Bologna: collezione autunno-inverno

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Category : Locali, Viaggi

Per gli amanti di birra bolognesi questi ultimi mesi sono stati particolarmente significativi. Lo dico con non poco orgoglio perché, lo ammetto, credevo che una Bologna birraria non sarebbe mai esistita e che, malgrado la generale vitalità cittadina, sarebbe rimasta per sempre all’ombra di province minori, ma birrariamente assai più evolute.

Chiariamoci: la situazione non è ancora cambiata, è solo migliorata!

Gli ultimi eventi rappresentano infatti solo i primi vagiti di un pupo che sta tentando di lasciare il grembo materno per cominciare a giocare con gli amici più grandi. Questa città è stata finora talmente rappresentativa del suo ruolo di confine tra Emilia e Romagna da rispecchiare tale “ambiguità” anche nell’offerta birraria. Partendo dal centro e uscendo dalla città verso Est…il nulla assoluto (con rare eccezioni), verso Ovest…il tutto relativo. Cioè: quattro birrifici e una buona quantità di locali interessanti dispersi in mezzo alla Bassa.

Vado ora a spiegare il motivo di tanto entusiasmo, partendo da quest’estate.

Un mese di IBF all’interno della Festa dell’Unità infatti (25 agosto-19 settembre), è stata una dura prova, a cui la città reputo abbia risposto tutto sommato bene, tenendo conto della carente attività di promozione dell’evento e di altri problemi non trascurabili (avere di fianco a noi la balera non ci ha agevolati!). Appena una settimana dopo, BrewLab ha organizzato l’anagrammatico FBI, una tre giorni che ha ottenuto un’ottima risposta di pubblico, soprattutto del più giovane, dimostrando così che gli studenti non sono una fetta di pubblico da ignorare.

Ma non solo di eventi si parla. Procedendo in ordine cronologico citerei l’apertura del nuovo birrificio Birra del Reno, sull’Appennino bolognese. Amici fidati mi hanno parlato piuttosto bene delle sue birre, soprattutto della loro Bianca, che ahimé non ho potuto provare personalmente.

Veniamo ora al nuovo progetto di Roberto Poppi di Vecchia Orsa e dell’ex presidente di BrewLab Gianfranco Sansolino. Prendendo in gestione un locale già esistente, poche centinaia di metri fuori porta, lo hanno trasformato in un pub totalmente votato all’artigianale, riempiendo così l’enorme vuoto che affliggeva il Capoluogo (in particolare se parliamo di spine). Il loro Harvest Pub è piccolo ma piuttosto accogliente, ed è gestito con passione. Le birre offerte alla spina e a pompa hanno prezzi ragionevoli e variano costantemente. Come fissa viene proposta l’interessante Bender, brassata appositamente dalla Vecchia Orsa per il locale, afferente allo stile American Wheat Ale. è rinfrescante e ben luppolata, ottima come birra estiva, buona rappresentante dello stile in Italia (sicuramente l’unica). Aggiornamenti costanti sulla pagina facebook.

Infine, fresca di pochi giorni, è l’apertura del beer shop Astral Beers di Roberto Astolfi. Pochi metri al di là del famoso Meloncello, è stato inaugurato lo scorso sabato 15 ottobre. Il negozio è ben organizzato, con le birre ordinate per provenienza su eleganti scaffali, a muro ed in mezzo alla sala. L’offerta già dal primo giorno è piuttosto ampia ma promette di crescere col tempo. Il simpatico e competente titolare, inoltre, intende utilizzare gli spazi del negozio per organizzare eventi legati al mondo dell’arte, così da creare un’offerta il più possibile variegata.

Mi sembrano ottimi propositi per il futuro, segno che il movimento in Italia sta continuando a crescere, soprattutto in qualità, riuscendo a espugnare anche le città più restie. Bologna era una di queste, ma forse -speriamo- la strada è ormai spianata.

Buona fortuna a tutti.

Jacopo

Un pub per amico

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Category : Locali

Scrivere una recensione del Dickinson Pub non è una cosa semplice per me. Perchè in questi anni il Dickinson non è stato solo un pub o il mio local pub, è stata una estensione del mio soggiorno, un luogo di ritrovo con amici, un posto dove finire in gloria le giornate felici, dove affogare quelle deprimenti, un posto dove conoscere una umanità che più varia non si può. C’eran quelle serate tristi, senza voglia di stare in casa, dove andando al Dick sapevi che qualcosa sarebbe successo, non sapevi cosa, ma qualcosa sarebbe successo. Qualcosa che ti avrebbe allietato la serata, da una chiacchierata con le splendide cameriere che lavorano o hanno lavorato lì, o un’improbabile conversazione con qualche metallaro del posto o anche solo a bersi una birretta dietro l’altra con Maso se la serata stentava.
Il Maso e lo storico socio, il Bilo (ora tornato a ricomporre una coppia gol degna di Vialli e Mancini), hanno aperto il locale alla fine del 2005: la birreria è ricavata in un vecchio caseificio del parmigiano-reggiano dalla forma tradizionale, un edificio protetto dai beni culturali, e si trova a Scandiano (il secondo centro della provincia di Reggio Emilia, a circa 15 km dal capoluogo). Il locale è molto accogliente, arredato in stile rustico e negli ultimi anni ampliato fino a comprendere locali adiacenti di proprietà del comune.

