The Flying Horse – Aeroporto di Gatwick

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Category : Locali

La paura di perdere l’aereo è molto diffusa, ed è questa psicosi, unita al largo anticipo con cui ci si deve presentare in aeroporto per i vari check-in, controlli e imbarchi, che porta inevitabilmente all’insorgere di infiniti tempi morti, che rendono decisamente tediosi gli spostamenti aerei, specialmente per chi vola spesso.

Da abituale frequentatore della rotta VCE-LGW (Venezia-Londra Gatwick), ho praticamente supervisionato lo svolgimento dei lavori che hanno martoriato in quest’ultimo anno e mezzo l’aeroporto londinese. Il lungo e travagliato parto ha dato alla luce una seconda clearance area, una nuova sala giochi, qualche altro negozio e finalmente un pub, il tutto al secondo piano della sala d’attesa.

A dispetto di quanto possa sembrare dall’esterno, non è impossibile trovare un po’ di tranquillità tra i tavoli di legno scuro immersi nella penombra, con una libreria sul muro opposto al chilometrico bancone che aiuta a conferire un ulteriore senso di intimità. Oltre alle classiche lager commerciali e Guinness alla spina, il Flying Horse offriva inizialmente solo le diffusissime Greene King Abbott Ale e IPA; l’ultima mia visita è invece stata allietata dalla sorpresa di 4 ales a rotazione, tutte a £2.59 a pinta… un affare! Dato l’esagerato anticipo con cui mi sono presentato in aeroporto e la scontatissima assenza di qualsivoglia imprevisto o coda per i vari controlli a cui si viene sottoposti, ho avuto abbastanza tempo per testare la selezione di birre proposte. Tra una non eccelsa Gouden Carolus Ambrio (molto meglio la versione in bottiglia), una discreta Shepherd Neame Fuggles e una quasi oscena Namysłów Plum, è spiccata prepotentemente la York Centurion’s Ghost, felicissima scoperta – solo per me, essendo agli appassionati nota come la vincitrice del premio CAMRA per miglior strong bitter del 2007. Per ora la lista delle birre in bottiglia è desolatamente vuota. Il cibo servito, di buona qualità, è il classico dei pub inglesi.

Non si tratta certamente di un pub unico o particolamente originale, anzi, ma il contesto in cui si trova lo rende un’ottima arma per combattere la noia dell’attesa, ma già so che il prossimo weekend mi farò prender volentieri dalla psicosi di perdere il volo e mi presenterò in aeroporto con un anticipo spropositato! Ah, un consiglio: sedetevi a un tavolo da cui sia possibile scorgere il monitor con la lista dei voli, così potrete evitare di alzarvi ogni 5/10 minuti per andare a controllare se il vostro stia già imbarcando.

Unica controindicazione: probabilmente berrete più di una pinta – causa psicosi e conseguente anticipo esagerato – e, non appena allaccerete le cinture, vi scapperà una pipì fulminante, ma dovrete aspettare che quella maledetta spia si spenga…

Lorenzo

Direttamente dal Belgio: Brouwerij Van Eecke

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Category : Locali, Viaggi

Il pub che sorge affianco alla fabbrica

A inizio ottobre, quando questo blog incominciava la propria storia, ero nel paese birraio per eccellenza: il Belgio. Avevo promesso molti resoconti, inizio con una delle fabbriche di birra più quotate in assoluto, la Brouwerij Van Eecke.

CENNI STORICI – Sita in Watou, a pochi passi dalla chiesa – e conseguente cimitero – inizia la sua storia nel 1629, quando la famiglia van Yedegem diventa proprietaria di un castello al quale la fabbrica è attaccata. Durante la rivoluzione francese sia il castello che la fabbrica vengono distrutti, e solo quest’ultima è stata ricostruita. Nel 1862 lo stabile viene acquistato dalla famiglia Van Eecke e la birreria rinominata Golden Leeuw (Leone D’oro), dove venivano create solo birre ad alta fermentazione. Fino alla seconda guerra mondiale, la fama era decisamente ristretta e locale, ma dopo la fine del conflitto si decise per la produzione di una birra d’abbazia, la Het Kapittel.

IL BAR – Affianco alla fabbrica, si trova il pub ufficiale della Het Kapittel. Un locale non troppo grande, quando ci sono entrato erano presenti un uomo al computer – che faceva suonare un insolito disco di Giorgio Gaber – e una donna sulla quarantina, che parlava inglese, al balcone. I prezzi sono assolutamente accessibili (si parla di circa due euro per ogni birra da trentatré centilitri). Sono presenti tre spine (Blond, Prior e Pater) e tutte le bottiglie, da 33 e da 75. Purtroppo la possibilità di fare scorta è particolarmente limitata, giacché erano presenti solo confezioni regalo. Probabilmente siamo stati sfortunati noi, considerato che Mattia – un altro degli scrittori del sito – aveva avuto una diversa esperienza.

