Una birra ai mercatini di Natale

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Ormai quando si avvicina il Natale mercatini di ogni tipo invadono le nostre piazze ed è diventato piuttosto di moda spingersi dove ci sono i veri tradizionali mercatini di Natale, verso l’Alto Adige/Sud Tirolo, dove effettivamente, hanno un sapore diverso rispetto a quelli che riempiono le nostre piazze. L’appassionato di birra è spesso costretto dalla sua dolce metà a partecipare a questi eventi natalizi, sotto le più terribili minacce… ma una visita a questa parte di Italia che un po’ è Italia e un po’ è già Tirolo può essere un’opportunità birraria interessante.

Bolzano (Bozen come vuole il bilinguismo) è una deliziosa piccola città di provincia. Nella valle dell’Adige, alla confluenza con l’Isarco, ha un piccolo centro storico molto curato e dall’atmosfera mitteleuropea. Ovviamente la tradizione birraria è tipicamente germanica, ma come accade un po’ ovunque in Italia, la birra artigianale non è onnipresente nei locali ma va cercata con attenzione.

L'Hopfen a Bolzano

Nella pittoresca Piazza delle Erbe (Obstplatz), in un antico edificio, c’è Hopfen&Co. (www.boznerbier.it) , un brewpub che presenta birre artigianali di produzione propria (la Bozner Bier) abbinata a un ricco menù di piatti tipici.
Il locale è accogliente e rustico, con il tradizionale impianto di produzione in rame in bella vista dietro il banco spine. Da una grata si intravvede al piano di sotto la cantina con i maturatori. Il locale è suddiviso in più stanze e se appena entrati può sembrare pieno, sicuramente un posticino nelle stanze ai piani superiori o nella sala adiacente si libererà a breve.

Sono proposte tre birre nella più classica tradizione germanica: una chiara in tipico stile tedesco/bavarese, una dunkel, una weizen. Durante l’anno a queste si alternano birre stagionali: in particolare nei mesi invernali è presente una birra di Natale scura e affumicata. La chiara è beverina, si sentono distintamente i profumi del luppolo, che spicca più nell’aroma che nell’amaro. E’ una birra moderatamente alcoolica come vuole lo stile, ottima da aperitivo o per aprire una bevuta più … articolata. Mi è stata servita molto bene, con un bel cappello di schiuma e soprattutto non troppo gasata, difetto che ho notato in molti locali tedeschi non specializzati.
La birra di Natale era presente in sostituzione della dunkel: è una sorta di dunkel con l’aggiunta di malto affumicato che dà un’aroma inconfondibile e facilmente percepibile. Nel complesso gustosa, non mi è parsa eccessivamente alcoolica (c’è spesso nei bevitori distratti l’idea sbagliata che alcool e colore vadano a braccetto…), prevale il dolce nel sapore ad accompagnare l’affumicato. I boccali che mi sono arrivati erano però un pochino troppo gasati per i miei gusti.
Nel complesso sono birre ben progettate e realizzate in stile tedesco, piacevoli, come vuole la tradizione semplici e non estrose, da bere anche in grandi quantità (si sa quanto può essere terribile la sete invernale…). Esiste anche la possibilità di asportare la birra in bottiglioni da 2 litri (che possono essere anche portati vuoti al locale per un rabbocco) e in fustini da 5 litri.

Costine di maiale

Alle birre si possono accompagnare interessanti piatti della tradizione tirolese: ho gustato le costine di maiale, servite con varie salsine. Molto gustose: ho notato che nei paesi nordici le costine sono servite sotto forma di costato e non già divise come da noi. Questo stimola ancora di più l’istinto primordiale del bevitore che tra un sorso e l’altro può macellare il suo pasto! Ho provato anche gli spaetzli, tipici gnocchetti diffusi nelle terre germaniche, molto gustosi, conditi con pancette e varie erbette. Nella mia ultima visita, ormai provato da tanto mangiare, ho provato la zuppa del birraio: le zuppe sono valide alternative per chi non vuole appesantirsi con piatti che, inevitabilmente, sono molto sostanziosi … per usare un eufemismo. Ovviamente consiglio i brezern, la mia passione, che qui sono particolarmente gustosi, più di quanto abbia provato nei banchetti dei mercatini. Il menù è comunque molto ricco, con piatti tradizionali particolarmente sostanziosi, come lo stinco di maiale o il filetto di cervo o i canederli.
Bolzano/Bozen è una piccola deliziosa cittadina del nord. Visitarla sotto Natale, nonostante il freddo, è una esperienza calorosa, con le strade piene di gente alle prese con i regali e i banchetti dei mercatini che vendono candele, vestiti, tovaglie, tutto in stile tirolese. Può essere anche una buona tappa in un viaggio di ritorno dalla Germania (cosa che mi è accaduta più volte).
Buona bevuta!

rob

Great Divide Brewing Co., Denver (Colorado, USA)

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Forse basterebbe il titolo, forse basterebbe auto-citarmi quando sono entrato nel brewpub… “un bambino a Disneyland“. Ma visto che questo è il “nostro” regalo di Natale ai nostri amici e lettori, farò lo “sforzo” di descrivere ogni cosa come si comanda.
Per prima cosa, però, una premessa: sono arrivato a Denver con idee già ben precise, in poche parole sono di parte. Considero Great Divide il mio birrificio americano preferito, e quello di riferimento per tantissimi stili di birra.

Il birrificio con annesso brewpub si trova a pochi blocks da Downtown Denver, non lontano anche dalle già descritte Wynkoop Brewing Company e Falling Rock Tap House e dallo stadio dei Colorado Rockies. Ci si arriva comodamente con una passeggiata di 10 minuti dalla centrale Market Street (mappa). Dalle foto che si trovano sul sito ufficiale e sulla pagina di FB, sembrava che il brewpub fosse davvero sotto i grattacieli, in realtà la zona non è proprio delle migliori, diciamo che è ben trascurata e davvero poco frequentata.