Maso in tenuta bavarese

Da subito la passione per la birra del Maso è virata verso le birre artigianali: nel primo menù c’erano bottiglie di Baladin, che nell’asfittico panorama reggiano di allora erano una novità senza precedenti. Poi pian piano il gusto per la scoperta li (ci) ha condotti a cercare birre in lungo in largo per l’Italia e per l’Europa: l’innata idiosincrasia di Maso per gli intermediari ha fatto sì che ben presto abbia cercato contatti diretti con i produttori, sia andato in loco ad assaggiare e scegliere, spesso in birrifici semisconosciuti che poi ha “arruolato” per il suo locale. In tutto questo io e altri amici carbonari reggiani abbiamo il nostro posticino, siamo stati i compagni di tanti viaggi di bevute e di ricerca di birre, in Italia, in Germania, in Belgio, facendo carichi con i quali tornavamo orgogliosi come i mercanti del medioevo tornavano da luoghi esotici, a dorso (è il caso di dirlo) del mitico afrofurgone.
Il Dickinson propone solo birre artigianali, sia in fusto che in bottiglia. Il numero di spine è variabile e a tratti casuale, ma si attesta attorno alle 7-8: non c’è un menù fisso, nel tempo si sono alternati molti produttori su quelle spine, a volte si è trattato di fusti arrivati da qualche magazzino belga una tantum, più spesso si tratta di fusti che Maso si fa riempire appositamente per sé dai birrifici con cui decide di collaborare.
Il triangolo classico del Dickinson copre Belgio, Germania e Italia, mentre non sono generalmente presenti prodotti inglesi o americani: in Belgio collabora prevalentemente con il birrificio Boelens situato tra Anversa e Gent, del quale in genere propone alla spina Bieken (una blonde aromatizzata al miele), Tripel Klok (che io trovo una ottima Tripel) e sotto Natale Santa Bee, nonché la birra prodotta per il locale, la Resdora (“la donna di casa” in dialetto reggiano), una saison ambrata scura dai gusti tipicamente belgi. Dal Belgio sono presenti anche, occasionalmente, fusti da altri birrifici più o meno celebrati, trovati nei vari viaggi fatti in Belgio. Tra questi ricordo Taras Boulba della Brasserie de la Senne, svariate birre di de Ranke tra cui la Cuvèe, la Saison de Dottignies, la Hop Flower, XX bitter, IV Saison di Jandrain-Jandrenouille per citarne alcuni.
Anche i birrifici tedeschi sono una scoperta del publican: nelle numerose vacanze tedesche ha battuto la campagna bavarese alla ricerca di posti che lo soddisfacessero e, individuati prodotti tipici ma con note particolari, li ha arruolati. Oggi la birra tedesca che più frequentemente si trova è la Mittenwalder, che, nella perfetta tradizione tedesca, propone una Edel, una Pils, una Dunkel e qualche prodotto stagionale come la Marzen. Si tratta di birre molto pulite in perfetto stile tedesco che giocano su pochi ingredienti per realizzare prodotti puliti e freschi.
Sul fronte italiano, data la vicinanza, negli ultimi anni Maso si è sbizzarrito di più: agli inizi era un po’ titubante con i prodotti di casa nostra, mentre ora collabora abbastanza stabilmente con svariati produttori. Attualmente le collaborazioni più assidue sono con Orso Verde (di cui è presente, alternatamente, praticamente tutta la gamma), Birrone (che produce anche per il locale una keller venduta come Statale 63) e più recentemente Brewfist. Occasionalmente sono presenti fusti di altri birrifici italiani, come i locali Dada e Zimella, ma anche Opperbacco, Birranova e altri, in genere in occasione di feste o eventi birrari organizzati dal locale, come la Grande Sete o i vari compleanni.

Maso e la Carboneria Reggiana in visita da Boelens

Anche la scelta delle bottiglie è piuttosto ricca e si orienta prevalentemente sul fronte belga, frutto dei numerosi viaggi fatti nelle Fiandre. Il menù è abbastanza variabile (Maso è poco avvezzo alle standardizzazioni) e comprende in bottiglie da 33 cl un vasto panorama di birre belghe, dalle più classiche a nuovi birrifici emergenti (Brasserie de la Senne, Schelde,…). Più limitata la scelta di bottiglie da 75 cl che ultimamente è orientata verso le classiche perle di Glazen Toren. Occasionalmente sono presenti gueuze, quasi mai a menù, estratte dal banco frigo come conigli dal cappello.
Per quanto riguarda il cibo fino a poco tempo fa il menù proponeva classici piatti e panini da birreria, con particolari punte per i gran piatti alla tedesca (salsicce, wurstel, patatine,…). Un locale cucina un po’ limitato ha sempre impedito al Dickinson di proporre piatti troppo elaborati: per un felice periodo erano serviti primi della tradizione reggiana fatti a mano (tortelli in particolare) ma purtroppo lo spazio limitato ha impedito di proseguire su questa strada. Negli ultimi tempi invece è stato introdotto un piatto che può dare dipendenza a chi lo ama: gli arrosticini di pecora, estremamente gustosi ma con il difetto di impedirti di smettere di mangiare!
Maso è poco incline all’ordine e alla disciplina e una situazione a cui i clienti affezionati sono abituati è la discrepanza a volte totale tra quanto è presente alla spina e quello che c’è scritto sulla spina stessa… meglio sempre chiedere anche perchè a volte si scopre della presenza di chicche occasionali che non compaiono a menù.
Il Dickinson è spesso organizzatore o co-organizzatore (come ad esempio l’Emilia Hold ‘em), o anche solo attore, di eventi birrari. Con noi carbonari reggiani organizza Birreggio. Presso il locale invece, soprattutto in autunno e primavera organizza eventi basati sulla birra, come la sopracitata Grande Sete (che in genere si svolge verso aprile) o il compleanno del locale, che si tiene tutti gli anni in un momento imprecisati tra settembre e novembre. In queste occasioni sono spesso presenti fusti di birrifici diversi dal solito, con la presenza occasionale di qualche birraio.
Se passate dal Dickinson è molto probabile che troviate a banco me o qualcuno degli appassionati locali di birra, oltre a una improbabile fauna umana tipica dei paesini della provincia emiliana. Non importa se nel primo dopo cena o a tarda notte in quelle serate indimenticabili nate per caso.
Saremo là ad aspettarvi.

Rob

L’oca fallisce il decollo

Category : Locali

Non molto tempo fa parlavamo dell’acquisizione della Goose Island da parte di Anheuser-Busch InBev, acquisizione che non ha lasciato felici molti dei fan del birrificio di Chicago. Oggi vi racconto le mie impressioni sul  loro pub di recentissima apertura nell’aeroporto O’Hare (ovvero l’aeroporto di Chicago).

Sebbene non sia riuscito a capire di preciso quando abbia aperto, sono abbastanza sicuro che l’estate scorsa non ci fosse (ndMattia: quando son rientrato in Italia, a Giugno 2010, era in costruzione e lontano dall’essere ultimato); le poche notizie che ho avuto collocano l’apertura al massimo 8-10 mesi fa, probabilmente meno. Non so quindi quanto InBev abbia influito sulla decisione: probabilmente poco o nulla.

Il pub si trova vicino al gate L10, terminal C (quello della American Airlines). In attesa del volo per il rientro a casa, sebbene con molto poco riposo alle spalle, decido di fermarmi per un paio di birre mentre leggo un po’. L’offerta di Goose Island non e’ molto ampia: 4 birre alla spina e 7-8 bottiglie. Alla spina, ci sono fisse Honker’s Ale e 312 Urban Wheat Ale, che sono probabilmente le più vendute; completano il quadro la Green Line Pale Ale, e la Matilda (quest’ultima linea credo sia a rotazione). Ad essere sincero, queste birre non completano il quadro. Infatti, per i più desiderosi, il pub ha ben pensato di dotarsi anche di Miller Lite, Budweiser e non ricordo cos’altro (nota: potrei confondermi sui nomi di quest’ultime birre, dato che hanno tutte esattamente lo stesso sapore e il mio cervello non fa distinzione – potrebbe essere stata anche una Coors Lite, spero che nessuno me ne voglia per la dimenticanza).

