[Evento c/o] Arrogant Pub, Scandiano (RE)

Archiviato in Locali da mattia il lunedì 8 marzo 2010 alle 15:40

Era l’occasione di festeggiare il primo compleanno dell’Arrogant Pub di Scandiano (RE) (mappa), e non me la sono lasciata scappare. Per un motivo più che valido: l’offerta delle spine per questo evento era di primissimo ordine, e non si poteva certo mancare.
Ho iniziato la serata con una Schizoid di Toccalmatto, in formissima come già due settimane fa a Rimini, ha davvero un forte carattere, profumatissima e ben bilanciata. Nel “furioso” ruotare dei nomi sulla lavagna delle spine, ho avuto appena il tempo di assaggiare al volo una St. Peter’s Ipa (che non mi ha particolarmente soddisfatto: dolcina e stucchevole) prima di fiondarmi a mani basse sulla Rasputin (De Molen). L’imperial stout olandese è davvero qualcosa di eccezionale: a parte i suoi gradi alcolici, il profumo di caffè e di tostato, il corpo decisamente vellutato e morbido e un gusto che non aveva alcuna voglia di sparire, la rendevano praticamente perfetta.

Nel successivo passaggio, ho preso una Mikkeller Single Hop Tomahawk, già sentita a Rimini, e anche qui nulla da dire: amara come si vuole, pur essendo molto meno profumata della Schizoid, ha forse una persistenza maggiore. Buona, molto molto buona. Lo step dopo è stato invece tragico: dovendo aspettare una ventina di minuti per il cambio spine (quello che c’era su in quel momento lo avevo già abbondantemente assaggiato in altre occasioni), ho deciso di prendere una Bad Elf (Ridgeway): mai scelta fu peggiore. Poi probabilmente va a gusti, ci mancherebbe, ma questa bitter proprio non ha nulla per cui valga la pena prenderla. Stucchevolissima per il suo gusto dolciastro e pesante, non dà alcun piacere sensoriale, se non la voglia di finire presto il bicchiere o sbolognarlo alla ragazza (che però, avendo le papille gustative intatte, non accetta).

Dovendo recuperare l’equilibrio del palato… mi arriva l’occasione giusta con la magnifica e strepitosa Cantillon Rosè de Gambrinus, sicuramente la mia preferita del birrificio di Bruxelles. Il bicchiere non dura più di tre minuti, e finalmente un’espressione soddisfatta si restaura sul mio volto. La mia ragazza, che mi ha assecondato per tutto il tempo (lode a lei!), ormai mi guarda storto e così decido di prendere l’ultima birra della serata. Sapendo che sta per arrivare la BrewDog Tokyo 18°, cerco di temporeggiare, ma l’alcolicissima birra scozzese non si manifesta in tempo, e così “ripiego” su una Lambrate Imperial Ghisa. Il confronto con la Rasputin è quasi automatico, l’Imperial Ghisa ha molti pregi (tra cui l’impatto visivo, una schiuma meravigliosa e profumi molto marcati) e alla fine, a mio modesto parere, ritengo che le due birre si equivalgano. Tra quelle che non ho assaggioato in questa occasione, Fantome Gillmor, BrewDog Punk Ipa, Cinnamon Bitter Ale, Fumè de Sanglier.

Da lì a poco sarebbero arrivate altre rinomate birre, ma il mio tempo era giunto al termine. Serata piacevolissima in un locale che nell’ultimo anno ha conquistato “punti”, e che non mancherò di visitare spesso e volentieri nei prossimi tempi. Solitamente le spine presenti sono 5-6 più una o due a caduta o a pompa. Non mancano mai le italiane Tipopils e Wudù, le altre sono in costante rotazione, con predilezione per BrewDog, americane e belghe. Notevole anche l’assortimento in bottiglia e, mi dicono – io non ho provato – anche la cucina: per questo spazio a prossimi aggiornamenti.

mattia


Campiglio – Oggiona S.Stefano (VA)

Archiviato in Locali da davide il giovedì 4 marzo 2010 alle 10:21

In questi ultimi mesi sto setacciando la zona del basso varesotto alla ricerca di una buona pinta di birra. Nel mio gironzolare mi sono imbattuto in locali notevoli come la coppia della Compagnia del Luppolo, altre volte in baracci di cui mi risparmio la recensione (anche se forse con lo spirito giusto, ci starebbe) e altre volte ancora mi trovo davanti a opere incompiute. Questo articolo si riferirà all’ultima tipologia di locali, quelli che forse lasciano più l’amaro in bocca (e non parlo di ottimi luppoli.. ).

Campiglio, nome strano per un pub nella pianura padana, mostra subito all’entrata la sua vocazione birrofila con il sottotitolo ben in vista di “accademia della birra“. Ci sono andato convinto da un’amica, non esperta di birra ma entusiasta dal locale e dalla presentazione dei prodotti.

Dopo esserci stato devo ammettere che il locale gestito con passione da Ongaro Eugenio si presenta realmente bene. Spazioso, con decorazioni e gadget birrosi un pò ovunque e 8 spine in bella vista.  Le spine non sono però nulla di entusiasmante, con birre abbastanza ordinarie con l’Afflingem Blonde e Rouge, La Fisher, La Mc Farland, la Guinness e la Maredsous 10 (più altre che ho rimosso). Insomma, niente di clamoroso ma neppure malaccio. Il menu delle birre supera tranquillamente le 100 bottiglie, con una componente belga dominante, qualcosina di inglese e poco altro giusto per fare colore.

Come raccontavo poco sopra però, questo locale finirà nella mia casellina degli incompleti per due difetti piuttosto grossi, di cui uno non “rimediabile” almeno al momento. Innanzitutto chi serve la birra non ha idea di cosa serva nel vero senso della parola. Le ragazze ai tavoli sono gentili e carine, ma scambierebbe senza dubbio una Peroni per una Duvel.  Di conseguenza tutto il pub ruota dietro la figura di Eugenio che da sapiente di birra versa personalmente tutti i bicchieri e spina praticamente tutto.  In base alle possiblità passa anche volentieri al tavolo, scambia due parole, racconta in modo didattico e piacevole le birre che serve dando un tocco aggiuntivo e importante al servizio.

