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Riguardo al Kulminator, Anversa

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Category : Locali

Ad Anversa son stato 4 volte. La prima volta ero troppo inesperto per sapere del Kulminator. Le altre tre volte non me lo sono lasciato sfuggire.
Per atmosfera, scelta birraria, servizio, la pace e il calore che il Kulminator ti mette addosso, è un posto che ti rimane scolpito dentro: per esempio tendo a dimenticarmi in fretta delle birre bevute nei locali anonimi, ma quelle bevute lì me le ricordo tutte.

(Alcune delle foto delle mie birre. Soprattutto le prime birre delle varie serate… le ultime non riuscivo mai a fotografarle bene :)

Nonostante questo, volevo parlare di un aspetto diverso, e minoritario, riguardo al locale di Anversa. Questa non sarà una recensione, ma solo una mia idea e critica. Negli ultimi due anni in cui son stato (2011 e la scorsa estate), ho notato un sostenuto cambiamento delle birre a disposizione: il Belgio ovviamente la fa da grande padrone, le chicche ci sono ancora, i prezzi tutto sommato non si son alzati poi di tanto come qualcuno fa notare (piuttosto, forse erano moooolto bassi prima).
Quello che ho notato è che anche il Kulminator si sta “modernizzando”, avendo sempre più birre di “moda”, o di nuova generazione – se vogliamo chiamarla così – e un po’ meno classici invecchiati. Non so se questo sia dato dalla vicinanza, ad esempio, con il confine olandese e con il fascino delle De Molen, o con un grande afflusso di clientela giovane – più propensa ad cercare e comprare, per esempio, Mikkeller o altre birre danesi o scandinave del momento. Lungi da me criticare queste birre, eh, non voglio dire che siano di livello inferiore o altro.
Dico solo che mi spiace vedere che anche il Kulminator un po’ si “venda” a questa nouvelle vague, come altri locali, lasciando affievolire l’aura di magico dei suoi listoni quando si leggono certi nomi al posto di altri.
Courage Ltd Imperial Russian Stout 1983, Westmalle Dubbel 1994, Stille Nacht 1999, Rochefort 10 1998, Eylenbosch 1982 e tante altre son state le “mie” birre lì dentro, cercate e ricercate tra altri miliardi di nomi. La prima non c’è più già da un paio di anni, e mi dispiacerebbe che sparissero le altre e tante altre come loro per poi trovarmi una Punk Ipa (con tutto il rispetto). La prossima volta che vado mi son pomesso di fare una verticale di Orval (ad Agosto presi la 2006 e fu favolosa).
Scusate lo sfogo, è una cosa che volevo scrivere già l’estate scorsa… avrò un’idea un po’ troppo romantica delle cose.

Adesso vado a vedere quando riesco ad andare su…

mat

Una brutta notiza… chiude il Dickinson Pub

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Category : Locali

La notizia mi è arrivata venerdì sera, e dopo un breve tempo in cui ho sperato in uno scherzo, tutto è stato confermato.

Il Dickinson Pub di Scandiano (MO) chiude i battenti l’8 Dicembre, poi si vedrà. Forse si sposterà solo con nuova gestione e nuovo locale, forse no. In ogni caso, per chi lo ha frequentato tanto, per chi lo ha conosciuto da poco, il Dickinson rimane un grandissimo pub, che ha creato cultura birraria e che ti faceva sentire a casa, sempre.
Un grande e affettuoso abbraccio a Maso e Bilo, e un grazie per tutti i giri fatti in furgone per andare a prendere la birra. Ci sono cose che nessuno scorderà, e l’8 sera sarà una serata al tempo stesso memorabile e triste.

mat

p.s. il (MO), sebbene si tratti di verità, è stato messo per puro spirito campanilistico.

E invece, l’Arrogant apre… ecco le foto!

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Category : Locali

Ehehe, qualcuno di voi c’è cascato in pieno. Grazie ad Alle per essere stato al gioco. Ovviamente se fosse stato tutto vero, l’avremmo visto ben più incarognito di così. C’è però da dire che è stato un bavo attore: quello che avete visto era solo il secondo ciak (solo perchè durante il primo s’è esaurita la batteria della macchina foto).

Passando alle cose serie, la notizia è ancora ufficiosa, ma l’Arrogant Pub dovrebbe riaprire, dovrebbe eh, il 29 Aprile, quindi poco meno di un mese. Il posto scelto è strategico: parcheggio, nessun residente nel aggio di 100 metri, giardino. Il locale avrà 10/12 spine (8 a pompa inglese), un bel bancone dove appoggiarsi e mangiare, e una 60ina si posti. La cucina sarà appena rivisitata, puntando di più sui già famosi hamburger (ci saranno, a pieno regime, 16 diversi tagli di carne) e con un piccolo menù per accontentare anche i vegetariani. La birra la farà da padrone e da quello che si può dire, cambierà poco dal vecchio Arrogant, con spine a rotazione spinta e alta qualità.

E’ previsto un evento per i giorni 29 e 30 Aprile, vi sapremo dire non appena avremo la conferma di data, orari e programma.
Adesso, avanti con le foto… con un po’ di immaginazione, eh! (cliccate per ingrandirle)

mat



 

Berliner Republik, Berlino

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Category : Locali, Viaggi

Berlino è enorme, a detta di tutti, ed è davvero difficile perdersi. Qual migliore consiglio se non un posto dove poter mangiare bene, bere bene e… giocare? Sì perché se Jacopo nella sua Guida su Berlino ci aveva parlato dei birrifici della capitale tedesca, ecco che mi sento di consigliarvi il Berliner Republik senza esitazioni. Intanto perchè a Berlino non si bevono cose incredibili, sappiamo tutti che in Germania hanno un assoluta dedizione e passione sui loro (fantastici) stili birrari ma non sono proprio avvezzi nè alla sperimentazione nè all’accoglienza di birre “estere”: il Berliner Republik non esce da questo seminato.