Quale potrebbe essere il motivo di una sì misteriosa scelta? E’ presto detto: le produzioni Goose Island sono care assatanate (almeno 9 dollari per una pinta), e per i meno dotati di portafogli, non rimane che l’opzione Budweiser. Per mia fortuna il portafogli non era vuoto, e quindi ho iniziato con una Green Line Pale Ale alla spina, molto rinfrescante e ben bilanciata, ma non eccelsa (ormai negli USA ci hanno abituati ad APA di altra caratura), per poi proseguire con una sempre impeccabile Bourbon County Stout in bottiglia. Quest’ultima, che credo di aver pagato ben 12 dollari, non ha certo bisogno di introduzioni, e a chi non l’avesse mai bevuta, segnalo soltanto il 100/99 su ratebeer, su cui mi trovo senza dubbio d’accordo. Completamente annichilito dalla bomba appena bevuta, era ormai arrivato il momento di prendere l’aereo, e quindi me ne sono andato senza troppe esitazioni.

Vediamo di riassumere. Il pub è arredato in maniera decente – niente da eccepire su questo. La scelta delle birre è limitata, ma in un aeroporto, forse non si può chiedere troppo. Almeno le birre sono di qualità, sebbene le spine siano solo le produzioni più “commerciali” della Goose Island. Tuttavia, il prezzo è assolutamente esagerato: ai due brewpub in città, le stesse birre costano meno della metà. Perché qui sono così care? Mentre al tempo stesso, le birracce non Goose Island alla spina hanno un prezzo normale. E se vengo in un brewpub, non mi aspetto certo di essere invogliato a bere una Miller Lite. Quante persone sono entrate qui dentro e hanno preso la loro affezionatissima Budweiser invece di sperimentare una Honker’s Ale, solo perché la prima costa quasi 3 volte di meno? Forse il cibo è di buona qualità? Non posso dare giudizi personali, ma da quanto mi è stato detto ed ho letto in giro, il cibo è di qualità mediocre e anch’esso piuttosto caro. Certo, le scelte mangerecce nel terminal C sono limitate e meglio di un McDonald’s c’è anche la segatura dei bagni dell’aeroporto, ma qui forse si esagera un po’. Infine, il servizio, almeno per quanto mi riguarda, è stato piuttosto scadente, con la cameriera che si è scordata per ben due volte di portarmi l’ambita Bourbon County.

Onestamente non ho trovato molti lati positivi in questo esperimento di Goose Island all’aeroporto. Se passate da quelle parti e assolutamente morite dalla voglia di assaggiare qualche Goose Island perché sarà la vostra unica occasione, fate pure. In tutti gli altri casi, consiglio di recarsi ai molto più forniti, economici ed accoglienti brewpub a Chicago, oppure in un qualsiasi altro bar decente della Windy City. Non credo sia questo il modo giusto di farsi pubblicità ed aiutare la diffusione della buona birra.

Giacomo

JiBiru – Singapore

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Category : Locali

Dire che ho trovato questo posto per caso sarebbe una grossa bugia. Infatti non solo me lo sono andato a cercare, ma ci sono pure dovuto tornare due volte, perché la prima volta, complici le 48 ore di viaggio con conseguente sonnolenza, non sono riuscito a trovarlo.
Ma andiamo con ordine. A Singapore, la parola “birra” è sinonimo di Tiger. Il che non e’ una cosa bella, anzi. Tuttavia, le birre importate dall’estero sono sottoposte ad una buona dose di balzelli e gabelle, col risultato che se ne ne trovano poche, e quelle poche costano care. Ma quando vengo a sapere di un pub dedicato alla birra artigianale giapponese aperto da poche settimane, non riesco a resistere, e decido di farci un salto.

C’è una complicazione: trovare il posto. E’ dentro il centro commerciale 313@Somerset, che è talmente grande da sfuggire di vista; inoltre è nella corte interna, e da’ sull’esterno. Si, ok, probabilmente non mi sono spiegato a sufficienza. Una volta individuato 313@Somerset, cercate bene al piano terra. Lasciatevi guidare dal vostro cuore, pensando intensamente ad una Hitachino Nest Espresso Stout.

Una volta trovato, si fa apprezzare l’arredamento. Molto semplice, ma elegante ed adatto all’ambiente. Diamo allora un’occhiata alla cosa più importante: la lista delle birre. Al JiBiru, la lista è breve ma non è affatto male. Ci sono 4-6 birre alla spina (dipende dal momento), più una quindicina di bottiglie, tutto rigorosamente giapponese. Tra i birrifici, si vedono Sapporo, Kiuchi Brewery (Hitachino Nest), Ishikawa, Yo-Ho Brewing Company, Tamamura-Honten. Alla spina ci sono principalmente Sapporo e Kiuchi.

Con un po’ di tempo libero e un buon libro davanti, inizio con una Tama no Megumi Pale Ale alla spina. Una pale ale ben bilanciata: colore dorato e vivo, aromi floreali, ben carbonata, e una discreta scelta di malti e luppoli aromatici per il finale. Buona session beer, ma forse la meno riuscita tra quelle che ho assaggiato nel pub.
Proseguo con una Hitachino Nest Nipponia, sempre alla spina. La Nipponia è una birra fatta con ingredienti tradizionali giapponesi (malto e luppolo che vengono coltivati in giappone da molto tempo), e ne esce fuori a test alta. Dorata, frizzante, delicata ma non debole nel gusto. Aroma floreale con finale secco: una birra molto interessante.

La mia terza scelta è la Yona Yona Ale, in lattina. Sostanzialmente una APA. Sembra infatti più adatta al mercato americano che a quello giapponese, ma immagino che il mastro birraio abbia deciso di sperimentare un po’. Esperimento forse rischioso, dato che in Giappone in genere vengono preferite birre più blande, ma ben riuscito. La birra è ottimamente bilanciata, facile da bere (sarei potuto andare avanti tutta la sera, se non ci si fosse messo il jet lag di mezzo), con luppoli molto aromatici e un finale secco/acidulo dato dai suddetti luppoli. Risulterebbe una buona APA anche negli USA; considerando che viene dal paese del Sol Levante, mi inchino rispettosamente al mastro birraio.