Il personale quindi sarebbe anche una cosa da poco conto (tranne quando si incappa in una serata caotica) , se non sorgesse il problema numero due, problema piuttosto grosso. I costi. Alti, realmente. Tutte le bottiglie sono sopra i 5,50 comprese birre dal prezzo popolare (Duvel, Kwak o Orval) con punte facilmente raggiungibili di 7/8 euro. Le bottiglie da 0,75 sono messe anche peggio con la base minima di € 12,5 (x una Chouffe) fino ai 14-15 in tranquillità.

Detto questo, il Campiglio è sicuramente un locale piacevole (evitate magari gli orari da partita di calcio per trovare meno ressa), ma da consigliare forse solo al principiante assoluto avvisandolo che oltre alla birra pagherà anche la sua spiegazione o il consiglio sempre pronto di Eugenio.

Per un consumatore più scafato e indipendente invece, resta il problema costi, che purtroppo a mio avviso ad ora è sufficiente per non promuovere completamente il locale.


Birroteca “Al Goblet”, Modena

Archiviato in Locali da mattia il martedì 16 febbraio 2010 alle 16:45

Scriviamo ora di quello che è diventato uno dei (se non “il”) locali più frequentati di Modena: la Birroteca Al Goblet (sito): Goblet che vuol dire “Calice”, sia in francese che in inglese, e infatti metà delle persone lo chiama in modo anglofono e metà alla transalpina. Il locale è in pieno centro storico di Modena, nella vivace zona della Pomposa (dal nome della chiesa e della piazza antistante), dove coesistono locali ben diversi gli uni dagli altri, e dove buona parte della movida cittadina si ritrova il venerdì e il sabato.

Il locale, aperto soltanto a luglio 2008, è abbastanza piccolo (una trentina di posti a sedere nei vari tavolini da 4, più il dehors esterno che tiene una ventina di persone) e nelle serate affollate o con maltempo non è sempre semplice trovare un posto a sedere. Il bancone, particolarmente curato, offre 10 spine in ottone: le classiche e fisse sono Auerbrau (Rosenheimer), Fischer, Murphy’s Stout, Erdinger Weiss, Goldenfire, Affligem Blonde, Affligem Rouge, La Chouffe. Le altre due spine ogni tanto ruotano (ultimamente Blanche de Namur, Chouffe N’Ice) e ogni tanto vengono occupate dalle produzioni del locale. Avete capito bene: i gestori del locale sono due dei tre soci del Birrificio Emiliano di Ponte Samoggia e sono l’unico locale (sicuramente a Modena e dintorni, ma per ora credo al mondo vista la “tiratura” ridotta del Birrifico) ad avere le loro spine. La Forum Gallorum è una bionda chiara, abbastanza luppolata, da 6%, ottima bevibilità. La rossa, che prende il nome di Pomposa (come detto, la piazza in cui si trova il locale) ha 6.2%, in stile Ale inglese, è ben bilanciata pur non essendo particolarmente corposa. In arrivo so di certo che ci sarà la nuova produzione dei San Geminiano (dal nome del patrono di Modena), che verrà prodotta seguendo una ricetta per una Blonde belga.

Al di là delle spine (che purtroppo va detto: la rotazione è per ora praticamente nulla) il locale offre più di cento etichette tra birre belghe, italiane, americane, olandesi, britanniche, tedesche e chi più ne ha più ne metta: alcune etichette come Jaipur e Kipling (Thornbridge), tutte le trappiste, un ottimo assortimento di Cantillon, tutta la linea della Dupont e del Ducato, Sierra Nevada, Brooklyn, Flying Dog, BrewDog sono solo alcune delle proposte. Sulle bottiglie la varietà è decisamente più in “movimento” rispetto alle spine e non manca mai qualche bella sorpresa. Simpatica anche la possibilità di affittare una megabrocca da 2lt, farsela riempire della birra preferita e portarsela a casa per berla assieme agli amici.

Il locale offre un buon servizio di paninoteca, con specialità tagliere di salumi e formaggi con tigelle. Ogni tanto il Goblet organizza eventi a tema come abbinamenti cibo-birra, cene a base di sushi, imperdibili degustazioni di formaggi o serate musicali con dj. Il servizio è iper cortese e particolarmente “alla mano”. E’ aperto tutti i giorni dalle 18 all’1 e nel weekend fino alle 2: happy hour halle 18 alle 20.30.

Insomma, Modena città non offre ancora troppo dal punto di vista birraio, e non ci si può fare problemi nel consigliare questo bel locale. Se solo la scelta delle spine ruotasse di più, magari affidandosi un pò di più al coraggio invece che al mantenimento dello status quo, potrebbe veramente far fare un enorme salto di qualità al Goblet, portandolo di diritto  tra i migliori locali in provincia e in regione.

mattia


Guida di sopravvivenza – Trento

Archiviato in Beershop, Birra, Locali, PintaPerfetta da davide il martedì 2 febbraio 2010 alle 10:22