Arrivo a Denver in auto da Aspen nel primo pomeriggio, scarico i bagagli in hotel e mi fiondo fuori affrontando il caldo torrido e le cavallette volanti che assaltano un po’ tutto e tutti, tutto per arrivare in tempo per le 16 al birrificio, visto che ogni giorno alle 15 e alle 16 è prevista la visita dell’impianto, visita completamente gratuita della durata di 15 minuti senza nessun obbligo di prenotazione.
Che dire, il tour è divertente perchè organizzato davvero rusticamente: a noi (eravamo 5, oltre me la mia Santa Donna e tre ragazze di college in vacanza da quelle parti) ha accompagnato e “spiegato” le varie fasi del procedimento brassicolo una ragazza, l’unica, che da un lato non pareva lavorare nè lì nè al brewpub, ma dall’altro era sicuramente amica di qualcuno e le lasciavano condurre i tours in maniera cialtronesca e in visibile stato di alterazione alcolica. Grasse risate quando per due minuti non è riuscita a dire altro che “ah, Italia, mi piace il gelato” (sleccazzando il collo della sua bottiglia di Titan) e quando ha adottato una sequela di rutti come intercalare tra  le spiegazioni dei vari processi brassicoli. Tra le cose interessanti, i mega fermentatori, io ne ho contati 9, probabilmente da 5000 litri l’uno, e la supermacchina imbottigliatrice (costo indicativo che mi han detto, circa 1 milione di dollari) che da sola trasformava un pallet di bottiglie vuote in casse da 24 perfettamente etichettate, tappate e pronte per la spedizione. Stiamo quindi parlando di ben altre cifre rispetto anche al più grande dei ns. microbirrifici.

Finita la visita, si attacca con l’assaggio sistematico di tutto. Qui, al contrario delle visite in altri birrifici, decido di non utilizzare il sistema dei samplers e di buttarmi sulle pinte o le mezzepinte: alla spina conto ben 10 produzioni: Titan Ipa, Samurai, Yeti Imperial Stout, Rumble Ipa, Wild Strawberry, Tripel, Hoss, Hades, 16th Anniversary Wood Aged Double Ipa e Smoked Baltic Porter. Proprio quest’ultima era non solo al “mio” debutto, ma credo proprio di essere stato uno dei primissimi italiani ad averla provata, visto che era alla prima cotta assoluta. A tutte queste si aggiunge poi un comodo e pratico frigorifero in cui poter andare ad afferrare ciò che non c’è alla spina – già, come se la selezione fosse povera e ci si potesse permettere di fare anche gli snob – e portarla al bancone per una pronta bevuta. Quest pratica l’ho adottata una sola volta con la Santa’s Bridget Porter, in quanto le meravigliose Hibernation Ale e Fresh Hop Pale Ale, essendo estate, non c’erano.

Inutile dire che tra quel pomeriggio e il giorno dopo, mi son spazzolato tutto il banco, senza lasciare nulla al rimpianto. Partendo dal basso, direi Tripel (dolciona in stile belga, non amo per niente le versioni americane delle birre belghe), Hoss (una specie di Marzen che non mi ha per nulla colpito) e la Hades (Belgian Ale). Al gradino leggermente superiore metto la luppolata Rumble Ipa (passata in botti di quercia) a la sorprendente Wild Raspberry Ale dal colore rosa porcello: non gli avrei dato una lira, eppure…

Passando all’eccellenza, qua ci sarebbe da palare per ore. La Santa’s Bridget Porter (unica assaggiata in bottiglia) è favolosa, equilibratissima, sarebbe probabilmente ancora meglio se assaggiata alla spina. La “vera” sorpresa è stata la meravigliosa Samurai, una curiosa ma superba Rice Ale, beverina al massimo ma particolarmente gustosa. Poco da dire, se non parlare di meraviglia assoluta quando mi imbatto nel quartetto finale: la Titan Ipa è praticamente perfetta, la mia Ipa in stile americano di riferimento, una birra di cui non ci si può stancare. La Yeti Imperial Stout (esistente anche nelle versioni Oak Aged, Espresso Oak Aged e Chocolate Oak Aged… il tutto per renderla ancora più complessa) è una bomba micidiale, di una maestosità, di una potenza unica, che maschera i suoi 9.5%, facendovi stare bene col mondo… almeno finche non ne bevete quattro e provate ad alzarvi di scatto…

La 16th Anniversary Wood Aged Double Ipa è probabilmente la loro birra più complessa, più difficile. A Grand Rapids a Giugno avevo presa una bottiglia da 0.65 a fine serata di 15th Anniversary, e mi aveva mandato a letto soddisfatto ma virtualmente “morto”. Ben conscio di questo fatto, opto per la mezzapinta, che vi assicuro è più che sufficiente per farvi godere della sua bontà e non trascinarvi verso l’oblìo. Infine, riprovata per ben due volte e con due bottiglie portate a casa in valigia, la Smoked Baltic Porter è la mia personale vincitrice tra le novità, nonchè vincitrice assoluta (ex-aequo con la Yeti) tra le birre provate nel tour americano. Per un amante delle note affumicate come me, delle birre scure come me e in particolare delle porter e delle stout, si può, con ragione, dire che alla Great Divide si è davvero al top dei top, anche per il servizio, la cortesia e la disponibilità dei ragazzi dietro al bancone.

Il brewpub (locale piccolino, ci sono 15-20 posti a sedere più qualche tavolino fuori – solo in estate) fa orari abbastanza strani, sia durante la settimana che nel weekend chiude decisamente presto (alle 20 dalla Domenica al Martedì, alle 22 dal Mercoledì al Sabato). I tours come detto sono alle 15 e alle 16 dal Lunedì al Venerdì, ogni ora dalle 14 alle 18 il Sabato e solo fino alle 17 la Domenica. Esiste un Happy Hours durante la settimana, i prezzi sono davvero bassi su tutte le spine, le bottiglie variano tra i 3$ e gli 8$ per le produzioni speciali in formato grande. La Great Divide, come quasi tutti gli altri birrifici visitati in Usa, fa del marketing un suo cavallo di battaglia: anche qui potrete trovare cappellini, magliette, spille, borse, felpe, targhe metalliche (che fatica portare a casa in aereo quella gigante…), adesivi e ovviamente birre, growlers e six-packs. Personalmente devo dire d’averci lasciato oltre 120 dollari… escluso il manico di spina portato a casa per Gabriele…

Fateci un salto, due o anche tre (ricordando il passaporto per poter bere!). La GDBC vale da sola la visita della città.

mattia

p.s. per la serie “quanto è piccolo il mondo”, alla GD ho incontrato Stefano, birraio di Lambrate. Se mi legge, un salutone da parte mia.