Finisco con una (provate a immaginare) Hitachino Nest Espresso Stout. Dato il jet lag mostruoso da cui ero afflitto, una bella stout al caffè era proprio quello che mi serviva. Dimenticatevi l’idea di stout alla Guinness: questa birra è preparata con la ricetta per una Russian Imperial Stout come base, e ne esce fuori una stout nerissima (è scura anche la schiuma), dal fortissimo aroma di caffè e cioccolato, molto frizzante, con ottimi malti tostati. Il finale è secco. Piuttosto alcolica (7.5 ABV), tuttavia non abbastanza “concentrata” per doverla considerare una Imperial Stout. Passata a pieni voti.

Dal punto di vista mangereccio, JiBiru offre una piccola selezione di sashimi, una lunga lista di stuzzichini/antipasti, e come piatto principale sostanzialmente solo soba, sia fredda che calda. La soba è di discreta qualità, ma non è la migliore che abbia mai mangiato. Rispetto a quello che si trova in genere in Europa, comunque, non è affatto male.

Rapido e cordiale il servizio; le birre hanno il bicchiere adatto, e vi vengono versate davanti agli occhi, a meno che non siano alla spina.

Ultima nota (dolente) sui prezzi: questo pub è caro, inutile girarci intorno. Il sashimi ha un costo piuttosto alto per essere a Singapore, ma è in una zona molto chic, ed è comprensibile; il resto del menu “solido” ha invece un prezzo normale. Da notare che il “normale” di Singapore risulta essere “molto basso” per chi viene dall’Europa. Ma le birre sono molto costose, tutte sopra i 10 dollari. Non credo che questo sia un problema enorme per due motivi: primo, a Singapore tutte le birre importate (ovvero, praticamente tutte tranne la Tiger) costano piuttosto care a causa delle tasse elevate imposte dal governo, e anche le birre locali hanno un prezzo ragguardevole. Se devo pagare 8 dollari per una Heineken oppure 10 per una Tama no Megumi PA alla spina… beh, chiamatemi scemo, ma preferisco la seconda. Secondo, al momento il cambio con l’euro è molto favorevole alla moneta unica, quindi tutto sommato una birra non la pagate più di 7-8 euro. Chi, come me, paga in dollari americani, è un po’ meno fortunato. Ma alla sete non si comanda.

Per concludere, se siete amanti della birra di qualità e non vi fate problemi a spendere un po’ di più, vi consiglio di andarci: dopo una settimana di sola Tiger, vi sembrerà il paradiso.

Giacomo

Pony Bar – New York City [NY, USA]

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Dietro suggerimento di Mattia, pochi giorni fa sono andato in un locale un po’ fuori dai miei giri abituali: il Pony Bar a Hell’s Kitchen. Ora, Hell’s Kitchen, sebbene sia piena di ristoranti, non è esattamente il primo quartiere di Manhattan che consiglierei per la vita notturna. Però il Pony Bar ha una buona reputazione, per cui decido di andarci per aperitivo e cena. Fortunatamente è vicino (2 blocchi) alla fermata sulla 42esima della metropolitana, linea blu A-C-E.

E’ bene mettere subito in chiaro che al Pony Bar si beve solo birra americana, e possibilmente alla spina. Sull’insegna del locale trionfa una scritta che recita “All American Craft Beer”, e non vengono fatte eccezioni. In bottiglia si trovano solo Bud e Bud Light; tutto il resto è rigorosamente alla spina oppure on cask: per la precisione, 20 spine diverse e 2 birre on cask. Il sito ufficiale fornisce la lista in tempo reale.

Il menu è ben fatto: su due grosse lavagne vengono segnalate le birre disponibili, con produttore, nome, e grado alcoolico. Un menu cartaceo fornisce qualche dettaglio in più, con una breve descrizione della birra. Tuttavia il menu stampato rischia di essere poco aggiornato già a metà serata, perché a quanto pare qua le spine girano ad un ritmo serrato. Nelle poco più di due ore che sono stato nel bar, ne ho viste cambiare 3. Curiosa la cerimonia: uno dei baristi suona un paio di volte un grosso campanaccio, i presenti nel locale urlano “New beer!”, e una riga della lavagna viene sostituita da una nuova.

Le birre sono molto variegate. Ci sono certamente ale di vario tipo (pale ale, ale belga, IPA, double IPA e compagnia bella), porter, stout. Ho notato con piacere che ci sono poche white beer, che non sono le mie preferite. Ma data la velocità di rotazione, quello che trovate dipende molto dal momento. La provenienza delle birre è anch’essa varia: principalmente gli stati attorno a New York, ma ho visto birre da tutti gli Stati Uniti.

La mia scelta è caduta per prima cosa su una Otter Creek Stovepipe Porter durante l’aperitivo. Una discreta porter, molto tradizionale: colore nerissimo, malti tostati come se piovesse, ma con in più una buona dose di luppoli. Il gusto è quello tipico dato dal malto tostato (caffè, cioccolato), ma l’amaro luppolato finale è una piacevole sorpresa.

Sono passato in seguito alla nuovissima Brooklyn Main Engine Start, che era appena stata messa alla spina, ed è una novità assoluta della Brooklyn Brewery. La birra è stata creata per celebrare l’espansione del birrificio: locali di fermentazione più grandi, installazione di altro materiale che permetterà di aumentare la produzione. La Main Engine Start è giustamente la prima birra uscita dai nuovi locali e dal nuovo materiale. Trattasi di una belgian ale in stile d’abbazia, con malti inglesi, belga e americani, luppoli principalmente europei, e lievito belga. L’ho trovata piuttosto simile alla Matilda della Goose Island: è una discreta ale, non certo buona come, ad esempio, una Rulles Estivale, ma tutto sommato ben riuscita. Si sente un po’ troppo l’alcool, a mio parere.

Per concludere, ho preso una sorprendente Long Trail Brewmaster Reserve Imperial Porter. Una porter piuttosto dolce fin dall’aroma, molto scura, poco carbonata, ma con un bel carattere. A farla da padrone è ovviamente il malto tostato, e anche qui si sente bene il luppolo. Più dolce di altre porter, ma non al livello di diventare stucchevole. Il grado alcoolico è elevato ma ben nascosto. L’ho bevuta con molta facilità, e mi ha lasciato con un’ottima impressione.

Ultime osservazioni sul locale. Lo staff è molto cordiale, disponibile e con una buona conoscenza delle birra in generale, e ancora di più delle birre che servono (quando hanno avuto modo di assaggiarle, ovviamente). Non si fanno problemi a dare dei micro-assaggi gratuiti per aiutare nella scelta. Il prezzo delle pinte è fenomenale: 5 dollari prezzo fisso. Veramente ottimo per essere a Manhattan, vista la qualità dell’offerta. C’è anche da mangiare, per chi lo desidera: alcuni paninazzi e taglieri, dal prezzo ragionevole (sugli 8-9 dollari) ma non eccezionali. Sicuramene nei dintorni si trova di meglio, per quanto riguarda il cibo. Per finire, moltissimi gli eventi birrai proposti, quasi uno a settimana: in genere si tratta di serate speciali dedicate ad un birrificio in particolare, con la maggior parte delle spine dedicate a quel birrificio e la partecipazione speciale del mastro birraio. Date un’occhiata al sito ufficiale per più informazioni sul calendario degli eventi.

