Oops, I did it again?

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Category : Birra, Notizie in breve

Come diceva un vecchio successo di Britney Spears, no?

L’hanno combinata di nuovo grossa, quelli della Brewdog.

Prima la birra più forte del mondo, il pinguino tattico nucleare (32%), poi, dopo un fugace sorpasso a opera tedesca, hanno voluto affondare (di nuovo!) la Bismarck (41%).

Ora rilanciano e arrivano alla ragguardevole cifra di 55 gradi alcolici, roba da whisky a cask strenght, sempre restando in Scozia. Chiamata pomposamente The End Of History, ma in questo caso mi sa che hanno tutte le ragioni del caso…

Orobie Beer Festival – il mio report

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Category : Birra, Festival

L’Orobie Beer Festival 2010 è stato il primo dei due eventi estivi organizzati nel mese di luglio dalla sezione bergamasca di Mo.Bi., vale a dire la attivissima Compagnia del Luppolo.

Un evento molto atteso, sia per l’indubbia qualità dei birrifici già noti coinvolti che per la possibilità di poter conoscere le novità, sia in termini di birrifici che di nuove produzioni.

Ma andiamo per ordine. Sabato sono arrivato nel primissimo pomeriggio al The Dome, un locale che visto da fuori sembra un sogno di Fox Mulder dopo una abbondante peperonata, situato all’inizio della val Seriana in quel di Nembro (BG) e inaugurato poco meno di un anno fa da Michele Galati dell’Abbazia di Sherwood.

Giornata soleggiata e afosa, con gruppetti di appassionati che via via raggiungono il festival e fanno scorta di gettoni da degustazione. Il formato sembra un po’ replicare quello del Villaggio della Birra, con apertura limitata al sabato e alla domenica, ma che comincia già più o meno all’ora di pranzo (domenica) o subito dopo (sabato). La grossa differenza sta nell’offerta birraria, che in Toscana è dedicata soprattutto al Belgio, mentre qui è dedicata ai birrifici italiani, con la sola eccezione di un habitué degli eventi targati Michele Galati, vale a dire lo svizzero Jérôme Rebetez del BFM, che oltre a portare un paio di birre è presente nella giuria tecnica incaricata di decidere le produzioni migliori del festival. Come al Villaggio, l’apertura pomeridiana è amata soprattutto dagli appassionati, che nella tranquillità dell’assolato pomeriggio trovano l’habitat ideale per chiacchiere con i birrai o con amici e conoscenti che seguono con regolarità questi appuntamenti.

Decido di dedicare il sabato soprattutto alle scoperte e alle novità. Ma da cosa partire, con un’offerta così sterminata?  Da Extraomnes, vale a dire Luigi “Schigi” D’Amelio. Le birre presenti (in bottiglia) sono due, di chiara ispirazione belga, una blonde e una tripel. Assente la Saison, di cui pure qualcuno (ma non ricordo bene chi) mi aveva detto buone cose. Escludo, per temperatura e orario, la più corposa e mi dedico alla blonde. Una birra che mi ha colpito come poche tra quelle del festival, semplice, beverina e per niente banale, che già al primo sorso sembra un classico. Carine anche le etichette, semplici e di buon impatto visivo.

Di blonde in blonde, per il secondo assaggio faccio meno strada possibile, affidandomi allo stand confinante, vale a dire quello dei genovesi di Maltus Faber. La novità del festival è alla spina, e come il nome stesso suggerisce (Blonde Hop) è una versione della classica Blonde con dry hopping. Il risultato è notevolte, e risulterà una delle birre più apprezzate del festival.

Sempre nell’ottica di tenermi su birre leggere, raggiungo Maurizio Cancelli allo stand del birrificio Lodigiano. Maurizio è stato protagonista di diverse degustazioni e presentazioni alla Locanda del Monaco Felice a Suisio (BG), e in questi anni ci è capitato di assaggiare numerose produzioni nel suo peregrinare di birrificio in birrificio (BABB, Manerba, Lambrate, ora Lodigiano). La sua pils (anch’essa con dry hopping) non delude, anzi, e nel corso del pomeriggio avrò modo di chiacchierare con Maurizio di progetti per il futuro. Meno entusiasti i commenti dei conoscenti (non ho avuto modo di verificare) sulle altre due produzioni, in particolare la bitter pare non fosse troppo in forma.

E’ quindi il momento di raggiungere Valter Loverier, che sta dietro al banco e con passione e gentilezza spiega le sue birre. Che dire delle Loverbeer? Il mio primo assaggio di Madamin è stato circa una settimana prima del festival quando ho conosciuto Valter, e sono rimasto colpito, dopo le tante parole positive spese su di lui da amici e conoscenti che già avevano avuto modo di provare le sue produzioni. Nel weekend ho avuto modo di provare le altre due produzioni presenti e di riassaggiare la prima: la Beer-bera è vinosa e beverina, mentre la Papessa (l’unica delle tre servita alla spina) è una vera sorpresa, una imperial stout tutt’altro che scontata e moderatamente (per il genere) alcolica. Nella mia scala di gradimento, la Beer-Bera resta leggermente dietro alle altre due, ma sono tutte e tre produzioni entusiasmanti di un produttore originale che sta raccogliendo tutta la meritata attenzione.

Il resto del pomeriggio di sabato passa attraverso qualche scambio di battute con Paolo Polli (che promette scintille sulla guida Eurhop), la visione del partitone Germania-Argentina, un paio di assaggi di Zona Cesarini di Toccalmatto (purtroppo servita a temperatura eccessiva) e un giro da Enrico di Menaresta, per la nera Pan-negar (ottima come la ricordavo) e per bere una Verguenza ascoltando gli scambi di opinione tra Marco Valeriani (l’homebrewer che l’ha prodotta presso Menaresta) e Stefano Ricci.

Tra una birra e l’altra, ovviamente, c’è spazio anche per uno spuntino. Il numero di proposte è abbastanza limitato, la qualità buona, i prezzi onesti. Ottimi gli anelli di cipolla e il piattino di formaggio e salumi locali, buona anche la salamella, un po’ insapori invece i primi piatti.