LE BIRRE

Le birre prodotte dalla Brouwerij Van Eecke

POPERINGS HOMMELBIER – Nonostante la qualità altissima delle birre d’abbazia Het Kapittel, la preferita dalla fabbrica è la Poperings Hommelbier. I tanti campi di luppolo nelle vicinanze aiutano a capire il significato di Hommel e il perché di questa preferenza: sono tre i tipi di luppolo mescolati per ottenere la bevanda, che danno un sapore amaro tipico della pianta. La Hommelbier viene rifermentata una seconda volta in bottiglia, con residui che si adagiano sul fondo.  E’ un prodotto completamente naturale, volume alcolico 7,5%.

KAPITTEL BLOND - Birra ad alta fermentazione, colore dorato, sapore fruttato con un retrogusto leggermente luppolato. Volume alcolico 6,2%

KAPITTEL PATER – Birra dal colore marrone scuro con riflessi arancioni. Leggermente amara, volume alcolico 6%.

KAPITTEL DUBBEL - Birra dal colore rubino-bruno, tra la Pater e la Prior. Molto dolce e fruttata, volume alcolico 7,5%.

KAPITTEL PRIOR – Birra scura, si sentono note di frutta, caramello e luppolo. Volume alcolico 9%.

KAPITTEL ABT – Birra dal colore dorato, note di malto, luppolo e frutta. Volume alcolico 10%.

WIT BIER – Birra torbida, con gusto leggermente acido. Prodotta dal 1998, volume alcolico 5%.

Andrea

[Mattia]
Un paio di note di colore e utilità. Il locale è gestito da una coppia, come già detto, nostalgica degli anni 60, abbastanza cordiale, che di solito mette su musica proveniente dal paese natìo degli avventori, o almeno ci prova. A noi ha messo su un disco di Celentano (che dev’essere una novità da quelle parti).
Le confezioni birraie di cui parla Andrea, costano circa 11 euro, e comprendono una bottiglia da 33cl per tipo.
A fianco del locale, c’è un cancello. Entrando lì, si accede direttamente e liberamente al magazzino (occhio alle buche nella stradina, delle vere voragini), dove potersi rifornire di tutto quello che si desidera. Ogni bottiglia costa 1 euro, vetro compreso (in Belgio esiste ancora – e buon per loro, direi -  la storia del vetro a rendere). Le spine nel locale variano, tenendo sempre fissa la Hommel (decente) e la Wit Bier (scarsa), io ho per esempio trovato la Blond, che è superba. Un amico, che ha provato la ABT, ne parla come “capolavoro”.

Minneapolis

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Category : Viaggi

L’area delle Twin Cities è l’agglomerato urbano più popolato del Minnesota, in cui la parte del leone la fanno le due città di Minneapolis e St. Paul – appunto, le “città gemelle”: in totale, 3.5 milioni di abitanti. Il posto è freddo, molto freddo: d’inverno le temperature raramente superano lo zero, anche di giorno. Trovandomi a Minneapolis per lavoro per più di una settimana, non c’erano quindi molte cosa da fare la sera se non cercare qualche locale interessante – possibilmente vicino, data la temperatura glaciale. Ed ho scoperto una scena birraria interessantissima, della quale non ero minimamente a conoscenza (mea culpa). Ma andiamo con ordine.

Nelle Twin Cities si contano 13 luoghi di produzione della birra, includendo sia birrifici che microbirrerie; e questo ha subito stuzzicato la mia curiosità. Parlando di grandi birrifici, a Minneapolis si può trovare la Surly Brewing Co., mentre a St. Paul ha sede la Summit Brewing Company. Le loro birre alla spina si trovano in moltissimi locali della zona. Ci sono anche microbirrifici (ottima la Town Hall Brewery, uno dei migliori microbirrifici dove sia mai stato), e pub disseminati ovunque, alcuni con un numero impressionante di linee di spina (in almeno due pub ne ho contate più di 30). In futuro scriverò un articolo su tutti i posti più interessanti; per adesso, mi limito ai due birrifici più famosi.

La Surly Brewing Co. è un birrificio nato un po’ per caso, dalla passione per la birra del suo proprietario Omar che, nel 1994, ha ricevuto un kit per farsi la birra in casa; e da lì, tutto si è evoluto. Adesso la Surly vende birra in tutto il Minnesota, e anche a Chicago (ma solo in questi due posti – non la troverete da altre parti, per questioni legali). La loro produzione non è molto elevata, e consiste principalmente di ales e alcune stout. Non mi ha particolarmente colpito la Bender, un’ale scuro di qualità soltanto discreta, mentre ho trovato ottimo il Furious ale: un IPA prodotta con un malto eccezionale e una quantità di luppolo forse mai tentata prima. Addirittura 100 IBU (unità di misura dell’amarezza), per una birra con un distinto aroma di uva, un buon corpo di malto puro e un finale intensissimo di luppolo. Da non perdere. Notevole anche il Coffee Bender: un brown ale prodotto in quantità limitate, con una infusione di caffè durante il procedimento. Purtroppo non sono riuscito a trovare la loro birra più blasonata, la Darkness: a quanto mi è stato detto, tutta quella che viene prodotta ogni anno viene acquistata immediatamente e svanisce in un attimo.