Tutto sommato, sono rimasto piacevolmente colpito dal Pony Bar. Il numero delle birre presenti non è elevatissimo, ma sono tutte di qualità, e molto varie. Il prezzo è ottimo, e infatti il locale sembra piuttosto frequentato anche ad orari non di punta. Per chi vuole bere birre americane alla spina, un piccolo gioiello a 3 blocchi da Times Square.

Giacomo

(curiosità inutili: il capo della Chiesa di Satana abita ad Hell’s Kitchen)

Visita alla De Dolle Brouwers

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Category : Locali

Partiamo da Bruxelles domenica mattina, intorno alle 11e30, dopo una colazione italiana, cappuccino e cannolo siciliano presso la Pasticceria Giovanni, non mancando di acquistare anche due arancini siciliani da passeggio.
Un’ora e quaranta della solita autostrada belga, direzione Bruges, traffico intenso, ma scorrevole, constatando per l’ennesima volta l’incredibile numero di auto ad ogni ora del giorno e della notte che navigano sulle strade belghe.


Il tour guidato della birreria comincia alle 14. Arrivati un po’ in anticipo (strano per esser italiani ;) , decidiamo di mangiarci gli arancini passeggiando presso Diksmuide, paesino sito 3 km dopo la birreria. Solito paesino fiammingo: 15mila abitanti, una grand place, pardon… Grote Markt, con le caratteristiche case a punta, una friterie/frituur nel centro, gestita da degli improbabili pakistani, una cattedrale gotica (Sint Niklaas) chiaramente sovradimensionata, che sovrasta tutto il circondario, e una serie di pub, dove anticipiamo il pomeriggio degustativo con una Hommelbier. Praticamente, il 90 percento dei paesini fiamminghi si riconosce in questa descrizione…

Rientriamo alla de Dolle Brouwers alle due esatte, in tempo per l’inizio del tour effettuato da una simpatica nonnina, il cui ottimo inglese risente del tipico accento nederlandese. Il gruppo racchiude alcuni americani del Colorado, alcuni inglesi che hanno guidato fin qui con macchina propria e noi due che, stranamente, per essere in Belgio, siamo gli unici italiani in loco.

La prima parte del tour segue le varie fasi di preparazione della birra, condotti attraverso le varie stanze e le varie tubazioni in cui in quella settimana avevano appena prodotto e imbottigliato la Arabier. La descrizione del processo di fabbricazione è resa molto interessante dall’aggiunta di vari episodi che la simpatica nonnina, di cui non siam riusciti a sapere il nome, racconta. Scienziati, medici, archeologi, enologi sono tutti passati di qui per confermare le proprietà curative del rame in cui la birra fermenta, del luppolo naturale (non l’estratto!), dei vari tipi di malto e dei vari “seeds”, delle sementi usate. Inutile dire che la miglior pubblicità a questa birra prodotta in maniera completamente naturale è proprio lo stato di salute della nonnina stessa!


La seconda parte segue nella casa del birraio, edificio storico parzialmente disabitato, riattivata dopo l’incendio che lo scorso anno aveva danneggiato parte degli edifici, ma non fortunatamente l’impianto di produzione. Qui il racconto si sposta sulla storia delle birre, come sono nate la Oerbier, l’Arabier, la Boskeun e la Stille Nacht, ovviamente aggiungendo simpatici aneddoti su visitatori, estimatori ed episodi avvenuti durante la storia del birrificio.

Infine, degustazione presso il bar. Alla spina troviamo Arabier, Oerbier e Stille Nacht, mentre dal frigo abbiamo l’onore di degustare le ultime bottiglie della loro Stout, addirittura ottenendone 5 a testa da aggiungere alle casse miste che ci portiamo a casa. Nota negativa? L’unica cosa di commestibile per “asciugare” la birra è…una fetta di pane con un patè… Almeno del formaggio a cubetti ce lo saremmo aspettato…

Il rientro a Bruxelles avviene senza intoppi, nel solito traffico intenso belga, mentre a casa ci aspetta una bottiglia di prosecco, formaggio e sopressa… Ma questa è un’altra storia ;)

martino

Hop Cat – Grand Rapids (MI), USA

Category : Locali, Viaggi

Non molto tempo fa parlavamo della Founders, a Grand Rapids; sicuramente un gran bel birrificio, con un altrettanto ben gestito brew pub. Ora, quanti altri posti soprendenti ci potranno mai essere nella ridente cittadina di Grand Rapids, si chiederanno i miei venticinque lettori? Di preciso non lo sappiamo, ma almeno un altro c’è di sicuro: stiamo parlando di Hop Cat, votato terzo miglior “beer bar” al mondo su Beer Advocate. E si capisce che la ridente cittadina di Grand Rapids è ridente perché gli abitanti possono permettersi di essere felicemente alticci, con della buona birra di qualità assoluta.

Infatti Hop Cat, che si trova a circa 10 minuti a piedi dalla Founders (mica vogliamo costringere i clienti a guidare, se vogliono spostarsi da un posto all’altro?), presenta circa una cinquantina di spine con una varietà da lasciare a bocca aperta. Invece di focalizzarsi solo su alcune tipologie di birra, qui puntano sull’avere disponibile quasi tutto lo spettro del bevibile: dalle birre di frumento ai barley wine, passando per ogni sorta di ale (pale ale, old ale, amber ale, brown ale, IPA) e senza dimenticarsi stout, porter, lager, tripel. E altrettanto varia è la lista dei birrifici rappresentati: su 50 spine, troverete almeno una trentina di birrifici diversi, da ogni angolo brassicolo del mondo: la parte del leone ovviamente spetta agli Stati Uniti, ma non mancano le importazioni europee – Belgio, Germania, Regno Unito, Danimarca. Gli unici birrifici che sono presenti un po’ più in massa sono l’Hop Cat stesso (con 6-7 spine proprie), e la vicinissima Founders. A proposito di Danimarca, una nota di colore: parlando con uno dei gestori della selezione delle birre a fine serata, se non ricordo male i dettagli della conversazione, è saltato fuori che all’Hop Cat la Mikkeller è talmente apprezzata, che quando arriva la Geek Breakfast, metà cassa sparisce  magicamente appena aperta per colpa dei gestori stessi!  E poi si hanno problemi a trovarla sul menu…

La stessa varietà si riscontra nella scelta delle bottiglie. Che sono tante (sebbene non in numero così esagerato, credo di ricordare circa due pagine di menu), e stavolta, oltre ai paesi citati prima, si aggiungono Canada, Italia (Baladin, Panil), Norvegia (HaandBryggeriet, Nogne O – mai viste tante Nogne O in un posto solo!), Olanda (De Molen, De Scheldebrouwerij) e sicuramente mi scordo qualcosa. Tutte ottime birre, con una attenzione per le rarità, specialmente nel caso degli USA: birre vintage, cotte speciali, bottiglie commemorative, eccetera.