La domenica invece scorre più tranquilla, quasi sonnacchiosa. Arriviamo appena in tempo per incrociare qualche amico presente fin dal pranzo, ma in generale c’è meno gente rispetto al giorno precedente. A differenza del giorno precedente, che ho dedicato soprattutto alle nuove produzioni, mi dedico a un giro di “ripassi” di produzioni note, magari non bevute ultimamente. Trovo la Wabi in forma strepitosa, e pur avendo buoni profumi e una discreta luppolatura in passato l’avevo trovata poco interessante. Saranno le 5 stelle appena ricevute da Slow Food, sarà la stagione propizia, ma non l’ho mai trovata così buona.

Tra una Groovin’ Hop (Toccalmatto) e un paio di produzioni toscane (BK di Olmaia e Contessa di Amiata, che in teoria sarebbe una IPA) trovo tempo e modo di fare il ripasso delle tre produzioni Bi.Du. presenti: SuperanAle, Black Mamba, Rodersch. La prima è una riscoperta e non la bevevo da almeno un anno e mezzo, per chi non la conoscesse è una specie di ArtigianAle con un’esagerazione di luppoli, la seconda la favolosa stout estiva di Beppe Vento, la terza invece ha reso popolare il genere kolsch tra i produttori artigianali italiani.

Ah, come accennavo sopra, c’era un concorso con giuria. I primi due posti sono andati a due produzioni gemelle di Maltus Faber (Blonde e BlondeHop, unica differenza nota il dry hopping sulla seconda), il terzo a un classicone di Menaresta (Bockstaele Dirk), quarta piazza sempre per Menaresta con la “birra ospite” Verguenza, quinto per la Madamin di Loverbeer. Una scelta (quella delle prime due) che mi lascia un po’ perplesso, perché se è vero che la birra è buona ed è giustamente piaciuta alla giuria, mi fa un po’ strano vedere due versioni della stessa produzione premiate insieme, e vedere al primo posto una delle poche birre in bottiglia di tutto il festival. Le altre posizioni non ci sono note, purtroppo, forse sarebbero servite a capire meglio la classifica finale.

Concludendo, il bilancio sulla prima edizione dell’Orobie Beer Festival è ampiamente positivo, e ci auguriamo che possa diventare un appuntamento fisso dell’estate birraria. Vi salutiamo con questa ultima foto…

(un ringraziamento a Moreno e Simona per le foto presenti sull’articolo e per gli scambi di idee e assaggi durante il festival)

Accise in aumento – sai la novità…

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Category : Birra, Notizie in breve

E sempre e solo questione di soldi...Intravino ci informa che nella stangata fiscale di Tremonti sono previsti aumenti delle accise su birra e superalcolici, oltre che sull’alcool etilico. Per la precisione, si parla di “prodotti alcolici intermedi”, ma dato che sul vino pare non esserci accisa dubito fortemente, anche per i forti interessi delle potentissime lobby del vino in Italia, che possa essere applicata.

A pagare il conto, insomma, saremo tutti, a meno che non decidiamo di abbandonare malti e lieviti in favore dei grappoli d’uva.

Il tutto succede a un anno esatto dall’ingresso di una serie di importanti produttori artigianali (alcuni piccoli, altri molto grossi) in Assobirra, associazione di riferimento dei produttori giganteschi, non ha portato alcun beneficio ai produttori artigianali, grandi o piccoli che siano. E sì che dovevano entrare soprattutto per ridurre le accise sulla birra artigianale, e che solo un mese fa si annunciava l’arrivo della proposta Unionbirrai (forte anche dell’ingresso nella potente CNA) sul tavolo del ministero delle Finanze. Insomma, la doppia spinta di Assobirra e Unionbirrai per il momento non porta a cambiamenti, la finanziaria, ahimé, sì.

Come si fa notare nei commenti, forse in tempi di crisi tassare prodotti potenzialmente dannosi per la salute come alcool e sigarette non è la cosa peggiore da fare. Come però fa notare Walter del birrificio toscano Cajun, però, questo è il terzo aumento delle accise sulla birra in cinque anni…

Il futuro del bolleke

Category : Birra, Notizie in breve

Ovvero, come si chiama il boccale classico da belga in Olanda e nella regione fiamminga del Belgio.

Se chiedete un bolleke (il bicchiere a balloon per eccellenza) vi arriverà una sola birra, se è tra quelle spillate dal locale: la De Koninck, ovvero l’aperitivo e il passatempo ideale di buona parte dei paesi sopra indicati.

La notizia, in breve, è che la Heineken sta comprando le attività della De Koninck. Questo include un centinaio abbondante di bar in giro per il Belgio (in particolare nella regione dove viene prodotta, vale a dire quella di Anversa), lo stabilimento, ma pare non includa il marchio e le ricette De Koninck, che invece dovrebbe essere destinata al più piccolo tra gli squali del mercato della birra belga, vale a dire la Duvel Moortgat.

Nonostante il blog di Roger Protz dica diversamente, fonti attendibili sembrano dire che si vada verso lo scenario appena descritto. Se fosse vero, sarebbe una ulteriore morsa dei grandi gruppi birrari verso il controllo della produzione e dei consumi della birra in Belgio, con tre grandi gruppi a fare la parte del leone (AB-InBev, Heineken e Duvel Moortgat). Se per i primi due gruppi è pratica abituale lavorare su questo tipo di azioni, per la Duvel Moortgat si tratterebbe di una ulteriore espansione dopo l’acquisizione dei marchi Chouffe (forse la birra belga più famosa fuori dal Benelux che non sia mai passata per le mani della Interbrew/Inbev/AB-Inbev) e Liefmans. Oltre alla birra “di abbazia” Maredsous, del cui nome la Duvel Moortgat è da sempre licenziataria.