Trento è una città in cui “prima o poi ci si capita”, per il suo essere graziosamente turistica o per i mercatini natalizi o per la stagione sciistica invernale.
Bere birra a Trento però, birra buona, non è un’impresa così semplice come può apparire. Da questa premessa nasce la mia breve guida di sopravvivenza in una città in cui vivo da (troppi) anni e che purtroppo è ben distante dall’essere un’oasi felice per la birra artigianale e di qualità.
Innanzitutto uno degli ostacoli maggiori è dato dalla clientela stessa. I « giovani » sono in gran parte interessati alla quantità, al minor costo, allo sfondarsi di birraccia da happy hours, sbobba annacquata di cui potrei dire ogni male possibile. Dove invece gira la grana, tra i cosiddetti « borghesi », l’offerta e la storia vinicola è sufficiente a colmare le richieste affibbiando alla birra il ruolo che può avere un succo di frutta: dissetare se fa caldo o al limite sbronzare qualche adolescente alle prime armi.
Un ulteriore ostacolo è dato dalla presenza, quasi invadente nella zona, del birrificio Forst in quel di Lagundo, non troppo distante da Merano. La Forst probabilmente è uno dei rari esempi di prodotto altoatesino amato nel Trentino, dove un po’ per sana tradizione montagnina, un po’ per la classica chiusura provinciale italiana, si è portati a magnificare le lodi di qualsiasi cosa prodotta in loco e di diffidare di conseguenza delle novità portate dai « foresti ».
Quindi trovare un bar che serve Forst a Trento è come trovare una boulangerie a Parigi, impresa veramente semplice. Raccontare la Forst è piuttosto banale. Discreta pils, buona doppelbock ma rimane comunque un prodotto industriale.
Passando in rassegna i luoghi della città, non posso che iniziare dalla birreria Pedavena (di cui potete osservare il sito particolarmente trash, alzate il volume della casse e gustatevi l’intro… )
Da non confondere con l’omonima di Feltre, il Pedavena si trova poco fuori le mura, in zona ancora centrale e turistica.
Il locale è enorme, esteticamente invitante e attrezzato per ricevere le frotte di turisti alla ricerca di un luogo caratteristico per un pranzo e un boccale.
Il cibo è senza infamia e senza lode, anche per la quantità stile mensa di persone che al suo interno girano (per mangiare attraversate la strada, all’ottima Trattoria del Volt), mentre la birra è prodotta in casa.
La birreria segue la legge di purezza tedesca offrendo una lager piuttosto ordinaria, una bock non eccelsa e una buona Weiss. Il problema di fondo, a mio avviso, è nella gestione del locale : frenetica e a volte “dittatoriale” che poco punta sulla qualità del servizio e molto invece sulla velocità e sulla capienza e aspetto delle sale.
I baristi ruotano frequentemente (mentre la birra è sempre quella), non affinandosi mai e sembrando scelti più per la pazienza che per la competenza. Un ricordo su tutti è il mesto bicchiere della schiuma, preparato a parte e usato indistintamente su tutte le birre per il rabbocco in caso di necessità. Roba da bollino rosso a vita.


Altre alternative birrose purtroppo sono legate a locali, anche ben gestiti e curati, ma nati e tutt’oggi vissuti per il vino, che timidamente si affacciano nella mescita di birra.

Tra questi segnalo l’osteria della Mal’Ombra, nel sud della città e l’enoteca della Sgeva nella zona nord. Nel primo si trova la promessa perenne (spero prima o poi mantenuta) di 2 spine di birra artigianale e una lista di circa 15 bottiglie di birra artigianale italiana, con una tendenza dolente alle birre di castagne che personalmente non amo.
La Sgeva invece è ancora più rudimentale, con bottiglie di Baladin, Hy e Montegioco (se la memoria non mi tradisce), vendute però a prezzi esorbitanti.
Ultima segnalazione più speranzosa verso il futuro è data dall’enoteca Grado 12°, in pieno centro storico.
Enoteca di ottimo livello per quanto riguarda i vini, il personale impeccabile e la presentazione dei prodotti, negli ultimi mesi si sta progressivamente aprendo alla vendita di bottiglie di birra di qualità.
La rotazione dei prodotti è abbastanza costante, si intuisce il desiderio di provarci e nell’offerta di circa 30 bottiglie è spesso possibile reperire prodotti non banali (come la belga Embrasse o l’americana Brooklyn Local 1) e a prezzi invitanti.
Concludo questa breve rassegna, ricordando che questa è una guida di sopravvivenza. Trento ad oggi ha un’offerta limitata, forse in crescita e il meglio che posso consigliarvi è di passarci le vacanze, girare i mercatini, ma se non siete dei feticisti della Forst, bevete altrove.


Guida rapida di Praga

Archiviato in Locali, PintaPerfetta, Viaggi da mattia il venerdì 22 gennaio 2010 alle 18:42

Difficile, difficilissimo fare una sorta di “recensione” di tutti i locali praghesi di ottimo livello. Difficile perchè sono tanti, e molti sono “nascosti” agli occhi di chi vive la città solo per qualche giorno. Essendoci però stato poche settimane fa, provo  a fare una sorta di piccolo compendio a quei locali che valgono bene una visita, o a quelli forse un pò troppo pubblicizzati.

Partiamo subito con quello che considero la migliore birreria a Praga: U Zlateho Tygra (La Tigre d’oro).
Centralissimo, tra la piazza principale e Ponte Carlo, apre al primo pomeriggio e l’ideale è andarci subito. Il perchè è presto detto: dalle 16-17 in poi solitamente i tavoli son tutti prenotati e si viene più o meno educatamente fatti spostare (se esistono sedie libere) o cacciati fuori. Le prenotazioni, da quel che so, sono praticamente inaccessibili a breve termine. Locale per praghesi doc, difficile vedere troppi turisti, e questo è un bene, ovviamente. Birra eccellente a prezzi che paragonati a quelli italiani risultano ridicoli (35-40 CZK la 0.5), si mangia anche qualcosa, ma quest’anno non mi son buttato sulle cibarie, che invece avevo provato nel lontano 2003 e non mi avevano colpito. Servizio “sgustoso”, pochi sorrisi, si ordina, si beve e stop. Viene più o meno automaticamente messo un bicchiere pieno non appena si svuota il precedente. Per sospendere la bevuta, uno dei metodi più usati è quello del sottobicchiere a coprire il boccale. Grazie alle irrispettate leggi antifumo ceche, per chi come me non è amante della sigaretta, il locale risulta sicuramente un pò troppo “fumoso”.
Sito: http://www.uzlatehotygra.cz