La Summit Brewing Company, con sede a St. Paul, fu fondata nel 1986 con l’obiettivo di ricreare le birre artigianali dell’Upper Midwest. Nello stesso anno produssero il loro primo fusto di Summit Extra Pale Ale, un tipo di birra che negli anni successivi avrebbe conosciuto una enorme fortuna negli Stati Uniti, contribuendo al successo della Summit. Adesso produce circa 80000 barili l’anno, divisi tra le 11 birre proposte (alcune tutto l’anno, altre stagionali); questo la rende una delle 50 birrerie con la maggior produzione degli US. Tutt’altro che una microbirreria, quindi. Il loro Summit Extra Pale Ale è diffusissimo in tutta l’area delle Twin Cities, ed è un esempio di come una birra prodotta in quantità industriali non debba essere sinonimo di birra scadente. Non con questo è un capolavoro: ma è un più che onesto IPA, con uno stile un po’ a cavallo tra quelli inglesi e statunitensi, leggero, luppolatura non accentuata, sapore non forte, così come il profumo lascia presagire. Tuttavia, la carbonazione piacevole lo rende una “session beer” di tutto rispetto, facile da bere. Della loro gamma, a mio avviso la migliore è lo Winter Ale, prodotto con malti tostati, caramello, leggermente speziato. Ha un bel colore scuro, note di cioccolato e caramello, luppolatura impercettibile, così come l’alcool. Molto piacevole da bere; peccato sia disponibile solo d’inverno. Ad ogni modo, nonostante la vasta produzione ho trovato più che sufficiente la qualità delle loro birre; non paragonabile con la Surly, ma comunque degne di essere assaggiate. Nemmeno confrontabili con le pessime Lager o i Pale Ale industriali che vanno molto di moda negli Stati Uniti. Se passate da queste parti, è anche possibile visitare lo stabilimento.

Giacomo

Birra Sotto La Torre, Melzo (MI)

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Category : Locali

A volte si scoprono dei buoni pub quasi per caso. Perché non sono troppo conosciuti fuori dalla zona dove si trovano, perché non sono presenti sulla rete, perché sono difficili da trovare. Nel caso di Birra Sotto La Torre a Melzo (MI), è un po’ la somma di tutti questi motivi. Situato in pieno centro storico a Melzo, un luogo in cui non è troppo facile trovare parcheggio e non è nemmeno facile orientarsi. In linea di massima, conviene seguire per il comune e improvvisare sperando di non perdersi. Una volta trovato non si resta delusi. Aperto da due anni esatti (due giorni fa si è festeggiato il secondo compleanno), è un locale particolare per diversi motivi.

Si possono trovare infatti circa 8-10 linee di spine attive, che comprendono una Pils ceca (la Staropramen), diverse Leffe (Brune, Rouge e la nuova arrivata Leffe 9°), la Kilkenny Cream Ale e soprattutto diverse linee del birrificio di Lambrate (Sant’Ambroeus, Dom, Lambrate, e saltuariamente si possono trovare anche le altre a rotazione).

La lista delle bottiglie è numerosa e in continua espansione: dalle 30 dell’apertura si è passati via via a un numero sempre più importante, arrivando a superare quota 300. Il progetto di Dario, il gestore, è di arrivare presto a sfondare il tetto delle 500.

La parte del leone, come in tantissimi altri posti, la fanno le belghe. Un’offerta numerosa e ad ampio raggio, che copre le trappiste (compresa l’olandese La Trappe), un discreto numero di “acide” (diverse Cantillon, un paio di Girardin e di Drie Fonteinen), e poi un’offerta che spazia sui vari stili e i vari birrifici che hanno reso grande nel mondo la birra belga. Ma non c’è solo Belgio: Italia, Germania, Inghilterra e U.S.A. hanno un profilo quantitativamente “minore”, nella lista delle bottiglie, ma la scelta è buona (tutte le Lambrate per l’Italia, e poi Andechs, Ayinger, Rogue, Flying Dog e altro ancora).

Si organizzano sporadicamente degustazioni e presentazioni: la prossima è prevista per il 22 dicembre e tratterà, ovviamente, 4 birre natalizie di 4 paesi diversi: tra di esse le ottime De Dolle Stille Nacht (BE) e Anchor Christmas Ale (USA).

Birra Sotto La Torre si trova in piazza Vittorio Emanuele 5 a Melzo (MI). E’ aperto tutte le sere fino all’una di notte.

Report da Tokyo parte 3: birre artigianali giapponesi al Popeye

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Category : Locali, Viaggi

Per la terza e ultima parte del nostro racconto sulla birra di qualità a Tokyo abbiamo voluto tenere in serbo qualcosa di davvero speciale: il Popeye Beer Club, situato a Ryogoku, il quartiere di Tokyo famoso per la lotta sumo.

