Report dallo United Indipubs – parte II e mezzo

Categoria: Festival

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E cosA� A? giunto anche il mio turno di provare a riassumere lo splendido weekend birresco che A? stato lo United Indipubs. Avrei potuto fare finta di nulla e negare la mia presenza, ma la foto postata da Mattia nella prima parte del suo resoconto ha distrutto ogni possibile alibi (oltre alla mia reputazione). Lasciamo quindi per un attimo da parte i “discorsi da adulti” ben esposti da Alessio, e ributtiamoci a capofitto nella scoppiettante Vezzano sul Crostolo, cercando di fare ordine tra i pochi appunti presi, rigorosamente meno leggibili ad ogni birra bevuta.

Cominciamo dalle birre, vere protagoniste della rassegna. E comincio confermando un’eccellente qualitA� media delle proposte, sia per quanto riguarda il giudizio sulle birre, sia per il loro stato di forma, generalmente ottimo, nonostante al sabato un paio di stand si dicessero preoccupati per il troppo poco tempo passato tra il trasporto dei fusti e la loro apertura. Tantissimi gli stili e i paesi rappresentati, cosa che ha stimolato la curiositA� e mandato all’aria in breve tempo tutti i progetti di “scaletta ragionata delle bevute”, anche perchA? non tutte le birre proposte erano attaccate contemporaneamente. Personalmente poi, erano molte le birre mai provate, con alcune addirittura mai nemmeno sentite dire, e quindi la sete di conoscenza ha sopperito alla fisiologica fine della sete “vera”.

Partiamo da chi giocava piA? in casa degli altri, l’Arrogant e il Goblin. Le birre fatte brassare appositamente da Alle erano decisamente buone, specialmente la Ready Made, la cui secchezza finale la rende a mio parere un’ottima birra da aperitivo. GiA� detto altrove della Bitch Please, molto complessa ma allo stesso tempo sufficientemente ruffiana, una menzione va anche alla Working Class Mild di Toccalmatto, ennesima dimostrazione che Bruno e i suoi difficilmente sbagliano un colpo. Umbe replica con una serie di Fantome di varie annate, sempre troppo acide per i miei gusti. Sugli scudi invece le birre del De Graal: alla pluriacclamata Goblin 21A� Anniversary, di cui si A? giA� scritto, aggiungerei l’ottima blanche Triverius, in formissima. Ne viene fuori l’immagine di un birrificio che passa agevolmente dalle birre estremamente complesse come la prima, a ricette piA? semplici e piA? da beva come la seconda, complimenti davvero.

Scendiamo verso sud, e incontriamo Gianni e il suo TNT Pub, di sicuro il publican del lotto con cui ho piA? familiaritA� e per questo quello da cui mi sono rifornito di meno. PerA? da quello che ho sentito dire pare che la Rodenbach fosse davvero in forma stratosferica, mentre io ho buone parole sia per la Witkap Tripel che per la Monk’s Stout di Dupont, una belgian stout atipica e molto bevibile. Accanto a lui lo stand del Macche, dove finalmente riesco a fare la conoscenza del Colonna. Anche qui si andava abbastanza sul sicuro, e ne approfitto per salire anch’io sul carro degli entusiasti sia della FanA? Vestkyst (pulita ed elegante), che della Kama Citra (davvero difficile da classificare, perA? il contrasto tra il corpo da brown ale e l’agrumato esotico del citra A? tutto da provare), che della Kissmeyer London Honey Porter (dove per fortuna il miele non era in primo piano ma ben dosato).

E chiudiamo col nord, e non posso evitare di ringraziare Michele per aver deciso di portare una Suffolk Gold di St. Peters a pompa, per me la birra migliore del festival. Allo stand del Dome comunque il tricolore si faceva rispettare alla grande: sia la Loertis di Via Priula che la Spaceman di Brewfist hanno confermato all’assaggio ciA? che di buono ne avevo giA� letto in giro. Da applausi anche la Abbay de St Bon Chien che ogni tanto emergeva dal retrobanco, con tanto di decanter. A difendere i nostri colori ci ha pensato anche Nino dello Sherwood con le produzioni di Bi-Du. In gran forma sia la ormai classica Rodersch che la Inverno Nucleare, imperial porter molto rotonda ed equilibrata, ma non certo timida. L’ho preferita nella sue versione normale rispetto a quella oak aged, forse un pochino troppo giovane.

Detto delle birre, vorrei ribadire anch’io i complimenti alla macchina organizzativa dell’Indupubs. La location era perfetta (gli stand al chiuso ci hanno subito rassicurati in vista di eventuale pioggia, cosa che per fortuna alla fine non c’A? stata) e logisticamente organizzata come meglio non si poteva. Gli stand gastronomici hanno funzionato a ritmo serrato e ininterrottamente, e anche nei momenti di maggiore richiesta le code per il cibo sono state limitate. Tanto di cappello davvero a chi A? riuscito a trasformare in punto di forza ciA? che in questo tipo di manifestazioni A? solitamente un grosso punto debole. SarA� difficile fare di meglio in futuro.

Chiudo con quella che potrebbe sembrare un’inutile sviolinata, ma mi piace dare a Cesare ciA? che gli spetta. La tre giorni dello United Indipubs ci ha messi, noi appassionati, di fronte a 6 esempi di publican, 6 modi anche molto diversi tra loro di lavorare con la birra. E di queste 6 realtA�, ma in realtA� il discorso A? ampliabile a tutti coloro che gestiscono un pub con cognizione di causa, si puA? dire tutto e il contrario di tutto: il gestore puA? essere simpatico o antipatico, si puA? essere d’accordo o meno con la sua politica dei prezzi o con la selezione delle birre. Ma nessuno mi toglierA� dalla testa che all’Indipubs si sono viste 6 realtA� gestite da persone, scusate il termine, con due palle cosA�, che fanno il loro lavoro con passione competenza e rappresentano una parte di quell’eccellenza di in un ambiente, quello della birra artigianale, che ti richiede enormi sacrifici giA� solo per restare a galla. E che se io in questo momento sono qui a scrivere su un blog che parla principalmente di viaggi birrai, A? in gran parte colpa loro.

Gabriele

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