Il locale si trova in zona centralissima, a due passi dalla tristemente nota stazione di Friedrichstrasse, proprio affacciato sulla Sprea: inutile dire che la vicinanza della stazione è un fattore importantissimo dopo una grande bevuta! Il locale è ampio, una sala unica a forma di U attorno al grande bancone centrale: su tutte le pareti sono appesi centinaia di quadri e quadretti con le più significative immagini della Berlino storica. Il servizio è veloce e cortese, ma attenti agli orari: dopo le 20, se siete in tanti, può essere difficoltoso trovare posto… nel caso, prenotate. D’estate, e finchè le temperature lo consentono, c’è anche un bel dehor direttamente sul fiume.

Si mangia con poco, si mangia bene (Schinkenknacker da favola, ma buone anche le zuppe e la Schnitzel) e si beve discretamente. Come detto, solo birre tedesche, in abbondanza. Vado a memoria, ma ricordo almeno una 20ina di spine, più o meno conosciute, si va dalla Paulaner alle vere e artigianali Alt e Kolsch, alla ottima Jever. Tutte le birre sono spinate come si comanda, e servite nel loro bicchiere  (ça va sans dire…): anche la Berliner Weisse – ho provato quella verde, aveva il colore della benzina e sembrava uno sciroppo. L’imbarazzante momento lo potete gustare qui sotto:

Sui prezzi, se siete bravi e avete voglia di giocare, potete davvero pagare poco. Come? Facile: sparsi per la sala ci sono 4-5 schermi su cui vengono continuamente mostrati i prezzi delle birre (nei vari formati)… la particolarità è che, tramite un astuto software, in base alle richieste della clientela, al livello del fusto o ad una speciale promozione, i prezzi cambiano ogni 6 minuti. Giuro, alla nuova quotazione di una Kolsch, per dire, voi ordinerete e vi sarà fatto pagare (a fine serata) il prezzo del momento. Le variazioni possono anche essere consistenti, e arrivare a 1 euro in più o in meno. Ricordo che una Bitburger da 0.5 oscillava tra i 4 euro e i 2.60… voi capite che se state attenti, bevete tanto con poco.

Questo sistema è usato anche dai clienti abituali, che si radunano sul presto per assistere al “crollo della borsa“. Intorno alle 21.30, annunciato dall’aria di apertura di “2001 Odissea nello Spazio”, i prezzi delle birre, per 10 minuti, raggiungono il limite più basso della giornata, tutte e tutte assieme: non è raro vedere persone che ordinano 3-4 birre in una volta.

Il gioco è divertente, fa restare lì ed è spassoso provare ad indovinare i prezzi della propria birra, e gufare quella degli altri… il Berliner non è certo un grande locale birrario, ma in una città così dispersiva e con nessun locale di gran livello, andateci, e poi fatemi sapere!

mattia

Londra: Pub Crawl tra il Borough Market e il Covent Garden

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Category : Birra, Locali, Pub Crawl, Viaggi

Un saluto vivissimo dall’Inghilterra, dove mi sono da poco trasferito per immergermi nella ricerca accademica. Non per questo ho pensato di abbandonare i lettori di PP, anzi, ecco che vi propongo il primo Pub Crawl fatto in compagnia della mia sezione del CAMRA, ovvero il Southern Hampshire (Southampton, Hampshire). Da dove si poteva iniziare se non dalla capitale? Londra può risultare molto dispersiva, e proprio per questo è necessario stabilire quale zona si vuole battere, quindi un percorso ben preciso. Differentemente da altre cittadine inglesi ben fornite ma più piccole, qui non si può certamente pensare di “perdersi tra i vicoli”…

La guida che vi propongo oggi riguarda quindi l’area circostante la stazione di Waterloo, facilmente raggiungibile in treno dai dintorni di Londra, senza l’obbligo di dover utilizzare i costosissimi mezzi pubblici cittadini. Nove pubs in tutto, che potrete facilmente trovare come sempre utilizzando la mia mappa googlizzata.

Incamminiamoci di buona lena che la giornata sarà lunga. Usciti dalla stazione il primo pub che incontriamo è il King’s Arms, in Roupell St. Staff giovane ma interni gustosamente datati, con isola-bar centrale e pompe su entrambi i lati del locale. Tavolini generalmente piccoli e tondi. Nella stagione fredda troverete facilmente mull cider, cioè sidro scaldato con spezie e zucchero.

Proseguendo per Union St verso il Borough Market si incontra il Charles Dickens, forse un po’ meno accogliente del precedente ha dalla sua l’ampiezza degli spazi, ergo i tavoli sono più capienti e quindi adatti ad ospitare gruppi numerosi. Indipendentemente dalla corposità della vostra compagine consiglio di seguire l’opzione LocAle e provare uno dei prodotti della londinese By The Horns: sebbene il birrifico abbia solo pochi anni di vita, la Red vi darà un’idea di cosa sia una vera bitter inglese, dura e pura. Possibilità di mangiare a prezzi ragionevoli.

Nei pressi della fermata Borough della metro troverete The Royal Oak, altro pub con buona cucina, isola-bar tradizionalmente centrale che divide il locale in due parti. Generalmente offrono le birre prodotte dal birrificio Harveys Sussexs. Tutti ottimi prodotti tra cui, oltre le solite bitter e pale ales, troverete anche una mild e una interessantissima old ale.