Insomma, per tutti i piccoli produttori resterebbe il mercato locale* e una vaga possibilità di crescita legata più al mercato estero che a quello locale, perché da quelle parti è normale per un grosso gruppo birrario controllare anche la stragrande maggioranza dei pub del paese…

* chi ha girato un po’ il Belgio in cerca di birra può testimoniare come, al di là di grossi marchi o abbazie, nella regione francofona si bevano birre vallone e viceversa, con particolare attenzione ai marchi locali. Figuriamoci se il bar è diretta emanazione di un grosso gruppo….

Guida Alle Birre d’Italia 2011 – Slow Food

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Category : Birra, Varie

E’ uscita la Guida Alle Birre d’Italia 2011 di Slow Food, pubblicazione abbastanza attesa fosse anche solo per cancellare il triste ricordo dell’edizione precedente, un libro con ottime promesse (il primo a voler fotografare nei dettagli il crescente movimento birrario italiano) ma con numerose pecche. Doveva essere la nostra prima recensione, quella dell’edizione precedente, ma decidemmo di soprassedere, non sapendo bene da che parte affrontare quel curioso volumetto. Già la presenza di pagine pubblicitarie in un libro (specie in una guida) mi risulta strana, ma almeno era un po’ meno fuorviante dell’insertino di una nota multinazionale presente sulla Guida Alle Birre del Mondo del compianto Michael Jackson, edita anch’essa da Slow Food.

Tra le tante perle, ricordo la totale assenza del Mosto Dolce (storico brewpub di Prato con almeno un paio di produzioni di tutto rispetto) e la presenza di nomi improbabili come il brianzolo Novecento. Difetti prontamente corretti nella nuova edizione della guida, che si concede il lusso di giocare d’anticipo inserendo birrifici in via di apertura come Extraomnes (di Luigi “Schigi” D’Amelio, letteralmente atteso al varco da un bel po’ di gente con cui ha avuto vivaci confronti in rete) ed Endorama (dell’amico Simone Casiraghi).

La vecchia guida ci diceva che le birre alla spina non meritavano giudizio né, quindi, apprezzamento. Criterio un po’ surreale, anche perché ci sono stili birrari che in bottiglia perdono tanto, se non tutto. Inoltre, ci sembrava un modo un po’ pigro e snob di liquidare i brewpub e le loro produzioni: difetto non ancora superato. Il giudizio sulle bottiglie invece vedeva un profluvio di capolavori da quattro e cinque stelle, e anche i grandi nomi dell’industria (trattati a parte nel finale) non avevano grosse difficoltà a raggiungere le due-tre stelle.

Questo, in passato. Guardiamo avanti, guardiamo al futuro, affidandoci alle stelle, appunto. Sembra esserci stata una discreta revisione in basso, con un generale abbassamento del voto che ha colpito quasi tutti.

Sul web, si è partiti dall’anteprima dell’ottimo Andrea Turco (che ha curato la parte dedicata alla birra in rete, e che ci ha segnalato: grazie) che anticipa la lista delle birre-capolavoro, quelle birre talmente buone da meritare il massimo punteggio possibile. Lista che ha destato polemiche fin dai primi commenti, con diversi lettori che contestavano l’una o l’altra birra, o facevano ironia sulle (legittime) perplessità di Paolo Polli. Ve la copiamo pari pari, per chi non avesse ancora avuto occasione di poterla apprezzare:

Chocarrubica - Grado Plato
Draco - Montegioco
Elixir - Baladin
Erika - Baladin
Filo Forte Oro – Birra Pasturana
Frakè - San Paolo
Ipè - San Paolo
Isaac - Baladin
Mama Kriek – Baladin
Martina - Pausa Cafè
Mummia - Montegioco
Nora - Baladin
Panada - Troll
Quarta Runa – Montegioco
Sticher - Grado Plato
Strada San Felice – Grado Plato
Tibir - Montegioco
Tosta - Pausa Cafè
Tosta Cuvée Acida – Pausa Cafè
Xyauyù - Baladin
Amber Shock – Birrificio Italiano
ArtigianAle - BI-DU
Ghisa - Lambrate
Nubia - Orso Verde
Porpora - Lambrate
Rodersch - BI-DU
Scires - Birrificio Italiano
Tipopils - Birrificio Italiano
Wabi - Orso Verde
Admiral - 32 Via dei Birrai
Extra Brune – Maltus Faber
Triple - Maltus Faber
BIA Golden Ale – Ducato
Divinatale - Torrechiara
Panil Enhanced Final – Torrechiara
Re Hop - Toccalmatto
Skizoid - Toccalmatto
Via Emilia – Ducato
Winterlude - Ducato
Contessa - Amiata
La 9 – L’Olmaia
Duchessa - Birra del Borgo
Enkyr - Birra del Borgo
Genziana - Birra del Borgo
Re Ale – Birra del Borgo
Reale Extra – Birra del Borgo
Re Porter – Birra del Borgo
Bianca Piperita – Opperbacco
Blanche du Valerie – Almond ‘22
10 e Lode – Opperbacco
Maxima - Almond ‘22
Noscia - Maltovivo
BB10 - Barley
BB Evò – Barley
Toccadibò - Barley

Questi dunque i capolavori dell’arte birraria italiana, curiosamente concentrati in pochissime regioni di produzione, tanto che uno potrebbe pensare che l’autore si sia lasciato un po’ trasportare dall’entusiasmo, o, come temiamo, dalle simpatie.

Altrove, invece, il neo-mastro birraio Schigi (vedi sopra) in veste di maestrina dalla penna rossa offre le sue cinque stelle e tira la riga su alcune produzioni e ne aggiunge altre, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di aumentare le Baladin in lista, che assieme a Birra del Borgo occupano mezza lista delle eccellenze. Intendiamoci: a me, le birre del Borgo piacciono, specie alla spina. Della Genziana, provata in bottiglia un paio di volte, mi ha colpito la totale assenza dell’aromatizzazione promessa. Ma ammetto che un paio di assaggi non sono sufficienti a giudicare la complessità di una birra, e magari mi è capitata la bottiglia sfortunata. Lo stesso riesame me lo riservo per la collaborazione di lusso (con Sam Calagione della Dogfish Head) My Antonia, che almeno ha il pregio di spaccare gli appassionati tra chi la adora e chi no.