Falling Rock Tap House, Denver (CO)

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Dopo essere stato alla Wynkoop Bewing Company, mi son quindi diretto verso un locale “indipendente”, sempre nella zona centrale di Denver. Avevo cercato notizie su internet prima di partire e avendo trovato anche buone recensioni, decido quindi di seguirle e fare una scappata al Falling Rock Tap House (sito ufficiale).

Il locale è considerato, per il momento, il pub in città con più linee (75, più  100 bottiglie). Dico “per il momento” perchè il prossimo anno aprirà il nuovo bar dello Sheraton Hotel con 130 spine. Per carità, non sta a me giudicare numeri del genere perchè non ho davvero idea del consumo e del ricambio dei fusti, ma 130 (non che 75 sia un numero misero, eh) son davvero troppe: come si fa a gestirle e mantenere alta la qualità e il servizio?

Il locale è enorme, e quando son arrivato era aperto solo il piano terra, perchè da quel che ho potuto intuire (ma non visitare), al piano sotterraneo c’è tanto altro spazio per accogliere i numersosi (evidentemente) appassionati di birra locale: la vicinanza con lo stadio dei Colorado Rockies può darsi che faccia una gran differenza quando la squadra di casa gioca a Denver. Arredamento tipico con abbondanti rivestimenti in legno, panche, bancone lunghissimo e davvero pochissima illuminazione. Maxischermi, neon e insegne pubblicitarie fanno il resto.

Le 75 spine sono a rotazione, e viene stampato un menù ogni giorno con le spine di partenza e le spine che verranno messe su, in una sorta di sottomenù-preview. Le birre sono divise per indicazione geografica, infatti il Falling Rock sostiene la campagna “Drink Local” (che come vedremo è appoggiata anche dalla Great Divide e da tanti tanti appassionati), e la prima parte del corposo menù è dedicata alle produzioni del Colorado (circa una trentina, includendo anche birrifici assolutamente sconosciuti). Il resto è per buona parte focalizzato sulle produzioni americane, ma non mancano anche birre del vecchio continente.

Tra i birrifici del Colorado, ricordo Odell, Avery, New Belgium (che in altre occasioni ho apprezzato piuttosto poco), Ska, Steamworks, Boulder, Tommyknocker e le famose Left Hand e Great Divide. Essendo ovviamente impossibilitato a provale tutte, ma avendo anche problemi di tempo, sono purtroppo restato al Falling Rock giusto un paio di ore abbondanti, e mi son “dato” alle birre scure, che però, essendo estate al tempo della mia visita, non erano presenti in gran quantità. Nell’ordine, ho provato solo birre statali: la splendida Deschutes Black Butte Porter, la Bell & Bush Big Ben Brown Ale che mi ha soddisfatto in pieno e la “legnosissima” Tommyknocker Oaked Butthead Bock.

Il locale serve anche piatti da pub, dalle classiche chicken wings (provate, niente di eccezionale, si mangiano meglio da altre parti come allo Small Bar di Chicago), i più o meno farciti Burgers eccetera. Servizio al tavolo non particolarmente cortese e fortemente interessato alla mancia, come dappertutto in Usa. Anche qui, scordatevi di bere se non portate con voi il passaporto (e solo quello) per poter dimostrare di aver più di 21 anni.

mattia

p.s. scusate per l’ultima foto ma non avevo la mano molto ferma :-)

Una pinta a Cambridge

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Cambridge è una cittadina piccola, ma con una fama che supera le sue dimensioni. E’ sede di una delle più prestigiose università inglesi, un nome che con Oxford è noto anche a chi ha poca confidenza con la geografia inglese.
Cittadina universitaria…cittadina di inglesi… esiste un connubio migliore per la birra? Nella cultura inglese la birra e il pub sono qualcosa che difficilmente riusciamo a tradurre nelle nostre abitudini. Cambridge è a circa 80 km da Londra, è facilmente raggiungibile da Londra via treno (ma attenti, i prezzi inglesi sono sensibilmente più alti degli italiani) in circa 40 minuti, oppure direttamente da Stansted (dove so benissimo che voi, come me, spiantati puntate per queste gite) sempre in treno senza cambi.
La cittadina è piccola, una modesta cittadina di provincia, ma ricca di cultura, di monumenti da visitare (affascinanti i college che afferiscono all’università) e in generale una piacevole atmosfera inglese in una città tutto sommato risparmiata da scempi post moderni di altre città inglesi.

Ma veniamo al bere.
Il pub è un’istituzione inglese quanto la Camera dei Lord: i pub sono ovunque e sono un punti di incontro intergenerazionale come in Italia può essere, forse, solo il bar di paese.
Quasi tutti i pub qui potrebbero essere esteticamente affascinanti ma vengono spesso rovinati dalla presenza scriteriata di “fruit machines” (le slot machines in UK) luminescenti.
I pub migliori di Cambridge sono soprattutto ai margini del centro storico, nella zona della stazione ferroviaria, ma anche in centro storico si trovano ottime opportunità. Una caratteristica gradevole è che a fianco di birre sempre presenti, la rotazione di real ale è notevole.
Il birrificio della zona è Milton Brewery, che consiglio per la varietà delle birre in perfetto stile inglese, mentre occorre stare attenti alle onnipresenti Greene King, di qualità buona per essere birre di massa, ma vi assicuro potete trovare emozioni migliori.
Con l’aiuto di un amico che abita a Cambridge da 3 anni, senza pretesa di completezza, posso segnalare i seguenti pub.


