trovare un buon locale a Bruxelles o Londra… e le imprese facili non danno particolare gusto, no? :-)


Villaggio della Birra 2009 (Bibbiano, SI)

Archiviato in Birra, Eventi, Viaggi da alessio il giovedì 8 ottobre 2009 alle 13:01

Il Villaggio della Birra si tiene ogni anno nello spazio antistante il TNT Pub a Bibbiano, frazione di Buonconvento (SI). L’edizione 2009 si è svolta sabato 5 e domenica 6 settembre, con la benedizione di un clima da favola (sole e caldo, ventilato specie nella giornata di domenica).

Attendavamo con molte aspettative questa edizione del Villaggio della Birra, per diversi motivi. Il primo è che né io né Gabriele ci eravamo ancora stati, pur avendo visitato il TNT Pub in più occasioni. Il secondo è che erano presenti tante birre e birrifici mai provati prima (Barley e Maltus Faber, per dirne un paio), e di cui avevamo sentito parlare parecchio bene da amici e conoscenti appassionati. Il terzo era la partecipazione dei mastri birrai e di una “leggenda” vivente come Tim Webb, autore della Good Beer Guide To Belgium (da parecchi anni testo di riferimento per tutti gli appassionati di birra belga) di cui recentemente è stata pubblicata la sesta edizione.

Ma andiamo con ordine. Siamo giunti al Villaggio nel primo pomeriggio di sabato 5 settembre, e dopo un’ampia scorta di gettoni-consumazione (con cui si pagava tutto: birra, cibo, e pure la maglietta del Villaggio) abbiamo cominciato il lungo e atteso giro di degustazione. Abbiamo trovato subito gli amici Piso e Michela della Birroteca di Greve, con cui abbiamo chiacchierato e passato buona parte del pomeriggio tra scambi di pareri e impressioni su ciò che provavamo. Su loro suggerimento siamo partiti dalla Zagara del birrificio Barley, fresca e invitante e con un piacevole retrogusto derivante dal miele di fiori d’arancio. Una vera scoperta, come del resto la loro Macca Meda, apprezzata tantissimo da molti dei presenti.

Il pomeriggio è passato tra sorsate di birre ben note, di quelle che almeno per noi erano vere novità , di molto relax e qualche snack. Nel tardo pomeriggio era previsto il talk show sul Belgio a cura di Lorenzo “Kuaska” Dabove (nella veste di conduttore e traduttore), con ospiti Tim Webb, il canadese Mike Tessier e Nino Bacelle della De Ranke (noti soprattutto per le adorabili XX Bitter e Guldenberg). Mentre il sole tramontava, si è chiacchierato tra aneddoti sul Belgio e altre amenità. La serata è proseguita con la musica dal vivo di una cover band tutto sommato apprezzabile e qualche altra birra.

La giornata di domenica è cominciata con estrema tranquillità: incontro tra homebrewer e mastri birrai organizzato da Mo.Bi., e in parallelo l’avvio della cotta pubblica con Laurent Agache della Cazeau (di cui, tra l’altro, abbiamo provato la interessante Saison, davvero particolare) e i ragazzi di Ars Birraria.

Particolarmente apprezzata tra gli assaggi pomeridiani la Kameleon Villaggio della Den Hoppert, prodotta e infustata per l’occasione: in pratica la loro Kameleon Tripel, microbirrificio belga totalmente dedito alla produzione di birre “bio”. In pratica si trattava della Kameleon Tripel “alleggerita” di qualche grado alcolico e con un gustoso dry hopping (Styrian Golding, se non vado errato).

Nel pomeriggio si è anche tenuta il laboratorio di degustazione con Kuaska e Tim Webb, dedicato come il resto del Villaggio a produzioni italiane e belghe. Tra le protagoniste la Rulles Estivale (piccola nota: davvero notevole la differenza tra la versione in bottiglia, provata in degustazione, e quella alla spina, con agrumi molto più in evidenza), la Hofblues (pregevole stout belga della ‘t Hofbrouwerijke), la favolosa e ormai diffusa XX Bitter della De Ranke, la curiosa e apprezzabile Maagd van Gottem (la vergine di Gottem, golden ale belga con un dry hopping in bottiglia – vedi foto – più unico che raro: luppolo galleggiante compreso) e la Macca Meda di Barley. Chiusura con la ottima Extra Brune del birrificio genovese Maltus Faber, di chiara ispirazione belga e destinata, oltre che alla degustazione immediata, all’invecchiamento in cantina. Ne è stata prova l’assaggio finale di un sorso delle produzione di un paio di anni fa, davvero eccellente.