Kolkovna (V Kolkovna)
Nel quartiere ebraico a fronte della Sinagoga Spagnola e a due passi dal Cimitero Ebraico, è il primo locale praghese ad aver servito la celebre Pilsner Urquell (di cui potrete trovare ogni sorta di gadget compresi degli splendidi boccali in ceramica), che lì viene spillata direttamente dal tank da 300lt, non filtrata, ed ovviamente è di qualità eccezionale. Prezzi anche qui decisamente bassi (75 CZK per il litro, 40 per la 0.5). Si mangia, e bene (tanti piatti tradizionali, di buona quantità e qualità, tra cui un gustosissimo piatto di salsicce miste della casa). Tra tutti quanti, probabilmente il posto più “in” da visitare, sicuramente il più comodo e spazioso, e l’unico che divide fumatori e non. Io ci son stato tre volte in tre giorni.
Sito: http://www.kolkovna.cz/index.php?place=11&show=hot

U Cerneho Vola (Il Toro nero)
A Hradčany, molto vicino al Santuario di Loreta, non lontano dal Castello. L’entrata non è particolarmente visibile, si trova sulla sinistra (dando le spalle al Castello) proprio di fronte ad un’edicola che fa angolo con Loreta. Piccolissimo (40 posti a sedere se si sta stretti), i due burberi gestori non sono poroprio due milord, si mangiano poche cose e tutte già pronte (formaggio firtto, patatine, uovo e prosciutto, poca altro. Esiste un menù in inglese anche se non è presente sul tavolo).  Le tre loro birre sono la classica Pilsner Urquell e le due Kozel 10 (la Kozel Cerny, scura, piuttosto buona) e Kozel 12 (Lager), la bionda davvero niente male. Prezzi decisamente i più bassi tra le birrerie recensite in questo articolo (io ho preso 3 birre da 0.5, due formaggi fritti e ho speso attorno ai 150 CZK, circa 6 euro). Tipicissimo anche questo locale, anche qui si fuma ma essendo meno affollato rispetto al Tygra, l’aria risulta ben più respirabile. Nota di colore, fate ben attenzione al “bancone”, che da noi farebbe fatica ad essere usato in una rudimentale e rusticissima fiera agricola.
Sito (non ufficiale): http://www.allpraha.com/d/31229/U_Cerneho_Vola/

U Kalicha (Il Calice)
Spostiamoci ora in un’altra parte di Praga per vedere U Kalicha. Qua siamo non lontani da p.zza Venceslao, nella zona appena fuori dal “giro” turistico. Io consiglierei eventualmente un pranzo, di sera la zona non è che sia il massimo della vita (niente di pericoloso, anzi, ma sicuramente non è centro). Si mangia (bene, anche qui piatti tradizionali e menù addirittura in italiano), è forse assieme al Fleku la più cara tra le birrerie storiche, e dopo Fleku sicuramente quella più “commerciale” e turistica. Anche qua non c’è un gran servizio, le porzioni di birra sono di norma 0.5 per le donne, 1lt per gli uomini (e non lo chiedono), e la loro  birra Svejka (più che discreta) viene accompagnata da mandorle spellate ( che ci stanno “come il cacio sui maccheroni”). Insomma, U Kalicha non è un must assoluto, ma ci si può fare un salto, anche se in zona probabilmente non ci capiterete quasi mai.
Sito: http://www.ukalicha.cz/shop/index.php?lang=IT

U Fleku
Qui so che mi attirerò delle critiche ma Fleku, con tutti le dovute proporzioni, è la HB praghese, e purtroppo la HB vince il confronto. Questo perchè è imballato di turisti (specialmente italiani e russi), incasinatissima di gente che tende a fare un pò troppo casino. Si mangia appena appena decentemente (piatti tipici), è la più cara delle birrerie e soprattutto i camerieri non demordono nel volervi vendere bicchierini e bicchierini  di Becherovka, che, al contrario di quanto dicono, non si sposa per nulla con la birra della casa. Oltretutto, un bicchierino costa come 2 boccali. Particolarità proprio del Fleku non è solo che pagherete decisamente di più per una birra, ma ne riceverete anche meno: al contrario delle altre Pivovar, qui è servita la 0.4 anzichè la 0.5. La birra è una lager scura (forse uno dei pochi esempi mondiali), 6 gradi, abbastanza dolciastra, che personalmente stanca abbastanza presto. Già nella visita del 2003 non ero rimasto affascinato da luogo e birra, a sto giro proprio ho dato l’addio ufficiale, e non credo ci tornerò più.
Sito (n italiano): http://it.ufleku.cz/

U Hrocha (L’Ippopotamo)
Sulla parallela della Nerudova che da Ponte Carlo va verso il Castello, è un piccolo locale piuttosto fumoso e zeppo di gente (del loco). Purtroppo quando son andato non c’era nemmeno un mezzometro quadro di spazio vitale per poter valutare il locale, ma chi c’è stato ne parla bene.

Detto questo, altri posti son presenti a Praga, e vi invito a riportare nei commenti le vostre segnalazioni.

Mattia

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Compagnia del Luppolo – Parabiago (MI)

Archiviato in Birra, Locali, PintaPerfetta da davide il domenica 27 dicembre 2009 alle 13:20

La Compagnia del Luppolo raddoppia, e dopo avervi raccontato della sede di Legnano , su Pintaperfetta si parla di una nuova apertura in quel di Parabiago.

La mia recensione non può che rifarsi a quanto già detto nel precedente articolo e quindi questo pezzo non brillerà per originalità e sarà un continuo rimbalzo di confronti tra il vecchio e il nuovo locale, in quanto la “nuova” compagnia del luppolo riprende e espande i concetti già espressi nella sede storica.

Per farvi un breve ripasso, spine di birra made in Italy esclusivamente artigianale (che ora aumentano a 8 spine e 2 a pompa), una ricca offerta di bottiglie e la garanzia di una rotazione pressoché assoluta dei prodotti.