Visualizza Cambridge in una mappa di dimensioni maggiori

In pieno centro storico di sicuro valore:
The Mitre (17 Bridge Street) da 4 a 6 ales in rotazione;
The Maypole (2a Portugal Place) Piu’ nascosto e “locale”. Diventa di mese in mese sempre piu’ interessante per la real ale. Attualmente mi pare ci siano tra 4 e 6 pompe, di cui diverse con birre in rotazione; la Milton Brewery e’ ormai ospite quasi fissa. Vivamente consigliato;
The Pickerel (30 Magdalene Street) Dicono il pub piu’ vecchio di Cambridge, potrebbe essere il piu’ bello di tutti per ambiente e posizione: fruit machines e bancomat qui davvero rovinano tutto. Ma vale la pena farci almeno un giro dentro. 4 ales, alcune in rotazione;
Castle Inn (38 Castle Street), ottimo pub come ambientazione e birre presenti, con un buon numero di spine e real ale a rotazione. Ambiente leggermente più raffinato rispetto alla media inglese (dove si possono abbinare ottime birre ad ambienti da miniera).
The Regal (38 St. Andrews Street): un vecchio cinema adattato a pub, gli ambienti sono molto curati, ma se vi ricordano qualcosa che avete già visto altrove è normale. E’ un pub Wetherspoon, una catena inglese di pub onnipresente in tutto il Regno. Ciò è un male per certi versi, ma un passaggio per dare un’occhiata alle spine lo merita, se il tempo non vi è tiranno. Sono presenti anche real ale di valore come birre ospiti.
Sempre in zona centrale The Champions of the Thames (68 King Street) offre un’atmosfera da vero pub inglese, soffitto basso, clientela mista, e non troppo giovanile, e real ale davvero real. Io ci sono arrivato in una serata gelida, con camino acceso e signori di mezza età che disquisivano della Premier League. Esperienza tipica.
The Mill
(14 Mill Lane) In riva al fiume. 3-4 ales (ospite fissa la Hobgoblin). Bell’ambiente mai del tutto rinnovato, legno, tavolacci e spifferi d’inverno. Se si e’ in centro e si vuole mangiare in un pub, qui e’ sorprendentemente buono.
St Radegund
(127 King Street) Freehouse. Il pub piu’ piccolo di Cambridge, gestito da duri-e-puri che vietano l’uso di cellulare. Una sola stanza. Gran posto. Esclusivamente Milton beers, piu’ un sidro. Non ricordo se hanno una pompa con lager per gli sprovveduti, ma scommetterei di no.

Una pinta al St. Radegund

Ai limiti del centro storico, nella zona della multietnica e vivace Mill Road troviamo i pub migliori, di eccezionale valore sia birrario che estetico.
Se il visitatore per sventura ha tempo per un solo pub, DEVE essere uno di questi tre.
The Cambridge Blue (85-87 Gwydir Street) Freehouse (cioè gestito in modo totalmente indipendente da catene e distributori). Grande classico per studenti e accademici. Diverse ales a rotazione e scelta enorme (unico caso a Cambridge) di birre in bottiglia da tutto il mondo, belghe e americane in particolare. Nella bella stagione si va nel gigantesco beer garden sul retro, circondato da un muretto (nota: i “beer gardens” sono in genere squallidi, piazzati in minuscoli cortiletti o negli interstizi tra due case). Si mangia piuttosto bene.
The Kingston Arms (33 Kingston Street). Freehouse. Non serve lager. Altro grande classico: bel locale non grande, vivace, sempre affollato di sera, diverse ales a rotazione (non ricordo mai quante). Anche qui bel beer garden per l’estate. Anche qui si mangia bene.
Live and Let Live (40 Mawson Road) Freehouse. Camra Pub of the Year per non so quanti anni. Diverse ales (e ciders) a rotazione, ostenta un’ottima scelta di birre belghe in bottiglia. Ambiente piccolo e meraviglioso: qui non sono duri e puri, semplicemente “sono”. Non ricordo se danno da mangiare.

Ordinario venerdì sera inglese al Live and Let Live

Altri pub consigliati in zona sono il Salisbury Arms (76 Tenison Road) e The Empress (72 Thoday Street), un bel local pub, circa 4 ales, assolutamente consigliabile se uno ha voglia di inoltrarsi nella seconda meta’ di Mill Road – in ogni caso un’esperienza.
Devonshire Arms (1 Devonshire Road), di recente apertura, è davvero interessante, rustico, con una bella scelta di birre soprattutto di Milton e buon cibo. In alcuni pub inglesi si mangia e i piatti sono spesso adeguati a soddisfare l’appetito sia a pranzo che a cena.
Sempre in zona stazione ho gustato un Sunday lunch al The Emperor (Hills Road) , anche qui keg di Milton Brewery più altra scelta di real ale, e , purtroppo, di ben più dozzinali birre del continente. Posto molto gradevole, cibo abbondante e curato (per quanto inglese).
Nel complesso la cittadina offre esperienze birrarie interessanti. La galassia dei birrifici inglesi è molto vasta e il panorama che si trova a Cambridge è completo da questo punto di vista. Consiglio caldamente una visita, sia turistica che birraria della città, anche per la relativa vicinanza a Londra che consente una scampagnata all’interno di una vacanza più lunga.

rob

Gingerman – Austin (TX), USA

Category : Locali

Gingerman è, come si può vedere dal sito ufficiale, una famiglia di pub americani in Texas. In realtà poi la famiglia si è allargata anche ad altri posti: sono al corrente di un Gingerman in New York City, e forse ce ne sono altri. Curiosamente, il pub di NYC ha un sito a parte, anche se ha lo stesso logo. Ma sto divagando, quindi ritorno sull’argomento principale: Gingerman in Texas, e per la precisione, ad Austin. Il logo, qua sotto, dice molto sul tipo di locale.

Austin non è una tipica città Texana, e anzi, il centro città è dinamico e pieno di locali, con molta musica dal vivo (Austin è conosciuta come la città dei concerti). C’è anche una certa attenzione alla birra artigianale, ma questo non sorprende: negli USA, sono moltissimi i pub che offrono, accanto alle marche più note, anche qualche birra di microbirrifici, spesso locali. Ma Gingerman fa delle birre artigianali il suo punto di forza, non soltanto un’offerta per soddisfare qualche palato. Per cui non potevo non farci almeno una visita.