Risaliamo verso il London Bridge per approdare finalmente ad una delle zone più incantevoli e caratteristiche della città (a mio parere, ovviamente): il Borough Market. Dispendioso e fighetto come pochi altri, gode pero del tipico respiro cosmopolita londinese, che fortunatamente si rispecchia anche nell’offerta delle birre. Nei due sempre stipati pubs della zona troverete infatti alla spina o a pompa, oltre alla normale offerta locale, anche prodotti internazionali quali l’americana Sierra Nevada o la tedesca Schlenkerla (soprattutto la seconda ha un tocco d’esotico, per Loro) e altre. Il Market Porter, accerchiato da una splendida cornice floreale, è costantemente pieno di gente e ordinare una birra potrebbe diventare un’impresa. Poco importa. Appena più avanti, girato l’angolo sulla destra, nei pressi del trendy Vinopolis (solo il nome è un programma…) troveremo il Rake. Sito giusto dietro il mercato, ospita un’ottima selezione di bottiglie (cosa davvero rara da queste parti!) e non si fa mancare neanche le sopracitate spine internazionali. In entrambi i casi la coda è assicurata, ma la qualità non viene mai meno. Inoltre se il tempo lo permette, si può tranquillamente sostare per strada, davanti o dietro al pub, senza noie. Nel caso del Rake vi ritroverete a bere una pinta in mezzo alle bancarelle dei formaggi, con il cavalcavia della ferrovia che vi passa sopra la testa e la Southwark Cathedral come sfondo.

Superata la metà del percorso, la prossima tappa è situata a nord del Tamigi. Per oltrepassarlo non fatevi mancare una passeggiata sul Millenium Bridge, ponte pedonale dal quale si gode di uno splendido paesaggio sulla città. Prendendo sulla sinistra Queen Victoria St raggiungerete il Blackfriar, in prossimità della London Blackfriars Rail Station. Il pub è un capolavoro dell’Art Nouveau. Costruito nel 1905 su vecchi possedimenti dominicani, ha mantenuto la vocazione del luogo presentando sulle pareti innumerevoli raffigurazioni di fraticelli in ogni posa. Può essere una buoa idea optare per una saporitissima cornish bitter, la King di Keltek. Tra tutti i citati, direi che senza dubbio alcuno meriti la medaglia del più elegante.

Ci dirigiamo ora verso un’altra delle zone più coinvolgenti della metropoli, l’incantevole Covent Garden. Consiglio vivamente di arrivare in zona col buio, perché le luci dei teatri alla sera sono qualcosa di eccezionale e vi rapiranno lo sguardo mentre cercate di convincervi di avere ancora sete, prima di giungere al Cross Keys, in Endell St. Qui le birre da provare sono davvero tante, perché il pub tiene i prodotti di Brodie’s, un ottimo birrificio della Nuova scena londinese (se mi permettete i termini). Sarà il paradiso per gli amanti del luppolo, lo posso assicurare. Infatti spesso potrete trovare alla pompa le loro single hops (luppoli americani, australiani, neo zelandesi e compagnia bella). Anche chi cerca qualcosa più di nicchia non sarà scontentato. Da buon amante del diverso, personalmente mi son fiondato su d’una belgian saison tanto stagionale da non aver meritato neanche la clip sulla pompa. Vi ho potuto solo leggere scritto a penna “Brodie’s Saison 4%”: poco alcool per lo stile, ma direi che il gusto c’era tutto, e mi reputo soddisfatto della scelta. Non voglio assolutamente fare una crociata sul grado alcolico: d’altro canto, anche le Italian English Bitter sono molto più strong delle originali (a dire il vero delle originali hanno poco e nulla, con rare eccezioni)…pensando ad una British Belgian Saison potrebbe aprirsi un dibattito molto simile a quello riguardante le Black IPA…!!! Che ne pensate?

La strada e lunga e sarà meglio scannarci sui dettagli strada facendo. Circumnavighiamo il Covent Garden scendendo per Upper Saint Martin’s Lane ed eccoci piombati nell’Harp. Una tappa che non può assolutamente e categoricamente mancare nel nostro itinerario, in quanto il locale in questione è stato premiato in occasione dell’ultima [2011] edizione dell’ambito premio CAMRA Pub of the Year. A giudicare dal casino che lo circonda…la gente deve essersene accorta! Per quanto lo spazio non sia tantissimo, dietro al bancone lavora freneticamente senza sosta un nutrito gruppo di barmen. La sala di sopra (l’immagine non rende un granché, lo ammetto) regala qualche momento di relativa calma, con la possibilità di sedersi in poltrona o di rimirare accattivanti quadri alle pareti, e fuori dalla finestra le luci del Covent Garden.

Per trascinarci verso la ferrovia percorriamo nuovamente un ponte pedonale, questa volta però quello che parte da Embankement e ci rituffa in Waterloo. Se siete così arditi da voler visitare anche l’ultima tappa, The Hole in the Wall, Mepham St, sicuramente prima di bere dovrete pensare a sfrattare il proverbiale ragno. Non mi credete? Pensate al ragno come a liquido in eccesso e i conti vi torneranno a quadrare immediatamente! Detto ciò, anche qui il movimento non manca, e si ha l’impressione che sia più legato allo sport che ad altro. Nella prima sala magliette di calcio e rugby troneggiano alle pareti, mentre nella seconda, la più ampia, si riuniscono i tifosi davanti al megaschermo. Concedetevi una Dorking Brew, la Number One vi lascerà un bel ricordo e anche, si spera, un piacevole senso di…sazietà.