Da parte nostra, quello che notiamo è un grosso livellamento: una volta deciso che un birrificio fa roba buona, si sprecano le quattro stelle, con punte di cinque per le eccellenze e con un bel tre per le birre che a chi ha curato la guida non sono piaciute. Raramente (mai?) un birrificio “cinque stelle” si prende le due stelle per una produzione sballata, piuttosto si fa finta di nulla e si mette solo la schedina in breve senza valutazione, forse per non sporcare la scheda di qualche produttore più o meno intoccabile. A sentire i curatori, ogni birra valutata è stata assaggiata almeno tre volte. Io ho forti dubbi, specie per qualche “produzione speciale” che si è rivelata di difficile reperibilità pure nelle zone di produzione (un nome su tutti, per chi come me abita in Lombardia, può essere quello della Birra Madre di Menaresta, un frullato di lieviti impazziti di difficile valutazione: tre stelle).

A proposito di birre tre stelle: la mia più grande perplessità è proprio sulla presenza di moltissime birre liquidate con una breve scheda che riprende quasi calligraficamente la scheda del produttore e vengono liquidate con un giudizio medio senza troppi approfondimenti. Alcuni birrifici hanno una fila di stelle praticamente uguali per ogni birra prodotta, con una variabilità quasi assente. La sensazione è che le birre non siano state provate con la dovuta attenzione, perché la maggior parte dei birrifici ha un paio di prodotti di punta e un prodotto o due ai limiti della potabilità. Qui invece tutto è livellato sulla norma, come se al birrificio fosse stato assegnato un determinato punteggio e in base ad esso poi si fanno gli aggiustamenti del caso. Non si sa quindi se sarebbe utile pensare a un nuovo sistema di valutazione o se cancellare il sistema di stelle in tutto e per tutto.

Inoltre, quando leggo una guida birraria mi piace una certa personalità nelle scelte e anche nelle schede. Certo, c’è il rischio di sbagliare, di dire qualche fesseria, ma almeno si giustifica in qualche modo il proprio lavoro, o almeno si fa vedere che c’è un lavoro dietro. Fare il verso alla scheda del produttore, per quanto dettagliata possa essere, mi fa chiedere cosa una guida del genere aggiunga rispetto alla semplice lettura delle etichette, comodamente possibile sia nel proprio pub-beer shop di fiducia che, ancora più facilmente, sulle pagine web dei produttori stessi.

15 (quindici) euro sono tanti, per un libro con le inserzioni pubblicitarie. Inserzioni di prestigio, da un noto distributore di birra alla maggiore banca italiana, passando per il marchio più noto di caffè del Belpaese e il consorzio di una nota specialità casearia. Gente con i soldi, insomma, mica parliamo di una paginetta di qualche oscura associazione locale di appassionati.

Le cose più carine sono la breve scheda introduttiva al birrificio e la tabellina che in pochi simboli riassume le birre. Velo pietoso sulla chiocciolona Slow Food.

Giudizio finale? Compratelo se vi serve una sorta di elenco del telefono della birra italiana, con due linee guida su quello che va assolutamente evitato (birre da 1-2 stelle) e quello che andrebbe provato almeno una volta (birre dalle 3 stelle in su). A proposito, tra le birre da due stelle ci sono la Grigna, pils del Lariano, e la Dreher, che “colpisce per facilità di beva” (sic). Prosit?

Yeast series: la Mikkeller si dà ai lieviti (e non solo)

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Category : Birra, Notizie in breve

Sono arrivate anche in Italia le nuove produzioni Mikkeller, che vanno a completare il percorso “didattico” tanto amato da degustatori e publican.

Di cosa sa il luppolo Centennial? Toh, beviti questa Mikkeller e sei sistemato. Ideali per corsi di degustazione birraria, tanto amate dai feticisti dei luppoli, le birre della serie single hop della Mikkeller non mi hanno mai entusiasmato, pur trovandomi d’accordo con chi ne afferma l’indubbia utilità e direi anche necessarietà. Come spiegava un amico che conduce corsi, prima si faceva arrivare il luppolo apposta per la lezione del corso, con costi maggiori e benefici meno evidenti (un conto è dare a un corsista una birra, un conto fargli annusare un luppolo).

Visto l’incredibile successo della Single Hop Series, la Mikkeller ha pensato bene di coprire quella che (in tempi di birre palestrate da quintali di luppoli, specie americani) era la parte più oscura per tanti appassionati di birra: i lieviti. Trattasi di birre identiche in tutto e per tutto (acqua, malto, luppoli), tranne che per la scelta, appunto, dei lieviti. Lo stile prescelto è quello della strong ale, l’alcool fissato a 8%, i lieviti prescelti invece sono US Ale, Hefeweizen, Belgian Ale, Lager. Come nel caso della Single Hop Series, sono brassate alla De Proef in Belgio.

Così come cercheremo l’altra nuova serie didattica Mikkeller: vale a dire quella dedicata agli invecchiamenti in botte. Birra completamente identica e dalla gradazione importante (Black Hole da 13,1%) invecchiata in quattro tipi di botte diverse (bourbon, whisky torbato, rum, vino rosso). Le cercheremo a breve nei nostri locali di fiducia, per sapervi dire di più.

Pils Pride 2010 – report in breve

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Category : Birra, Festival

Ieri mi sono recato a Lurago Marinone con gli amici per l’atteso appuntamento con il Pils Pride, evento annuale di inizio maggio organizzato dal Birrificio Italiano di Agostino Arioli. Un pomeriggio uggioso, con tempo estremamente variabile che durante la giornata è passato dal tiepido all’assolato e quindi all’acquazzone con tanto di leggera grandinata.