Iniziamo con la informazioni tradizionali. Il pub si trova in downtown Austin, leggermente fuori dalle zone più frequentate, ma proprio leggermente (circa un blocco). L’arredamento è in legno, come nella maggior parte dei pub, e dietro il bancone una linea impressionante di spine fa bella mostra di sé. Tuttavia, non ho avuto modo di studiare con cura l’interno del locale, perché sono sempre stato nell beer garden sul retro. Infatti, a novembre le temperature di Austin sono tali da invogliarti a stare fuori quanto più possibile, e il beer garden, incastonato tra i grattacieli, è una piacevole sorpresa (non è così impressionante come la terrazza del Rock Bottom di Chicago, ma è comunque un bel posto).

E passiamo finalmente alle birre. Si vede subito che qui non scherzano. Tra le spine, ci sono birre tedesche (Spaten, Schneider), Belga (Chimay, Duvel/Moortgat, Bosteels), e qualcosa sparso di altri paesi (Pilsner Urquell, Boddington’s, Harp). Ma la parte del leone è ovviamente rappresentata dagli Stati Uniti, e ci sono più di 70 spine in totale. Molte le birre di birrifici texani, come: Live Oak, Independence, 512, Franconia, St. Arnold. Ottima la selezione e la sua varietà: ci sono birre di un po’ tutti gli stili, inclusi alcuni capolavori.

Nelle mie visite, ho avuto il piacere di assaggiare, tra le texane: 512 Pecan Porter, una porter molto solida e robusta di cui mi ha stupito la qualità dei malti (l’aroma di pecan, usate nella produzione, è quasi inesistente), 512 IPA, ben bilanciata ma non eccelsa, Live Oak Liberation, un discreto IPA con luppolatura a secco di Cascade, Independence Oatmeal Stout, una stout molto alcoolica con un’ottima texture vellutata, ma non pienamente convincente nel corpo.

Tra le birre non texane, non mi sono lasciato scappare la Stone Smoked Porter (così affumicata da sembrare una rauchbier, ma è una Stone, come si fa a non prenderla?), Victory Storm King (imperial stout di assoluta qualità – devastante come ci si può attendere, ma impeccabile sotto ogni punto di vista), Sierra Nevada Harvest, e una Schneider Aventinus, che non è americana ma che mi sentivo moralmente obbligato a godermi.

Finito qui? Assolutamente no. Infatti c’è anche una buona selezione di bottiglie di tutti i paesi, sebbene le bottiglie non siano così impressionanti come le spine, e vedo poche occasioni in cui in un posto del genere, possa venire voglia di una bottiglia (con tutto quello che c’è alla spina!). E la parte migliore è il prezzo: le pinte sono a 4.75 dollari, 4.25 durante l’happy hour! E’ quasi incredibile come possano permettersi un prezzo del genere (da notare che alcune birre sono un po’ più costose, ma la grande maggioranza è a 4.75 dollari). Non posso fare commenti sulla rotazione delle birre, ma da quello che ho visto, è piuttosto rapida. Infine, c’è anche qualcosa da mangiare, ma di certo non a livello di un ristorante – solo poche scelte tipiche da pub. Da segnalare l’importantissima presenza di una (1) birra analcoolica nel menu delle bottiglie: Clausthauler Amber, che si è fatta tutto il viaggio dalla Germania per essere bellamente ignorata dal popolo americano!

Se siete ad Austin, non fatevi scappare questo posto. Da provare anche i pub gemelli, perché se sono tutti come questo, c’è da divertirsi.

Giacomo

Wynkoop Brewing Co., Denver (Colorado)

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Category : Locali, Viaggi

Nel mio viaggio estivo dalla California attraverso i parchi e le Montagne Rocciose (tappe precedenti a Durango (CarverSteamworks) e Aspen), arrivo alla mia destinazione finale: la grande città di Denver, giusto ai piedi della catena montuosa che divide, in pratica, la parte occidentale dalle grandi pianure che si estendono  fino quasi alla sponda dell’Atlantico.
Perchè Denver è la mia meta finale? Motivi realmente interessanti pochi, l’unico grosso era che c’è un grande areoporto internazionale e che quindi avrei trovato buone offerte per il volo verso casa.

La scelta è poi stata confermata quando ho avuto modo di dare un’occhiata alle proposte birraie che la città offre: svariati piccoli birrifici, alcuno sconosciutissimi, nella città che ospita il Great American Beer Festival, la più grande e importante rassegna-vetrina-premiazione sulla scena artigianale statunitense. Inoltre, il Colorado è lo stato Usa con la più alta quantità di birra trangugiata pro capite, e nella sua capitale esistono tre chicche da non perdere: oltre alla Great Divide di cui parlerò in futuro, al Falling Rock TapHouse con 75 spine artigianali, c’è quello che è l’argomento del giorno. Leggo buone critiche su internet e il sito ufficiale mi convince a fare una tappa alla Wynkoop Brewing Company, che dista davvero poco dal centro della città, dalle altre due grandi proposte e dallo stadio dei Colorado Rockies.

Vado alla Wynkoop verso le 12 del mio secondo (e ultimo, per fortuna) giorno passato a Denver. L’inutilità completa della città, la mancanza di qualsivoglia attrazione, monumento, negozio, evento, fa sì che ci sia poco altro da fare se non bere (e schivare le cavallette mentre si passeggia…). Entrando, si viene gentilmente accolti a sedersi o nella zona ristorazione, o nella zona del bancone, un’isola piuttosto ampia di pianta quadrata. Dovendo tener d’occhio la lavagna luminosa con le proposte birraie, scelgo il bancone, e mi appollaio nell’angolino. Cosa piacevole, come in quasi tutti i locali che ho frequentato, c’è il wi-fi gratis, per cui ne approfitto anche per aggiornarmi sui fatti di casa e sugli orari del volo del giorno dopo.

Venendo alle birre, come già precedentemente sperimentato, scelgo di nuovo il sistema dei samplers, ma qui al contrario degli altri posti, le birre prodotte son tante (12) e quindi è dura pensare di poter poi fare dei bis. Mi metto d’accordo con il cameriere per averle tutte quante, e lui sceglierà l’ordine in cui servirle a gruppi di 4 bicchierini per servizio.