Il nuovo locale si presenta più spazioso e luminoso rispetto al precedente, su due piani piacevolmente arredati con uno stile che si ispira un po’  alle vecchie osterie, un po’ alle moderne steak house  e un po’ alla birreria classica, ma con tocchi  più chic. I prezzi corretti, il servizio di qualità e l’atmosfera familiare fanno da contorno piacevole alla visita.

Il tema della bistecca non è casuale e cade anche nel “sottotitolo” della Cdl (Birra e Bistecche), a mostrare un’offerta più ampia nell’ambito della ristorazione, con piatti semplici e piuttosto carnivori come i vari hambuger, bistecche e filetti.

Mi fermo qua nella descrizione analitica del locale, in quanto non potrei che ripetere quando già detto in passato, quindi passerei a qualche mia considerazione.

Il primo pensiero che mi frulla è legato alla localizzazione della nuova Cdl.

Proprio sull’aspetto territoriale si può mostrare un punto debole della nuova creazione di Gabriele. Infatti i due locali distano solo pochi minuti di strada uno dall’altro, esponendoli al rischio di non essere uno alternativa dell’altro ma piuttosto un doppione. A parziale risposta della mia obiezione  Gabriele mi ha assicurato che le due anime di Cdl non presenteranno mai contemporaneamente medesime spine (qui allora butto il suggerimento di aggiornare il più possibile il sito internet per permettere di sapere “in tempo reale” cosa si trova e dove). Sempre in tema mi pare di aver inteso un’ipotesi di trasformazione futura del primo Cdl verso spine di origine estera (belghe? inglesi? americane? ) , ipotesi che personalmente caldeggio. Non resta che una paziente attesa,  tutto è ancora in movimento e aspettiamo con fiducia le evoluzione che verranno.

Il secondo pensiero invece ruota più sulla mia sincera approvazione per questo “fermento” e per la volontà mostrata. Se ho giudicato un azzardo aprire un locale con un tema così preciso e di nicchia, bissare la scelta e anzi raddoppiarla (come sforzi, capacità e offerta) non può che essere considerato come uno sforzo ammirevole e che PintaPerfetta sostiene.

Detto questo, mi ripeto un po’ noiosamente come in passato, ma se vi piace la birra artigianale made in Italy, questo è sicuramente un locale imperdibile.

p.s., soliti ma non scontati ringraziamenti per revisione, consigli e fotografie a Antonella, mia insostituibile alleata di beer hunting.. :-)


Maltus Faber – Genova

Archiviato in Birra, Locali, PintaPerfetta, Viaggi da davide il martedì 1 dicembre 2009 alle 13:24

Nel mio ultimo articolo sulla Compagnia del Luppolo, ho accennato del desiderio di Gabriele di iniziare una serie di “gite” ai birrifici italici. La prima di queste esperienze si è tenuta domenica 29 presso il Maltus Faber di Genova, in una giornata grigetta e piovosa.

Durante la partenza in pulmann ho intuito subito le potenzialità cialtrone del viaggio dalla presenza di qualche dettaglio:

-  Gruppo ben compatto (in tutti i sensi, ci si sarebbe potuto fare un eccellente pacchetto di mischia con ottimi piloni, seconda e terza linea)
-  Il megafono, gioia e dolore di tutto il viaggio
-  I cori da stadio prima, da festa della birra poi, vicentini dopo gli assaggi più tosti.
-  La voglia di bere birra
-  L’idiozia in generale.

La destinazione come raccontavo poco sopra è stata presso il birrificio Maltus Faber, realtà molto giovane ma di cui avevo sentito parlare in gran bene (anche il buon Alessio assaggiò qualcosa al Villaggio della Birra) , con un programma di tutto rispetto fatto dell’assaggio completo della linea di produzione, visita dell’impianto e foraggiamento vario alla panza (focacce, pranzo, dolci, ecc.. ).
Maltus Faber nasce in parte dei vecchi stabilimenti del Birrificio Cervisia (oramai dismesso dopo una lunga e tribolata storia), dalla passione di Fausto Marenco e Massimo Versace.

La produzione è figlia di un passato fatto di passione personale e una serie di esperimenti riusciti capaci di dare la spinta necessaria all’apertura di un’attività vera e propria.
Nel giro in “fabbrica” (parola un po’ grossa data le dimensioni ridotte), è stato possibile osservare un impianto ordinato, pulito e funzionale, prodotto su misura e ideazione degli stessi fondatori e con una piccola (ma graziosa) sala visitatori.
Da Maltus è possibile trovare una linea di 8 birre di chiara ispirazione belga, presenti tutto l’anno all’eccezione della stagionale natalizia e tutte prodotte con lo stesso ceppo di lievito.
Quindi visto che qua si parla di birre, raccontiamole come si sono presentate lungo gli assaggi svolti in parte in birrificio e in parte durante il pranzo.
L’introduzione, accompagnata dalla classica focaccia genovese, è stata affidata alla Bianca, una blanche molto beverina ma piuttosto atipica per la sua tipologia.
Infatti pur presentando i tipici profumi agrumati, a detta di Fausto e Massimo, è una blanche prodotta senza l’utilizzo di spezie e che quindi trova note aromatiche esclusivamente alla scelta di malti e luppoli.
Gli assaggi successivi si sono svolti in ristorante (di cui tralascio i cibi, discreti senza eccellere), con una degustazione della Blonde, Ambrata e Brune.
La Blonde rimane la birra più sottotono della serie, più interessante per profumi tipicamente “belgi” che al palato. Della Ambrata invece ricordo il sapore di caramello ma ben bilanciato dall’amaro del luppolo, una discreta birra.
La Brune rimane la migliore della serie al ristorante (comunque tutte tra il discreto e il buono), una scura molto bevibile per la tipologia, con sapori di frutta secca in evidenza.