Quando ne avete abbastanza potete finalmente strisciare (alla fine è questo il senso del pub crawl…) fino alla stazione e ritornarvene da dove siete venuti.

Alla prossima trascinata.

Jacopo

Bologna: collezione autunno-inverno

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Category : Locali, Viaggi

Per gli amanti di birra bolognesi questi ultimi mesi sono stati particolarmente significativi. Lo dico con non poco orgoglio perché, lo ammetto, credevo che una Bologna birraria non sarebbe mai esistita e che, malgrado la generale vitalità cittadina, sarebbe rimasta per sempre all’ombra di province minori, ma birrariamente assai più evolute.

Chiariamoci: la situazione non è ancora cambiata, è solo migliorata!

Gli ultimi eventi rappresentano infatti solo i primi vagiti di un pupo che sta tentando di lasciare il grembo materno per cominciare a giocare con gli amici più grandi. Questa città è stata finora talmente rappresentativa del suo ruolo di confine tra Emilia e Romagna da rispecchiare tale “ambiguità” anche nell’offerta birraria. Partendo dal centro e uscendo dalla città verso Est…il nulla assoluto (con rare eccezioni), verso Ovest…il tutto relativo. Cioè: quattro birrifici e una buona quantità di locali interessanti dispersi in mezzo alla Bassa.

Vado ora a spiegare il motivo di tanto entusiasmo, partendo da quest’estate.

Un mese di IBF all’interno della Festa dell’Unità infatti (25 agosto-19 settembre), è stata una dura prova, a cui la città reputo abbia risposto tutto sommato bene, tenendo conto della carente attività di promozione dell’evento e di altri problemi non trascurabili (avere di fianco a noi la balera non ci ha agevolati!). Appena una settimana dopo, BrewLab ha organizzato l’anagrammatico FBI, una tre giorni che ha ottenuto un’ottima risposta di pubblico, soprattutto del più giovane, dimostrando così che gli studenti non sono una fetta di pubblico da ignorare.

Ma non solo di eventi si parla. Procedendo in ordine cronologico citerei l’apertura del nuovo birrificio Birra del Reno, sull’Appennino bolognese. Amici fidati mi hanno parlato piuttosto bene delle sue birre, soprattutto della loro Bianca, che ahimé non ho potuto provare personalmente.

Veniamo ora al nuovo progetto di Roberto Poppi di Vecchia Orsa e dell’ex presidente di BrewLab Gianfranco Sansolino. Prendendo in gestione un locale già esistente, poche centinaia di metri fuori porta, lo hanno trasformato in un pub totalmente votato all’artigianale, riempiendo così l’enorme vuoto che affliggeva il Capoluogo (in particolare se parliamo di spine). Il loro Harvest Pub è piccolo ma piuttosto accogliente, ed è gestito con passione. Le birre offerte alla spina e a pompa hanno prezzi ragionevoli e variano costantemente. Come fissa viene proposta l’interessante Bender, brassata appositamente dalla Vecchia Orsa per il locale, afferente allo stile American Wheat Ale. è rinfrescante e ben luppolata, ottima come birra estiva, buona rappresentante dello stile in Italia (sicuramente l’unica). Aggiornamenti costanti sulla pagina facebook.

Infine, fresca di pochi giorni, è l’apertura del beer shop Astral Beers di Roberto Astolfi. Pochi metri al di là del famoso Meloncello, è stato inaugurato lo scorso sabato 15 ottobre. Il negozio è ben organizzato, con le birre ordinate per provenienza su eleganti scaffali, a muro ed in mezzo alla sala. L’offerta già dal primo giorno è piuttosto ampia ma promette di crescere col tempo. Il simpatico e competente titolare, inoltre, intende utilizzare gli spazi del negozio per organizzare eventi legati al mondo dell’arte, così da creare un’offerta il più possibile variegata.

Mi sembrano ottimi propositi per il futuro, segno che il movimento in Italia sta continuando a crescere, soprattutto in qualità, riuscendo a espugnare anche le città più restie. Bologna era una di queste, ma forse -speriamo- la strada è ormai spianata.

Buona fortuna a tutti.

Jacopo

Un pub per amico

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Category : Locali

Scrivere una recensione del Dickinson Pub non è una cosa semplice per me. Perchè in questi anni il Dickinson non è stato solo un pub o il mio local pub, è stata una estensione del mio soggiorno, un luogo di ritrovo con amici, un posto dove finire in gloria le giornate felici, dove affogare quelle deprimenti, un posto dove conoscere una umanità che più varia non si può. C’eran quelle serate tristi, senza voglia di stare in casa, dove andando al Dick sapevi che qualcosa sarebbe successo, non sapevi cosa, ma qualcosa sarebbe successo. Qualcosa che ti avrebbe allietato la serata, da una chiacchierata con le splendide cameriere che lavorano o hanno lavorato lì, o un’improbabile conversazione con qualche metallaro del posto o anche solo a bersi una birretta dietro l’altra con Maso se la serata stentava.
Il Maso e lo storico socio, il Bilo (ora tornato a ricomporre una coppia gol degna di Vialli e Mancini), hanno aperto il locale alla fine del 2005: la birreria è ricavata in un vecchio caseificio del parmigiano-reggiano dalla forma tradizionale, un edificio protetto dai beni culturali, e si trova a Scandiano (il secondo centro della provincia di Reggio Emilia, a circa 15 km dal capoluogo). Il locale è molto accogliente, arredato in stile rustico e negli ultimi anni ampliato fino a comprendere locali adiacenti di proprietà del comune.