Gruppo 1
Partiamo con la prima serie di bicchierini, che scopro (giustamente) essere quelli delle birre leggere: la prima che sento è la Light Rail Ale, beverina, molto leggera, piacevole, seguita a ruota dalla buona Two Guns Pilsner, la prima pilsner più che dignitosa trovata fino ad oggi in Usa. La terza non lascia grandi soddisfazioni, la curiosità è che si chiama Tut’s Royal Beer e prende il nome dal faraone Tut, ospite d’onore della mostra egizia nel museo a pochi blocchi di distanza. Concludo il primo giro con la non meglio identificata Railyard Ale, che ha avuto la sfortuna di arrivare contemporaneamente al mio intruglio di chili, nachos e altre schifezze varie (buono ma pesantissimo).

Gruppo 2
La prima ad essere posata sul bancone è la Wixa Weiss Beer, che strano a dirsi non è niente male anche se ha una punta di gusto acidulo, non so se voluto o meno; la Patty’s Chili Beer, vincitrice di qualche premio qua e là, è davvero unica nel suo genere: sia al naso che in bocca sono fortissimi i sentori di speziato e piccante dati da uno strano intruglio al chili… meglio sorvolare. Scorrendo la lista, finalmente cominciano a delinearsi le birre apparentemente migliori, tra cui la buona ma poco luppolata Mile Hi.p.a., che prende il nome dalla caratteristica principale di Denver (figuratevi le altre…): la città si trova esattamente a 1609m slm, cioè 1 miglio, ed è detta Mile High City. Addirittura una fila di seggiolini allo stadio dei Colorado Rockies e una striscia colorata sul muro del municipio ricordano ai (pochi) turisti l’unica peculiarità positiva della città. Il secondo gruppo di birre finisce con un’anonima St. Chrales Extra Special Bitter, spinata dal cask… niente di eccezionale.

Gruppo 3
Nell’ultimo guppo mi aspettavo qualcosa di decisamente “impegnativo”, ma rimango deluso: la Monkey’ Fist Ipa (in cask) è dignitosa, la McKenzie Milks Stout è una stucchevolissima esplosione di zucchero – io e le birre dolci siamo come Steve McQueen e un corso di guida sicura -, per fortuna intervengono la maltosa e piacevole B3K Schwarz Bier (B3K = Batch 3000, ovvero “ricetta” n.3000 della Wynkoop, è una birra relativamente nuova), e l’ottima Silverback Porter, che avrebbe meritato un secondo assaggio se solo non fossero passate 3 ore dal mio ingresso nel locale e non sentissi un deciso senso di gonfiore allo stomaco…

Le peculiarità del locale sono tante: come già detto, è comodo al centro, è davvero gigante, al piano superiore c’è un’immensa sala con una dozzina di biliardi e di nuovo tutte le spine oltre al negozio ufficiale del merchandising (ci sarebbe tanto da imparare in Italia su questi argomenti…) con magliette, birre, insegne, cappellini, spille con i colorati loghi Wynkoop e perfino il sapone alla B3K. La vera curiosità però sta al piano interrato: dirigendomi verso i bagni scopro che il corridoio d’accesso è costellato da poster teatrali e insospettabilmente illuminato a giorno, così allungo la camminata e con mia grande sorpresa noto che i bagni sono in comune col teatro a fianco, e addirittura c’è un piccolo ticket booth: tra una birra e l’altra, in fondo, perchè non metterci, oltre ad una sosta per il pit-stop idraulico, anche un biglietto per il vostro spettacolo preferito?

Concludendo, nessuna birra alla Wynkoop pare avere grande carattere, ma d’altro canto nessuna è davvero fatta male e, tranne forse quella davvero bizzarra al chili, la sufficienza la prendono quasi tutte. Il consiglio è di farci un salto se siete a Denver e avete voglia di provare qualcosa di nuovo, o se la Great Divide è chiusa. Il fatto che poi voi siate a Denver, è un problema vostro – io ho già dato -, visto che io in due giorni, birra a parte, non ho trovato nemmeno una cosa decente di cui ricordarsi.

mattia

La Pazzeria – Milano

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Category : Birra, Locali

Milano è sempre stata una città ricca di pub e birrerie, ma che sul fronte artigianale si è mossa con colpevole ritardo, specie se paragonata a Roma. Uno dei locali più interessati del panorama meneghino negli ultimi anni si è senza dubbio rivelata la Pazzeria, situata in piazza Bande Nere. Ci si arriva comodamente sia in macchina che con i mezzi pubblici, complice la fermata della metropolitana (linea rossa). E’ aperta tutti i giorni dalle 18.00 alle 02.00.

Le spine propongono una linea di birre tedesche abbastanza interessanti direttamente da Chemnitz (Einsiedler, viste solo alla Pazzeria sinora), poi spazio alla Scozia con diverse produzioni Belhaven (in questo periodo è tempo di Howell at the Moon) e al Belgio con le classicissime St. Feuillien (alla spina trovo favolosa la Brune, in particolare) da Le Roeulx.

Molto interessante il grande spazio dato al panorama artigianale italiano, con una selezione di spine a rotazione di produttori locali (Orso Verde da Busto Arsizio, Geco da Cornaredo, appena fuori Milano) e non (Toccalmatto, San Paolo). Birrifici affermati o emergenti, che raggiungono o rasentano l’eccellenza nazionale, e di una certa difficoltà da reperire in città.

Due frigo hanno il compito di ospitare e mostrare la selezione di bottiglie, che ospita anche le birre di Barley (praticamente introvabili in Lombardia), di gran lunga il produttore artigianale sardo più noto e celebrato. Tra i prodotti di alta fascia reperibili in Pazzeria, va sicuramente menzionata la BB10 di Barley, vero e proprio capolavoro birrario contenente anche una percentuale di sapa (mosto cotto) di uve Cannonau, come vanno menzionate le due produzioni in barrique di Toccalmatto, la Italian Strong Ale e la Imperial Russian Stout.

L’arredamento e l’atmosfera sono abbastanza classici da pub, come la cucina, che pur non proponendo piatti troppo ricercati permette di saziarsi con gusto e con una spesa contenuta, e anche i prezzi delle birre sono assolutamente onesti.  Il locale, di medie dimensioni, ha un buon movimento di clientela. D’estate qualche tavolo in legno permette di poter sorseggiare la propria birra all’esterno, comodamente a contatto con l’ottima aria milanese.