Appena arrivati l’atmosfera è molto tranquilla, vuoi anche per la conferenza sullo stile Pils che si sta concludendo. Il tempo di scambiare qualche saluto con gli amici della Compagnia del Luppolo (associazione storica di appassionati con base nella bergamasca) presenti e di cambiare i buoni e cominciano gli assaggi.

All’esterno un banchetto vende il miglior libro sulla birra uscito in lingua italiana in lungo tempo, vale a dire Un’Altra Birra di Massimo Acanfora (lo potete trovare qui o nei negozi del commercio equo e solidale). Torneremo su questa e altre pubblicazioni con più calma, intanto consigliamo a chi se la fosse persa l’acquisto.

Le birre sono tutte in forma e molto interessanti, personalmente ho preferito concentrare gli assaggi su ciò che è più difficile da trovare in giro, mentre gli altri hanno optato per un “giro completo” delle spine presenti. Il prezzo del buono-assaggio è tra i 2,50 e i 3,00 euro a seconda del numero di buoni acquistati (il carnet da 5 costa 11,50, più 3,00 euro di cauzione del bicchiere, comodamente lasciati in cassa per portarsi a casa un delizioso ricordo della manifestazione), le magliette (molto belle) invece vengono 15 e 20 euro a seconda della lunghezza della manica.

Il pomeriggio prosegue tranquillo negli assaggi, forse appena troppo tranquillo. Se per gustarsi una birra senza troppi affanni il numero dei presenti è ideale (e simile a quello della “festival bitter” dello scorso dicembre), forse l’organizzazione sperava in qualcosa di più simile delle edizioni precedenti, che ci risultano parecchio affollate. Non sappiamo se a causa del tempo, della possibile festa scudetto interista o di che altro, nella fascia oraria in cui siamo presenti purtroppo si vedono solo i “soliti noti” o quasi della birra italiana.

Tra quelle che più mi sono piaciute, l’accoppiata tedesca composta da Zwickel Pils di Beck Bräu e dalla Keller Pils di Shoenramer, ottima anche la Omnia del B.A.B.B. si confermano alla grande anche le due produzioni di Agostino, vale a dire la Tipopils (ormai reperibile alla spina con una certa facilità) e Extra Hop (stagionale abbastanza aggressiva e decisamente piacevole). La Sausa del Vecchio Birraio è un po’ troppo morbida per il mio palato, e decido di saltare (anche se a malincuore) le pur ottime Via Emilia, Radeberger e Jever.

Unica nota un po’ stonata, negli assaggi di birra, la P.IL.S. di Pausa Caffè. Molto caramellata e con note di liquirizia, la birra esce dallo stile Pils in un modo che resta da capire quanto sia voluto, dato che le testimonianze di amici ben più preparati di noi (che l’hanno provata anche diversi mesi fa)  dicono che è molto diversa da come la ricordavano. Rimandata a futuri assaggi, per capire se è un percorso intrapreso con convinzione oppure se si è trattato di una cotta non perfetta. Il risultato è comunque piacevole.

Abbazia di Sherwood – Caprino Bergamasco (BG)

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Category : Birra, Locali

L’Abbazia di Sherwood di Caprino Bergamasco (poco oltre Pontida per chi arriva da Bergamo, pochi chilometri oltre il ponte di Brivio per chi arriva dalla Brianza) è una delle birrerie di qualità storiche della Lombardia.

Sono infatti ormai diversi anni che Michele Galati e la sua famiglia gestiscono questo pub-pizzeria che ha sempre potuto vantare una selezione di birre in bottiglia tra le più numerose e interessanti d’Italia, facendolo diventare un ritrovo abituale di appassionati e non. L’ambiente è accogliente e tranquillo, il personale sempre indaffarato tra una pizza (indubbiamente buona) e un consiglio competente e appassionato.

La selezione di birre alla spina prevede una pils di tutto rispetto e due birre che hanno fatto la storia (commerciale e non) del loro genere: Guinness (stout) e Hoegaarden (bianca belga), più un paio di altre belghe interessanti. Ad esse si aggiungono con una certa regolarità e buona rotazione birre artigianali italiane (Montegioco su tutte, ma anche Maltus Faber) e vere e proprie chicche come come Brewdog (nel corso degli ultimi mesi sono passate quasi tutte dalle spine dell’Abbazia), Mikkeller, Sierra Nevada, Anchor e tante altre ancora. Purtroppo è capitato di tanto in tanto che  i fusti delle linee di spina più particolare  non siano in condizioni ottimali, anche se problemi veri li abbiamo riscontrati raramente. Sul sito dell’Abbazia di Sherwood potete verificare quotidianamente la lista delle spine “in tempo reale”.

Tra le bottiglie domina il Belgio, vuoi per ragioni storiche vuoi per lo storico successo delle birre “artigianali” belghe in Italia, successo che ha ispirato tanti mastri birrai italiani e che ha contribuito a diffondere cultura birraria e abitudine a stili di birra diversi dalle classiche lager e pils industriali di casa nostra. All’Abbazia, oltre alle classiche trappiste e di abbazia, si trova una prestigiosa selezione di birre a fermentazione spontanea con nomi quali Cantillon o Girardin, o anche l’assortimento quasi completo della De Dolle (compresa la prestigiosa Oerbier Reserva) e numerosissime rarità sapientemente custodite nella cantina di Michele Galati. Una liste di bottiglie che è sempre stata in lenta ma costante espansione, e che ha saputo allargarsi ai paesi emergenti della scena birraria artigianale: bretoni, canadesi, scandinave (Mikkeller, Nøgne Ø), olandesi (De Molen), e soprattutto americane (Flying Dog, Left Hand, Great Divide, Sierra Nevada), in uno sguazzare di imperial stout, india pale ale e barley wine adatti a ogni palato e occasione.

Oltre a tutto questo, un impegno costante sul fronte dell’approfondimento della conoscenza della birra, dalle degustazioni (Kuaska e Schigi sono di casa, ormai) ai corsi spesso in collaborazione con l’associazione  Compagnia del Luppolo, meritorio e attivo gruppo di appassionati con base nella bergamasca.