Ci sono luoghi dove la birra non si beve, si assapora. Ci sono posti al mondo dove la cultura birraria la si percepisce nel personale, nei clienti, nei muri stessi, e ti senti fortunato quando ci entri, li scopri, hai il privilegio di poter aver visto, provato, sentito. Il Popeye corrisponde a tutte queste caratteristiche, è di medie dimensioni e molto accogliente, con un classico arredamento “da pub” occidentale. Una lavagna sulla parete sinistra del locale illustra l’offerta alla spina, vantandosi (e ci mancherebbe altro!) di un numero di linee a dir poco impressionante (intorno alle 70!), probabilmente tra i più alti al mondo.

Ma andiamo con ordine. Che dire della scena dei microbirrifici giapponese? Intanto, che è quasi sconosciuta a chi non visita il Giappone. E’ una scena relativamente giovane: solo nel 1994 il governo varò una legge che concedeva una licenza di produzione di birra anche per birrifici di medio-piccole dimensioni (abbassando il limite minimo di produzione a 20 ettolitri l’anno). Il Popeye nacque proprio in quell’anno, e la scena crebbe molto rapidamente: già nel 1999 il Giappone aveva ben 310 microbirrifici (oggi scesi a circa 280). I generi più popolari sono le ale di ispirazione americana (pale e amber), ricche di luppoli e di gusto, ma c’è molta varietà anche di birre “bianche” alla belga, di barley wine e di stout. E, per ricollegarsi alle considerazioni del report precedente, mancano quasi del tutto le birre di ispirazione europea, e belga in particolare.

Al Popeye comunque si trova tutto questo e anche di più (non mancano mai delle birre americane alla spina: nel periodo in cui siamo stati noi, la parte del leone la faceva la Rogue, marchio ben noto anche in Italia, di cui abbiamo provato in particolare la Brutal Bitter e la Shakespeare Stout). La nostra prima visita è stata la sera di venerdì 17 ottobre. Il locale era affollato da appassionati di birra, giapponesi e non, e per trovare modo di sederci tutti insieme (ci siamo presentati in sei in un orario in cui il locale era già abbastanza pieno) c’è voluta un po’ di pazienza. Non c’è voluto molto, invece, per sentirsi subito a casa: personale competente, birre di assoluto livello che eclissano senza troppe difficoltà il grosso della produzione omologa italiana, atmosfera rilassata e clientela appassionata. Una lista bilingue (un semplice foglio A4 fronte/retro) illustra l’offerta in giapponese e inglese: tipologia, nome, gradazione e nella maggior parte dei casi pure indice di bitterness (che in italiano verrebbe amarezza, se non fosse che l’amarezza in una birra è gioia del palato). C’è per quasi tutte le birre la possibilità di scelta tra mezza pinta e pinta (i barley wine vengono serviti in tagli inferiori, di solito), e oltre a questo c’è la possibilità di effettuare degustazioni di prova.

La serata è così passata piacevolmente di birra in birra, assaporando e gustando il meglio della produzione locale, tra qualche scelta sicura (la Yona Yona Real Ale, di cui Gabriele diffonde il vangelo fin dal suo primo assaggio) e tante “a sensazione”. Da menzionare assolutamente anche i prodotti del birrificio Swan Lake (davvero ottima la Amber Ale)  e quelli del Baird (su tutte la Rising Sun e, fosse anche solo per il nome, la Big Red Machine Fall Classic Ale). Nella parte finale della serata, abbiamo chiesto il permesso di fare qualche foto per il sito, e grazie alla nostra amica Akiko (che si è prestata a fare da interprete) abbiamo avuto modo di parlare con Aoki-san, gestore del Popeye fin dall’apertura, che si è dimostrato molto gentile e disponibile, nonchè interessato ad avere informazioni sulla situazione birraia in Italia.

Pur nel nostro forsennato giro di Tokyo, tra un quartiere e l’altro, tra un pub e l’altro, tra una cena e un negozio particolare, siamo riusciti a organizzare una seconda visita al Popeye nella nostra ultima serata a Tokyo. Siamo entrati e lo staff ci ha salutato calorosamente, ricordandosi della nostra precedente visita (più tardi ci hanno anche mostrato di aver messo una foto della nostra combriccola su di una parete del locale….eravamo commossi). Ci siamo presentati abbastanza presto e non abbiamo avuto difficoltà a sederci, anzi ne abbiamo approfittato per piazzarci sotto la mitica lavagnetta.La lista era già sensibilmente cambiata, segno che la rotazione è abbastanza alta, e in effetti il menù viene davvero stampato ogni giorno. Pur cercando di variare e di provare sempre nuove birre non siamo proprio riusciti a trovarne di cattive, anzi.

L’atmosfera amichevole, la competenza del personale e la passione sincera di Aoki-san, unite a un’offerta di birre artigianali giapponesi stupefacente per quantità e qualità, fanno del Popeye Beer Club un pub unico al mondo, un posto da non perdere nella vostra prossima visita a Tokyo.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)

BirraNostra – Report

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Category : Eventi

Ecco il report dall’appuntamento 2008 di BirraNostra a Rovigo, che si è svolto durante tutto il weekend appena passato. Da cosa partire? Dall’organizzazione, che non è impeccabile. La location, seppur bella, rimane particolarmente spoglia e dà un pò l’idea del “vuoto”, avendo un enorme superficie disponibile e così pochi stand. Da rivedere inoltre il rapporto organizzatori-espositori, dato che inizialmente nessuno sembrava sapere dell’esistenza dei tappi e come questi funzionassero.