Ultima cosa, ma non meno importante, il sito internet è sempre aggiornato e fa sapere quali birre si troveranno alla spina in quel periodo. Cosa abbastanza importante per chi, come me, arriva da fuori e spesso decide se passare o meno da un locale anche in base all’offerta birraria di quella serata-periodo.

Stasera (lunedì 15 novembre 2010), per chi ci sarà, è prevista una interessante serata di presentazione di birre natalizie italiane, a titolo “Venite Adoremus“, ovvero “la famigerata degusta di Natale“. A fare gli onori, oltre ai padroni di casa, i mastri birrai di Geco, Jeb, Orso Verde, San Paolo e Toccalmatto, che presenteranno le proprie strenne natalizie 2010. Dei primi sinceramente non ho mai provato nulla, e dopo una rapida ricerca su ratebeer so solo che sono della provincia di Biella. Fatemi sapere, se andate…

The Evening Star – Brighton, UK

Category : Locali

Con colpevole ritardo (più di un anno e mezzo fa ne avevo fatto cenno in occasione di un beer festival), ho il piacere di presentare a tutti quello che a mio avviso é senza dubbi uno dei migliori pub della zona sud-orientale dell’Inghilterra, nonché (fortunatamente) mio local, dato che é situato un centinaio scarso di metri da dove vivo. Sto parlando dell’Evening Star di Brighton, pub ufficiale del noto e pluripremiato birrificio Dark Star, che agli albori era situato proprio al piano di sopra del pub stesso. Come potete dedurre dall’immagine sottostante, il grande successo riscosso dalla produzione costrinse, ben presto, a due traslochi verso uno stabilimento sempre piú grande, che ora é situato a circa un’ora di macchina dalla costa.

Ma andiamo con ordine: a Brighton, e specialmente nella zona centrale dei Laines e North Lane, perdersi o confondere una via con un altra non é di certo un’impresa impossibile; trovare l’Evening Star é invece a prova di stupido, dato che si trova a un centinaio di metri dalla stazione centrale (mappa) e, come se non bastasse, una stella rossa e nera che si sporge dalla facciata potrá farvi da stella polare nella ricerca di una pinta(perfetta?). Il pub é decisamente piccolo e tradizionalmente inglese, con un legno chiaro a dominare la scena, unito agli immancabili red bricks a fare da pareti; pareti che sono costellate dei premi ricevuti dalla CAMRA, sia come miglior pub nel Sussex per piú anni consecutivi, che per le birre presentate ai vari festival – tra le tante ricordiamo la Best Golden Ale al GBBF 2009, con la Dark Star APA. Come dicevo, e come si vede dalla foto, il pub é piccolo, quindi se volete bere qualche birra facendo una chiaccherata in compagnia, di sicuro i momenti peggiori per farlo sono il venerdí e il sabato sera, quando si fa letteralmente fatica a camminare per la ressa all’interno del pub; gli altri giorni invece potrete stare molto piú tranquilli e se apprezzate la musica dal vivo, ogni domenica sera un miniconcertino é allestito al posto di uno dei 5 tavoli presenti.

Nonostante le dimensioni ridotte, l’offerta brassicola é entusiasmante: 17 spine… sí, diciassette! 3 a pompa con birre inglesi ospiti, 4 a pompa con Dark Star (calendario rotazione), 3 con Meantime, 2 con birre americane, tedesche e belga e per finire 3 sidri a pompa, tutto rigorosamente a rotazione. Come se non bastasse, un’altrettanto attraente lista di birre in bottiglia, anche questa in vorticosa rotazione, contribuirá all’immancabile indecisione, oltre che all’hangover del giorno successivo.

Ultime due cose di una certa importanza. Innanzitutto i prezzi: abbordabili per le birre in bottiglia, vantaggiosissimi per le pinte alla spina (sotto i £3 per tutte le inglesi)! Unica nota dolente (non si puó pretendere la perfezione) é la mancanza di cibo, che non siano peanuts, crisps o i piú tradizionali pork scratchings e biltong; con questi ultimi che non posso esimermi dal consigliarvi se ciò che cercate è uno stuzzichino da accompagnare alla birra, che allo stesso tempo non rovinino, anzi esaltino, quell’incantevole atmosfera tradizionalmente inglese che starete respirando se avete seguito il mio consiglio di fare un salto qui nella cosiddetta London-by-the-Sea.

Certo, qualche consiglio in più nel caso vi troviate da queste parti potrei anche darvelo, dato che in fondo questa città mi ha ospitato e viziato per più di 3 anni… ma questa volta prometto che non vi farò aspettare un ulteriore anno e mezzo!

Lorenzo

Church Brew Works – Pittsburgh (PA), USA

Category : Locali

Vi siete mai chiesti che cosa si proverebbe a scolarsi una decina di birre dentro una chiesa? Probabilmente no. Ma se vi può interessare, c’è anche chi ha pensato a voi; purtroppo questa persona si trova a Pittsburgh, ma non si può avere tutto. Ne esce fuori Church Brew Works – un posto che è più una curiosità che altro.

Situato vicino a downtown Pittsburgh (ci si può arrivare anche a piedi, con una camminata di circa 10-15 minuti), è assolutamente impossibile non individuare questo brewpub quando si è nei paraggi. Il motivo è semplice: è in una chiesa, e anche bella grande. Una chiesa vera e propria, eh: inizialmente dedicata a San Giovanni Battista, in un periodo di boom industriale per Pittsburgh, è stata costruita ricalcando l’architettura ecclesiastica italiana. A seguito di varie crisi economiche (sia della città che della diocesi stessa) e di cambiamenti demografici, la chiesa è stata ufficialmente chiusa nel 1993, e l’edificio è rimasto inutilizzato fino al 1996, quando dei pazzi hanno deciso di acquistarlo per trasformarlo in un birrificio.

E infatti adesso lì dentro, accanto a rosoni, navate e un simil-altare, ci sono bandiere americane e impianti di fermentazione. Quantomeno curioso. E’ evidente che qui fanno dell’immagine uno dei loro punti di forza: hanno cercato di lasciare tutto com’era nella chiesa inizialmente, facendo solo spazio per ciò che è necessario per produrre birra. Tutto in bella vista: il simbolo del birrificio è il rosone della finestra centrale della chiesa. Si sono meritati addirittura una pagina su wikipedia.