L’Abbazia di Sherwood si trova in via Cava di Sopra, 20 a Caprino Bergamasco (BG, ovviamente). Anche se l’indirizzo lascia presagire chissà quali complicate ricerche, si trova in realtà proprio sulla statale 342 Briantea che collega Como a Bergamo, ed è abbastanza facile da trovare. Il parcheggio di fronte al locale può essere un po’ pieno, specie nelle sere del weekend, ma la ricerca di un posto dietro l’angolo (si trova tra la statale e una zona residenziale) non è troppo complicata. Nel weekend può capitare di aspettare che si liberi un tavolo per sedersi, ma di solito non passa troppo tempo.

Alessio

Un’altra opinione:

Sono stato all’Abbazia solo una volta, nel periodo natalizio; devo ammettere che le spine, sebbene di buon livello, non mi hanno colpito, e non c’era nulla che mi abbia fatto gridare “al miracolo”. Ma la selezione di bottiglie, quella si era impressionante: sia per le belga più ricercate, che – soprattutto – per la buona scelta di americane. Trovo infatti che trascurare le produzioni USA sia un grosso difetto della maggior parte dei pub italiani (e in generale dell’Europa continentale), perché c’è roba buonissima, che si conserva senza troppi problemi, e con un prezzo all’origine molto, molto basso. All’Abbazia ho visto decisamente delle buone cose – non al prezzo a cui le trovo oltreoceano, ma questo è comprensibile. Bene anche per le birre scandinave. Guardare quei frigoriferi era veramente un piacere, e chissà quante me ne sono perse in cantina.

Giacomo

Guida di sopravvivenza – Trento

Category : Beershop, Birra, Locali, PintaPerfetta

Trento è una città in cui “prima o poi ci si capita”, per il suo essere graziosamente turistica o per i mercatini natalizi o per la stagione sciistica invernale.
Bere birra a Trento però, birra buona, non è un’impresa così semplice come può apparire. Da questa premessa nasce la mia breve guida di sopravvivenza in una città in cui vivo da (troppi) anni e che purtroppo è ben distante dall’essere un’oasi felice per la birra artigianale e di qualità.
Innanzitutto uno degli ostacoli maggiori è dato dalla clientela stessa. I « giovani » sono in gran parte interessati alla quantità, al minor costo, allo sfondarsi di birraccia da happy hours, sbobba annacquata di cui potrei dire ogni male possibile. Dove invece gira la grana, tra i cosiddetti « borghesi », l’offerta e la storia vinicola è sufficiente a colmare le richieste affibbiando alla birra il ruolo che può avere un succo di frutta: dissetare se fa caldo o al limite sbronzare qualche adolescente alle prime armi.
Un ulteriore ostacolo è dato dalla presenza, quasi invadente nella zona, del birrificio Forst in quel di Lagundo, non troppo distante da Merano. La Forst probabilmente è uno dei rari esempi di prodotto altoatesino amato nel Trentino, dove un po’ per sana tradizione montagnina, un po’ per la classica chiusura provinciale italiana, si è portati a magnificare le lodi di qualsiasi cosa prodotta in loco e di diffidare di conseguenza delle novità portate dai « foresti ».
Quindi trovare un bar che serve Forst a Trento è come trovare una boulangerie a Parigi, impresa veramente semplice. Raccontare la Forst è piuttosto banale. Discreta pils, buona doppelbock ma rimane comunque un prodotto industriale.
Passando in rassegna i luoghi della città, non posso che iniziare dalla birreria Pedavena (di cui potete osservare il sito particolarmente trash, alzate il volume della casse e gustatevi l’intro… )
Da non confondere con l’omonima di Feltre, il Pedavena si trova poco fuori le mura, in zona ancora centrale e turistica.
Il locale è enorme, esteticamente invitante e attrezzato per ricevere le frotte di turisti alla ricerca di un luogo caratteristico per un pranzo e un boccale.
Il cibo è senza infamia e senza lode, anche per la quantità stile mensa di persone che al suo interno girano (per mangiare attraversate la strada, all’ottima Trattoria del Volt), mentre la birra è prodotta in casa.
La birreria segue la legge di purezza tedesca offrendo una lager piuttosto ordinaria, una bock non eccelsa e una buona Weiss. Il problema di fondo, a mio avviso, è nella gestione del locale : frenetica e a volte “dittatoriale” che poco punta sulla qualità del servizio e molto invece sulla velocità e sulla capienza e aspetto delle sale.
I baristi ruotano frequentemente (mentre la birra è sempre quella), non affinandosi mai e sembrando scelti più per la pazienza che per la competenza. Un ricordo su tutti è il mesto bicchiere della schiuma, preparato a parte e usato indistintamente su tutte le birre per il rabbocco in caso di necessità. Roba da bollino rosso a vita.


Altre alternative birrose purtroppo sono legate a locali, anche ben gestiti e curati, ma nati e tutt’oggi vissuti per il vino, che timidamente si affacciano nella mescita di birra.

Tra questi segnalo l’osteria della Mal’Ombra, nel sud della città e l’enoteca della Sgeva nella zona nord. Nel primo si trova la promessa perenne (spero prima o poi mantenuta) di 2 spine di birra artigianale e una lista di circa 15 bottiglie di birra artigianale italiana, con una tendenza dolente alle birre di castagne che personalmente non amo.
La Sgeva invece è ancora più rudimentale, con bottiglie di Baladin, Hy e Montegioco (se la memoria non mi tradisce), vendute però a prezzi esorbitanti.
Ultima segnalazione più speranzosa verso il futuro è data dall’enoteca Grado 12°, in pieno centro storico.
Enoteca di ottimo livello per quanto riguarda i vini, il personale impeccabile e la presentazione dei prodotti, negli ultimi mesi si sta progressivamente aprendo alla vendita di bottiglie di birra di qualità.
La rotazione dei prodotti è abbastanza costante, si intuisce il desiderio di provarci e nell’offerta di circa 30 bottiglie è spesso possibile reperire prodotti non banali (come la belga Embrasse o l’americana Brooklyn Local 1) e a prezzi invitanti.
Concludo questa breve rassegna, ricordando che questa è una guida di sopravvivenza. Trento ad oggi ha un’offerta limitata, forse in crescita e il meglio che posso consigliarvi è di passarci le vacanze, girare i mercatini, ma se non siete dei feticisti della Forst, bevete altrove.