Praticamente inesistente il servizio di cibarie, con solo un paio di piatti disponibili, e non di grande qualità. Il venerdì, invece, l’unica fonte di sollievo per lo stomaco erano arachidi e grissini, gentilmente offerti dal Birrificio del Ducato e Freccia. La compartecipazione di Slow Food Veneto aveva fatto ben sperare e abbinare birre di qualità a prodotti nostrani non poteva esser più facile e azzeccato, ma evidentemente l’impegno nell’organizzare questo evento è stato pari allo sforzo pubblicitario. La scena delle birre artigianali italiane è senza dubbio in crescita, ma di certo questo evento non puo esser preso come modello per far conoscere queste al di fuori della solita ristretta nicchia di appassionati.

Gli stand presenti erano 10, per un totale di una 40ina di spine diverse, e alcuni nomi buoni non mancavano. A fianco del colosso Interbrau c’erano i più piccoli birrifici come Freccia, 32 via dei Birrai, Birrificio Italiano, Birrificio Lariano, White Dog Brewery, Amiata, MM 1989, Birrificio del Ducato e un paio “multi-marca”, tra cui uno che aveva un paio di spine di Baladin.
Venendo alle birre, scriviamo due diverse recensioni, che segnano il diverso punto di vista di chi di noi c’è stato.

1) Tolte le eccellenti spine che poteva vantare Interbrau (Chouffe, Gouden Carolus Tripel, Kwak, La Trappe) e le sue bottiglie, il resto degli espositori devo dire che non mi ha colpito in maniera eccessiva. Ho provato 11 diverse spine, più qualche assaggio qua e là, e in mezzo a cose buone che dopo elencherò, ho trovato anche qualche obrobrio allucinante. Tra le cose migliori, ho gustato una buona Weizen del Birrificio Lariano, due eccellenti bottiglie da 32 via dei Birrai (Curmi, una blanche, veramente ottima e la Audace) e una buona Strabionda dal Birrifico Freccia. Da segnalare anche una particolarissima Black Rebel Mint Stout del Birrificio Citabiunda di Neive (CN), una stuot corposa, con una bellissima e densa schiuma, con gusto a base di menta piperita. In fin dei conti non sono rimasto nè contento nè dispiaciuto, e probabilmente mi aspettavo qualcosina di più. (Mattia)

2) La delusione data dell’organizzazione precendentemente descritta è stata a mio avviso riscattata da qualche birra di buonissima qualità. Spiccano l’Audace di 32 Via dei Birrai (ottima golden ale rifermentata in bottiglia), la Cinabro del Birrificio Amiata (barley wine ben strutturata, che però mantiene un’ottima bevibilità); particolare menzione personale per il Birrificio del Ducato che ha portato una superba saison (New Morning), un’ottima imperial stout (Verdi) e una non inferiore APA (A.F.O.). (Lorenzo)

Durante tutti i tre giorni si son svolte varie attività collaterali, come la cotta di una birra, le degustazioni guidate da Lorenzo Dabove (in arte Kuaska), e vari incontri di abbinamento cibo-birra.
Nota dolente, i prezzi. Il sistema faceva sì che ogni degustazione (0,2 lt) alla spina costasse 2,50€ e ogni assaggio da una bottiglia, 3€… e fin qua può anche starci. Quello che continuo a non capire sono i prezzi delle bottiglie. Un sistema come quello italiano, che è emergente e poco conosciuto dal grande pubblico, avrebbe bisogno (a mio modo di vedere) di avere prezzi concorrenziali, invece ieri ogni bottiglia andava da un minimo di 7 ad oltre i 10 euro (la media era sui 8,50-9). E’ ovvio che allo stesso prezzio io-consumatore difficilmente sceglierò il prodotto di nicchia italiano, e mi getterò sul prodotto belga di cui conosco tutto, e di cui mi posso fidare. [Lorenzo: un mio amico ha preso 5 bottiglie di Verdi Imperial Stout dal Birrificio del Ducato per 20€, ma sinceramente non so se sia stata una cortesia o se quello fosse il prezzo "ufficiale". In ogni caso a me sembrano esagerati anche i 4/8 euro per bottiglia da 33/75cl belga, soprattutto tenendo conto che si era in fiera]

Altra cosa che mi va di dire. Negli ultimi mesi ho sentito svariate lamentele da parte di proprietari di locali nella mia zona, riguardo al costo dei fusti e, soprattutto, dell’impossibilità di trovare determinate birre. Nei fumi dell’alcol ieri mi son finto organizzatore di feste, e ho scoperto che i prezzi che mi venivano raccontati sono in realtà la metà. Non solo: la possibilità e varietà di spine accessibili anche a privati (a maggior ragione a chi ha un locale, partita iva e quindi una grande possiblità di vendita) è enorme, con eccellenti spine, alcune delle quali da noi inspiegabilmente introvabili.