Maso in tenuta bavarese

Da subito la passione per la birra del Maso è virata verso le birre artigianali: nel primo menù c’erano bottiglie di Baladin, che nell’asfittico panorama reggiano di allora erano una novità senza precedenti. Poi pian piano il gusto per la scoperta li (ci) ha condotti a cercare birre in lungo in largo per l’Italia e per l’Europa: l’innata idiosincrasia di Maso per gli intermediari ha fatto sì che ben presto abbia cercato contatti diretti con i produttori, sia andato in loco ad assaggiare e scegliere, spesso in birrifici semisconosciuti che poi ha “arruolato” per il suo locale. In tutto questo io e altri amici carbonari reggiani abbiamo il nostro posticino, siamo stati i compagni di tanti viaggi di bevute e di ricerca di birre, in Italia, in Germania, in Belgio, facendo carichi con i quali tornavamo orgogliosi come i mercanti del medioevo tornavano da luoghi esotici, a dorso (è il caso di dirlo) del mitico afrofurgone.
Il Dickinson propone solo birre artigianali, sia in fusto che in bottiglia. Il numero di spine è variabile e a tratti casuale, ma si attesta attorno alle 7-8: non c’è un menù fisso, nel tempo si sono alternati molti produttori su quelle spine, a volte si è trattato di fusti arrivati da qualche magazzino belga una tantum, più spesso si tratta di fusti che Maso si fa riempire appositamente per sé dai birrifici con cui decide di collaborare.
Il triangolo classico del Dickinson copre Belgio, Germania e Italia, mentre non sono generalmente presenti prodotti inglesi o americani: in Belgio collabora prevalentemente con il birrificio Boelens situato tra Anversa e Gent, del quale in genere propone alla spina Bieken (una blonde aromatizzata al miele), Tripel Klok (che io trovo una ottima Tripel) e sotto Natale Santa Bee, nonché la birra prodotta per il locale, la Resdora (“la donna di casa” in dialetto reggiano), una saison ambrata scura dai gusti tipicamente belgi. Dal Belgio sono presenti anche, occasionalmente, fusti da altri birrifici più o meno celebrati, trovati nei vari viaggi fatti in Belgio. Tra questi ricordo Taras Boulba della Brasserie de la Senne, svariate birre di de Ranke tra cui la Cuvèe, la Saison de Dottignies, la Hop Flower, XX bitter, IV Saison di Jandrain-Jandrenouille per citarne alcuni.
Anche i birrifici tedeschi sono una scoperta del publican: nelle numerose vacanze tedesche ha battuto la campagna bavarese alla ricerca di posti che lo soddisfacessero e, individuati prodotti tipici ma con note particolari, li ha arruolati. Oggi la birra tedesca che più frequentemente si trova è la Mittenwalder, che, nella perfetta tradizione tedesca, propone una Edel, una Pils, una Dunkel e qualche prodotto stagionale come la Marzen. Si tratta di birre molto pulite in perfetto stile tedesco che giocano su pochi ingredienti per realizzare prodotti puliti e freschi.
Sul fronte italiano, data la vicinanza, negli ultimi anni Maso si è sbizzarrito di più: agli inizi era un po’ titubante con i prodotti di casa nostra, mentre ora collabora abbastanza stabilmente con svariati produttori. Attualmente le collaborazioni più assidue sono con Orso Verde (di cui è presente, alternatamente, praticamente tutta la gamma), Birrone (che produce anche per il locale una keller venduta come Statale 63) e più recentemente Brewfist. Occasionalmente sono presenti fusti di altri birrifici italiani, come i locali Dada e Zimella, ma anche Opperbacco, Birranova e altri, in genere in occasione di feste o eventi birrari organizzati dal locale, come la Grande Sete o i vari compleanni.

Maso e la Carboneria Reggiana in visita da Boelens

Anche la scelta delle bottiglie è piuttosto ricca e si orienta prevalentemente sul fronte belga, frutto dei numerosi viaggi fatti nelle Fiandre. Il menù è abbastanza variabile (Maso è poco avvezzo alle standardizzazioni) e comprende in bottiglie da 33 cl un vasto panorama di birre belghe, dalle più classiche a nuovi birrifici emergenti (Brasserie de la Senne, Schelde,…). Più limitata la scelta di bottiglie da 75 cl che ultimamente è orientata verso le classiche perle di Glazen Toren. Occasionalmente sono presenti gueuze, quasi mai a menù, estratte dal banco frigo come conigli dal cappello.
Per quanto riguarda il cibo fino a poco tempo fa il menù proponeva classici piatti e panini da birreria, con particolari punte per i gran piatti alla tedesca (salsicce, wurstel, patatine,…). Un locale cucina un po’ limitato ha sempre impedito al Dickinson di proporre piatti troppo elaborati: per un felice periodo erano serviti primi della tradizione reggiana fatti a mano (tortelli in particolare) ma purtroppo lo spazio limitato ha impedito di proseguire su questa strada. Negli ultimi tempi invece è stato introdotto un piatto che può dare dipendenza a chi lo ama: gli arrosticini di pecora, estremamente gustosi ma con il difetto di impedirti di smettere di mangiare!
Maso è poco incline all’ordine e alla disciplina e una situazione a cui i clienti affezionati sono abituati è la discrepanza a volte totale tra quanto è presente alla spina e quello che c’è scritto sulla spina stessa… meglio sempre chiedere anche perchè a volte si scopre della presenza di chicche occasionali che non compaiono a menù.
Il Dickinson è spesso organizzatore o co-organizzatore (come ad esempio l’Emilia Hold ‘em), o anche solo attore, di eventi birrari. Con noi carbonari reggiani organizza Birreggio. Presso il locale invece, soprattutto in autunno e primavera organizza eventi basati sulla birra, come la sopracitata Grande Sete (che in genere si svolge verso aprile) o il compleanno del locale, che si tiene tutti gli anni in un momento imprecisati tra settembre e novembre. In queste occasioni sono spesso presenti fusti di birrifici diversi dal solito, con la presenza occasionale di qualche birraio.
Se passate dal Dickinson è molto probabile che troviate a banco me o qualcuno degli appassionati locali di birra, oltre a una improbabile fauna umana tipica dei paesini della provincia emiliana. Non importa se nel primo dopo cena o a tarda notte in quelle serate indimenticabili nate per caso.
Saremo là ad aspettarvi.