Il meglio degli assaggi però devo confessare lo si è avuto nel rientro in fabbrica, con un filotto, accompagnato da panettoni caserecci, costituito dalla Triple Blonde, dalla Natalizia, dalla Extra Brune e dalla Imperial Stout.
Da racconti di corridoio mi è giunta la notizia che la Triple assaggiata presentava un tono sperimentale rispetto al solito (e a come effettivamente me la ricordavo io), con una nota amara e una secchezza eccessiva per la tipologia. Del dolce promesso al naso rimane poco al palato.
La Natalizia invece si presenta come natalizia e si comporta da Triple.
Più dolce, avvolgente e complessa della precedente. Probabilmente migliorabile, ma già una buona birra.
I capolavori però attendevano pazienti per il finale, con l’Extra Brune e l’Imperial Stout.
Raccontando l‘Extra Brune, Massimo ha accennato delle richieste fatte dal Belgio per degustazioni e manifestazioni, e dei confronti fatti con la monumentale Rochefort 10.
Dopo l’assaggio non ho problemi a credergli in quanto l’Extra Brune è realmente un’ottima birra (ancora sotto la Rochefort 10, ma infondo si parla di un pilastro nel mondo della birra).
Il colore è scuro, i profumi intensissimi e il sapore fa pensare a qualche frate trappista fuggito verso il sole dell’Italia.
Complessa, dalla schiuma pannosa, piena e gustosa anche al palato, con una bevibilità sorprendente per la tipologia, l’Extra Brune finisce tranquillamente tra le prime della categoria in Italia.
Il passaggio successivo dell’Imperial Stout ha ampliato ulteriormente un sorriso già largo.
Del tipico colore nero, con una schiuma leggera e non troppo persistente, l’Imperial Stout conferma le attese con profumi e sapori di torrefazione, liquirizia e una note lieve ma piacevole di cioccolato.
Il finale è etilico e amaro, in conclusione molto positivo.

Per concludere, le solite ma oramai scontate conclusioni finali.

Dal punto di vista organizzativo un plauso a Gabriele della Compagnia del Luppolo per il viaggio in sé. L’idea, l’organizzazione e i costi più che onesti sono da promozione sicura.
Parlando di Maltus Faber il giudizio non può che essere in generale positivo. Quando mi raccontarono di un birrificio italiano di chiara impronta belga rimasi un po’ scettico, ma devo dire che i loro prodotti sono di sicura qualità e immagino (vista la competenza e sensibilità mostrata) tendenti a un ulteriore miglioramento futuro.
Unica nota un po’ dolente riguarda i costi delle bottiglie, che nonostante lo sconto “gita”, rimangono a mio avviso un po’ eccessivi.
La dimensione ridotta dell’impianto sicuramente comporterà costi, il sistema Italia non sarà tra i più funzionali del mondo (anzi, vero il contrario), ma pagare 2 volte e mezzo in più l’Imperial Stout rispetto alla ‘t Smisje Catherine (tanto per fare un nome), o l’Extra Brune il doppio secco rispetto alla Rochefort 10 mi pare troppo.
E’ giusto ricordare che si tratta di un problema generale di gran parte della produzione italica, spero che la diffusione e l’aumento dei sostenitori possa aiutare a smorzare un po’ questa tendenza senza minarne la qualità.

Ps, ringrazio Antonella e Elisa per le foto..


Compagnia del Luppolo – Legnano (MI)

Archiviato in Birra, Locali da davide il martedì 24 novembre 2009 alle 12:37

La mia visita alla Compagnia del Luppolo ruota sostanzialmente attorno al caso. Ci passai davanti qualche mese fa’, il nome luppoloso mi fece fermare a pensare se entrare o meno e, ahimè, non ebbi abbastanza tempo e fiuto. Per fortuna, grazie al dio del malto i beoni sono persone illuminate, e una visita casuale in un newsgroup mi ha ricondotto sulla scena di quel grande errore, con mia somma gioia.

Comunque sia, nonostante tutto ci sono arrivato, quindi partiamo con la « recensione » vera e propria. La Compagnia del Luppolo, situata a Legnano nella provincia milanese, gestita con passione, competenza (ma anche schietta modestia) da Gabriele Nigro, nasce nella sua forma attuale da un vero e proprio azzardo.

L’azzardo di cui parlo è quello di prendere un locale decennale, di tipo standard (anche se con qualche birra belga in lista) e convertirlo al servizio esclusivo di birre artigianali italiane. Gabriele ha descritto questo passaggio in modo semplice, dettato da quello che si può definire come un vero e proprio colpo di fulmine, nato da assaggi di non molto tempo fa’. Così oggi, alla Compagnia del Luppolo, è possibile trovare 5 diverse spine di birra artigianale italiana e una carta di bottiglie esclusivamente da 75cc, scelte tra le più interessanti produzioni nostrane.

Elencare le spine è praticamente inutile in quanto lo stesso Gabriele mi ha confermato la costante rotazione delle spine in grado di regalare sorprese sempre nuove a ogni visita. Giusto per dovere di cronaca al mio passaggio ho trovato alla spina due birre del birrificio del Ducato (BIA Ipa e BIA porter), la Sibilla di Toccalmatto, la S.Dalmazzo di Menaresta e una blanche di cui sinceramente non ricordo il nome.I prezzi sono corretti, 5 euro per la media, 3 per la piccola mentre il prezzo delle bottiglie è in linea con quelli dei beer-shop o di una enoteca ben fornita.

Raccontando qualche birra, ho degustato la BIA Ipa del ducato, birra molto equilibrata, fruttata e pulita al naso con i luppoli ben in evidenza e un finale amaro non invadente. Dell’assaggio della BIA porter ricordo la tostatura ben marcata, una bella schiuma persistente e il caffè a dominare i sapori. Il passaggio successivo è stato probabilmente il più deludente della serata, una Krampus 2008 (sempre del ducato), edizione speciale e a mio avviso troppo sperimentale e poco riuscita. Il profumo chiaramente rimanda alle birre acide di orgine belga mentre al palato si ferma a un ibrido poco convincente. Sapore lievemente acido e piuttosto inconsistente. Rimandata.