Una volta passati i primi 10 secondi iniziali di curiosità, disgusto, o brivido/terrore/raccapriccio a seconda della propria personalità, viene da chiedersi come siano le loro angeliche birre. Iniziamo col dire che ne hanno tante: la selezione è molto varia, include principalmente birre alla spina, ma anche qualcosa in bottiglia (comprese alcune che sono esclusivamente in bottiglia), e ruota velocemente. A seconda della stagione ci sono birre diverse, e ci sono sempre delle novità di anno in anno. Ovviamente, i nomi delle birre sono scelti in tema con il brewpub, e quindi abbiamo Pipe Organ Pale Ale, Pious Monk Dunkel, Celestial Gold, Confessional Kolsch. Il problema (grosso) è che alcune delle loro scelte sono – come dire – “curiose”.  Una stout al cocco? Una quadrupel in stile belga alla ciliegia o alle more? Vogliamo forse parlare della bock al cioccolato? Non so voi, ma a me queste idee generano quantomeno un po’ di sospetto.

Devo ammettere che le birre non sono così disgustose. Intendiamoci, non sono nemmeno dei capolavori; ma sono riuscito nonostante tutto a finire sia una pinta di Coconut Stout, sia una di Cherry Quadzilla. Fortunatamente in entrambi i casi l’ingrediente segreto era presente in maniera molto blanda, rendendo il tutto bevibile. Però anche la base (ovvero la birra escludendo il cocco o quant’altro) non era così convincente, e in entrambi i casi il mio giudizio è che non si superasse la mediocrità. Molto, troppo blande anche la Dunkel proposta, e la Heavenly Hefe Weizen. L’unica a superare la sufficienza è stata, secondo me, la Thunderhop Double IPA: alcoolicamente un po’ pesante, ma con un robusto corpo di malti e (finalmente!) una buona selezione di luppoli.

Da notare che nella chiesa si può anche mangiare: vengono servite pizze giganti fatte al forno (la scelta degli ingredienti ovviamente è un po’ strana, ma d’altronde cosa vi aspettavate da un posto che fa della stout al cocco il suo punto di forza?), che non sono male per gli standard americani, più panini/hamburger di vario tipo, e hoagies – una specie di ravioloni che dovrebbero essere il piatto tipico di Pittsburgh, e che vi consiglio caldamente di evitare, soprattutto per la quantità di salse disgustose con cui sono in genere serviti. Gli autoctoni mi dicono che qualche anno fa la qualità del cibo e delle birre era migliore, ma ahimè, non ci sono più i birrifici di una volta. Per concludere, aggiungo il fatto che la carità non sanno nemmeno cosa sia, qui dentro, e i prezzi sono leggermente superiori alla media.

Giacomo

Steamworks Brewing Co., Durango (Co, USA)

Category : Locali, Viaggi

Dopo la visita alla Carver Brewing Co. (raccontata qua), nella mia sosta estiva a Durango lungo la via che mi avrebbe poi portato ad Aspen e a Denver, mi son recato alla Steamworks Brewing Company (sito ufficiale), che gli stessi proprietari del birrificio senza grande modestia ma probabilmente a ragione, definiscono “il miglior birrificio in città”.

Situato nel centro della graziosa cittadina, a pochissima distanza dalla Carver stessa, il locale adibito a brewpub è enorme: ci saranno comodamente più di un centinaio di posti a sedere, disposti attorno al nucleo centrale composto da una stanza con dentro l’impianto per la produzione. Impianto che a me è sembrato troppo piccolo per poter brassare tutta la gamma di birre della Steamworks: a me ha dato l’idea di essere più di bellezza che altro, anche se la confusione era piuttosto reale.

Oltre ad essere grande, il brewpub è ben arredato, in stile “capannone fico”, con svariati schermi televisivi su cui venivano trasmessi eventi sportivi, un bel bancone e una grande lavagna con segnate nomi e descrizioni delle birre disponibili. Un segno distintivo del birrificio è la forte politica di marketing, in tutto il locale sono ben visibili poster, insegne, tovagliette, oggetti vari che richiamano direttamente e non le etichette (belle, molto colorate) delle proprie produzioni, compreso un piccolo spazio-negozio dove vendevano dalla spilla al bicchiere, dalla maglietta alla sella per cavallo (!).

Passando alla parte più soddisfacente, e cioè il bere, mi son lasciato tentare dal classico “Sampler tray”, con sei bicchierini a scelta tra tutto quello che c’era di disponibile. Le sette ore di macchina che avevo fatto dalla mattina e le birre della Carver mi avevano un po’ abbioccato. Ho così avuto modo di provare la Colorado Kolsch, premiata con la medaglia d’argento al GABF 2010 di Denver nella categoria “german-style Kolsch”, accettabile, certo non un capolavoro e un po’ povera di luppolo, la Third Eye Pale Ale che non sfigurava affatto anche se forse un po’ troppo dolcina e la Steam Engine Lager che non ho potuto ben assaggiare per via della concomitanza con un insospettabilmente piccante piatto di tacos di pesce (tra l’altro, molto buono).

Tra le altre tre che ho provato risiede un po’ tutto quello che si può dire della Steamworks: la Lizard Red Head è assoltamente senza arte nè parte; la Conductor Imperial Ipa l’ho trovata davvero sbilanciata e troppo troppo aggressiva e alcolica (nonostante il roboante e secondo me assurdo “97″ su ratebeer) e la ottima Backside Stout, sicuramente la migliore del lotto (medaglia d’oro al GABF in categoria “Oatmeal Stout”). Tra quelle non provate (o non presenti), la What in the Helles? è stata premiata con la medaglia d’oro al GABF 2010 nella categoria “Munich-style Helles”.

In conclusione, non un capolavoro di birrificio, ma sicuramente meglio dei vicini di casa della Carver: quantomeno si mangia più che discretamente e il posto è curato e piacevole da frequentare. Il grande numero di premi ricevuto quest’anno non lasci trarre in inganno: io non ho francamente assaggiato (Backside a parte) nessun capolavoro, e le medaglie mi sembrano un po’ eccessive, ma tant’è. Insomma, se siete in zona (?) un salto fatecelo, ma non perdeteci una giornata intera…

mattia