Posso dire quindi che la fiera mi è piaciuta, ma l’ho trovata abbastanza “scarica” (anche un paio di gestori se ne lamentavano chiaramente). Il fatto di essere una fiera gestita da un circolo ristretto di birrifici ed appassionati non ha sicuramente aiutato, forse per il futuro si dovrebbe cercare di aumentare il numero dei produttori, per avere più qualità, più quantità, e va da sè, anche più movimento. [Lorenzo: se l'obiettivo è anche quello di allargare il proprio bacino d'utenza, un evento un po' più mediatico, magari organizzato con più criterio in una piazza di una grande città (Padova?), è sicuramente preferibile a un'esposizione non pubblicizzata, per di più locata in una delle fiere più disperse del Nord-Est]

Mattia e Lorenzo

Birra Nostra: Esposizione Birre Artigianali d’Italia – 14/16 Nov 2008

Category : Eventi

Fiera di Rovigo, Pad. D (come arrivare?)

Da Venerdì 14 a Domenica 16 Novembre

Orari: Venerdì 15.00-23.00, Sabato  10.00-23.00, Domenica 10.00-22.00

Ingresso 5€

Si terrà questo fine settimana la seconda edizione di Birra Nostra (sito ufficiale), appuntamento per gli appassionati della birra artigianale italiana, nonché l’unico evento fieristico nel NordEst incentrato sulla birra, ideato da Officina Eventi e con la collaborazione di Slow Food Veneto. Ospite straniero di quest’edizione sarà il Belgio con le sue birre.

L’esposizione e degustazione dei prodotti dei 17 birrifici presenti – tra i quali spiccano i birrifici Baladin, del Ducato, del Borgo, White Dog e 32 Via dei Birrai – verranno contornate da laboratori, a cui è possibile iscriversi, e convegni tenuti da Kuaska, Teo Musso (Le Baladin) e Fabiano Toffoli (32 vie dei birrai). Vi saranno inoltre un torneo interregionale di freccette, la premiazione della Birra dell’anno 2008 da parte di Unionbirrai e una cotta pubblica ad opera del Circolo del Luppolo di Mantova.

I nostri 007, come sempre alla ricerca della Pinta Perfetta, non si faranno certamente sfuggire un evento di questa portata. Nei prossimi gironi il report dell’evento.

Lorenzo

Report da Tokyo: parte 2, birra belga dall’altra parte del mondo

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Category : Viaggi

Nel primo report abbiamo parlato dell’amore dei giapponesi per la propria birra “industriale” e dei grandi marchi internazionali molto diffusi. In questo secondo ci dedichiamo alla birra belga e a dove berla a Tokyo. Innanzitutto, a Tokyo i cafè in stile europeo dove poter bere birra belga sono relativamente pochi rispetto ad altri generi di locale. Ma “relativamente pochi” in una città enorme e densa di cose come Tokyo significa comunque un numero decisamente sufficiente. Nella nostra breve permanenza abbiamo avuto modo di visitarne diversi in diverse zone della città, tutti facilmente raggiungibili con metropolitana o con i treni urbani della JR.

Il prototipo di cafè belga è un pub di dimensioni contenute, con arredamento in legno e frigo delle bottiglie in bella vista al centro del locale. Il numero delle spine è di solito limitato (da 3 a 5 circa), mentre il numero di bottiglie è di tutto rispetto (da 80 a 100 e oltre). La temperatura è sempre impeccabile (come la spillatura), mentre le bottiglie vengono spesso versate tutte in un colpo, come se il lievito in sospensione non esistesse, purtroppo. I locali tendono a somigliarsi davvero tanto, dall’arredamento alla scelta delle birre ai prezzi. Abbiamo scoperto che alcuni di essi sono in effetti parte di 2 distinte catene, che però si riforniscono probabilmente dal medesimo importatore, che ci pare di capire sia l’unico presente a Tokyo.

Le birre infatti tendono a essere più o meno sempre le stesse. Alla spina fa bella mostra di sè la Chimay “bianca” (leggermente più morbida della controparte in bottiglia, ottima) fiancheggiata da una o due bianche (Hoegaarden della Inbev e la nuova Vedett della Moortgat). In bottiglia la scelta è decisamente più ampia, con buona attenzione ad alcuni birrifici da noi molto amati (tipo Dupont, Het Anker, De Dolle, StFeuillien e più o meno tutte le trappiste), la totale assenza di altri, e una spesso sorprendentemente ampia lista di birre a fermentazione spontanea (Cantillon, Boon, Girardin e altre ancora). Le (poche) ragazze viste in questi locali invece erano sempre dedite a kriek o framboise.

Quasi tutti i pub di birra belga da noi visitati a Tokyo appartengono a questa categoria standard: Belgo (Shibuya), Favori (Ginza), Hemel (Shibuya). [NDGabriele: Anche i pub visitati nei miei viaggi precedenti (Les Hydropates, che però sembra non esistere più, Brussels e Frigo) non si discostavano affatto]. Solo uno fa davvero eccezione, per la passione messa dal gestore e per la sua particolare storia personale: il Bois Cereste, gestito da Masaharu Yamada nel quartiere di Akasaka.