La nostra idea sulle Birre di Natale 2009

Category : Birra, PintaPerfetta, Varie

Quello che avete iniziato a leggere è un articolo sulle Birre di Natale. Partiamo con una sorta di spiegazione-base.
Cosa sono le “Birre di Natale”? Sono produzioni speciali che i birrifici commercializzano circa tra metà Novembre e metà Gennaio. Alcune di queste produzioni hanno una storia e si sono evolute nel tempo, altre sono solo operazioni commerciali per vendere un prodotto in più, altre sono semplicemente troppo “nuove” per poterne dire granchè. Alcune Birre di Natale cambiano poi ricetta ogni anno, in minima parte o completamente, rendendo così un’annata completamente diversa da quella precedente o quella successiva. Tendenzialmente, anche se è una generalizzazione piuttosto forzata che però rende bene l’idea, le Birre di Natale sono principalmente ambrate o scure, dolciastre e speziate e un pò inflazionate per quello che riguarda il tasso alcolico.

Detto questo, iniziamo una breve carrellata-antologia delle produzioni migliori, curiose, più trovabili tra quelle che abbiamo assaggiato.
Cominciamo con una delle più famose “natalizie”, più per il nome che per la qualità: stiamo parlando della natalizia di casa Achouffe, la N’Ice Chouffe (provata alla spina), che si lascia bere se non avete troppe pretese di gusto, una rossa da 8%, con la pecca di non aver un gusto particolarmente persistente e risultare un pò annacquata. La sua versiona invecchiata di un anno (provata alla spina) risulta tuttavia eccessivamente alcolica, e sebbene il gusto ne possa appena guadagnare, la bevibilità cala notevolmente. Per quanto riguarda la bottiglia, il tasso alcolico è maggiore (ben 10%) e risulta facilmente stucchevole.
Restando in Belgio, una tra le nuove produzioni è la Kapittel Christmas, nel formato da 75cl. Il 2009 pare essere solo il secondo anno di produzione. Nel 2008 l’avevo trovata abbastanza scialba, senza particolari note positive nè carattere. Avendola potuta riprovare poche sere fa (bottiglia, 75cl), devo dire che non arriva all’eccellenza ma una sorta di sufficienza la conquista senza grossi problemi… probabilmente meglio della N’Ice.
Tra i marchi che stanno guadagnando popolarità in Italia in questi ultimi tempi, ho avuto un buon incontro gustativo con la Corsendonk Christmas (8.5%, bottiglia da 75cl), che rispetto alle due appena citate risulta essere decisamente più corposa ed equilibrata, e si lascia bere in modo piacevole. Una vera sorpresa – forse LA sorpresa dell’anno – riguarda la produzione natalizia della Trappe, la Isid’or (provata alla spina), che si distacca notevolmente dalle succitate invernali, piuttosto classiche. Il colore leggermente ambrato, la schiuma non troppo persistente anche se molto densa, e i mille profumi di spezie la rendono particolarmente beverina, e i suoi 7.5% non risultano essere esagerati – almeno per quanto riguarda le sensazioni delle mie papille gustative.
Attraversiamo per un attimo l’Oceano Atlantico e spostiamoci in California: è qui che viene prodotta un’eccellente Anchor Christmas (bottiglia 33cl), che come tutte le sue “sorelle” prodotte a San Francisco, è un’eccezione per quel che riguarda il tasso alcolico: con i suoi “soli” 5.5% è una delle invernali più leggere. Preparatevi però all’esplosione di gusto quando la sentirete: spezie, liquerizia, profumo di malto tostato per un’eccellente ambrata scura. Questa birra in linea di massima cambia più o meno radicalmente ricetta ogni anno, per cui probabilmente servirà un assaggio per produzione… mi sacrificherò volentieri :-)
Niente di speciale invece la K9 di Flying Dog (spina) che ai suoi 7% abbina un gusto non troppo forte, e si lascia dimenticare abbastanza in fretta.
Tornando in Belgio, ho assaggiato con piacere per l’ennesima volta la St. Feuillien, che di rado sbaglia una birra, e la loro Cuvèe de Noel (33cl, bottiglia) è semplicemente fantastica nonchè una delle più impegnative per quel che concerne tasso alcolico e gusto. Scrussima a prima vista, in realtà se messa controluce rivela un bellissimo colore rosso-rubino, ha una schiuma ben persistente e molto molto densa. La bevuta, come detto, è molto piacevole ma non facile: la birra, corposa ed equilibrata, ha i sentori della liquerizia e i suoi 9% si fanno sentire.
Tra le natalizie più acoliche, ricordiamo la produzione della De Dolle, la Stille Nacht (33cl, bottiglia) che con i suoi 12% risulta essere eccellente ma anche di difficilissima degustazione, non disconstandosi troppo dalle altre produzioni del birrificio di Esen (la piccola “punta” di acidulo è sempre presente). Particolarmente adatta all’invecchiamento, quest’estate al Kulminator di Anversa ne ho assaggiata una del 1999: il suo tasso alcolico era accentuato dai 10 anni trascorsi in bottiglia e faceva assomigliare la Stille Nacht ad un liquore.
Una delle birre che più escono dal contesto è la Père Noel della De Ranke (33cl, bottiglia) che, come le altre produzioni della casamadre, non solo non ha nulla di dolce, ma anzi è amara, molto luppolata e, gradazione di 7% a parte, per certi versi assomiglia molto alla sua sorella XX Bitter. Non male, anzi, ma niente di clamoroso, soprattutto se vi aspettate qualcosa di dolciastro.