Rob

L’oca fallisce il decollo

Category : Locali

Non molto tempo fa parlavamo dell’acquisizione della Goose Island da parte di Anheuser-Busch InBev, acquisizione che non ha lasciato felici molti dei fan del birrificio di Chicago. Oggi vi racconto le mie impressioni sul  loro pub di recentissima apertura nell’aeroporto O’Hare (ovvero l’aeroporto di Chicago).

Sebbene non sia riuscito a capire di preciso quando abbia aperto, sono abbastanza sicuro che l’estate scorsa non ci fosse (ndMattia: quando son rientrato in Italia, a Giugno 2010, era in costruzione e lontano dall’essere ultimato); le poche notizie che ho avuto collocano l’apertura al massimo 8-10 mesi fa, probabilmente meno. Non so quindi quanto InBev abbia influito sulla decisione: probabilmente poco o nulla.

Il pub si trova vicino al gate L10, terminal C (quello della American Airlines). In attesa del volo per il rientro a casa, sebbene con molto poco riposo alle spalle, decido di fermarmi per un paio di birre mentre leggo un po’. L’offerta di Goose Island non e’ molto ampia: 4 birre alla spina e 7-8 bottiglie. Alla spina, ci sono fisse Honker’s Ale e 312 Urban Wheat Ale, che sono probabilmente le più vendute; completano il quadro la Green Line Pale Ale, e la Matilda (quest’ultima linea credo sia a rotazione). Ad essere sincero, queste birre non completano il quadro. Infatti, per i più desiderosi, il pub ha ben pensato di dotarsi anche di Miller Lite, Budweiser e non ricordo cos’altro (nota: potrei confondermi sui nomi di quest’ultime birre, dato che hanno tutte esattamente lo stesso sapore e il mio cervello non fa distinzione – potrebbe essere stata anche una Coors Lite, spero che nessuno me ne voglia per la dimenticanza).

Quale potrebbe essere il motivo di una sì misteriosa scelta? E’ presto detto: le produzioni Goose Island sono care assatanate (almeno 9 dollari per una pinta), e per i meno dotati di portafogli, non rimane che l’opzione Budweiser. Per mia fortuna il portafogli non era vuoto, e quindi ho iniziato con una Green Line Pale Ale alla spina, molto rinfrescante e ben bilanciata, ma non eccelsa (ormai negli USA ci hanno abituati ad APA di altra caratura), per poi proseguire con una sempre impeccabile Bourbon County Stout in bottiglia. Quest’ultima, che credo di aver pagato ben 12 dollari, non ha certo bisogno di introduzioni, e a chi non l’avesse mai bevuta, segnalo soltanto il 100/99 su ratebeer, su cui mi trovo senza dubbio d’accordo. Completamente annichilito dalla bomba appena bevuta, era ormai arrivato il momento di prendere l’aereo, e quindi me ne sono andato senza troppe esitazioni.

Vediamo di riassumere. Il pub è arredato in maniera decente – niente da eccepire su questo. La scelta delle birre è limitata, ma in un aeroporto, forse non si può chiedere troppo. Almeno le birre sono di qualità, sebbene le spine siano solo le produzioni più “commerciali” della Goose Island. Tuttavia, il prezzo è assolutamente esagerato: ai due brewpub in città, le stesse birre costano meno della metà. Perché qui sono così care? Mentre al tempo stesso, le birracce non Goose Island alla spina hanno un prezzo normale. E se vengo in un brewpub, non mi aspetto certo di essere invogliato a bere una Miller Lite. Quante persone sono entrate qui dentro e hanno preso la loro affezionatissima Budweiser invece di sperimentare una Honker’s Ale, solo perché la prima costa quasi 3 volte di meno? Forse il cibo è di buona qualità? Non posso dare giudizi personali, ma da quanto mi è stato detto ed ho letto in giro, il cibo è di qualità mediocre e anch’esso piuttosto caro. Certo, le scelte mangerecce nel terminal C sono limitate e meglio di un McDonald’s c’è anche la segatura dei bagni dell’aeroporto, ma qui forse si esagera un po’. Infine, il servizio, almeno per quanto mi riguarda, è stato piuttosto scadente, con la cameriera che si è scordata per ben due volte di portarmi l’ambita Bourbon County.

Onestamente non ho trovato molti lati positivi in questo esperimento di Goose Island all’aeroporto. Se passate da quelle parti e assolutamente morite dalla voglia di assaggiare qualche Goose Island perché sarà la vostra unica occasione, fate pure. In tutti gli altri casi, consiglio di recarsi ai molto più forniti, economici ed accoglienti brewpub a Chicago, oppure in un qualsiasi altro bar decente della Windy City. Non credo sia questo il modo giusto di farsi pubblicità ed aiutare la diffusione della buona birra.