Che dire dell’esperienza nel suo complesso? Le giornate sono state molto piacevoli, con una bella atmosfera e molta tranquillità. Un’esperienza da ripetere, per tantissimi motivi, a partire dalla passione con cui viene organizzato questo evento ormai storico e consolidato.

Sembra ci sia un po’ troppo scollamento invece tra appassionati e pubblico casuale, forse troppo, anche paragonando ad altri eventi simili in altre zone d’Italia. Sembra che nonostante tutti gli sforzi e l’ottima proposta che si rinnova di anno in anno, qualcosa ancora manchi per far decollare la passione nella gente della zona, giovani e meno giovani. A numeri ci siamo, perché l’affluenza è stata buona. Sembra un po’ mancare quel tipo di pubblico intermedio, anche non superesperto di birra, curioso e pronto a provare cose nuove e intriganti, capace di apprezzare al meglio le proposte più coraggiose dei mastri birrai che di anno in anno sono protagonisti di questo evento.

Una breve nota anche sui laboratori di degustazione: favolosa l’idea di farne due con Kuaska e Tim Webb, che sono andati ovviamente esauriti in prenotazioni prima dell’inizio del Villaggio. Qualche perplessità invece sul doppio laboratorio sigari e birra, per i quali ci sembra ci fossero posti liberi fino all’inizio del laboratorio stesso: forse uno era sufficiente, lasciando spazio libero a un terzo laboratorio dedicato a qualcosa di meno impegnativo dei sigari.

Alla fine si tratta comunque di un successo in tutto e per tutto per la manifestazione. E se è vero che molto del merito va alla qualità delle birre proposte, non possiamo fare a meno di citare l’ottima organizzazione di Gianni, Vanessa e tutto lo staff del TNT pub e di chi ha collaborato. Appuntamento quindi all’anno prossimo, dato che ora che finalmente abbiamo provato il Villaggio non credo che riusciremo a farne a meno.

Se volete vedere qualche altra foto scattata al Villaggio, potete cliccare qui.

’t Hofbrouwerijke


Cossab – Buenos Aires (AR)

Archiviato in Birra, Locali, Viaggi da giacomo il lunedì 7 settembre 2009 alle 09:30

Eccoci alla seconda (e ultima) puntata sulla scena birraria di Buenos Aires. Stavolta parliamo del Cossab, un brewpub che genera certe aspettative, essendo il locale di Buenos Aires con voto più alto tra quelli recensiti su ratebeer. In una zona non così centrale della capitale (Google Maps), si riesce a raggiungere tramite la metropolitana senza grossi problemi, ma richiede un po’ di tempo. Tuttavia stiamo parlando di quello che dovrebbe essere il miglior brewpub della regione, quindi non mi faccio scoraggiare.

L’ambiente è completamente diverso da quello dell’Antares: questo è un pub di quelli “vecchio stile”, con musica rock, arredamento con teschi e adesivi attaccati ovunque, si vedono anche giubbotti di pelle. Nonostante tutto la clientela è molto variegata, e si va dai motociclisti alle universitarie. Un punto a favore. Siccome non ho mangiato, decido di ordinare qualcosa: la specialità di questo pub sono delle picadas (ovvero dei taglieri misti) molto variegate, che spaziano da quella standard con salumi e affettati, ad alcune più elaborate con formaggi (che non conosco assolutamente), frutta secca, alcune verdure e amenità varie. Ne prendo una un po’ a caso, e devo ammettere che non è affatto male, sebbene non abbia la minima idea di quello che sto mangiando. Ma ovviamente il mio obiettivo è la birra, non il cibo. Quindi mi getto all’esplorazione.

L’offerta pare interessante: ci sono 6 spine con birre di produzione del pub, e una ventina di bottiglie argentine – più varie birre europee. Cominciamo col dire che le birre europee sono quelle che in Europa si trovano di solito al supermercato, quindi niente di interessante su questo versante. Però le spine del Cossab mi intrigano. Prima, cattiva notizia: la IPA è finita. Mi spiace, ma me ne farò una ragione.