Un vero classico del periodo natalizio, da ormai tanti anni, è la Gouden Carolus Christmas, dolce e fortemente speziata, straordinariamente piacevole e adatta ad accompagnarsi alle specialità natalizie di casa nostra, panettone in primis. Una birra che invece (fin dal nome) nasce come natalizia è la Avec Le Bons Voeux (letteralmente: con i migliori auguri) della Dupont, un birrificio belga che ci ha sempre conquistato. Tasso alcolico importante (9,5%), bilanciatissima ed estremamente piacevole, è però diventata da diversi anni una birra prodotta e venduta durante tutto l’anno.

Tra le meno interessanti (ma non sempre terribili) possiamo citare Gordon Xmas (che quest’anno ci è sembrata, almeno alla spina, in discreta ripresa) e Delirium Noel. Entrambe sono discreti prodotti che però non ci sentiamo di consigliare come “speciali”.

Il discorso cambia (relativamente), quando ci troviamo a parlare di birre natalizie nella nostra giovane (maltosamente parlando) Italia. Se è pur vero che la categoria “Birra di Natale” indica tutto e nulla, nel contesto locale questa variabilità aumenta in modo ancora più netto sia tra birra e birra, sia nella stessa birra tra un anno e il successivo.
Quest’anno nel mio personale taccuino del 2009 qualche assaggio da raccontare c’è pure, ovviamente senza avere la pretesa di citare le birre più buone o più rappresentative del nostro scenario, quindi introduciamo qualche nome per mettere un pò di ciccia al fuoco.
Il primo personale assaggio natalizio è stato la Babbo Bastardo prodotta dal lombardo birrificio Geco, birra dal nome clamoroso e caratterizzata da una speziatura con bacche di ginepro e pepe rosa. Purtroppo al palato la speziatura è difficilmente percettibile e il tutto affonda in un alcool fin troppo invadente. Discorso opposto per la natalizia del birrificio Inconsueto. Sgraziata e con un tenore alcolico veramente poco natalizio.

Ma non tutto è male, pur ammettendo che in Italia le natalizie realmente commoventi mancano ancora all’appello. Buona e ribevibile volentieri la Noel Du Sanglier , con piacevoli sapori di candito, dolce e un amaro ben bilanciato. Una spanna leggermente sotto la Natalizia di Maltus Faber, una “tripel” secca ma equilibrata e scorrevole al palato. In ultimo, l’assaggio più recente (è in questo momento nel mio bicchiere :-) ), la Natale 2009 del Orso Verde. Assaggio che conferma come il mio Orso preferito sia tornato nuovamente in sella dopo una natalizia 2008 finita nel lavandino (e qualche cotta sfortunata nel nuovo impianto). Birra robusta (l’alcool batte il suo conto), di colore ambrato carico e con sentori di anice. Promossa, pur senza essere clamorosa. Un pò come i miei italici assaggi 2009.

Dall’altra parte dell’oceano, ecco che cosa è arrivato sulla slitta quest’anno:

Decisamente inconsueta, visto lo stile, tutti gli anni fa la sua comparsa la Bells Winter White: una bianca sullo stile belga, con frumento americano e lieviti Hefe mescolati con lieviti belga. Nonostante non sia un fan delle witbier, devo ammettere che questa è piuttosto ben fatta, molto beverina; quantomeno rappresenta una variazione alle alcooliche birre invernali che si trovano di solito.
Infatti, per non smentirsi la Bells propone anche, nel periodo invernale, il devastante Expedition Stout: un concentrato di malti e luppoli per un Imperial Stout di prima qualità. Il malto tostato la fa da padrone, con un potente aroma di caffè, frutti scuri, cioccolato e un sentore di spezie (vaniglia). Denso, densissimo, cremoso e poco carbonato, è in assoluto un piacevole colpo di grazia. Consigliato a fine serata.
Sempre nel periodo invernale, poco prima di Natale, arriva, attesa come i dolci della befana dai bambini che sanno di essere stati buoni, la Brooklyn Black Chocolate Stout. Un’esplosione di gusto che non mancherà di invadere il vostro palato, se avrete occasione di bere questo capolavoro: colore intenso, corpo potente di malto con un deciso sapore di cioccolato, non troppo dolce, finale ben bilanciato dal luppolo. Ottimo candidato anche per l’invecchiamento – da non perdere.
Ci offre qualcosa di natalizio anche la Rogue: la sua Santa’s Private Reserve è un amber ale prodotto con molti luppoli, carbonazione vivace, malti leggermente aromatici, un tocco di spezie, e amaro luppolato finale. Non una delle mie preferite, ma ben fatta.
Smuttynose produce un ben più modesto Winter Ale, disponibile di solito da fine Ottobre a Gennaio. Corposo, sullo stile di una Dubbel belga, ma mi convince poco – come molte delle produzione americane fatte sullo stile europeo. Leggermente speziato, non troppo alcoolico, passa piuttosto inosservato.
Great Divide si getta invece su un old ale, con il suo ormai tradizionale Hibernation Ale natalizio: invecchiato almeno tre mesi prima di essere distribuito, inizia con malto prepotente, noci, abbastanza dolce; finisce più acidulo, con alcool ben presente, adatto a riscaldare le notti invernali. Può essere ulteriormente lasciato in cantina per intensificare il già complesso profilo.
Infine, personalmente considero natalizia anche la Stone Double Bastard: disponibile per poco tutti gli anni a partire da Novembre, è in tutto e per tutto una versione “incattivita” dell’Arrogant Bastard ale, con tutto ciò che questo comporta. Un Ale americano potente, opaca, con un corpo deciso di malto che viene presto annichilito dal luppolo. Estrema sotto ogni punto di vista, eppure piacevole. Un bel regalo di Natale.

Mattia (Belgio&Usa)
Davide (Italia)
Giacomo (Usa)

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