Infine per concludere bene la serata ci siamo concessi una bottiglia di Noel de Sanglier dell’ottimo Toccalmatto. Birra tipicamente natalizia, con un bel corpo carico, profumi dolci e bilanciata in bocca da una nota amara in grado di pulire piacevolmente il palato.

Lasciandomi alle spalle gli assaggi, qualche ultimo commento sulla Compagnia del Luppolo. Il primo pensiero che mi passa per la testa riguarda proprio l’accoglienza riservata, molto cordiale e sostenuta da un personale all’altezza della situazione.

Poco sopra ho paragonato la Compagnia del Luppolo (che non abbrevierò mai in CdL o CL … ) a una scommessa, e considerata la quantità di visitatori presenti posso concludere che sia una puntata potenzialmente vincente. Le difficoltà indubbiamente ci sono e ci saranno, sia per i costi dovuti all’esagerazione dei birrai nostrani, sia per convincere il pubblico della “Becks migliore birra del mondo” (cit.) ad aprirsi a prodotti completamente diversi dalla piattezza industriale. La rotazione delle spine, quasi eccessiva visto che cambiano di giorno in giorno, aiuterà a mio avviso a creare un buon gruppo di affezionati sempre pronti alla nuova esperienza. Il tentativo di creare uno zoccolo duro di “pasdaran della birra”, prevede inoltre una serie di eventi tra cui un corso di degustazione in collaborazione con Unionbirrai e una serie di visite mensili guidate ai birrifici più promettenti (il prossimo 29 Novembre al Maltus Faber).

Insomma, c’è carne al fuoco in abbondanza, non resta che mettersi in fila con l’adeguata sete, difficilmente si resterà delusi.

ps, si ringrazia Gabriele per le fotografie e Antonella per i suggerimenti nella scrittura dell’articolo… grazie.. :-)


Beertemple – Amsterdam (NL)

Archiviato in Locali, Viaggi da gabriele il mercoledì 4 novembre 2009 alle 15:39

Prima di andare al sodo, permettetemi una digressione autocelebrativa. Era la mia prima volta ad Amsterdam e nell’organizzare il weekend mi sono detto “perchè non testare di persona se PintaPerfetta.com è davvero utile per chi viaggia alla ricerca di birra come ci vantiamo?”
Il risultato è stato ottimo, anche perchè Amsterdam è una delle città più coperte dal nostro blog. Ho visitato tutti i posti di cui abbiamo parlato (*) e per tutti ho trovato che la scheda fosse utile ed esprimesse giudizi corretti. Se poi ci aggiungiamo che i posti in questione erano tutti più che meritevoli, con menzione speciale per l’Arendsnest, allora non vedo proprio l’ora di provare altre città.

Ma, parlando con Alessio, viene fuori che sul sito manca ancora una scheda importante, quella del Beertemple. Perchè? Facile, perchè il pub ha aperto solo da una manciata di giorni ed io sono il primo di noi a poterlo provare.
Le premesse sono delle migliori. Creato da Peter van der Arend, il proprietario dell’Arendsnest, vuole essere per le birre americane ciò che l’Arendsnest è per le birre olandesi. Non solo, ma il Beertemple si vanta di essere l’unico pub in Europa ad essere specializzato in birre artigianali made in USA – e ammetto che mi piacerebbe aver girato abbastanza da poter confermare o smentire quest’affermazione. Quello che è certo è che la selezione è impressionante, sia alla spina che in bottiglia.

Andiamo con ordine. Il Beertemple si trova in pieno centro, vicinissimo a piazza Dam e a pochi passi dal Bierkoning. Il locale non è grande e l’ambiente è da birreria moderna, tavoli e sedie sono di legno ma non sono “vintage looking”. Ciò che cattura maggiormente l’occhio sono da un lato il grande bancone, con dietro le spine (una trentina, non ancora tutte attive) e due frigoriferi ai lati, dall’altra l’enorme lavagna delle bottiglie. Il resto del locale è prevedibilmente pieno di bottiglie vuote e di gadget dei vari birrifici. In fondo alla stanza principale c’è anche una seconda sala leggermente rialzata con pochi tavoli, a memoria direi non più di 4 o 5.

La selezione di birre è, come già accennato, impressionante. Escludendo qualche spina commerciale, il nocciolo dell’offerta è dato da Anchor, Flying Dog, Great Divide e Left Hand, tutte brewery con le quali si va sul sicuro. Per “testare l’impianto”, ho provato qualche birra che già conoscevo ma che non avevo mai bevuto alla spina (Anchor Liberty Ale, Flying Dog Old Scratch) e mi è parso che entrambe guadagnassero in bevibilità rispetto alle versioni in bottiglia. A seguire, una ottima Great Divide Titan IPA e in chiusura una Saranac Pumpkin Ale in bottiglia.
Lo so, le pumpkin ale non sono esattamente il massimo (e questa non fa certo eccezione). Il fatto è che volevo provare qualcosa in bottiglia, ma l’elenco è talmente lungo che alla fine mi sono affidato al barista chiedendogli una bottiglia della cosa più strana che si può trovare nel pub. Beh, strana era strana, poco da dire. Ad ogni modo la scelta è vastissima, il sito ufficiale elenca 50 tipi di bottiglie ma a me sembra di ricordare che la lavagna ne elencasse anche di più.

Ultima nota, i prezzi sono più che onesti, in media 3,50 € per la mezza pinta e 5,50 € per la pinta, più variabili quelli delle bottiglie, ma la maggior parte delle 33cl non superano i 5 €.
Un ottimo esordio, quindi, quello del Beertemple, e non poteva essere altrimenti. Con 2 soli mesi di vita alle spalle si piazza di diritto tra i pub da non perdere di Amsterdam, nonchè una vera Mecca per gli appassionati di birre americane (e in Europa ce ne sono sempre di più).