Inizio con la Rojiza, loro cavallo di battaglia: un ale dal bel colore rosso, aroma leggermente fruttato, discreta carbonazione e sapore di malti tostati, caramello, dolciastra. Discreta, piacevole da bere, ma un po’ troppo leggera per i miei gusti: un corpo più presente non avrebbe guastato. Proseguo con la Negra, una stout (?) che ha il colore della stout, ma poco altro. Il corpo è completamente diverso da quello che mi aspetterei da una stout, la carbonazione è troppo forte, si sente molto il malto, ma la tostatura non è evidente. Non cattiva, ma se vogliono farne una buona stout, c’è ancora molto da fare. Passo poi alla Oatmeal Stout: stavolta lo stile è azzeccato, molto vellutata, sapore poco persistente ma piacevole, di cioccolato e caffè. Questa mi è sembrata sulla buona strada.

Ignoro le altre spine presenti (la birra al miele è un rischio che non sono disposto a correre, la Rubia è un golden ale del quale, sul momento, non ho voglia), e passo a qualche bottiglia, sempre argentina. Per continuare la serie delle stout mi dedico ad una Bersaglier  Stout: e nonostante sia in bottiglia, mi è sembrata fin da subito molto migliore della Cossab Negra. Bel colore nero opaco, ottima schiuma, aroma di caffé, leggermente secca e con un discreto corpo. La miglior stout della serata. Infine, una Zeppelin Roja: altro ale ambrato, un po’ troppo dolce, sapore di malti caramellati che svanisce troppo presto. Sciapita.

Tiriamo le somme: il pub ha un’ottima offerta di birre argentine, la più ampia che ho trovato (e, a detta dei proprietari, la più vasta della regione). Il problema è che le birre argentine, nella mia breve esperienze, tendono tutte ad essere sciapite: si riesce a volte a raggiungere la sufficienza, ma non ho trovato nessun capolavoro. Tuttavia, non è mancato qualcosa di interessante (Cossab Rojiza e Stout, Bersaglier Stout). Forse con gli anni le cose miglioreranno. Nel frattempo, se vi piacciono i pub con musica rock o se avete soltanto una sera da dedicare alla birra mentre siete a Buenos Aires, questo è probabilmente il posto dove andare: l’offerta è ampia, i prezzi abbordabili, le spine sono bevibili e potete anche sgranocchiare qualcosa. Gli ingredienti per passare una buona serata e allargare le proprie conoscenze birrarie ci sono tutti.

Giacomo


Antares – Buenos Aires (AR)

Archiviato in Locali, Viaggi da giacomo il venerdì 14 agosto 2009 alle 00:23

Siamo onesti: andare in Argentina per bere birra, non è certo la migliore delle idee. Ci sono sicuramente vini interessanti (ottimi Malbec), la maggior parte provenienti dalla regione chiamata Mendoza; ci sono cocktail un po’ “strani”, come il diffusissimo Fernet + Coca (alzi la mano chi ha mai visto bere qualcosa di simile in Europa). Ma la tradizione birraria è, mi dispiace dirlo, quasi inesistente.

Essendo a Buenos Aires per lavoro, e quindi sollevato nello spirito dal fatto di non aver sprecato un costoso biglietto aereo solo per cercare delle improbabili birre argentine (sarebbe stata una delusione molto forte, sono sincero), ho cercato come al solito di unire l’utile al dilettevole, bazzicando qualche brewpub laddove possibile. Iniziamo dall’Antares.

La birreria artigianale Antares è una delle prime ad aver stabilito un brewpub a Buenos Aires, nel 1998 (se la memoria non mi tradisce, dovrebbe essere stata la seconda, subito dopo Buller Brewing Company). Adesso i brewpub Antares sono una catena presente con 7 pub diversi nella nazione; quello da me visitato è situato nel quartiere Palermo (Google Maps), una zona abbastanza chic della capitale.

Il posto, bisogna ammetterlo, è arredato con gusto: la sala è spaziosa con impianti di spina in vista, le luci piuttosto soffuse, e ogni dettaglio visivo sembra ben curato. La clientela è giovane e trendy: non sembra proprio il posto per il classico motociclista ubriacone che fa parte dell’immaginario collettivo di tutti i bevitori di birra. Spicca una cospicua presenza femminile tra le persone presenti, cosa piuttosto rara per una birreria, ma in alcuni tavoli la gente ha davanti solo una birra piccola e nemmeno un bicchiere vuoto: il che mi fa pensare che qui la gente venga perché il posto è in, e non solo perché abbia sete di malto e luppolo.