Linterno del Bois Cereste

Yamada-san ha vissuto diversi anni in Belgio come pianista jazz, e al suo ritorno in patria aprì quello che è probabilmente il pub belga più longevo del paese. La lista comprende oltre 140 birre in bottiglia, l’atmosfera è piacevole e rilassata e, di tanto in tanto, Yamada-san interromperà la musica diffusa per sedersi al piano (integrato al bancone!) e allietare la vostra serata. Una persona che sa trasmettere la sua passione per la birra, coltivata continuando a visitare il Belgio ogni anno per dedicarsi a tour di birrificio in birrificio.

Durante la nostra serata al Bois Cereste abbiamo avuto modo di conoscerlo e parlarci, condividendo la passione comune per la birra e le esperienze di viaggio (compresi gli album fotografici dei suoi viaggi in Belgio), il tutto mentre sorseggiavamo una Cervesia (Dupont) invecchiata in modo fantastico. [NDGabriele: il frigo di Yamada-san riserva sempre ottime sorprese, lo scorso aprile fu la volta di una Westmalle Tripel invecchiata che era davvero la fine del mondo]

Per concludere, l’impressione è che l’amore che i giapponesi hanno per la birra non li spinga comunque più di tanto verso cose più “esotiche”. I pub che abbiamo visitato, seppur sempre in giorni lavorativi, erano ben lontani dall’essere pieni, nonostante le piccole dimensioni. I più sono forse scoraggiati dai prezzi: alcune bottiglie da 33cl possono costare anche cifre vicine ai 10 euro, quelle da 75cl superano abbondantemente i 15. Probabilmente anche il fatto che esista un fornitore unico fa sì che la scelta delle birre rimanga sempre uguale a se stessa, non invogliando i clienti più curiosi. Di fatto, tra le birre proposte non se ne trovano di relativamente recenti (un birrificio su tutti, Rulles) e la moda del luppolo a tutti i costi non sembra essere mai arrivata in Giappone. Tutte cose dovute sicuramente a motivi geografici che rendono difficili i contatti diretti e lo scambio di informazioni tra pub e fornitori. Ma a parte questo sembra che davvero lo stile belga non sia esattamente nelle corde dei bevitori del Sol Levante. Questo si riflette perfettamente nella direzione che sta prendendo la scena dei microbirrifici in Giappone, di cui parleremo in maniera estesa nel prossimo post.

(testo e foto di Alessio e Gabriele)

Bière Academy

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Category : Locali

Bière Academy

7, rue des Ecoles, 75005 Paris

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Nelle costose serate parigine il viaggiatore è spesso costretto ad esplorare gli angoli più deserti, pur di calmare la sete che tipicamente lo contraddistingue; ed è per questo che vi segnalo questo buon indirizzo al di fuori dai normali giri degli autoctoni. Pur essendo nel quinto arrondissement, molto frequentato tutte le sere della settimana (la zona del Pantheon e’ piena di locali: rue de la Montagne Sainte-Geneviève e rue Descartes sono costellate di bar e ristorantini, e sono piene di gente), questo pub all’inizio di rue des Ecoles non fa parte dei sentieri più battuti, e lo si trova molto spesso quasi vuoto, anche il sabato sera. Eppure, a mio avviso meriterebbe più fortuna. Vediamo che cosa ha da offrire.

Il pub si presenta con un arredamento in legno assolutamente tipico: sgabelli al bancone, tavoli con panche in fondo alla sala. Molti i bicchieri in vista. La musica è ad un volume più che accettabile: permette di parlare senza alcun disturbo, cosa che apprezzo sempre. Il proprietario è un tizio simpatico che sembra aver passato da non molto la trentina, e gestisce il locale sempre da solo. C’è un buon numero di spine presenti: Guinness, Grolsch, De Koninck blonde e ambrée, Chouffe, Faro Lambic, Erdinger Weisse, Gordon Finest Red, Carling, ed un sidro. In più, c’è una piccola selezione di birre in bottiglia; non moltissime, ma di grande qualità, fra cui spiccano: Chimay, Westmalle Tripel, Rochefort 10, Orval.

Una scelta di birre di tutto rispetto, quindi. I prezzi sono in linea con la media parigina, se non più bassi: escludendo Carling e Grolsch, che costano molto poco ma mi piacciono ancora meno, una pinta costa 6.90 o 7.20 euro. I prezzi scendono in caso di happy hour (fino alle 21 in settimana, fino alle 22 il sabato): molte pinte costano a quel punto 5.20 euro, tranne Chouffe e Guinness, per le quali non c’è happy hour. Le birre in bottiglia sono tutte a 6.50 euro, tranne la Westmalle Tripel, che costa 6. Nei pub specializzati in birre, generalmente si spende di più, e soprattutto nessuno propone happy hour fino alle 22 il sabato sera. Una possibilità da non farsi sfuggire. Inoltre, fa sempre piacere vedere che le birre in bottiglia sono tutte servite nel loro apposito bicchiere.