(*) In realtà non sono stato al Wildeman perchè… ehm… mi sono dimenticato che è chiuso la domenica. Però a fine mese rimedio, eccome se rimedio…


Goose Island Brewpub – Chicago (IL), USA

Archiviato in Birra, Locali, Viaggi da giacomo il lunedì 26 ottobre 2009 alle 04:18

Chicago è una città fantastica, non ci sono dubbi. L’architettura di downtown lascia senza fiato: la skyline, una delle più dense del mondo, include bellissimi edifici, molti dei quali risalenti alla ricostruzione dopo il devastante incendio del 1871. Anche la vita culturale è all’altezza dello splendore architettonico: moltissimi concerti, musei, mostre, eventi (anche gratuiti) di vario tipo.

In un ambiente del genere, mi pare scontato che non possa mancare la buona birra. E infatti ce n’è in quantità, e non mi è mancato il divertimento nei giorni passati da quelle parti: iniziamo dalla birreria forse più famosa di Chicago. La Goose Island Brewery prende il nome dall’omonima isola nel nord-ovest, ed è una birreria artigianale che con gli anni si è evoluta fino ad avere una produzione di tutto rispetto: le sue produzioni sono esportate in 15 degli stati della nazione. Molte sono le birre sullo stile europeo, ma non mancano anche stili più tipicamente nordamericani; ad ogni modo, la produzione è molto, molto varia, e durante l’anno fanno la loro comparsa numerose stagionali.

Visto il successo delle birre, ci sono ben due brewpub nell’area cittadina di Chicago: uno a Lincoln Park, e l’altro, nel quale mi sono recato, a Wrigeyville (Google Maps). Molto vicino alla fermata della metropolitana Addison, sulla linea rossa (nemmeno 10 minuti a piedi di distanza), è facilmente raggiungibile dal centro città. Il locale è molto spazioso, e prevede un’area più simile ad un ristorante, con tavoli e sedie da “pranzo completo”, ed un’area più familiare ai frequentatori di pub. E’ possibile mangiare in entrambe le zone, ma io, più interessato alla birra, mi sono ovviamente posizionato nel luogo più vicino alle spine. Si notano subito oche disegnate ovunque, anche scolpite sull’impianto di spinatura: di certo non ci si può sbagliare sul fatto di trovarsi alla Goose Island. E l’impianto di spinatura è decisamente ben fornito: 20 le birre disponibili, più 3 “cask conditioned”. Mica male per un brewpub. Interessante anche la scelta di dedicare qualche linea di spina a birre ospiti, tutte scelte secondo il gusto personale del mastro birraio – il quale dimostra subito di saperci fare, perché le birre ospiti che trovo durante la mia visita sono: Sierra Nevada Southern Emisphere, Lagunitas Olde GnarlyWine 2008, e la sorprendente Half Acre Daisy Cutter. Mentre le prime due non hanno bisogno di presentazioni vista la notorietà dei rispettivi birrifici, alcune parole sulla Daisy Cutter sono d’obbligo: è un pale ale davvero ben fatto, con 5 varietà di luppolo bilanciate alla perfezione che conferiscono un aroma floreale molto, molto intrigante. Se ne avete la possibilità, assaggiatela.

Già con l’acquolina in bocca grazie alle ottime birre ospiti, decido che, per non fare torto a nessuno, sarebbe stata una buona idea assaggiare tutte le birre alla spina disponibili; la gentilissima cameriera non si spaventa, e anzi ci mettiamo d’accordo per farmi portare dei bicchieri da assaggio (15cl) di tutte le produzioni disponibili, uno per tipo. Con l’accompagnamento di un tagliere di formaggi locali (nel Midwest sanno il fatto loro – non sarà la Francia, ma non sono dei novellini in quanto a formaggio) , la serata si prospetta interessante.

Non mi soffermo su tutte le birre assaggiate, perché ci vorrebbe un’enciclopedia; ma alcune sono davvero degne di nota. In particolare ho molto apprezzato la Nut Brown Ale (un ale carico di malti tostati, un bel colore scuro, aroma di castagna), l’IPA (leggermente fruttata, discreta presenza di malti con un corpo medio, tripudio di luppoli nel finale – proprio come piace a me!), Harvest Ale (secondo loro una Extra Special Bitter, secondo me un pale ale; ad ogni modo buona, con un bel colore di rame, corpo robusto di malto, dolciastra con aromi d’uva, mediamente amara nel finale), Liquid Inspiration Stout (un’ottima “session beer”, facile da bere e piacevole al gusto, ben bilanciata senza particolari note forti), Night Stalker stout (un imperial stout che mi ha annichilito la bocca con la sua potenza; è un concentrato di stout, sia nel gusto, che nell’aroma, senza dimenticare la gradazione alcoolica), e il devastante Wheatmiser (wheat ale prodotto con 100% malto di frumento e luppoli pilsner, bollito a lungo, e lasciato invecchiare – una bomba da 9.5 gradi, molto denso). Ben riuscita anche la Matilda (Belgian ale di buona fattura, dove predomina la robustezza del malto, ma si percepiscono note speziate nel finale), forse il primo Belgian ale “made in USA” decente che bevo. Non lo definirei una specialità, ma almeno è passabile.

Non altrettanto riuscite, secondo me, le altre due birre in stile belga: Pere Jacques (Belgian strong ale decisamente anonimo a mio parere, nonostante il roboante 95% segnalato su ratebeer.com) e la sciapita Six. Non mi hanno entusiasmato nemmeno le due porter: una in onore del mai troppo compianto Michael Jackson (”beer hunter”, ovviamente), l’altra – leggerissima – S.O.B. Discreta la Pilsner, anche se non eccelsa; meno buona la Kolsch, ma forse è solo questione di mie preferenze sullo stile della birra.

Concludendo, che cos’altro devo aggiungere? Un brewpub con i controfiocchi. Se capitate nel raggio di 50 miglia, fate una deviazione ed andateci, non ve ne pentirete.

Giacomo


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