Il menu è vario e propone vari stili di bevute e anche diversi piatti mangerecci, a partire dalle classiche picadas (taglieri con insaccati e/o formaggi) a creazioni più elaborate – niente male. Per il poco che ho avuto modo di provare, il cibo è piuttosto buono. E poi, ovviamente, ci sono le birre: 7 alla spina e 1 in bottiglia; animato dalla sete di conoscenza, le ho assaggiate tutte, prima con un pratico sampler, e poi con qualche pinta per poterne meglio apprezzare qualcuna in particolare. Iniziamo.

Una Kolsch è la più leggera tra le birre proposte; corpo leggero, molto beverina, discreta carbonazione e finale luppolato, ma poco marcato. Meglio di una Heineken, ma niente di che. Proseguo con la Honey Beer, e qui commetto un grosso errore: mai fidarsi delle birre al miele prodotte da birrifici “inesperti”, e questa non fa eccezione. Troppo dolciastra (sebbene il miele si senta tutto sommato poco), la bevo rapidamente per poter passare oltre. Discretamente riuscita la Scotch Ale, dominata dai malti tostati, caramello, anche se troppo acidula a mio parere. Nel Regno Unito verebbe considerata un abominio, ma in Argentina è probabilmente il miglior Ale che ho bevuto. Inutile e dimenticabile la Doppelbock: sembra più un cocktail 1/2 doppelbock, 1/2 acqua. E forse sono stato generoso. Miglioriamo con la Porter:  sebbene la schiuma non abbia un bellissimo aspetto, l’aroma è piacevole, ma poco persistente. Lo stesso si può dire al gusto: ben bilanciata, discreto finale amaro, ma sempre troppo poco marcato. Rimane solo un vago sentore di cioccolato, ma devo ammettere che, nonostante fosse un po’ impalpabile, è stata una delle mie preferite. Molto vellutata la Cream Stout, con un bel colore e una bella schiuma; piacevole da bersi, una discreta stout che non cerca di creare niente di nuovo ma riesce in qualche modo ad essere un prodotto che raggiunge la sufficienza. Sufficienza raggiunta anche dall’Imperial Stout: tipicamente uno stile caratterizzato da sapori forti, anche in questo caso esce una versione “edulcorata” della birra che mi aspettavo, ma comunque buona. A dominare sono le note di caffè, e un leggero sapore di tabacco; l’alcool non si fa sentire più di tanto, e il finale è secco, ben riuscito. Infine, il Barley Wine: che cosa li abbia portati a definire questa birra un Barley Wine, sinceramente, lo ignoro. Forse la gradazione alcoolica? Non è molto denso, si fa apprezzare il malto, ma non insistentemente, e i luppoli sono ben presenti, e lasciano un buon sapore in bocca. Molto più simile ad una Bitter; buona, decisamente sufficiente, ma non certo nella categoria Barley Wine.

In sostanza, un brewpub piacevole, in cui è sicuramente possibile passare una buona serata, ma dove il piatto forte è più l’ambiente che la birra: infatti, sebbene ci siano delle produzioni che superano la sufficienza, la maggior parte delle loro spine è sciapita, poco incisiva, e sembra ricordare solo vagamente la mia idea di birra di qualità. Apprezzabile, quantomeno, la varietà degli stili, ma ci vuole ben altro per creare un brewpub degno di questo nome. D’altro canto, bisogna ammettere che non ci sono moltissime alternative dove bere birra a Buenos Aires – parlo di posti che abbiano almeno sentito vagamente parlare di una stout, ovviamente. Per cui se siete a nei dintorni e non sapete cosa fare la sera, almeno avete un indirizzo.

Ultima nota sui prezzi: non ne ho parlato perché, come praticamente tutto quello che si trova da quelle parti, il costo è praticamente irrisorio per qualcuno che viene dall’Europa o dagli Stati Uniti. La crisi li ha colpiti duramente e il livello dei prezzi è molto basso; si parla di circa 3 euro per una pinta (e rispetto agli standard locali, è un prezzo piuttosto elevato).

Giacomo


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