Sarebbe quasi insensato farvi una lista di tutto quello che potete trovare. Da quello che ho visto, e seguendo un po’ la rotazione (anche grazie al loro praticissimo sito ufficiale), qualsiasi birrificio americano di un certo livello c’è, oppure c’è stato, oppure ci sarà in un futuro prossimo. Non mancavano nemmeno i nomi a noi sconosciuti o quasi, quindi se avete voglia di sperimentare fidandovi della loro selezione, siete liberi di farlo.

Capitolo mangereccio: venite tranquillamente a cena in questo posto e non resterete delusi. Gli ingredienti sono, per quanto possibile, prodotti locali e spesso biologici, e il risultato sono piatti ottimi ed equilibrati: ci sono alternative vegetariane, piatti “salutari”, ma anche paninozzi ripieni di carne. A detta di Mattia, il miglior hamburger che avesse mai mangiato in USA (manzo brasato con Porter). I prezzi, sia per il cibo che per la birra, non sono popolari, ma nemmeno troppo elevati, e in nessun caso li ho trovati sproporzionati alla qualità di quello che veniva offerto.

Tutto rose e fiori, quindi? Quasi. Mi permetto di fare un paio di appunti, assolutamente personali e che non guastano l’esperienza nel suo complesso, decisamente molto, molto positiva. Primo: non ho apprezzato molto le loro birre. Il loro cavallo di battaglia dovrebbe essere la Sage Against the Machine (bello il nome!), un American Pale Ale con note di salvia; l’ho trovato mediocre, un po’ troppo erbaceo e senza quella luppolatura impeccabile che mi aspetto da un APA. Non convince nemmeno l‘Hoppopotamus, IPA troppo blando. Non si capisce perché, in mezzo alle birre migliori provenienti da tutto il mondo, debbano occupare 6-7 linee di spina con le loro produzioni che non reggono minimamente il confronto. Capisco favorire i prodotti locali, però… E questo mi porta al secondo punto: credo ci siano un po’ troppe Founders sulla lista. Ok, la Founders è uno dei miei birrifici preferiti, ma si trova a 10 minuti a piedi dall’Hop Cat – perché dovrei prendere una Founders qui, se posso trovarla direttamente dal produttore a prezzo più basso?

Chiudiamo con delle note più positive, perché questo posto si merita decisamente  i complimenti ricevuti: bello e accogliente l’arredamento, meraviglioso il logo del locale (basato sul famoso sketch di Le Chat Noir di Toulouse Lautrec), gentilissimo e cordiale lo staff, che è sempre disponibile a dispensare consigli, suggerimenti, assaggi e due chiacchiere con gli avventori. Il plauso finale va a Mattia, che dopo una giornata iniziata alle 3PM con la visita alla Founders e conclusasi in tarda serata all’Hop Cat (senza alcuna pausa intermedia dalla durissima attività del turista birraio), ha avuto il coraggio di affrontare in solitaria, agli sgoccioli della serata, una meravigliosa Great Divide 15th Anniversary Wood-aged Double IPA, in bottiglia da 75cl, della quale ho bevuto solo un assaggio (in quanto, ahimé, guidatore sobrio designato). Non credo se la scorderà molto facilmente!

Giacomo (testi)
Mattia (foto)

Una birra ai mercatini di Natale

Category : Birra, Locali, Viaggi

Ormai quando si avvicina il Natale mercatini di ogni tipo invadono le nostre piazze ed è diventato piuttosto di moda spingersi dove ci sono i veri tradizionali mercatini di Natale, verso l’Alto Adige/Sud Tirolo, dove effettivamente, hanno un sapore diverso rispetto a quelli che riempiono le nostre piazze. L’appassionato di birra è spesso costretto dalla sua dolce metà a partecipare a questi eventi natalizi, sotto le più terribili minacce… ma una visita a questa parte di Italia che un po’ è Italia e un po’ è già Tirolo può essere un’opportunità birraria interessante.

Bolzano (Bozen come vuole il bilinguismo) è una deliziosa piccola città di provincia. Nella valle dell’Adige, alla confluenza con l’Isarco, ha un piccolo centro storico molto curato e dall’atmosfera mitteleuropea. Ovviamente la tradizione birraria è tipicamente germanica, ma come accade un po’ ovunque in Italia, la birra artigianale non è onnipresente nei locali ma va cercata con attenzione.

L'Hopfen a Bolzano

Nella pittoresca Piazza delle Erbe (Obstplatz), in un antico edificio, c’è Hopfen&Co. (www.boznerbier.it) , un brewpub che presenta birre artigianali di produzione propria (la Bozner Bier) abbinata a un ricco menù di piatti tipici.
Il locale è accogliente e rustico, con il tradizionale impianto di produzione in rame in bella vista dietro il banco spine. Da una grata si intravvede al piano di sotto la cantina con i maturatori. Il locale è suddiviso in più stanze e se appena entrati può sembrare pieno, sicuramente un posticino nelle stanze ai piani superiori o nella sala adiacente si libererà a breve.

Sono proposte tre birre nella più classica tradizione germanica: una chiara in tipico stile tedesco/bavarese, una dunkel, una weizen. Durante l’anno a queste si alternano birre stagionali: in particolare nei mesi invernali è presente una birra di Natale scura e affumicata. La chiara è beverina, si sentono distintamente i profumi del luppolo, che spicca più nell’aroma che nell’amaro. E’ una birra moderatamente alcoolica come vuole lo stile, ottima da aperitivo o per aprire una bevuta più … articolata. Mi è stata servita molto bene, con un bel cappello di schiuma e soprattutto non troppo gasata, difetto che ho notato in molti locali tedeschi non specializzati.
La birra di Natale era presente in sostituzione della dunkel: è una sorta di dunkel con l’aggiunta di malto affumicato che dà un’aroma inconfondibile e facilmente percepibile. Nel complesso gustosa, non mi è parsa eccessivamente alcoolica (c’è spesso nei bevitori distratti l’idea sbagliata che alcool e colore vadano a braccetto…), prevale il dolce nel sapore ad accompagnare l’affumicato. I boccali che mi sono arrivati erano però un pochino troppo gasati per i miei gusti.
Nel complesso sono birre ben progettate e realizzate in stile tedesco, piacevoli, come vuole la tradizione semplici e non estrose, da bere anche in grandi quantità (si sa quanto può essere terribile la sete invernale…). Esiste anche la possibilità di asportare la birra in bottiglioni da 2 litri (che possono essere anche portati vuoti al locale per un rabbocco) e in fustini da 5 litri.