Purtroppo ci sono anche dei lati negativi, se scegliete di passare la serata alla Bière Academy: innanzitutto la spillatura, che spesso è poco curata, e le birre alla spina vengono servite tutte nello stesso tipo di bicchiere. Trattasi di uno stange, che può essere adatto per la Faro, ma non lo è certo per la Chouffe. Credo che per la Guinness ci sia il classico bicchiere da pinta, ma non avendo mai preso una Guinness qui, non posso confermare. Secondariamente, come dicevo il locale è gestito da una sola persona: se disgraziatamente la serata è affollata, preparatevi a dover aspettare parecchio per essere serviti, specie se qualcuno ordina del cibo.

A mio avviso, i punti deboli di questo locale sono ampiamente compensati dalla buona scelta di birre, sia alla spina che in bottiglia, e dal prezzo più basso della media, in particolar modo visto che c’è happy hour fino alle 22 il sabato sera. Inoltre, cosa da non sottovalutare, non è facile trovare un posto spesso deserto a Parigi, dove poter bere un paio di De Koninck in tutta calma, senza il fiato sul collo del cliente successivo che vuole il posto a sedere.

Giacomo

Brasserie d’Achouffe

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Category : Locali

Brasserie d’Achouffe
Rue du Village 32
6666 Wibrin-Achouffe, BELGIO

Per molti di noi, e di voi, questo nome già dice tutto. La Brasserie d’Achouffe (www.achouffe.be) è forse una delle più famose di tutto il Belgio: famosa perchè produce una delle birre più apprezzate, ma anche per aver associato un simpatico gnomo all’immagine del loro merchandising.
Achouffe, che si trova nella parte sud-orientale del Belgio, non lontano dal confine tedesco, è un paese minuscolo, perso tra le verdi colline delle Ardenne (forse la regione paesaggisticamente più bella di tutto il paese) che però non si fa mancare nulla. Proprio qui (Guarda dove si trova Achouffe) gli abitanti del paese, i turisti e gli amanti della buona birra hanno un punto di ritrovo fondamentale: la Brasserie produce quattro tipologie di birra, e tramite la locanda interna, chiunque può assaggiare le specialità della casa.
Le quattro birre prodotte sono:

  • La Chouffe
  • McChouffe
  • Chouffe Houblon
  • N’Ice Chouffe

a cui si aggiunge una birra (Chouffe Bok) che viene prodotta e commercializzata esclusivamente per l’Olanda.
La Chouffe non ha bisogno di grandi presentazioni, è il loro cavallo di battaglia da anni: una birra fruttata, equilibrata, di un gran bel colore biondo torbido, nasconde con tutto il suo gusto una gradazione di 8%. In formato da 75cl. e nel magnum da 1,5lt, è sinonimo di garanzia ed affidabilità: una birra che piace a tutti, davvero “popolare” (nell’accezione positiva del termine). Ormai in Italia la si può trovare anche in alcuni supermercati.
La McChouffe, prodotta solo nel formato da 75cl, è sicuramente meno conosciuta e commercializzata, e purtroppo anche sottovalutata. Risulta una birra gradevole, che si accompagna bene anche ai dessert, e ha un sapore abbastanza fruttato, come la sorella “bionda”, con una particolarità notevole: è una delle pochissime birre aromatizzate al mirto.
La N’Ice Chouffe è la birra stagionale che viene prodotta nel periodo delle festività natalizie. Non una delle grandi Birre di Natale del Belgio, è la tipica birra scura, abbastanza alcolica (10%), speziata (liquerizia) e discretamente dolce. Non è di facilissima reperibilità e non è universalmente riconosciuta come “capolavoro”.
La Chouffe Houblon è una birra a tripla fermentazione, molto luppolata (come una IPA). La produzione è destinata all’esportazione, in particolare negli USA, ma si riesce a trovare anche qui da noi. E’ una birra che lascia un sapore molto amaro in bocca, dovuto alla altissima presenza di luppolo. Il colore è giallo-paglierino, schiuma persistente.

La locanda interna alla Brasserie è graziosa, si mangia abbastanza bene (quantomeno in confronto a molte altre Brasserie belghe) e un piatto come la Trota alle Mandorle è perfetto da associare ad una buona spina. Proprio a fianco della locanda, si trova il negozietto che negli utlimi anni s’è sempre più arricchito di gadget, grazie ad una politica di marketing e merchandising decisamente “aggressiva” e azzeccata – probabilmente anche dettata dal fatto che la Brasserie d’Achouffe è stata acquistata nel 2007 dalla potente Duvel-Moortgat.
Nota di colore: lasciate perdere il mischione che fanno con Chouffe e sciroppo, davvero non ne vale la pena!

In definitiva, un luogo assolutamente da visitare per chi fa della cultura birraia una risorsa, un piacere e una passione: un must da non mancare, come altre Brasserie di cui tratteremo nei prossimi tempi…