Giacomo

JiBiru – Singapore

5

Category : Locali

Dire che ho trovato questo posto per caso sarebbe una grossa bugia. Infatti non solo me lo sono andato a cercare, ma ci sono pure dovuto tornare due volte, perché la prima volta, complici le 48 ore di viaggio con conseguente sonnolenza, non sono riuscito a trovarlo.
Ma andiamo con ordine. A Singapore, la parola “birra” è sinonimo di Tiger. Il che non e’ una cosa bella, anzi. Tuttavia, le birre importate dall’estero sono sottoposte ad una buona dose di balzelli e gabelle, col risultato che se ne ne trovano poche, e quelle poche costano care. Ma quando vengo a sapere di un pub dedicato alla birra artigianale giapponese aperto da poche settimane, non riesco a resistere, e decido di farci un salto.

C’è una complicazione: trovare il posto. E’ dentro il centro commerciale 313@Somerset, che è talmente grande da sfuggire di vista; inoltre è nella corte interna, e da’ sull’esterno. Si, ok, probabilmente non mi sono spiegato a sufficienza. Una volta individuato 313@Somerset, cercate bene al piano terra. Lasciatevi guidare dal vostro cuore, pensando intensamente ad una Hitachino Nest Espresso Stout.

Una volta trovato, si fa apprezzare l’arredamento. Molto semplice, ma elegante ed adatto all’ambiente. Diamo allora un’occhiata alla cosa più importante: la lista delle birre. Al JiBiru, la lista è breve ma non è affatto male. Ci sono 4-6 birre alla spina (dipende dal momento), più una quindicina di bottiglie, tutto rigorosamente giapponese. Tra i birrifici, si vedono Sapporo, Kiuchi Brewery (Hitachino Nest), Ishikawa, Yo-Ho Brewing Company, Tamamura-Honten. Alla spina ci sono principalmente Sapporo e Kiuchi.

Con un po’ di tempo libero e un buon libro davanti, inizio con una Tama no Megumi Pale Ale alla spina. Una pale ale ben bilanciata: colore dorato e vivo, aromi floreali, ben carbonata, e una discreta scelta di malti e luppoli aromatici per il finale. Buona session beer, ma forse la meno riuscita tra quelle che ho assaggiato nel pub.
Proseguo con una Hitachino Nest Nipponia, sempre alla spina. La Nipponia è una birra fatta con ingredienti tradizionali giapponesi (malto e luppolo che vengono coltivati in giappone da molto tempo), e ne esce fuori a test alta. Dorata, frizzante, delicata ma non debole nel gusto. Aroma floreale con finale secco: una birra molto interessante.

La mia terza scelta è la Yona Yona Ale, in lattina. Sostanzialmente una APA. Sembra infatti più adatta al mercato americano che a quello giapponese, ma immagino che il mastro birraio abbia deciso di sperimentare un po’. Esperimento forse rischioso, dato che in Giappone in genere vengono preferite birre più blande, ma ben riuscito. La birra è ottimamente bilanciata, facile da bere (sarei potuto andare avanti tutta la sera, se non ci si fosse messo il jet lag di mezzo), con luppoli molto aromatici e un finale secco/acidulo dato dai suddetti luppoli. Risulterebbe una buona APA anche negli USA; considerando che viene dal paese del Sol Levante, mi inchino rispettosamente al mastro birraio.

Finisco con una (provate a immaginare) Hitachino Nest Espresso Stout. Dato il jet lag mostruoso da cui ero afflitto, una bella stout al caffè era proprio quello che mi serviva. Dimenticatevi l’idea di stout alla Guinness: questa birra è preparata con la ricetta per una Russian Imperial Stout come base, e ne esce fuori una stout nerissima (è scura anche la schiuma), dal fortissimo aroma di caffè e cioccolato, molto frizzante, con ottimi malti tostati. Il finale è secco. Piuttosto alcolica (7.5 ABV), tuttavia non abbastanza “concentrata” per doverla considerare una Imperial Stout. Passata a pieni voti.

Dal punto di vista mangereccio, JiBiru offre una piccola selezione di sashimi, una lunga lista di stuzzichini/antipasti, e come piatto principale sostanzialmente solo soba, sia fredda che calda. La soba è di discreta qualità, ma non è la migliore che abbia mai mangiato. Rispetto a quello che si trova in genere in Europa, comunque, non è affatto male.

Rapido e cordiale il servizio; le birre hanno il bicchiere adatto, e vi vengono versate davanti agli occhi, a meno che non siano alla spina.

Ultima nota (dolente) sui prezzi: questo pub è caro, inutile girarci intorno. Il sashimi ha un costo piuttosto alto per essere a Singapore, ma è in una zona molto chic, ed è comprensibile; il resto del menu “solido” ha invece un prezzo normale. Da notare che il “normale” di Singapore risulta essere “molto basso” per chi viene dall’Europa. Ma le birre sono molto costose, tutte sopra i 10 dollari. Non credo che questo sia un problema enorme per due motivi: primo, a Singapore tutte le birre importate (ovvero, praticamente tutte tranne la Tiger) costano piuttosto care a causa delle tasse elevate imposte dal governo, e anche le birre locali hanno un prezzo ragguardevole. Se devo pagare 8 dollari per una Heineken oppure 10 per una Tama no Megumi PA alla spina… beh, chiamatemi scemo, ma preferisco la seconda. Secondo, al momento il cambio con l’euro è molto favorevole alla moneta unica, quindi tutto sommato una birra non la pagate più di 7-8 euro. Chi, come me, paga in dollari americani, è un po’ meno fortunato. Ma alla sete non si comanda.