Costine di maiale

Alle birre si possono accompagnare interessanti piatti della tradizione tirolese: ho gustato le costine di maiale, servite con varie salsine. Molto gustose: ho notato che nei paesi nordici le costine sono servite sotto forma di costato e non già divise come da noi. Questo stimola ancora di più l’istinto primordiale del bevitore che tra un sorso e l’altro può macellare il suo pasto! Ho provato anche gli spaetzli, tipici gnocchetti diffusi nelle terre germaniche, molto gustosi, conditi con pancette e varie erbette. Nella mia ultima visita, ormai provato da tanto mangiare, ho provato la zuppa del birraio: le zuppe sono valide alternative per chi non vuole appesantirsi con piatti che, inevitabilmente, sono molto sostanziosi … per usare un eufemismo. Ovviamente consiglio i brezern, la mia passione, che qui sono particolarmente gustosi, più di quanto abbia provato nei banchetti dei mercatini. Il menù è comunque molto ricco, con piatti tradizionali particolarmente sostanziosi, come lo stinco di maiale o il filetto di cervo o i canederli.
Bolzano/Bozen è una piccola deliziosa cittadina del nord. Visitarla sotto Natale, nonostante il freddo, è una esperienza calorosa, con le strade piene di gente alle prese con i regali e i banchetti dei mercatini che vendono candele, vestiti, tovaglie, tutto in stile tirolese. Può essere anche una buona tappa in un viaggio di ritorno dalla Germania (cosa che mi è accaduta più volte).
Buona bevuta!

rob

Great Divide Brewing Co., Denver (Colorado, USA)

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Category : Birra, Locali, Viaggi

Forse basterebbe il titolo, forse basterebbe auto-citarmi quando sono entrato nel brewpub… “un bambino a Disneyland“. Ma visto che questo è il “nostro” regalo di Natale ai nostri amici e lettori, farò lo “sforzo” di descrivere ogni cosa come si comanda.
Per prima cosa, però, una premessa: sono arrivato a Denver con idee già ben precise, in poche parole sono di parte. Considero Great Divide il mio birrificio americano preferito, e quello di riferimento per tantissimi stili di birra.

Il birrificio con annesso brewpub si trova a pochi blocks da Downtown Denver, non lontano anche dalle già descritte Wynkoop Brewing Company e Falling Rock Tap House e dallo stadio dei Colorado Rockies. Ci si arriva comodamente con una passeggiata di 10 minuti dalla centrale Market Street (mappa). Dalle foto che si trovano sul sito ufficiale e sulla pagina di FB, sembrava che il brewpub fosse davvero sotto i grattacieli, in realtà la zona non è proprio delle migliori, diciamo che è ben trascurata e davvero poco frequentata.

Arrivo a Denver in auto da Aspen nel primo pomeriggio, scarico i bagagli in hotel e mi fiondo fuori affrontando il caldo torrido e le cavallette volanti che assaltano un po’ tutto e tutti, tutto per arrivare in tempo per le 16 al birrificio, visto che ogni giorno alle 15 e alle 16 è prevista la visita dell’impianto, visita completamente gratuita della durata di 15 minuti senza nessun obbligo di prenotazione.
Che dire, il tour è divertente perchè organizzato davvero rusticamente: a noi (eravamo 5, oltre me la mia Santa Donna e tre ragazze di college in vacanza da quelle parti) ha accompagnato e “spiegato” le varie fasi del procedimento brassicolo una ragazza, l’unica, che da un lato non pareva lavorare nè lì nè al brewpub, ma dall’altro era sicuramente amica di qualcuno e le lasciavano condurre i tours in maniera cialtronesca e in visibile stato di alterazione alcolica. Grasse risate quando per due minuti non è riuscita a dire altro che “ah, Italia, mi piace il gelato” (sleccazzando il collo della sua bottiglia di Titan) e quando ha adottato una sequela di rutti come intercalare tra  le spiegazioni dei vari processi brassicoli. Tra le cose interessanti, i mega fermentatori, io ne ho contati 9, probabilmente da 5000 litri l’uno, e la supermacchina imbottigliatrice (costo indicativo che mi han detto, circa 1 milione di dollari) che da sola trasformava un pallet di bottiglie vuote in casse da 24 perfettamente etichettate, tappate e pronte per la spedizione. Stiamo quindi parlando di ben altre cifre rispetto anche al più grande dei ns. microbirrifici.

Finita la visita, si attacca con l’assaggio sistematico di tutto. Qui, al contrario delle visite in altri birrifici, decido di non utilizzare il sistema dei samplers e di buttarmi sulle pinte o le mezzepinte: alla spina conto ben 10 produzioni: Titan Ipa, Samurai, Yeti Imperial Stout, Rumble Ipa, Wild Strawberry, Tripel, Hoss, Hades, 16th Anniversary Wood Aged Double Ipa e Smoked Baltic Porter. Proprio quest’ultima era non solo al “mio” debutto, ma credo proprio di essere stato uno dei primissimi italiani ad averla provata, visto che era alla prima cotta assoluta. A tutte queste si aggiunge poi un comodo e pratico frigorifero in cui poter andare ad afferrare ciò che non c’è alla spina – già, come se la selezione fosse povera e ci si potesse permettere di fare anche gli snob – e portarla al bancone per una pronta bevuta. Quest pratica l’ho adottata una sola volta con la Santa’s Bridget Porter, in quanto le meravigliose Hibernation Ale e Fresh Hop Pale Ale, essendo estate, non c’erano.

Inutile dire che tra quel pomeriggio e il giorno dopo, mi son spazzolato tutto il banco, senza lasciare nulla al rimpianto. Partendo dal basso, direi Tripel (dolciona in stile belga, non amo per niente le versioni americane delle birre belghe), Hoss (una specie di Marzen che non mi ha per nulla colpito) e la Hades (Belgian Ale). Al gradino leggermente superiore metto la luppolata Rumble Ipa (passata in botti di quercia) a la sorprendente Wild Raspberry Ale dal colore rosa porcello: non gli avrei dato una lira, eppure…

Passando all’eccellenza, qua ci sarebbe da palare per ore. La Santa’s Bridget Porter (unica assaggiata in bottiglia) è favolosa, equilibratissima, sarebbe probabilmente ancora meglio se assaggiata alla spina. La “vera” sorpresa è stata la meravigliosa Samurai, una curiosa ma superba Rice Ale, beverina al massimo ma particolarmente gustosa. Poco da dire, se non parlare di meraviglia assoluta quando mi imbatto nel quartetto finale: la Titan Ipa è praticamente perfetta, la mia Ipa in stile americano di riferimento, una birra di cui non ci si può stancare. La Yeti Imperial Stout (esistente anche nelle versioni Oak Aged, Espresso Oak Aged e Chocolate Oak Aged… il tutto per renderla ancora più complessa) è una bomba micidiale, di una maestosità, di una potenza unica, che maschera i suoi 9.5%, facendovi stare bene col mondo… almeno finche non ne bevete quattro e provate ad alzarvi di scatto…

La 16th Anniversary Wood Aged Double Ipa è probabilmente la loro birra più complessa, più difficile. A Grand Rapids a Giugno avevo presa una bottiglia da 0.65 a fine serata di 15th Anniversary, e mi aveva mandato a letto soddisfatto ma virtualmente “morto”. Ben conscio di questo fatto, opto per la mezzapinta, che vi assicuro è più che sufficiente per farvi godere della sua bontà e non trascinarvi verso l’oblìo. Infine, riprovata per ben due volte e con due bottiglie portate a casa in valigia, la Smoked Baltic Porter è la mia personale vincitrice tra le novità, nonchè vincitrice assoluta (ex-aequo con la Yeti) tra le birre provate nel tour americano. Per un amante delle note affumicate come me, delle birre scure come me e in particolare delle porter e delle stout, si può, con ragione, dire che alla Great Divide si è davvero al top dei top, anche per il servizio, la cortesia e la disponibilità dei ragazzi dietro al bancone.

Il brewpub (locale piccolino, ci sono 15-20 posti a sedere più qualche tavolino fuori – solo in estate) fa orari abbastanza strani, sia durante la settimana che nel weekend chiude decisamente presto (alle 20 dalla Domenica al Martedì, alle 22 dal Mercoledì al Sabato). I tours come detto sono alle 15 e alle 16 dal Lunedì al Venerdì, ogni ora dalle 14 alle 18 il Sabato e solo fino alle 17 la Domenica. Esiste un Happy Hours durante la settimana, i prezzi sono davvero bassi su tutte le spine, le bottiglie variano tra i 3$ e gli 8$ per le produzioni speciali in formato grande. La Great Divide, come quasi tutti gli altri birrifici visitati in Usa, fa del marketing un suo cavallo di battaglia: anche qui potrete trovare cappellini, magliette, spille, borse, felpe, targhe metalliche (che fatica portare a casa in aereo quella gigante…), adesivi e ovviamente birre, growlers e six-packs. Personalmente devo dire d’averci lasciato oltre 120 dollari… escluso il manico di spina portato a casa per Gabriele…

Fateci un salto, due o anche tre (ricordando il passaporto per poter bere!). La GDBC vale da sola la visita della città.

mattia

p.s. per la serie “quanto è piccolo il mondo”, alla GD ho incontrato Stefano, birraio di Lambrate. Se mi legge, un salutone da parte mia.

Falling Rock Tap House, Denver (CO)

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Category : Locali, Viaggi

Dopo essere stato alla Wynkoop Bewing Company, mi son quindi diretto verso un locale “indipendente”, sempre nella zona centrale di Denver. Avevo cercato notizie su internet prima di partire e avendo trovato anche buone recensioni, decido quindi di seguirle e fare una scappata al Falling Rock Tap House (sito ufficiale).

Il locale è considerato, per il momento, il pub in città con più linee (75, più  100 bottiglie). Dico “per il momento” perchè il prossimo anno aprirà il nuovo bar dello Sheraton Hotel con 130 spine. Per carità, non sta a me giudicare numeri del genere perchè non ho davvero idea del consumo e del ricambio dei fusti, ma 130 (non che 75 sia un numero misero, eh) son davvero troppe: come si fa a gestirle e mantenere alta la qualità e il servizio?

Il locale è enorme, e quando son arrivato era aperto solo il piano terra, perchè da quel che ho potuto intuire (ma non visitare), al piano sotterraneo c’è tanto altro spazio per accogliere i numersosi (evidentemente) appassionati di birra locale: la vicinanza con lo stadio dei Colorado Rockies può darsi che faccia una gran differenza quando la squadra di casa gioca a Denver. Arredamento tipico con abbondanti rivestimenti in legno, panche, bancone lunghissimo e davvero pochissima illuminazione. Maxischermi, neon e insegne pubblicitarie fanno il resto.

Le 75 spine sono a rotazione, e viene stampato un menù ogni giorno con le spine di partenza e le spine che verranno messe su, in una sorta di sottomenù-preview. Le birre sono divise per indicazione geografica, infatti il Falling Rock sostiene la campagna “Drink Local” (che come vedremo è appoggiata anche dalla Great Divide e da tanti tanti appassionati), e la prima parte del corposo menù è dedicata alle produzioni del Colorado (circa una trentina, includendo anche birrifici assolutamente sconosciuti). Il resto è per buona parte focalizzato sulle produzioni americane, ma non mancano anche birre del vecchio continente.

Tra i birrifici del Colorado, ricordo Odell, Avery, New Belgium (che in altre occasioni ho apprezzato piuttosto poco), Ska, Steamworks, Boulder, Tommyknocker e le famose Left Hand e Great Divide. Essendo ovviamente impossibilitato a provale tutte, ma avendo anche problemi di tempo, sono purtroppo restato al Falling Rock giusto un paio di ore abbondanti, e mi son “dato” alle birre scure, che però, essendo estate al tempo della mia visita, non erano presenti in gran quantità. Nell’ordine, ho provato solo birre statali: la splendida Deschutes Black Butte Porter, la Bell & Bush Big Ben Brown Ale che mi ha soddisfatto in pieno e la “legnosissima” Tommyknocker Oaked Butthead Bock.

Il locale serve anche piatti da pub, dalle classiche chicken wings (provate, niente di eccezionale, si mangiano meglio da altre parti come allo Small Bar di Chicago), i più o meno farciti Burgers eccetera. Servizio al tavolo non particolarmente cortese e fortemente interessato alla mancia, come dappertutto in Usa. Anche qui, scordatevi di bere se non portate con voi il passaporto (e solo quello) per poter dimostrare di aver più di 21 anni.

mattia

p.s. scusate per l’ultima foto ma non avevo la mano molto ferma :-)