Per concludere, se siete amanti della birra di qualità e non vi fate problemi a spendere un po’ di più, vi consiglio di andarci: dopo una settimana di sola Tiger, vi sembrerà il paradiso.

Giacomo

Pony Bar – New York City [NY, USA]

2

Category : Locali

Dietro suggerimento di Mattia, pochi giorni fa sono andato in un locale un po’ fuori dai miei giri abituali: il Pony Bar a Hell’s Kitchen. Ora, Hell’s Kitchen, sebbene sia piena di ristoranti, non è esattamente il primo quartiere di Manhattan che consiglierei per la vita notturna. Però il Pony Bar ha una buona reputazione, per cui decido di andarci per aperitivo e cena. Fortunatamente è vicino (2 blocchi) alla fermata sulla 42esima della metropolitana, linea blu A-C-E.

E’ bene mettere subito in chiaro che al Pony Bar si beve solo birra americana, e possibilmente alla spina. Sull’insegna del locale trionfa una scritta che recita “All American Craft Beer”, e non vengono fatte eccezioni. In bottiglia si trovano solo Bud e Bud Light; tutto il resto è rigorosamente alla spina oppure on cask: per la precisione, 20 spine diverse e 2 birre on cask. Il sito ufficiale fornisce la lista in tempo reale.

Il menu è ben fatto: su due grosse lavagne vengono segnalate le birre disponibili, con produttore, nome, e grado alcoolico. Un menu cartaceo fornisce qualche dettaglio in più, con una breve descrizione della birra. Tuttavia il menu stampato rischia di essere poco aggiornato già a metà serata, perché a quanto pare qua le spine girano ad un ritmo serrato. Nelle poco più di due ore che sono stato nel bar, ne ho viste cambiare 3. Curiosa la cerimonia: uno dei baristi suona un paio di volte un grosso campanaccio, i presenti nel locale urlano “New beer!”, e una riga della lavagna viene sostituita da una nuova.

Le birre sono molto variegate. Ci sono certamente ale di vario tipo (pale ale, ale belga, IPA, double IPA e compagnia bella), porter, stout. Ho notato con piacere che ci sono poche white beer, che non sono le mie preferite. Ma data la velocità di rotazione, quello che trovate dipende molto dal momento. La provenienza delle birre è anch’essa varia: principalmente gli stati attorno a New York, ma ho visto birre da tutti gli Stati Uniti.

La mia scelta è caduta per prima cosa su una Otter Creek Stovepipe Porter durante l’aperitivo. Una discreta porter, molto tradizionale: colore nerissimo, malti tostati come se piovesse, ma con in più una buona dose di luppoli. Il gusto è quello tipico dato dal malto tostato (caffè, cioccolato), ma l’amaro luppolato finale è una piacevole sorpresa.

Sono passato in seguito alla nuovissima Brooklyn Main Engine Start, che era appena stata messa alla spina, ed è una novità assoluta della Brooklyn Brewery. La birra è stata creata per celebrare l’espansione del birrificio: locali di fermentazione più grandi, installazione di altro materiale che permetterà di aumentare la produzione. La Main Engine Start è giustamente la prima birra uscita dai nuovi locali e dal nuovo materiale. Trattasi di una belgian ale in stile d’abbazia, con malti inglesi, belga e americani, luppoli principalmente europei, e lievito belga. L’ho trovata piuttosto simile alla Matilda della Goose Island: è una discreta ale, non certo buona come, ad esempio, una Rulles Estivale, ma tutto sommato ben riuscita. Si sente un po’ troppo l’alcool, a mio parere.

Per concludere, ho preso una sorprendente Long Trail Brewmaster Reserve Imperial Porter. Una porter piuttosto dolce fin dall’aroma, molto scura, poco carbonata, ma con un bel carattere. A farla da padrone è ovviamente il malto tostato, e anche qui si sente bene il luppolo. Più dolce di altre porter, ma non al livello di diventare stucchevole. Il grado alcoolico è elevato ma ben nascosto. L’ho bevuta con molta facilità, e mi ha lasciato con un’ottima impressione.

Ultime osservazioni sul locale. Lo staff è molto cordiale, disponibile e con una buona conoscenza delle birra in generale, e ancora di più delle birre che servono (quando hanno avuto modo di assaggiarle, ovviamente). Non si fanno problemi a dare dei micro-assaggi gratuiti per aiutare nella scelta. Il prezzo delle pinte è fenomenale: 5 dollari prezzo fisso. Veramente ottimo per essere a Manhattan, vista la qualità dell’offerta. C’è anche da mangiare, per chi lo desidera: alcuni paninazzi e taglieri, dal prezzo ragionevole (sugli 8-9 dollari) ma non eccezionali. Sicuramene nei dintorni si trova di meglio, per quanto riguarda il cibo. Per finire, moltissimi gli eventi birrai proposti, quasi uno a settimana: in genere si tratta di serate speciali dedicate ad un birrificio in particolare, con la maggior parte delle spine dedicate a quel birrificio e la partecipazione speciale del mastro birraio. Date un’occhiata al sito ufficiale per più informazioni sul calendario degli eventi.

Tutto sommato, sono rimasto piacevolmente colpito dal Pony Bar. Il numero delle birre presenti non è elevatissimo, ma sono tutte di qualità, e molto varie. Il prezzo è ottimo, e infatti il locale sembra piuttosto frequentato anche ad orari non di punta. Per chi vuole bere birre americane alla spina, un piccolo gioiello a 3 blocchi da Times Square.

Giacomo

(curiosità inutili: il capo della Chiesa di Satana abita ad Hell’s Kitchen)